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Ottimo direttore, specializzato soprattutto nel repertorio francese, da Berlioz in poi, fino ai contemporanei. Sentito dal vivo nel Werther di Massenet ed è stato quantomei impeccabile; per quanto mi riguarda, ha tutto: controllo assoluto della partitura e del palcoscenico, trasparenza, suono, rifinitura timbrica, che sono necessari se non fondamentali nei francesi; e una profondità di interprete capace di fraseggiare con abbandono e sentimento senza mai cadere nel sentimentalismo. Visto anche il video con il rarissimo Henry VIII di Saint-Saens, bellissimo anch'esso, ma non ci sono termini di paragone, ovviamente. Da fargli fare tutto il repertorio francese, da qua a 30 anni. Forse, il difetto è che dirige troppo... -
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Ottima sinfonia di uno dei pochi serialisti inglesi degni di nota (avrei voluto un'incisione Chandos con chessò Hickox sul podio). E il genere di musica non era certo di moda in UK, che ha sempre rifiutato quel modello di scrittura. Searle era bravissimo, quantomeno quando usava una dodecafonia parziale, se vogliamo più "libera". Poi, appunto, come si ricordava sopra, si è inaridito anzichenò. Anche Frankel aveva del talento, ma le sinfonie le trovo insopportabili, meglio qualche colonna sonora (Naxos). °°°°°° Strauss Brentano-Lieder Edita Gruberova LSO/MTT -
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Anche la 3a Sinfonia è un gioiello, ha un movimento conclusivo sfolgorante: cupissimo, buio, negativo, profondamente espressionista. Tra i pezzi orchestrali più belli mai scritti in UK nel XX secolo! Searle è un compositore che mi ha sempre fatto arrabbiare, perché ha scritto dei pezzi meravigliosi (le prime tre sinfonie, Overture to a Drama, Night Music) per diventare con l'età sempre più sterile solo per motivi ideologici (e forse di moda). Era un finissimo intellettuale, tra l'altro scrisse una monografia critica su Liszt ancora oggi considerata un classico, dotato di reali doni espressivi e tecnici, sapeva scrivere musica atonale di grande efficacia (e non solo, perché si dedicò con successo anche alla musica per il cinema). Invece, si è soffocato con la dodecafonia in una applicazione sempre più pedestre, in contrasto con il suo temperamento estroverso. Un caso di autocastrazione weberniana! Nelle tristissime opere tarde degli anni settanta-ottanta si percepisce una sorta di malinconia di fondo, quasi che sentisse di essere rimasto imprigionato in una gabbia da cui non poteva scappare. Mi fa una pena infinita, ha sacrificato il talento per il nulla. --------- Intanto mi ascolto questo gioiello, Schoenberg e Berg in vacanza sul Tamigi Quanta potenza espressiva in quei tre accordi conclusivi! -
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La sinfonia 2, ancora di transizione, è molto bella! Un altro che diventò seriale a modo suo fu Ginastera, ma siamo già oltreoceano. -
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Sì, capisco cosa intendi, posso assicurarti che lo percepisco anche io (e vari miei amici che se ne sono occupati). E' il modus operandi germanico che è pesante, diciamo, pedante. I compositori tedeschi erano preoccupati più di apparire rigorosi, che espressivi (o personali). Sudditanza psicologica al sistema, aggravata dai soliti loro problemi di approccio all'esistenza - d'altronde, le due guerre mondiali sono state opera loro, non so se mi capisci Neanche Schoenberg ne era venuto a capo, e lo dimostrano diverse sue composizioni della maturità. Per esempio, il Concerto per pianoforte, che non è altro che una struttura a pannelli-variazioni, il contrasto che ne ricava per mandarlo avanti alla fine è solo timbrico. Tanti episodi attaccati, pur con grande genio architettonico, ma sempre episodi restano. Provò a scrivere una Sinfonia negli anni trenta, ma non riuscì mai ad andare oltre a degli abbozzi, c'era proprio un blocco creativo causato dal sistema. Questo spiegherebbe i ritorni pseudo tonali degli anni quaranta, aveva intuito la dodecafonia come integrazione più che come esclusiva tecnica. Gerhard e Skalkottas sono le eccezioni cui alludevo. Hanno subito relativamente poco l'influsso di Schoenberg ed entrambi provenivano dalla musica popolare catalana o greca. Avevano avuto la fortuna di liberarsi del modello fin da subito. Questo aspetto è particolarmente forte in Skalkottas, perché i germi della "rivolta" si presentarono presto, quando era ancora studente del grande austriaco. Schoenberg rimase scandalizzato quando lesse la partitura del 1° Concerto per pianoforte (1931), che riteneva inaccettabile per l'impiego liberissimo delle serie (multiple, spezzate, parziali, incrociate ecc.). Skalkottas aveva intravisto una strada che Schoenberg non aveva intuito, o che almeno avrebbe considerato giusta solo dopo che il sistema classico si fosse imposto nel mondo accademico. In qualche modo, comunque riconobbe il genio del suo allievo, tanto che lo ricorda ancora negli ultimi anni come uno dei suoi migliori. Gerhard, invece, divenne serialista a quasi cinquant'anni, dopo una vita immerso nel folklore catalano di Pedrell il suo reale maestro. Inevitabile la distanza emotiva da Schoenberg, che gli servì solo come modello esteriore. Searle era un compositore di grande talento, ma affogato nelle sue pippe mentali weberniane. Vero. Sistema religione. Roger Sessions è un'altra eccezione, perché coltivò il suo sistema lontano da Schoenberg. Lo stesso vale per Dallapiccola. Compositore tonale tedesco del secondo novecento. Apparteneva a quella schiera di autori germanici nati a cavallo del 1900-1910, che non diventarono mai serialisti o atonali. Autore di non grande livello a mio parere, lì ci senti la pesantezza della tonalità ormai morta solo come poteva concepirla un tedesco privo di nostalgia: cioè un mattone.
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