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Sere01
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Non so se state parlando dello stesso concerto, ma ho letto una recensione piena di elogi:



[...] Antonio Pappano definisce la violinista «uno dei musicisti più importanti oggi» e la prova sul palco non lo ha certo smentito: piena di temperamento e forte di una capacità tecnica indiscutibile, la Jansen ha fatto risuonare il suo Stradivari “Barrère” del 1727 conquistando la sala senza eccezioni. Difficile non ammirare questa musicista: il controllo assoluto dei registri, dagli impalpabili pianissimo agli irrefrenabili fortissimo [...] (qui)



Per il resto concordo che se il solista non si sente è un problema da non trascurare, anche per rispetto degli spettatori paganti che vengono a sentirti. :)


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Non so se state parlando dello stesso concerto, ma ho letto una recensione piena di elogi:

[...] Antonio Pappano definisce la violinista «uno dei musicisti più importanti oggi» e la prova sul palco non lo ha certo smentito: piena di temperamento e forte di una capacità tecnica indiscutibile, la Jansen ha fatto risuonare il suo Stradivari “Barrère” del 1727 conquistando la sala senza eccezioni. Difficile non ammirare questa musicista: il controllo assoluto dei registri, dagli impalpabili pianissimo agli irrefrenabili fortissimo [...] (qui)

Per il resto concordo che se il solista non si sente è un problema da non trascurare, anche per rispetto degli spettatori paganti che vengono a sentirti.

Io pure ho letto solo "recensioni" piene di elogi.

Poi chissà com'è che non solo io, ma i vecchietti avanti me che ascoltavo scambiarsi opinioni all'uscita e gli amici forumisti che sono stati al concerto confermano che si sentiva poco o che avesse una dinamica limitata.

Ormai sono rassegnato: se si decide di fabbricare una "star", la conquista della sala senza eccezioni (li avrà interpellati uno per uno?) è assicurata.

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Non si parla di pallore e inespressività! Si parla di un artista bravo ma con volume di suono modesto. Si critica la Bartoli perché non si sente nei grandi teatri, ma secondo me è una vera e propria cazXXXa, perché il volume sonoro è soltanto una componente del canto e davanti ad altri pregi passa - secondo me - necessariamente in secondo, terzo, quarto piano. Tu stesso, credo,saresti d'accordo a definire stupido chi dicesse che la grafica di Durer è brutta perché le sue raffinatezze incisorie non si vedono da lontano e, davanti all'impossibilità di avvicinarti a una sua incisione, gradiresti - pur di vederla comunque e di apprezzarne la bellezza - qualche sistema di amplificazione dell'immagine.

Visto che hai citato la Bartoli, la buonanima della Cerquetti (sulle cui doti vocali credo nessuno abbia nulla da ridire) diceva "la voce è come una coperta, se la tiri su da un lato rimane scoperta dall'altro". Molto fa l'impostazione della voce e quel che da essa si vuol cavar fuori. La Bartoli ha sempre avuto una tecnica canora formidabile ma molto personale, che evidentemente non ha nel volume il suo punto di forza. Probabilmente per ottenere suoni più corposo dovrebbe cambiare tutto il suo assetto fonatorio, e non sarebbe più la Bartoli (piaccia o no, intendo). Io non ci ho mai visto niente di anomalo. Ho chiacchierato con fan della Callas anziani che hanno avuto la fortuna di ascoltarla dal vivo, hanno riportato che la Callas dei grandi allestimenti viscontiani in teatro "stentava a sentirsi" (come, la Callas? si, ve lo giuro). Tutti ovviamente hanno puntato il dito sul "dimagrimento", a me pare una sciocchezza. Se prendi una sua Aida del '52 e quella in studio del '55 sentirai che è cambiato il modo di cantare in relazione al modo di sentire il personaggio e, persino in disco, la Callas appare "ridotta" (suoni più flebili, rotondi e flautati, abolizione totale della voce di petto - uno dei clichè simbolo della Callas!! - persino acuti stiracchiati). Di contro la tonante Aida del '52 è assai più grossolana nei fraseggi e più aspra nel timbro, se sistemi alcune cose ne perdi delle altre insomma.

Il problema della non obiettività delle recensioni non è una novità, dacchè esiste il disco le star si sono sempre costruite a tavolino, e ovviamente attorno a loro battage pubblicitari, foto, recensioni ad hoc di concerti e dischi, eventi ecc. fa parte del gioco delle "esecuzioni di riferimento" (dal vivo e non) in cui eravamo, siamo e saremo sempre invischiati.

Non nascondo che quando vedo un nome su DG o Decca parto già prevenuto, ieri come oggi, è dagli anni '50 che sono fabbriche di icone, e una volta su due mediamente ci prendono per il c*lo. Una volta che si è creata la suggestione collettiva è fatta, non se ne esce più (ci sono artisti che campano da 50 anni su fama immeritata).

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Visto che hai citato la Bartoli, la buonanima della Cerquetti (sulle cui doti vocali credo nessuno abbia nulla da ridire) diceva "la voce è come una coperta, se la tiri su da un lato rimane scoperta dall'altro". Molto fa l'impostazione della voce e quel che da essa si vuol cavar fuori. La Bartoli ha sempre avuto una tecnica canora formidabile ma molto personale, che evidentemente non ha nel volume il suo punto di forza. Probabilmente per ottenere suoni più corposo dovrebbe cambiare tutto il suo assetto fonatorio, e non sarebbe più la Bartoli (piaccia o no, intendo). Io non ci ho mai visto niente di anomalo.

E' vero ciò che dice dejure sulla netta differenza tra la voce e certi strumenti che di per sé sviluppano un certo volume sonoro. Ma credo che il tuo discorso si attagli in certa misura anche agli archi, perché è evidente che certi violinisti o violoncellisti sono molto più adatti alla musica da camera e altri suonano sempre come se dovessero sopraffare una Panzerdivision di ottoni. E non mi sento di condividere la tesi che sia comunque una carenza di fondo. Semplicemente, non tutti sono bravi in tutto come Oistrakh...

Il problema della non obiettività delle recensioni non è una novità, dacchè esiste il disco le star si sono sempre costruite a tavolino, e ovviamente attorno a loro battage pubblicitari, foto, recensioni ad hoc di concerti e dischi, eventi ecc. fa parte del gioco delle "esecuzioni di riferimento" (dal vivo e non) in cui eravamo, siamo e saremo sempre invischiati.

Da qualche mese la rivista Musica sta portando avanti l'interessante esperimento di affidare lo stesso disco a due recensori diversi e pubblicando in parallelo i loro scritti. Se ne vedono delle belle. Questo mese tocca al disco di Silvia Chiesa con i concerti per violoncello di Casella e Pizzetti. Non ricordo i nomi dei recensori e ora non ho la rivista sotto mano. Tuttavia, per uno è un disco eccezionale (5 stelle) in tutto e per tutto: musiche, solista, direttore, apporto culturale, registrazione; per l'altro è un disco pressoché mediocre (3 stelle per incoraggiamento): musiche di basso profilo e pressoché inutili, strumento inadeguato, violoncellista bravina-ma-può-fare-di-più, direttore scarso, registrazione squilibrata. Sembra che abbiano ascoltato due dischi diversi eppure entrambi ne parlano con ricchezza di argomenti... :ohno01:

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Da qualche mese la rivista Musica sta portando avanti l'interessante esperimento di affidare lo stesso disco a due recensori diversi e pubblicando in parallelo i loro scritti. Se ne vedono delle belle. Questo mese tocca al disco di Silvia Chiesa con i concerti per violoncello di Casella e Pizzetti. Non ricordo i nomi dei recensori e ora non ho la rivista sotto mano. Tuttavia, per uno è un disco eccezionale (5 stelle) in tutto e per tutto: musiche, solista, direttore, apporto culturale, registrazione; per l'altro è un disco pressoché mediocre (3 stelle per incoraggiamento): musiche di basso profilo e pressoché inutili, strumento inadeguato, violoncellista bravina-ma-può-fare-di-più, direttore scarso, registrazione squilibrata. Sembra che abbiano ascoltato due dischi diversi eppure entrambi ne parlano con ricchezza di argomenti... :ohno01:

Evidentemente un recensore era onesto, l'altro ideologizzato. :oneeyed01:

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Come osa parlar male del concerto di Casella? Voglio nome, cognome, indirizzo, codice fiscale e gruppo sanguigno :diablo: !

Il concerto per violoncello di Casella "musica di basso profilo" proprio nun se po' sentì.

Ormai siamo alla critica la-dico-come-me-pare, il soggettivismo estremo, il momento del gusto più epidermico che produce "recensioni".

L'idea della doppia recensione è carina, ma è pure rivelatrice del fatto che siamo al relativismo più disperato.

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Evidentemente un recensore era onesto, l'altro ideologizzato. :oneeyed01:

evidentemente partono da due concezioni di "bello" diverse, hanno diversa preparazione culturale oppure, come dici, uno è il solito ideologizzato coi paraocchi (non mi stupirei). Su alcuni siti di recensioni (che conoscerete bene e "apprezzerete" - si fa per dire) sotto ci sono le "incisioni di riferimento" di chi ha scritto la recensione. Inutile dire che se hai come riferimento l'Haydn di Jochum (per non parlare sempre del Beethoven di Karajan) quello di Kuijken ti farà probabilmente schifo. Per me quella recensione non è sbagliata, è semplicemente inattendibile, chi l'ha scritta - probabilmente - non ha neanche gli strumenti critici per poterne valutare l'oggettiva qualità (magari l'Haydn di Kuijken fa anche schifo, ma lasciamo che lo dica qualcuno che sa di che cosa si sta parlando).

Il mio discorso invece si limitava ad un certo tipo di recensioni, diciamo "disoneste" in partenza, montate ad arte per spingere il tale nome, penso che sia una cosa nata prima con la nascita del "repertorio" e poi con l'industria discografica e dell'immagine in generale, oggi sono semplicemente cambiati modi e mezzi con cui lo si fa; si aggiunga che chi depreca i meccanismi di oggi di solito è perchè è ancorato a quelli di ieri :) Non mi sono mai capacitato della celebrità di alcuni dischi che alle mie orecchie (dischi di interpreti raffrontati anche ad altri di interpreti coevi) mi sono sempre sembrati - quando andava bene - appena sufficienti. Però c'è il nome, l'etichetta, la "storicizzazione" di un pazzo che un giorno si è alzato e ha detto "questo è il riferimento" e da lì altri matti a seguire, l'esposizione mediatica, il fatto che dopo 40 anni ti ritrovi ancora quel cd allegato in edicola (e questo dovrebbe essere sinonimo di qualcosa che "rimane nella storia") ecc. La classe borghese ha bisogno di una calda sicurezza, e di idoli preconfezionati da "consumare" e ammirare senza tanto sforzo. Karajan - tra i personaggi più acuti del secolo passato - ha sfruttato quest'intuizione per trasformarsi da grande direttore (qual'era) a Dio oltre il tempo e lo spazio. Ma, come dicevo, non vedo differenza rispetto a oggi: prima andavano di moda personaggi dall'immagine vagamente fascistoide, costruiti come idoli fascisti (non necessariamente fascisti loro, non è importante, al pubblico non serve saperlo, è sufficiente una sottesa suggestione), poi c'è stato il periodo dei fascisti travestiti da comunisti (come osservava acutamente un mio amico l'altro giorno), i peggiori aggiungo io, oggi va di moda la gnocca, meglio se a piedi scalzi, è lo specchio di come evolve la società consumistica (e quindi anche il concetto di estetica, di etica, di gusto e quindi di "politica", di fighettismo e di "alternativismo", vero o fasullo che sia). Attenzione, il mio non è un discorso politico, se vogliamo è sociologia da scuola elementare.

Ma giusto per non farlo apparire come il solito mio post polemico, è capitato anche a interpreti che amo, come Muti. Per un periodo hanno fatto credere all'opinione pubblica che il maestrissimo fosse una sorta di Re Mida, sembrava l'incarnazione di Toscanini... diciamo che il nostro c'ha marciato alla grande finchè l'aria tirava bene, da un punto in poi "se l'è giocata male" (avrebbe dovuto imparare da altri suoi colleghi più avveduti) e ora brucia all'inferno e dirige pure un'orchestra americana! (che vergogna), è un direttore che - sondaggetto alla mano - non interessa più a nessuno e che, per giunta, ha la gran colpa di aver fatto la figura dello stronzo. Magari riabilitano anche Muti tra 10 anni, chi lo sa, se si ammala (non lo auguriamo) meglio ancora, diventerà un eroe. Perchè la società è pure morbosa. La verità, in termini di qualità artistica, come al solito, è nel mezzo, ma si sa, alcune mode vanno e vengono, altre - forse perchè meglio costruite e radicate, nelle orecchie e nelle ideologie (aridaje) - rimangono, altre ancora - purtroppo, per gli artisti bravi ma sfigati - non decollano. Bisogna sapersi vendere ma, ancor di più, aver dietro qualcuno che, per mestiere, sappia come venderti. Vale per il rock, i gelati, le scarpe, i programmi tv, le showgirl e la musica classica, del resto un prodotto è un prodotto.

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Evidentemente un recensore era onesto, l'altro ideologizzato. :oneeyed01:

Non so se sia davvero una questione di ideologia. A meno che il pregiudizio di Bernardo Pieri (questo il recensore col pollice verso) sia così strutturato e viscerale da fargli buttare insieme all'acqua sporca (Casella, Pizzetti e Respighi) anche il bambino (Silvia Chiesa e Corrado Rovaris). Perché non solo se la prende con le musiche (e qui ci sta, se non gli piacciono non c'è verso, anche se mi chiedo che senso abbia fargli recensire un disco di musiche che odia, come se chiedessero a me di recensire Donizetti...bleah!), ma sembra che a causa delle musiche gli interpreti e anche la registrazione siano diventati come degli appestati.

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Sono un pò perplesso. Mi chiedo: considerato che è l'ascoltatore a scegliere il cd secondo i suoi gusti, e non il recensore, che senso ha giudicare la composizione e l'autore? Io voglio sapere solo se le musiche sono suonate e registrate bene. Delle simpatie o antipatie del recensore non potrebbe importarmi di meno. Certo, meglio che siano dichiarate come in questo caso, altrimenti si casserebbe un cd mascherando i veri motivi...


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Sono un pò perplesso. Mi chiedo: considerato che è l'ascoltatore a scegliere il cd secondo i suoi gusti, e non il recensore, che senso ha giudicare la composizione e l'autore? Io voglio sapere solo se le musiche sono suonate e registrate bene. Delle simpatie o antipatie del recensore non potrebbe importarmi di meno. Certo, meglio che siano dichiarate come in questo caso, altrimenti si casserebbe un cd mascherando i veri motivi...

Sono pienamente d'accordo con te. Però è innegabile che ci sia una ben diversa scuola di pensiero, che vede la recensione di un disco o di un'esibizione dal vivo come occasione per fare un piccolo Bignami dell'opera e del suo autore e, se si tratta di opera lirica, per parlare dell'allestimento e dedica sì e no le ultime due-tre righe a un giudizio sommario sull'interpretazione musicale. Per anni le recensioni di Amadeus, per esempio, erano tutte così e spesso aspetti importanti (come il debutto di un grande interprete con un autore per lui nuovo) erano del tutto omess. Non dissimili, nel tempo, molte recensioni apparse su Musica. In entrambi i casi ci furono polemiche, anche cattive, da parte dei lettori e risposte piccate delle redazioni. Poi ovviamente le cose cambiano se il disco propone l'ennesima Quinta di Beethoven o la prima registrazione assoluta di una sinfonia di Cowell, di cui nessuno sa nulla. Nel caso delle opere per violoncello e orchestra di Pizzetti, Casella e Respighi forse siamo nella seconda ipotesi perchè sono pezzi abbastanza sconosciuti ai più.

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Non so se sia davvero una questione di ideologia. A meno che il pregiudizio di Bernardo Pieri (questo il recensore col pollice verso) sia così strutturato e viscerale da fargli buttare insieme all'acqua sporca (Casella, Pizzetti e Respighi) anche il bambino (Silvia Chiesa e Corrado Rovaris). Perché non solo se la prende con le musiche (e qui ci sta, se non gli piacciono non c'è verso, anche se mi chiedo che senso abbia fargli recensire un disco di musiche che odia, come se chiedessero a me di recensire Donizetti...bleah!), ma sembra che a causa delle musiche gli interpreti e anche la registrazione siano diventati come degli appestati.

Sono un pò perplesso. Mi chiedo: considerato che è l'ascoltatore a scegliere il cd secondo i suoi gusti, e non il recensore, che senso ha giudicare la composizione e l'autore? Io voglio sapere solo se le musiche sono suonate e registrate bene. Delle simpatie o antipatie del recensore non potrebbe importarmi di meno. Certo, meglio che siano dichiarate come in questo caso, altrimenti si casserebbe un cd mascherando i veri motivi...

Sono pienamente d'accordo con te. Però è innegabile che ci sia una ben diversa scuola di pensiero, che vede la recensione di un disco o di un'esibizione dal vivo come occasione per fare un piccolo Bignami dell'opera e del suo autore e, se si tratta di opera lirica, per parlare dell'allestimento e dedica sì e no le ultime due-tre righe a un giudizio sommario sull'interpretazione musicale. Per anni le recensioni di Amadeus, per esempio, erano tutte così e spesso aspetti importanti (come il debutto di un grande interprete con un autore per lui nuovo) erano del tutto omess. Non dissimili, nel tempo, molte recensioni apparse su Musica. In entrambi i casi ci furono polemiche, anche cattive, da parte dei lettori e risposte piccate delle redazioni. Poi ovviamente le cose cambiano se il disco propone l'ennesima Quinta di Beethoven o la prima registrazione assoluta di una sinfonia di Cowell, di cui nessuno sa nulla. Nel caso delle opere per violoncello e orchestra di Pizzetti, Casella e Respighi forse siamo nella seconda ipotesi perchè sono pezzi abbastanza sconosciuti ai più.

L'ideologia può essere sia da una parte ("Sono musiche italiane suonate da italiani, dunque parliamone bene per spirito patriottico") sia dall'altra ("Sono autori compromessi con il regime, dunque vade retro loro e chi li esegue"). Al di là delle battute, concordo anch'io sul fatto che le recensioni non dovrebbero essere espressione del gusto di chi scrive, che come avete detto anche voi, è una cosa che non interessa a nessuno. Mi aspetto che si evidenzi la bontà tecnica dell'esecuzione e si descrivano i parametri dell'interpretazione, con notizie sul contesto in cui i brani videro la luce e una descrizione delle loro coordinate stilistiche, nel caso di pezzi poco noti. Poi, una musica può essere banale, prevedibile, un concentrato infarcita di luoghi comuni e dunque obiettivamente scarsa - a meno che non abbia una qualche finalità dissacratoria o satirica - ma questo non mi sembra il caso dei tre pezzi presentati nel cd in questione, che - come ho anche scritto in forum - a me è parso ottimo, per quel che vale il mio parere...

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Il concerto per violoncello di Casella "musica di basso profilo" proprio nun se po' sentì.

Ormai siamo alla critica la-dico-come-me-pare, il soggettivismo estremo, il momento del gusto più epidermico che produce "recensioni".

L'idea della doppia recensione è carina, ma è pure rivelatrice del fatto che siamo al relativismo più disperato.

che non si sappia in giro: ma lo ha inciso pure un grandissimo violoncellista del novecento come Palm.... -_-

Il movimento centrale del concerto è oggettivamente molto bello, per cui non si capisce cosa ci sia da criticare. Tecnicamente il buon Casella non era l'ultimo arrivato, per cui... boh..... forse il recensore avrà letto troppo le guide all'ascolto di Gentilucci e Manzoni :D

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L'ideologia può essere sia da una parte ("Sono musiche italiane suonate da italiani, dunque parliamone bene per spirito patriottico") sia dall'altra ("Sono autori compromessi con il regime, dunque vade retro loro e chi li esegue"). Al di là delle battute, concordo anch'io sul fatto che le recensioni non dovrebbero essere espressione del gusto di chi scrive, che come avete detto anche voi, è una cosa che non interessa a nessuno. Mi aspetto che si evidenzi la bontà tecnica dell'esecuzione e si descrivano i parametri dell'interpretazione, con notizie sul contesto in cui i brani videro la luce e una descrizione delle loro coordinate stilistiche, nel caso di pezzi poco noti. Poi, una musica può essere banale, prevedibile, un concentrato infarcita di luoghi comuni e dunque obiettivamente scarsa - a meno che non abbia una qualche finalità dissacratoria o satirica - ma questo non mi sembra il caso dei tre pezzi presentati nel cd in questione, che - come ho anche scritto in forum - a me è parso ottimo, per quel che vale il mio parere...

questo pregiudizio è senza dubbio ancora vivo, ma solo presso il pubblico meno smaliziato e pieno di paletti ideologici (oggi francamente ridicoli da parte della critica musicologica più avanzata). Per dire, di recente ho avuto una piccola polemica con un amico proprio in merito al valore della pittura di Mario Sironi. In sostanza, tolte le pregiudiziali ideologiche (Sironi non rinnegò mai la sua adesione al fascismo anche dopo il 1945), gli argomenti per smontarlo erano labili e tutti basati su discutibile gusto personale (la persona non è un pittore). Nella recente mostra romana, inoltre, va notato che alcuni commentatori su alcuni importanti quotidiani hanno criticato gli organizzatori perchè, nei testi di accompagnamento, non si poneva troppo l'accento su questo aspetto del pittore. Insomma, gira e rigira, da noi si giudica sempre l'arte con parametri sbagliati.

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Venerdì sera sono stato ad un altro dei concerti a teatro a Latina.


Purtroppo era basato su arie d'opera (Elisir d'amore, di Bellini hanno fatto Casta diva e altre arie che non so se venissero tutte dalla Norma e poi alcune dalla Carmen) e le relative ouverture, quindi complice la stanchezza mi sono quasi addormentato ad un certo punto :D.


I cantanti erano il tenore Romolo Tisano (insegnante di clarinetto al conservatorio di Latina nonchè fratello del mio maestro di pianoforte) e Stefania Bonfadelli.


Mi son sembrati bravi, soprattutto lei (tra parentesi, gran bella donna!), che tra l'altro sapeva recitare meglio essendo una cantante di teatro professionista e sapeva sfumare di più le dinamiche.



Nota di cronaca: era presente Franca Valeri (che non sapevo neanche fosse ancora viva!) perchè erano 20 anni dalla morte del compagno Maurizio Rinaldi, direttore d'orchestra.


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Ho ascoltato stasera la Filarmonica della Scala suonare l'ouverture del Barbiere di Siviglia, la quarta di Mendelssohn e la quarta di Čaicovskij. Direttore Temirkanov che ha sostituito Chung (hanno anche cambiato il programma, dovevano fare l'ouverture dell'Italiana in Algeri e alla fine la suite dal Romeo e Giulietta di Prokofiev).

Bel concerto, non memorabile, ma bello. L'orchestra mi è sembrata brava, Temirkanov è bravo (e si sapeva già). Mi ha incuriosito il gesto, non lo ricordavo così svolazzante e senza bacchetta.

Il meglio come resa secondo me è stato Čaicovskij (con buona pace di Kovskij e della sua incredulità verso la predisposizione dei direttori a dirigere la musica dei loro connazionali :lol:).

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  • 2 weeks later...

Bene, ecco la recensione del concerto ascoltato nella sala grande del Musikverein B).



I pezzi in programma erano il preludio di Capriccio di Strauss, i 7 lieder giovanili di Berg e la prima di Mahler. Orchestra Tonkünstler-Orchester Niederösterreich, direttore Patrick Lange, soprano Malin Hartelius.



La prima metà del concerto è stata bella, anche se sono pezzi che conosco meno. Avevo anche dimenticato di stampare i testi dei lieder, pazienza.


Il pezzo forte era la prima di Mahler, che aspettavo con ansia. Beh, bella esecuzione. Cambi di tempo un po' bruschi per i miei gusti, però fraseggio rifinito nei momenti più lirici ed energia nei momenti più caciaroni.


Quando poi nel finale i cornisti si sono alzati in piedi (non potevo desiderare altro!) ero in estasi mistica :D. Il concerto più emozionante a cui abbia mai assistito, una potenza sonora ci ha investito in maniera veramente spettacolare (eravamo in 4.a fila B)). Rispetto all'acustica del Parco della musica c'è poco da fare, qui c'era molta più potenza e pienezza. (e una volta ho assistito in platea ad un concerto vicino all'orchestra, Krivine con l'orchestra del Lussemburgo dirigeva Egmont, 4° concerto con Buchbinder e Pastorale). Il bello è quando l'orchestra tace dopo un tutti fortissimo, senti il suono svanire in maniera corretta, senza essere secco o troppo riverberante.


Insomma, una vera goduria B)!



P.S.: E la cosa più bella era la faccia di mia moglie, dopo il primo movimento e soprattutto dopo il finale di Mahler, come per dire "Eh la Madonna!". Poi mi ha dato soddisfazione che ha apprezzato anche Berg (non tanto per l'armonia, che son tranquilli, quanto per il genere, visto che dei lieder senza testo possono annoiare un non appassionato).


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Ieri ho ascoltato Pappano dirigere la prima assoluta di un pezzo di Sciarrino (La nuova Euridice di Rilke) e il Magnificat di Bach.



Il pezzo di Sciarrino all'inizio mi stava piacendo e timbricamente è anche interessante (per i miei gusti sono troppi i momenti in cui i suonatori di legni soffiano con forza nei loro strumenti, senza farli suonare canonicamente). Mi è piaciuto di più l'uso di archi, percussioni e ottoni (questi ultimi mi son sembrati i più "tradizionali" come timbro). Alla lunga però mi ha un po' annoiato, era praticamente un lungo recitativo per soprano e piccola orchestra (solista Barbara Hannigan).



Il Magnificat di Bach è bello e si sa, l'esecuzione di Pappano mi è sembrata buona. Magari un po' più di energia l'avrei preferita, ma va bene anche così. Di certo meglio che quando si dedica al repertorio romantico o tardo-romantico.



La critica che faccio è che sono d'accordo con l'inserire pezzi moderni insieme a classici del repertorio, così da far sentire qualcosa di nuovo al grande pubblico, però non è possibile fare una stagione dove si salta da Beethoven-Berlioz-Brahms-Schumann-Mahler a Sciarrino. Non sarebbe meglio passare per Webern almeno e stabilizzarlo nel repertorio usuale o quasi?


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Mini-recensione di "Eclosure 2" di Harry Partch. Questi pensieri, confusionari certo, li ho pubblicati sul mio RateYourMusic.

Difficile parlare di Harry Partch che, rimane ad oggi, uno dei compositori più affascinati del secolo passato. Probabilmente perché la sua musica non è solo “musica” come la intendiamo noi comunemente, quanto una vera e propria ricerca interiore. Per quanto questa frase possa sembrare retorica, rapportata al compositore di Oakland perde ogni senso del banale. La musica di Partch è semplicemente un dispositivo di registrazione del lascito della sua comparsa su questo mondo. Ad Harry non interessava fare la “musica” come gli altri, usando linguaggi e tecniche che non considerava sue. La musica di Partch, intima e commovente, trascende quindi la concezione stesso di “funzionalità” musicale, annullando quindi il rapporto con il pubblico, per concentrarsi sulla persona, sull’individuo ed il suo spirito. Cercare eseguita musica di Partch è impossibile. Gli strumenti da lui costruiti e le sue tecniche appartengono solo a lui, e, romanticamente, sono morti con lui. Quasi come un funerale degli antichi, in cui accanto alla salma si mettevano gli oggetti cari. Ovvio che, per anni, per lui è stato l’oblio più totale. Solo di recente qualche folle, affascinato anche dall’utopia del mondo partchiano, ha deciso di riportare in vita i brani e gli strumenti del compositore. Ed è da queste recentissime operazioni che la musica di Partch si è espansa, ed ha interessato molti personaggi musicali all’antitesi (cos’hanno da spartire un Salvatore Sciarrino ed un Tom Waits se non l’amore per questo compositore?).

Difficile parlare della musica, in sé, di Harry Partch. Chi ha avuto mai il coraggio di avventurarsi nel mondo di “Genesis of Music”, uno dei due libri più famosi e complessi di Partch. In lui si deve abbandonare qualsiasi voglia di fare analisi formale e strutturale come faremmo per un pezzo Carter. In lui si deve abbandonare anche qualsiasi voglia di fare paragoni con altri suoi colleghi, tipo un Lou Harrison o un Colin McPhee. In lui si deve, in altre parole, abbandonare qualsiasi voglia di trovare collegamenti tra la sua musica e quella che oggi noi ascoltiamo. Infatti, sebbene sia nel suo divenire commovente e romanticamente rivoluzionaria, a noi risulta indigesta l’esattezza della sua musica. Perfetta, e quindi di per sé dissonante, ed a sua volta sfuggente ed inquieta.

Ancora più difficile è parlare di questo “Enclosure 2”. Perché, in questo disco, non c’è musica (o, almeno, non solo). “Enclosure 2” è, per la maggior parte dei suoi minuti, un diario artistico ed umano dell’autore. La maggior parte delle tracce che compongono questa preziosa raccolta sono dei brevi aforismi di lui che parla, delira sulla vita e ci porta esempi concreti della sua musica. Non è un mistero che il giovane Harry Partch ha vissuto una vita borderline. Nell’epoca della grande depressione, il giovane Partch ha deciso di diventare un vagabondo e di vivere la vita, quella vera, di strada. Senza un soldo e senza sapere niente di musica, ha intrapreso la vita del “romanzo” e dell’ “epica” tipicamente americana, alla ricerca di una frontiera che non aveva altro scopo se non quello di “cercare” e “scoprire” la spiritualità archetipica dell’uomo “in arte”. Una vocazione, quindi. Ma di quelle tipiche solo degli outsider, quando essere outsider non era ancora diventato una moda. Quando significa consacrare la propria indole artistica, all’infuori dei circoli della gente che “sa” e delle masse. Perché l’ascolto e la creazione di musica, per Partch, era una questione personale. E questa scellerata vita, da eroe, lo ha portato all’irrilevanza. Oggi staremmo qui sicuramente a parlare dei soliti nomi, se questa esperienza musicale non fosse mai avvenuta e testimoniata. Ma è proprio qui il fascino dell’arte part chiana. “Enclosure 2” non è quindi più solo musica. E’ letteratura senza testo ed è cinema senza immagine in movimento. E’ semplicemente un resoconto di una vita. La cosa più preziosa.

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Sono appena tornato da uno dei concerti a teatro qui a Latina. Forse è stato finora il concerto più soddisfacente per qualità complessiva dell'esecuzione.



Il programma prevedeva il Te Deum K.141 (non conoscevo) e il concerto per flauto K.314 di Mozart e il Gloria RV 589 di Vivaldi. I solisti erano tutti giovani studenti del conservatorio di Latina selezionati per l'occasione.


Che il concerto per solista fosse quello per flauto l'ho scoperto oggi, dato che sui volantini con il programma della stagione era segnalato un generico concerto per solista e orchestra, evidentemente dovendo decidere chi far suonare. Io speravo ovviamente in un concerto per pianoforte, però anche così è andata bene e spiego sotto perchè.



Il Te Deum è un pezzo breve e ben scritto. Nulla di sbalorditivo, ma si fa ascoltare volentieri.



Nel concerto per flauto la nota più lieta è stata il solista, Riccardo Cellacchi, un ragazzino che avrà avuto 14 anni. Bravo sia tecnicamente che, cosa che mi ha fatto molto piacere, come interprete. Non suonava a macchinetta, era molto naturale. Inoltre nel bis, ovvero la badinerie di Bach, ha anche aggiunto degli abbellimenti di gusto nel primo ritornello.


Le uniche pecche sono forse una leggera debolezza di suono nel forte (con l'orchestra piena sotto non si sentiva moltissimo, ma nulla di drammatico) e poi una caratteristica che mi disturba un po' e che non so bene quanto sia migliorabile (i flautisti del forum me lo sapranno dire certamente) dato che l'ho riscontrato varie volte anche in altri solisti: è possibile suonare senza far sentire o quasi il soffio che esce dallo strumento? Potrebbe essere che nei cd di Vivaldi suonato da Gazzelloni, essendo in studio, sono riusciti ad eliminarlo o era lui che era un fuoriclasse?


Comunque, a parte questi difettucci (sempre che il secondo lo sia), veramente bravo!



Infine il Gloria di Vivaldi che conosco e mi piace molto. Le cantanti mi son sembrate brave.



Mi è piaciuto molto il direttore, Mauro Bacherini, sicuramente il migliore tra quelli che sono apparsi in questi concerti. L'orchestra mi è sembrato abbia suonato meglio del solito (giusto un pelino indecisa la tromba nei suoi brevissimi interventi nell'introduzione e nel finale del Gloria), con più bilanciamento (stavolta i violoncelli si sentivano bene) e i tempi mi son sembrati sempre adeguati.


Il coro anche è stato bravo, peccato che quando cantavano all'unisono, le voci femminili coprissero quasi del tutto le maschili. Lì forse si poteva fare qualcosa (non so quanto aiuti l'acustica del teatro però).



In conclusione ribadisco, miglior concerto tra quelli sentiti finora.


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Ieri sera ho ascoltato al conservatorio di Latina un concerto con musiche per clarinetto e pianoforte di Schumann (romanze op.94 e pezzi fantastici op.73) e Brahms (sonata n.°1). Suonavano due degli insegnanti del conservatorio.



Bel concerto, soprattutto la sonata di Brahms è magnifica. Però il clarinettista sembrava avere grossi problemi con lo strumento (armeggiava appena poteva con l'ancia e quando suonava forte veniva più il rumore del soffio che il suono).


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Ho appena finito di ascoltare Temirkanov dirigere al Parco della musica la 94.a di Haydn, il 1.o concerto per pianoforte di Shostakovich (con la Argerich) e l'8.a di Dvořák.

Haydn è stato molto ben suonato. L'interpretazione non era originalissima nè aveva la freschezza delle famose registrazionidi Bernstein con la NYP, però va bene così. Per la cronaca, gli archi erano abbastanza numerosi.

Shosta è andato benissimo, con un'Argerich in grande spolvero, specie nel finale. È stata carina anche la scenetta con Temirkanov, quando il piano suona un accordone dissonante a interrompere la tromba che suona un temino innocente (Temirkanov si è girato verso lei allargando le braccia come a dire "Esagerata!" :D). Nella conclusione mi è piaciuta la fantasia nel fraseggio della Argerich (anche meglio della registrazione dello stesso Shosta, che comunque apprezzo molto).

Come bis hanno rifatto il finale (scenetta inclusa, anche se secondo me sarebbe stato più divertente se stavolta avesse fatto l'accordo pianissimo :D), forse perché le sembrava brutto per il trombettista fare un bis da sola (così ho interpretato i gesti che faceva a Temirkanov).

Dvořák ottimo, si vedeva che Temirkanov era proprio a suo agio. Mi è piaciuto molto anche il bilanciamento dell'orchestra, specie gli ottoni, mai troppo forti (tranne una volta nel primo movimento) né troppo deboli. In Haydn anche mi era piaciuto come le trombe battevano il tempo con i timpani (mi dà fastidio quando si sentono troppo in quel caso).

A voler fare le pulci, Temirkanov ha esagerato un po' nel rallentare la frase all'inizio del trio del minuetto di Haydn e soprattutto all'inizio dello scherzo di Dvořák.

In definitiva ottimo concerto, sono molto soddisfatto B).

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