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Majaniello

Hurwitz & co.

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Siccome ne parliamo in ogni dove, perchè non una discussione? A distanza di anni il nostro Davidone è tornato coi suoi video a solleticare gli animi degli utenti, e visto che abbiamo sempre bisogno di dibattito... insomma, topic di cazzeggio, lancio di pomodori, e chissà anche controproposte. Magari un admin volenteroso può anche spostare gli ultimi interventi sul tema in questo spazio.

Giusto per non parlare sempre di '800, getto nell'arena questo:

e rispondo già con questo boxino (qui il dettaglio delle esecuzioni):

51gxNKEhUxL.jpg

se vi va poi ne parliamo.

@Ives @giordanoted @Wittelsbach @giobar @Snorlax e anche il nuovo @Florestan

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Per quanto mi riguarda, del secondo Boulez (DGG) terrei The Miraculous Mandarin (incisione capolavoro del balletto completo, per le suites quella di Dutoit è ottima, poi c'è pure Dohnanyi), Cantata Profana e The Wooden Prince. I concerti sono noiosissimi, nonostante i solisti di livello fantascientifico (Pollini, Kovacevich, Kocsis, P. Serkin per me rimangono insuperabili). I lavori più folkloristici sono ridotti a contenitori vuoti e avulsi da qualsiasi contesto (ottimo qui Kocsis direttore). Manca la verve, tutto è ridotto a una lettura glaciale della partitura, "ripulita" da quella che evidentemente Boulez ritiene una sfruttata carica sensuale ed espressiva, nonchè banalmente fonica della musica di Bartok (per me, solo discreto il Concerto for Orchestra, se paragonato alle letture ipercinetiche di Kubelik o Bernstein). Boulez mette in luce, piuttosto, la fitta e complessa trama contrappuntistica, aiutato anche dall’ottima Chicago Symphony, incline alla brillantezza di suono, ma anche, sotto la sua guida, a una precisione metronomica un pò pedante. Come al solito, ma questo è noto, Boulez privilegia l’analisi accurata della partitura piuttosto che la ricerca di emozioni forti. Ma non sempre funziona...Le prime incisioni bartokiane, quelle Sony anni '70 a New York, le conosco poco, mi sembrano, però meno laccate e più "sentite" rispetto alle seconde, forse, alla fine della fiera, da preferire come dice Hurwitz.

Con la CSO in Bartok, sentire questo, disco meraviglioso e dimenticato:

81kPCjnWG4L._SY355_.jpg

Interessante il video con i box da pubblicare o assemblare:

Aggiungerei proprio uno di Levine/DGG. Quello di Previn/LSO lo dico da anni, ma pare non interessare al mercato, nonostante la morte del direttore..

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Consiglio di Hurwitz: Bagatelle per trio d'archi e harmonium di Dvorák, brani che non conoscevo, davvero deliziose.

 

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On 21/6/2020 at 12:19, Ives dice:

Per quanto mi riguarda, del secondo Boulez (DGG) terrei The Miraculous Mandarin (incisione capolavoro del balletto completo, per le suites quella di Dutoit è ottima, poi c'è pure Dohnanyi), Cantata Profana e The Wooden Prince. I concerti sono noiosissimi, nonostante i solisti di livello fantascientifico (Pollini, Kovacevich, Kocsis, P. Serkin per me rimangono insuperabili). I lavori più folkloristici sono ridotti a contenitori vuoti e avulsi da qualsiasi contesto (ottimo qui Kocsis direttore). Manca la verve, tutto è ridotto a una lettura glaciale della partitura, "ripulita" da quella che evidentemente Boulez ritiene una sfruttata carica sensuale ed espressiva, nonchè banalmente fonica della musica di Bartok (per me, solo discreto il Concerto for Orchestra, se paragonato alle letture ipercinetiche di Kubelik o Bernstein). Boulez mette in luce, piuttosto, la fitta e complessa trama contrappuntistica, aiutato anche dall’ottima Chicago Symphony, incline alla brillantezza di suono, ma anche, sotto la sua guida, a una precisione metronomica un pò pedante. Come al solito, ma questo è noto, Boulez privilegia l’analisi accurata della partitura piuttosto che la ricerca di emozioni forti. Ma non sempre funziona...Le prime incisioni bartokiane, quelle Sony anni '70 a New York, le conosco poco, mi sembrano, però meno laccate e più "sentite" rispetto alle seconde, forse, alla fine della fiera, da preferire come dice Hurwitz.

Ho postato il video su Bartok perchè mesi fà mi ci sono immerso. Non è un autore con cui sono in sintonia immediata, ma è un autore importante quindi ci volevo provare davvero seriamente. Il che significa che ho fatto un sacco di ascolti! Ho ascoltato anche Boulez, prevalentemente Sony. Mi sono fatto delle idee su Bartok, magari sbagliate eh, diciamo mie sensazioni sull'autore. La prima: Bartok è autore folclorico sempre, anche nei pezzi più neoclassici c'è sempre un gusto molto ungherese, diciamo poco occidentale, e l'aspetto interessante sarebbe far sentire quest'anima locale all'interno della cornice dell'avanguardia modernista europea, senza far prevalere troppo una delle due componenti. La seconda: Bartok è un artista introverso, a dispetto della sua proverbiale "bartokianità", tormentato, sfaccettato, irrisolto, secondo me era anche un represso. La terza: Bartok è molto "musicale", più di quanto alcune interpretazioni non mi abbiano indotto a pensare, ma di una musicalità che non si afferra facilmente, il rischio costante per l'interprete è concentrarsi sull'effetto momentaneo, il passaggio, il particolare, l'atmosfera, e poco sullo sviluppo complessivo del pezzo, anche melodico.  

Per la Musica e il Mandarino ho scelto uno dei direttori più "musicali" che conosco: Ormandy. Musicale non significa nulla, ma per me significa cogliere il meccanismo interno della scrittura, il "senso" della scrittura che fà suonare il pezzo "complessivamente". E' un discorso molto fenomenologico il mio :D  Ci sono musiche che solo quando le ho ascoltate da Ormandy le ho, come dire, capite! (4 di Shostakovich, Heldenleben di Strauss, i Quadri di Mussorgsky, tutto il suo Hindemith,. persino la 3 di Tchaikovsky!). Bartok rientra in quest'elenco. Le sue incisioni sono narrative, significative, nel senso di piene di significato, musicale e metamusicale. Hurwitz è fan di Ormandy, e apprezza il suo Bartok, però i suoi riferimenti alla fine sono di una posizione sempre più estrema, quindi o estremamente modernista/europeista (Boulez, Reiner), oppure estremamente post-romantica/foclorica (Ivan Fischer, Kocsis). L'altro vantaggio di Ormandy invece è proprio il suo essere equivoco, a metà. Un po' come Dorati. 

E devo dire grazie a Hurwitz se ho scoperto il Concerto per Orchestra edizione Dorati-Concertgebouw, ovviamente suonato divinamente, ma con un alone di disgrazia, di celata disperazione, che danno significato personale ad un pezzo che rischia d'essere fin troppo asettico (mi piace anche il Kubelik suggerito da Hurwitz, anche se quello più giovane, imperfetto, e ruspante del box EMI). Questa desolazione l'ho percepita anche in una singolarissima interpretazione del Divertimento, sempre di Dorati, non quella canonica in studio ma un live per la Hungaroton, lettura che mi ha aperto un orizzonte diverso su questo pezzo (un'interpretazione più esuberante e autenticamente ungherese è quella di Vegh su Capriccio). Un bartokiano insospettabile (per me) è Ozawa. C'è sempre la qualità della musicalità, la capacità narrativa... Hurwitz dice che il suo Mandarino è un po' carente di violenza, io ho trovato la danza finale della suite la più sconvolgente di tutte, proprio perchè il direttore sottolinea un aspetto tribalistico che in altre interpretazioni più orgiastiche non si sente. Anche la sua Musica mi è piaciuta molto, ricca di colori e insinuazioni, come quella di Ormandy. 

Ho trovato non poca difficoltà col concerto per violino (parlo del 2, l'1 manco lo considero). E' un pezzo terribile, labirintico, io l'ho trovato quasi incomprensibile! Secondo me è il pezzo più psicotico di Bartok, dargli un'unità di senso è difficilissimo. Hurwitz consiglia diverse edizioni recenti, tutte ben eseguite, ma nessuno mi ha convinto. Gli unici, il dedicatario dell'opera Szekely, che la suona come nessun'altro, in maniera discorsiva e pacatissima nelle dinamiche, accompagnato dal re degli psicotici, Mengelberg! e poi la coppia Stern-Bernstein, che alternano visionarietà a tonfi sulla terra con un equilibrio invidiabile. Anche Menuhin-Dorati mi è piaciuta, forse un po' meno, ma sempre con buon distacco da tutte le altre. Anche i concerti per piano vedono una discografia ricca. Hurwitz suggerisce Kocsis-Fischer (Ivan), io preferisco (a sorpresa anche per me!) Schiff-Fischer! Sono meglio registrati e il dialogo tra piano e orchestra è più integrato, sono interpretazioni tendenzialmente neoclassiche che fanno emergere il contenuto musicale al di là dei bum-bum-bum cui c'hanno abituati certi interpreti. Il pianista ideale però (nonchè amico del compositore) è Sandor, che con Adam Fischer ha inciso tutti e tre i concerti credo negli anni '60. Il suono è più confuso ma il pianismo ha quelle giuste dosi di dinamismo, eloquenza e ungheresità (se po dì?) che secondo me questo repertorio richiede. 

La Cantata Profana è un capolavoro assoluto, però troppo poco rappresentata. Fricsay su DG secondo me è penalizzato da una registrazione vecchia e sbilanciata, e anche l'edizione Dorati, registrata per giunta per la hungaroton, non gode di una grande ripresa, anche se forse la preferisco a Boulez, che si fà apprezzare però per una concertazione perfetta e per un'atmosfera magica, benchè algida. Tra le sue cose migliori di Bartok. Non sono fan della Dance suite, o forse ancora non l'ho ben capita, mi piacciono più tutte le danzettine sparse e raccolte a gruppetti, dove va bene Kocsis ma pure Solti, forse più leggerino d'impostazione, ma sicuramente - come suo solito - contagioso! Di Solti poi sono molto affezionato al video del Castello, forse il suo Bartok migliore in assoluto in termini di tensione e capacità evocativa.

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Io pure con Bartok ho una difficoltà, come se appartenesse a un mondo che davvero, nella sua essenza mi è precluso. È sfuggente, inquietante, affascinante, a volte addirittura terrificante, ma ho la sensazione che, certe volte, la sua non sia nemmeno musica, ma  come dice giustamente @Majaniellouna qualche strana forma di espressione patologica tra nevrotico e psicotico, e tutto ciò, forse anche per risonanze sul mio vissuto, mi inquieta non poco. Eppure ho la sensazione, ancora, che sia un autore di grande profondità e capace di squarci in certe regioni interdette, come colpite da tabù, penso in particolare al mondo incredibilmente meticoloso e, al tempo stesso, sconvolto dei quartetti per archi, di cui possiedo il cofanetto del Tokyo Quartet, ed è uno dei miei dischi che avvicino con più tremore. Come aprendo uno scrigno contenente chissà quali demòni.

Non tanto sorprendentemente, un esempio di questo mio rapporto molto ambiguo con Bartok è proprio il citato disco del secondo concerto per violino nella misteriosissima esecuzione di Szekely con Mengelberg. Disco bellissimo nonostante l'audio, con un violinista davvero stregonesco nella sua capacità di identificarsi con il mondo poetico dell'autore, e l'accompagnamento altrettanto allineato di Mengelberg: non sembra un disco dove si "faccia musica", ma che sortisca da un incantesimo.

Poi mi piace molto la Musica per archi percussioni e celesta in tante versioni, ultimamente ho scoperto Reiner (perché segnalato da Hurwitz) e nonostante non sia un direttore che mi conquisti a livello emotivo (è un po' troppo glaciale e brutale per me) la sua versione è da brividi.

Gli altri brani li conosco troppo poco e in troppo poche versioni per dare un commento significativo! (ad esempio mai ascoltato Boulez, se non distrattamente il suo mandarino meraviglioso, se non sbaglio, su youtube, ma mentre facevo altro).

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On 21/6/2020 at 12:19, Ives dice:

Per quanto mi riguarda, del secondo Boulez (DGG) terrei The Miraculous Mandarin (incisione capolavoro del balletto completo, per le suites quella di Dutoit è ottima, poi c'è pure Dohnanyi), Cantata Profana e The Wooden Prince. I concerti sono noiosissimi, nonostante i solisti di livello fantascientifico (Pollini, Kovacevich, Kocsis, P. Serkin per me rimangono insuperabili). I lavori più folkloristici sono ridotti a contenitori vuoti e avulsi da qualsiasi contesto (ottimo qui Kocsis direttore). Manca la verve, tutto è ridotto a una lettura glaciale della partitura, "ripulita" da quella che evidentemente Boulez ritiene una sfruttata carica sensuale ed espressiva, nonchè banalmente fonica della musica di Bartok

Non conosco il Bartok di Boulez, ma credo sia vero che il francese sia spesso quasi infastidito da caratteri musicali del genere. Basta vedere cosa fa nel Primo Atto di Walküre.

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Visto il video in cui parla della Settima di Mahler: la sua raccomandazione discografica rimane Bernstein/NYP degli anni Sessanta, le uniche altre due di cui parla come alternative sono Abbado/Chicago e Gielen/SWR, peraltro non diffusamente. Da questo e dall'esigua durata del video ho capito che la Settima di Mahler gli garba poco e forse non lo sa neanche lui.

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7 ore fa, giordanoted dice:

Io pure con Bartok ho una difficoltà, come se appartenesse a un mondo che davvero, nella sua essenza mi è precluso. È sfuggente, inquietante, affascinante, a volte addirittura terrificante, ma ho la sensazione che, certe volte, la sua non sia nemmeno musica, ma  come dice giustamente @Majaniellouna qualche strana forma di espressione patologica tra nevrotico e psicotico, e tutto ciò, forse anche per risonanze sul mio vissuto, mi inquieta non poco. Eppure ho la sensazione, ancora, che sia un autore di grande profondità e capace di squarci in certe regioni interdette, come colpite da tabù

Esatto, hai descritto la mia stessa sensazione! Nella musica di Bartok c'è molto Bartok, credo che lui avesse in sè delle parti mostruose che guardava egli stesso con terrore, parti che emergevano nella musica e, da quel che si legge, quasi mai nella sua vita personale di uomo schivo e taciturno. Mi ricorda mio padre quando dipinge, un po' goffamente ma di certo sinceramente, nello stile di Emilio Vedova.

Un'opera importante che non ho citato è la sonata per pianoforti e percussioni. Compositivamente non mi pare tutta a fuoco, ma in certo Bartok c'è questo gioco all'incantesimo, come dici tu, che giustifica certe lungaggini e inconsistenze (un po' come in Scriabin, ma con molta più autodisciplina e struttura, o dovrei dire sovrastruttura). Mi piaceva Kovacevich-Argerich (Hurwitz suggerisce la versione con Freire, non molto diversa), ma entrambi hanno troppo la tendenza a cercare l'effetto per i miei gusti. Io mi sono innamorato dei fratelli Kontarsky, forse, smentendomi nel discorso di prima, sono iperrazionali per Bartok (azzeccato nel loro disco l'abbinamento con Stravinsky), ma la loro chiarezza espositiva e la loro implacabile precisione è davvero inquietante, un ballet mecanique che suona come una distopia post-beethoveniana. Istruttiva l'incisione dello stesso Bartok, che come pianista era tutt'altro che "casinista". I quartetti li conosco, ma li devo ancora studiare per bene. 

2 ore fa, Florestan dice:

Visto il video in cui parla della Settima di Mahler: la sua raccomandazione discografica rimane Bernstein/NYP degli anni Sessanta, le uniche altre due di cui parla come alternative sono Abbado/Chicago e Gielen/SWR, peraltro non diffusamente. Da questo e dall'esigua durata del video ho capito che la Settima di Mahler gli garba poco e forse non lo sa neanche lui.

A mia memoria sul sito consiglia pure lo storico live di Kondrashin ad Amsterdam (forse la mia edizione preferita di questa sinfonia), e pure Barenboim (!). Sul sito ne recensisce molte altre. E' una sinfonia difficile, a me piace anche Rosbaud, purtroppo l'edizione di Maderna che conosco è suonata da un'orchestra mediocre e scombinata che non rende giustizia alle idee del direttore. Hurwitz come al solito non ha gusti che si possono definire coerenti o prevedibili, sempre perchè non parte da una vera riflessione personale sull'artista ma piuttosto dall'analisi della resa effettiva della singola interpretazione, però ogni tanto tira fuori qualche chicca anche in Mahler, come la quinta di Stenz, la settima di Tilson Thomas, la nona di Gilbert, scelte non storicizzate e meno scontate che ho apprezzato abbastanza.

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35 minuti fa, Majaniello dice:

 

 

3 ore fa, Florestan dice:

Visto il video in cui parla della Settima di Mahler: la sua raccomandazione discografica rimane Bernstein/NYP degli anni Sessanta, le uniche altre due di cui parla come alternative sono Abbado/Chicago e Gielen/SWR, peraltro non diffusamente. Da questo e dall'esigua durata del video ho capito che la Settima di Mahler gli garba poco e forse non lo sa neanche lui.

La settima con la NYP di Bernstein la ricordo bella per quella sensazione di entusiasmo che trasmette, come se si fossero goduti una prima esecuzione assoluta di un grande lavoro. È la stessa sensazione che mi danno Richter ed il quartetto Borodin con La trota di Schubert.

Per quanto riguarda Bartok, non so se su YouTube ci sono molte sue registrazioni come pianista, perché ricordo che ha registrato molto Scarlatti (che a ragionarci su era affine allo stile ritmico di Bartok). Se lo trovate ascoltatelo.

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On 22/6/2020 at 23:05, Majaniello dice:

Ho postato il video su Bartok perchè mesi fà mi ci sono immerso. Non è un autore con cui sono in sintonia immediata, ma è un autore importante quindi ci volevo provare davvero seriamente. Il che significa che ho fatto un sacco di ascolti! Ho ascoltato anche Boulez, prevalentemente Sony. Mi sono fatto delle idee su Bartok, magari sbagliate eh, diciamo mie sensazioni sull'autore. La prima: Bartok è autore folclorico sempre, anche nei pezzi più neoclassici c'è sempre un gusto molto ungherese, diciamo poco occidentale, e l'aspetto interessante sarebbe far sentire quest'anima locale all'interno della cornice dell'avanguardia modernista europea, senza far prevalere troppo una delle due componenti. La seconda: Bartok è un artista introverso, a dispetto della sua proverbiale "bartokianità", tormentato, sfaccettato, irrisolto, secondo me era anche un represso. La terza: Bartok è molto "musicale", più di quanto alcune interpretazioni non mi abbiano indotto a pensare, ma di una musicalità che non si afferra facilmente, il rischio costante per l'interprete è concentrarsi sull'effetto momentaneo, il passaggio, il particolare, l'atmosfera, e poco sullo sviluppo complessivo del pezzo, anche melodico. 

 

8 ore fa, giordanoted dice:

Io pure con Bartok ho una difficoltà, come se appartenesse a un mondo che davvero, nella sua essenza mi è precluso. È sfuggente, inquietante, affascinante, a volte addirittura terrificante, ma ho la sensazione che, certe volte, la sua non sia nemmeno musica, ma  come dice giustamente @Majaniellouna qualche strana forma di espressione patologica tra nevrotico e psicotico, e tutto ciò, forse anche per risonanze sul mio vissuto, mi inquieta non poco. Eppure ho la sensazione, ancora, che sia un autore di grande profondità e capace di squarci in certe regioni interdette, come colpite da tabù, penso in particolare al mondo incredibilmente meticoloso e, al tempo stesso, sconvolto dei quartetti per archi, di cui possiedo il cofanetto del Tokyo Quartet, ed è uno dei miei dischi che avvicino con più tremore. Come aprendo uno scrigno contenente chissà quali demòni.

 

48 minuti fa, Majaniello dice:

Esatto, hai descritto la mia stessa sensazione! Nella musica di Bartok c'è molto Bartok, credo che lui avesse in sè delle parti mostruose che guardava egli stesso con terrore, parti che emergevano nella musica e, da quel che si legge, quasi mai nella sua vita personale di uomo schivo e taciturno. Mi ricorda mio padre quando dipinge, un po' goffamente ma di certo sinceramente, nello stile di Emilio Vedova.

Strano, per me, che due ascoltatori raffinati e curiosi anche davanti a opere molto difficili si scontrino con un autore come Bartok che invece è da sempre un mio compagno di strada fedele e rassicurante. Dopo una folgorazione preadolescenzale per la MPAPC, con connesse visioni estatiche nei tempi lenti e sequenze di assalti alla diligenza in stile Ombre rosse nell'ultimo tempo, a 15 anni utilizzai la strenna natalizia del nonno per comprare il box di 3 LP dei quartetti nella mitica edizione DG del Quartetto Ungherese. Fu amore folle dal primissimo ascolto. Mi si rivelò un mondo, lo scrigno di Giordano ma senza demòni e invece con la percezione di aver trovato un amico che mi aiutava a scavare nel mistero della vita. Un amore duraturo, che in tanti anni non è mai venuto meno e che ha fatto sì, per esempio, che i quartetti di Bartok siano il complesso di opere omogenee di un autore di cui ho più edizioni , più delle sinfonie o delle sonate di Beethoven, più delle sinfonie o dei concerti di Brahms, più dei Concerti brandeburghesi o delle suites per violocello di Bach. 

E nel tempo si è approfondita la conoscenza di un po' tutta l'opera di Bartok, tanto da convincermi che è un po' come il maiale: non se ne butta via nulla. C'è del genio persino in moltissimi dei piccoli pezzi del primo volume del Mikrokosmos che mi son sorbito per anni anche in "esecuzioni" zoppicanti perché venivano propinati dai docenti di pianoforte complementare dei miei figli: ma anche così Bartok ha modo di alzare la testa, per una soluzione armonica sorprendente o per una proposta melodica accattivante e nel contempo originale.

Quanto al buon Boulez che ha dato la stura alla divagazione comune, ammetto che possa non piacere e possa addirittura infastidire la sua fissazione per la sterilizzazione dei sentimenti e delle emozioni. Ma trovo il suo approccio del tutto legittimo e utile, anzi, a far cogliere l'universalità di Bartok a dispetto della cifra ungherese che spesso è solo una patina sotto la quale si apre una visione del mondo a 360°, un po' come le Langhe per Fenoglio e Pavese o la Barbagia per la Deledda. E poi trovo sempre e comunque formidabile la sua capacità di scavo e analisi delle partiture fin nei minimi dettagli.

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13 ore fa, Florestan dice:

Visto il video in cui parla della Settima di Mahler: la sua raccomandazione discografica rimane Bernstein/NYP degli anni Sessanta, le uniche altre due di cui parla come alternative sono Abbado/Chicago e Gielen/SWR, peraltro non diffusamente. Da questo e dall'esigua durata del video ho capito che la Settima di Mahler gli garba poco e forse non lo sa neanche lui.

Però scopriamo che ha i campanacci mahleriani in casa:

50039118813_1185d7a991.jpg

😁

Io scoprii tanti anni fa questa esecuzione, la prima di MTT con la LSO:

MTT sembra partire dall'ultimo Bernstein (per ovvie ragioni, culturali e non: ne fu assistente del grande americano; i tempi sono gli stessi, molto tenuti; il fraseggio molto simile) ma, giustamente, da grande direttore, non ne fa il clone (sarebbe ridicolo), anzi mette la sua firma su un'esecuzione personale, squadratissima, scoprendo una sua felice, coerente e mirata via di accesso al mondo mahleriano, trovando una valida sponda nelle limpide capacità dell’orchestra londinese. Secondo me, un'alternativa validissima (e anche ben registrata) ai "soliti" nomi (Bernstein I ma anche la II ha grandi momenti anche se più "erratica"; Kondrashin; Abbado; Gielen; ci metto pure Ozawa e il Kubelik live).

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Tra i soliti nomi, da segnalare la menzione per il Celi terminale di Monaco: 1h e 20m...e il giovane Barenboim con la ChicagoSO. E ancora Honeck.

Ok il "classico" Bernstein. Non va, per me, sulle versioni hip: McGegan è un direttore pedestre sempre e quel disco non fa eccezione. Cosi-cosi Bruggen, Weil spesso cassato è invece buono. Fey troppo "schizzoide" in quel disco. Preferisco il serafico Kuijken (DHM), che lui non cita...😉

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12 ore fa, giobar dice:

Strano, per me, che due ascoltatori raffinati e curiosi anche davanti a opere molto difficili si scontrino con un autore come Bartok che invece è da sempre un mio compagno di strada fedele e rassicurante.

Per quel che mi riguarda si tratta di essere più o meno in sintonia con un autore, non è tanto la difficoltà della scrittura in sè. E' come con le persone, con alcune ti prendi di più e con altre di meno.

12 ore fa, giobar dice:

 

Quanto al buon Boulez che ha dato la stura alla divagazione comune, ammetto che possa non piacere e possa addirittura infastidire la sua fissazione per la sterilizzazione dei sentimenti e delle emozioni. Ma trovo il suo approccio del tutto legittimo e utile, anzi, a far cogliere l'universalità di Bartok a dispetto della cifra ungherese che spesso è solo una patina sotto la quale si apre una visione del mondo a 360°, un po' come le Langhe per Fenoglio e Pavese o la Barbagia per la Deledda. E poi trovo sempre e comunque formidabile la sua capacità di scavo e analisi delle partiture fin nei minimi dettagli.

Che poi il Boulez prima maniera è un po' da riscoprire, perchè era molto viscerale, certo in un modo per nulla incline al sentimentalismo. Condivido l'idea della visione ampia del mondo, nel senso che Bartok ha aspirazioni che vanno oltre la musica folclorica, ma non ridurrei il foclorismo di Bartok a una patina, per me anzi è un elemento centrale non solo della sua ricerca musicologica ma anche di quella estetica. La sua è una radice profonda, qualcosa di simile al foclorismo di De Falla... non so spiegarmi, la musica si nutre di quell'aspetto, non ne è ricoperta come, per dire, le rapsodie ungheresi di Liszt o certe spagnolerie di Ravel. Almeno così mi pare.

3 ore fa, Ives dice:

 

Ma ora si intende anche di musica antica??

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3 ore fa, Ives dice:

 

MTT sembra partire dall'ultimo Bernstein (per ovvie ragioni, culturali e non: ne fu assistente del grande americano; i tempi sono gli stessi, molto tenuti; il fraseggio molto simile) ma, giustamente, da grande direttore, non ne fa il clone (sarebbe ridicolo), anzi mette la sua firma su un'esecuzione personale, squadratissima, scoprendo una sua felice, coerente e mirata via di accesso al mondo mahleriano, trovando una valida sponda nelle limpide capacità dell’orchestra londinese. Secondo me, un'alternativa validissima (e anche ben registrata) ai "soliti" nomi (Bernstein I ma anche la II ha grandi momenti anche se più "erratica"; Kondrashin; Abbado; Gielen; ci metto pure Ozawa e il Kubelik live).

Ives ma del 10 dato al Titano di Seguin che mi dici? è meritato? anche quello un bell'azzardo (tra l'altro su una sinfonia popolarissima discograficamente). 

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1 ora fa, Majaniello dice:

Ives ma del 10 dato al Titano di Seguin che mi dici? è meritato? anche quello un bell'azzardo (tra l'altro su una sinfonia popolarissima discograficamente). 

Dare un voto non saprei, io sarei per un 7/8. Conosco bene il video, da cui credo sia stato tratto il CD. E' una bella esecuzione, viva e sentita, e la sinfonia mahleriana che riesce meglio al canadese. Forse perchè alla fine meno complessa di altre? 🤨

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15 ore fa, Majaniello dice:

A mia memoria sul sito consiglia pure lo storico live di Kondrashin ad Amsterdam (forse la mia edizione preferita di questa sinfonia), e pure Barenboim (!). Sul sito ne recensisce molte altre. E' una sinfonia difficile, a me piace anche Rosbaud, purtroppo l'edizione di Maderna che conosco è suonata da un'orchestra mediocre e scombinata che non rende giustizia alle idee del direttore. Hurwitz come al solito non ha gusti che si possono definire coerenti o prevedibili, sempre perchè non parte da una vera riflessione personale sull'artista ma piuttosto dall'analisi della resa effettiva della singola interpretazione, però ogni tanto tira fuori qualche chicca anche in Mahler, come la quinta di Stenz, la settima di Tilson Thomas, la nona di Gilbert, scelte non storicizzate e meno scontate che ho apprezzato abbastanza.

Sul sito sì, nel video su YouTube no: tant'è vero che molti iscritti al canale gli hanno chiesto perché non avesse citato il live di Kondrashin al Concertgebouw, che ho inserito anch'io nelle mie esecuzioni di riferimento. Devo confessare che a me piace molto anche la Settima di Adam Fischer a Dusseldorf e di Paavo Jarvi in DVD (sia con con la NHK che quella più vecchia con la hr di Francoforte). Fra le chicche che hai citato, sono anch'io entusiasta della Quinta di Stenz: ma attenzione, perché lui ha consigliato quella quasi introvabile di Melbourne, non quella più recente di Colonia.

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2 ore fa, Majaniello dice:

Ma ora si intende anche di musica antica??

Si intende di tutto...😁 in effetti, la musica antica sul sito è recensita da altri, cosi come l'Opera da Robert Levine. A proposito:

@Wittelsbach

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3 ore fa, Majaniello dice:

Condivido l'idea della visione ampia del mondo, nel senso che Bartok ha aspirazioni che vanno oltre la musica folclorica, ma non ridurrei il foclorismo di Bartok a una patina, per me anzi è un elemento centrale non solo della sua ricerca musicologica ma anche di quella estetica. La sua è una radice profonda, qualcosa di simile al foclorismo di De Falla... non so spiegarmi, la musica si nutre di quell'aspetto, non ne è ricoperta come, per dire, le rapsodie ungheresi di Liszt o certe spagnolerie di Ravel. Almeno così mi pare.

Ti spieghi benissimo e sono io che ho sbagliato di brutto utilizzando a sproposito il termine "patina" (a mia discolpa: post di mezzanotte dopo circa 14 ore di lavoro e almeno 11 al computer...). Volevo dire più o meno quello che hai detto tu: da quella radice profonda, che non è solo una banale coordinata geografico-linguistica, si apre alla scoperta del mondo. Forse era più chiaro il paragone letterario con Pavese, Fenoglio e Deledda,, per i quali il forte riferimento "locale" non è certo in funzione di una visione riduttiva del mondo.

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Mi taggate ma ammetto di non aver avuto modo di vedere ancora un solo video...

Ma per la Cantata Profana, un Ferecsik è proprio da buttare?

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4 ore fa, Ives dice:

 

Ok il "classico" Bernstein. Non va, per me, sulle versioni hip: McGegan è un direttore pedestre sempre e quel disco non fa eccezione. Cosi-cosi Bruggen, Weil spesso cassato è invece buono. Fey troppo "schizzoide" in quel disco. Preferisco il serafico Kuijken (DHM), che lui non cita...😉

Eh, vabbè, ma quella 88 di Bernstein è una cosa fenomenale, divertimento e musicalità a livelli purissimi. Hip o non hip, si tratta di un'interpretazione irrinunciabile.  

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5 ore fa, Ives dice:

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"Faboulous" anche perchè non c'è Malipiero, che Hurwitz odia :D

Credo di non aver mai ascoltato Santi e Previtali in un repertorio non operistico, è una chicca solo per questo.

 

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Non so se Petrassi in questo disco sia fatto da Santi o Previtali, ma quest’ultimo è il direttore della colonna sonora di Riso Amaro, appunto di Petrassi!

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