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    • A me ha sempre colpito, fin dai primi ascolti fatti (ormai vent'anni fa almeno), il modo di impostare i pezzi, cioè l'impalcatura, la struttura generale, sempre gigantesca e ambiziosa. I lavori seriali sono complicatissimi, come per esempio il Largo, spesso formati da numerose serie, dalle inversioni, da pezzetti delle medesime e i continui incroci polifonici, a loro volta trattati con ritmi popolari o della musica commerciale. E' musica massimamente cerebrale e nello stesso tempo molto diretta, sanguigna come può esserlo una danza popolare greca o balcanica, ma che suona "naturale". Aveva un nitore incredibile nell'orchestrazione, di derivazione busoniana come ho scritto spesso, e una concezione musicale neoclassica, molto attenta a ogni dettaglio espressivo. Aspetti che lo tenevano lontano dalla pura astrazione speculativa della scuola di Schoenberg. Questo gli ha permesso di evitare certi accademismi tipici degli allievi o dei seguaci del grande viennese, che alla lunga hanno danneggiato la serialità, o gli isterismi espressionisti. Un esempio, in quel cd, è pure il Concerto per violino: ma quando mai si sente un tema così grande, espanso e "sensibile" come quello di apertura in una composizione dodecafonica coeva (escluso Berg) ?
    • Purtroppo non ho gli originali, appena potrò permettermelo li comprerò. Skalkottas è un autore speciale, su cui sto tornando sempre più di frequente. E' un autore non difficile all'ascolto (per me ce ne sono decisamente di più ostici) ma profondo, ad ogni ascolto scovi qualcosa di nuovo. E' emotivo ma non esibito, ha la rara capacità di appagare cuore e cervello (la mia sensazione), perchè poi è un grande neoclassico, sia nella costruzione che nello sviluppo melodico, ma sembra che usi la serie per "animare" le sue costruzioni. E l'altra cosa che adoro è l'assenza di compiacimento nella sua musica, è roba tosta, "autentica", pulita e potente. Peccato che non abbia completato la famigerata suite sinfonica di cui questo largo doveva far parte, una volta tanto hai ragione tu a dire che è uno dei capolavori del '900 (ma diciamo pure della musica, chè non ha niente da invidiare neanche al mio amato Beethoven).
    • Ma lo sai che Christodoulou ha studiato per una vita Skalkottas ? Per forza di cose lo deve dirigere non dico bene, ma almeno benissimo. I libretti dei cd con le sue analisi sono bellissimi, dei veri e propri trattati, ti spiega ogni dettaglio tecnico, storico, personale dell'autore. Ha preparato anche delle edizioni, mi pare quella definitiva di tutte le Danze Greche per orchestra. Comunque, il Largo Sinfonico ti piace ?  Non è musica fatta per il grande pubblico e per i grandi direttori che sarebbero costretti a bloccare mezz'ora dei loro concerti con un pezzo così impegnativo (specie sotto l'aspetto emotivo), quanto poco appariscente.
    • Largo sinfonico °°°°  Pensavo ieri sera, dopo i soliti pipponi su Furt: certo che ci accapigliamo sui soliti grandi nomi (grandi poi, capiamo anche quanto...), su come massacrano più o meno abilmente i soliti 6 o 7 autori del grande repertorio, sempre loro (gli interpreti), sempre quelli (gli autori), musica talvolta bella, belloccia, geniale più raramente di quel che ci vogliono far credere, gradevole nel migliore dei casi, quando non mediocre... un goccia nel mare della musica scritta (e penso alla vastità del '900, ma anche ai secoli precedenti l'800, distese di capolavori abbandonati nel sottobosco). Sì, ok, è tutto molto divertente, incazzarsi un po', creare fazioni, confrontare, criticare... io per primo mi ci butto, è un passatempo certo migliore del calcio o della pesca... ma quanto male hanno fatto questi interpreti al mondo? qualcuno ce l'ha con il pop, che almeno è popular per costituzione, ma rendere un affare pop la musica classica, tagliando fuori dai grandi circuiti e quindi dalla conoscenza del grande pubblico tonnellate di arte perchè giudicata "poco appetibile" (che alibi del cavolo, spesso manco vero), e tutto in ossequio al mercato, al rito della sala da concerto, o semplicemente all'ignoranza (chè molti dei direttoroni sono dei caproni, compresi i miei preferiti), non è un peccato più grave che scrivere una canzone?  Spesso me la prendo col pubblico, desideroso di avere l'ennesima erezione con Beethoven, Verdi, Bruckner, Chopin o chi volete voi, ma quanta ricettività avrebbe sviluppato lo stesso pubblico se educato e stimolato a dovere, se cioè i Karajan, i Bernstein, i Muti e gli Abbado si fossero dedicati SERIAMENTE E COSTANTEMENTE alla diffusione dell'arte tutta, se avessero riservato parte del loro talento alla musica, se avessero utilizzato parte della loro notorietà per qualcosa che non fosse la costruzione della propria carriera? E allora, sapete che c'è? per una sera evviva Nikos Christodoulou, su cui non si accenderà nessun dibattito furibondo, dato che non so neanche chi caspita sia, e magari non è neanche così bravo come i signori qui sopra, o magari è più bravo di Furtwangler chissà (tanto la musica che dirige la dirige solo lui), ma non mi beccherei comunque nessun "rinchiudetelo" se lo dicessi e la cosa mi rattrista, perchè a chi volete che interessi un tizio greco che dirige musica greca? eppure è grazie a lui e mille altri professionisti che possiamo godere di tutto quel che di bello la musica d'arte ci ha lasciato, non grazie ai geniacci del podio. E quindi un applauso a tutti i signori nessuno, che si arrabattano un po' per necessità e un po' per passione, e che sono, al di là delle divertenti chiacchiere da bar che suscitano i grandi interpreti, l'unica vera fonte di arricchimento culturale alla quale chi vuol andare oltre la fiumana del pop può abbeverarsi. Fine del pippone eversivo-moralista (e in fondo autocritico).
    • 2° Atto. Horne così così, a volte con un timbro per me sgradevole. Altri cantanti da definire meglio con ulteriori ascolti, ma sul momento mi sembrano ottimi Gedda e van Dam. Direzione buona, diafana e delicata, senz'altro nelle corde di Plasson, direttore che con il ritmo ha sempre avuto problemi. Forse sottolinea un po' troppo i lasciti dell'impressionismo e impiega tempi assai rilassati, Padmavati è più moderna di quel che sembra in apparenza. Opera distinta in due parti nettamente differenti: la prima una specie d'introduzione e preparazione alla seconda, quest'ultima parzialmente decorativa con cori, scene d'ambiente e intermezzi orchestrali. L'autore non si decide a seguire una strada definita tra la casta sensualità di derivazione dukasiana (Ariane), un esotismo decadente di maniera (Ravel, Koechlin, Rimsky) e aperture verso il classicismo più decorativo, mentre sullo sfondo si staglia l'ombra ingombrante di Pelléas: l'opera risente della concezione ibrida e così ne deriva qualche incertezza nell'impalcatura generale. Anche l'orchestrazione, di conseguenza, oscilla tra le brume di Debussy, il rigore formalista di un Ravel o la vivacità dello Stravinsky russo.
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