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Cosa state ascoltando ? Anno 2024


Madiel

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Ghiselin Danckerts (1510 - 1567), Missa "De Beata Vergine" (ensemble Cantar Lontano diretto da Marco Mencoboni).

Lavoro molto interessante, perché vengono composte per esteso anche le parte del Proprium in uno stile che però è quello improvvisato "a libro", od "alla mente". Da notarsi come all'epoca a San Pietro cantasse un vero e proprio "dream-team" formato, oltre che dallo stesso Danckerts (uno dei molti fiamminghi "trapiantati" in Italia), da Costanzo Festa, Cristobal de Morales e Vincente Lusitano: logico che l'improvvisazione toccasse livelli spettacolari :o :o .

A quanti debba controdediche.

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On 16/1/2024 at 21:10, Majaniello dice:

Si parla tanto di questa pianista nell'altro thread, provo però ad ascoltarla alle prese con un altro polacco. Primo ascolto per me:

 

Buona edizione, ma preferisco quella con Ewa Poblocka (la incise due volte anche con l'autore).

---

 

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18 ore fa, Madiel dice:

Buona edizione, ma preferisco quella con Ewa Poblocka (la incise due volte anche con l'autore).

Poi me l'ascolto... quest'autore per me è un enigma! ha un modo di comporre abbastanza unico, a volte mi lascia interdetto per una certa ripetitività delle figure e per un obiettivo espressivo che non mi è immediatamente chiaro, classico autore che genera in me un'iniziale diffidenza. Mi ha fatto cambiare idea Autumn music, che per me è stupenda. Questo concerto mi è piaciuto, dal drammatico primo movimento (con quelle scale che sembrano prese dal Don Giovanni di Mozart) all'ultimo che alterna neoclassicismo bello peso (e un po' swingante) a parentesi esoteriche, ma forse quello che mi ha colpito di più è il movimento centrale, e non l'avrei detto perchè è un genere di musica, quella della "laconica immobilità", che amo solo in determinate condizioni. E' spirituale ma evita il romanticismo, usa poche note ma non è estremo come altri autori, tutto sommato è melodico... insomma penso sia questo.  

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Spesso autore di musica accademica e intrisa di una punta di sciovinismo (per non dire noisetta anzichenò), Adam qui sforna il suo capolavoro ballettistico. E non è solo questione di importanza storica, ma di vero valore. I balletti di Tchaikovsky non esisterebbero senza Adam (e Delibes), e in più di un caso la bellezza che fa male, la grazia che stilla malinconia, la frivolezza che nasconde il pianto vi sono anticipati a piene mani. Un miracolo di equilibrio, buon gusto, vivacità e dolcezza è poi la concertazione calibratissima di un MTT che non ti aspetti in questo repertorio, davvero eccellente la LSO, e compresa la registrazione audio limpida e naturale (meriterebbe dei cofanetti antologici dedicati, il direttore americano, anche per il periodo giovanile DG e quello RCA).

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18 ore fa, il viandante del sud dice:

Grazie ricambio con:

Thompson

Symphony No. 2

New York Philharmonic

Leonard Bernstein

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Simpatica, gradevole, facezia americana, molto divertente lo Scherzo jazzistico, sembra quasi Dave Brubeck. E' un pezzo che Bernstein diresse nel suo primo concerto pubblico a Tanglewood all'età di 20 anni (non proprio un pezzo semplicissimo per un giovane, seppur non complesso). Lo ripropose a fine anni '60 come omaggio al compositore, che fu suo maestro di orchestrazione al Curtis Institute di Philadelphia. Recentemente, la Naxos ne ha incisa un'altra edizione con un'orchestra giovanile (esiste anche la versione Koch di Andrew Schenk con orchestra neozelandese e addirittura una di Jarvi padre a Detroit per Chandos, forse troppe🙃)

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18 ore fa, il viandante del sud dice:

Il concerto è molto bello e un classico della musica americana, ma troppo intellettuale per i ragazzini in sala. Giustamente, nella maggior parte si sono annoiati :cat_lol: Uno stava pure dormendo! :cat_lol:

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5 ore fa, Ives dice:

Grazie ricambio con:

Thompson

Symphony No. 2

New York Philharmonic

Leonard Bernstein

815jylv5BnL._SY355_.jpg

Simpatica, gradevole, facezia americana, molto divertente lo Scherzo jazzistico, sembra quasi Dave Brubeck. E' un pezzo che Bernstein diresse nel suo primo concerto pubblico a Tanglewood all'età di 20 anni (non proprio un pezzo semplicissimo per un giovane, seppur non complesso). Lo ripropose a fine anni '60 come omaggio al compositore, che fu suo maestro di orchestrazione al Curtis Institute di Philadelphia. Recentemente, la Naxos ne ha incisa un'altra edizione con un'orchestra giovanile (esiste anche la versione Koch di Andrew Schenk con orchestra neozelandese e addirittura una di Jarvi padre a Detroit per Chandos, forse troppe🙃)

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Grazie, ma non conosco il compositore in questione. 

 

5 ore fa, Madiel dice:

Il concerto è molto bello e un classico della musica americana, ma troppo intellettuale per i ragazzini in sala. Giustamente, nella maggior parte si sono annoiati :cat_lol: Uno stava pure dormendo! :cat_lol:

Peccato però, coloro che si sono addormentati hanno perso un'occasione unica, ascoltare il pezzo di un compositore eseguito dal compositore stesso, cos'avrei dato per una cosa del genere...

 

@giobar; @Pollini@superburp; @Vigione

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Stasera mi son perso il biglietto per l'"Otello" di Verdi (stupidissimo me, non m'ero informato della programmazione del Teatro...). Anche se non è la stessa cosa, me lo ascolto su YouTube:

A quanti debba controdediche.

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Perfetta sintesi dello stile coerente e personale di DM. Ricca d'invenzione e brio la performance del clarinettista Fessard, capace di sonorità agili, morbide e virtuosistiche. Un bel disco Naxos, gradevolissimo.

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20 ore fa, giobar dice:

Igor STRAVINSKY
Sinfonia di salmi

Chor und Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks
Mariss Jansons

giobar com'è questa?

°°°

@Ives l'ha definita di recente "un capolavoro" e questa cosa mi ha colpito... io la ricordo di gran lunga inferiore alle opere con Da Ponte ma... devo ammettere che era molti anni fa, per giunta in un'epoca prefilologica (credo già ci fosse l'edizione Hogwood, ma ero io a non essere ancora hip :D ), insomma non è escluso che cambi idea. L'amico nonricordochi però ha ragione, troppi recitativi, e il problema non è che non sono tutti di Mozart (alla fine i recitativi secchi usavano sempre le stesse formule, non avrebbe fatto molta differenza se lo fossero stati), è proprio che la parte musicale è esigua, su due ore di opera (tra l'altro è una delle più brevi di Mozart, tra le principali), tolti cori e marcette i numeri cantati forse non arrivano ad una, e questo si ripercuote sull'equilibrio complessivo. Immagino che ciò sia legato alle circostanze note a tutti in cui l'opera è nata, e alla necessità dell'autore di delegare il più possibile il lavoro.

Volevo lanciarmi direttamente in un video, però ho curiosità di sentire Jacobs che combina, perchè credo sia un titolo molto adatto a lui. L'opera, di soggetto metastasiano e di impostazione retrò, può effettivamente acquistare un senso in un'ottica "neobarocca", tutti quei recitativi poi hanno bisogno di essere valorizzati, e la fissa di Jacobs di applicare il "recitar cantando" alla musica settecentesca torna assai utile. Per la cronaca, io ero uno di quelli entusiasti delle sue Nozze ma non tanto persuasi dal suo Don Giovanni, come se Jacobs non riuscisse ad afferrare certe ambiguità di quella partitura, certe torbide premonizioni ottocentesche. E proprio in anni recenti noto che lo stesso ha raccolto giudizi molto contrastanti circa le sue incursioni nel repertorio pre-romantico (Missa Solemnis, Weber, Schubert) dimostrando quanto sia distante per sensibilità (e quindi pure per tecnica) da quella linea di confine. Bando alle ciance:

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Il "disco russo" dell'ensemble Anima Eterna e di Immerseel: Rimskij-Korsakov, "Sheherazade" e "La grande Pasqua russa" e Borodin, "Danze polovesiane" e "Nelle steppe dell'Asia centrale".

Repertorio banalissimo, lo so, ma ho bisogno di ripassare un po' di dischi adesso che ho il lettore :D :D .

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53 minuti fa, Pollini dice:

Il "disco russo" dell'ensemble Anima Eterna e di Immerseel: Rimskij-Korsakov, "Sheherazade" e "La grande Pasqua russa" e Borodin, "Danze polovesiane" e "Nelle steppe dell'Asia centrale".

Repertorio banalissimo, lo so, ma ho bisogno di ripassare un po' di dischi adesso che ho il lettore :D :D .

Perché banalissimo? Sono brani arcinoti, è vero, ma comunque godibilissimi! O vogliamo fare i preziosi (con il mignolo alzato)? :D

A volte mi viene in mente un pensiero di Glenn Gould (quello vero) che diceva che negli anni 40 e 50 facevano tutti i  dodecafonisti (e serialisti) duri e puri e poi si andavano ad ascoltare di nascosto Heldenleben di Strauss! 

Buon ascolto, dotto'!

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20 ore fa, Majaniello dice:

 

@Ives l'ha definita di recente "un capolavoro" e questa cosa mi ha colpito... io la ricordo di gran lunga inferiore alle opere con Da Ponte ma...

Si, ma aggiunsi se non erro "non immediato" rispetto al Trittico dapontiano. Aggiungiamoci altresi che i direttori del passato (diciamo almeno fino agli anni '90, cioè alle edizioni di Gardiner e Hogwood) l'hanno frequentata poco e male, restituendo a intermittenza solo gli aspetti pacati, monumentali, seri, marmorei del lavoro (forse il migliore era Kertesz con otime voci, peraltro). E poi si diceva sempre che il libretto era brutto e che teatralmente non funzionava granché (una sorta di ibrido dell'ultimo periodo). Anche io avevo tali stereotipi in testa e abbandonai quasi subito l'ascolto. Ma dopo averla vista due volte in teatro (con Bolton e il compianto Jeffrey Tate) e ascoltata nell'edizione-capolavoro di Jacobs, ho rivisto il mio giudizio, partendo proprio dai lunghi recitativi resi mobilissimi e vero e proprio motore dell'azione scenica, e finalmente "recitati" (con vere e proprie improvvisazioni, arpeggi, transizioni...) in corrispondenza del testo e della scena che seguirà. Parte tutto da li perchè le arie dei personaggi femminili sono tutte di altissima qualità drammatica e freschezza musicale (forse il livello si abbassa un pò nelle arie del protagonista). Poi la concertazione di Jacobs è stupendamente ricca di colori, dinamicità, trasparenza; cast più che buono, molti hanno criticato Padmore per il timbro chiaro e esile, ma non fa eccessivi danni, essendo un buon cantante.

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4 ore fa, Ives dice:

Si, ma aggiunsi se non erro "non immediato" rispetto al Trittico dapontiano. Aggiungiamoci altresi che i direttori del passato (diciamo almeno fino agli anni '90, cioè alle edizioni di Gardiner e Hogwood) l'hanno frequentata poco e male, restituendo a intermittenza solo gli aspetti pacati, monumentali, seri, marmorei del lavoro (forse il migliore era Kertesz con otime voci, peraltro). E poi si diceva sempre che il libretto era brutto e che teatralmente non funzionava granché (una sorta di ibrido dell'ultimo periodo). Anche io avevo tali stereotipi in testa e abbandonai quasi subito l'ascolto. Ma dopo averla vista due volte in teatro (con Bolton e il compianto Jeffrey Tate) e ascoltata nell'edizione-capolavoro di Jacobs, ho rivisto il mio giudizio, partendo proprio dai lunghi recitativi resi mobilissimi e vero e proprio motore dell'azione scenica, e finalmente "recitati" (con vere e proprie improvvisazioni, arpeggi, transizioni...) in corrispondenza del testo e della scena che seguirà. Parte tutto da li perchè le arie dei personaggi femminili sono tutte di altissima qualità drammatica e freschezza musicale (forse il livello si abbassa un pò nelle arie del protagonista). Poi la concertazione di Jacobs è stupendamente ricca di colori, dinamicità, trasparenza; cast più che buono, molti hanno criticato Padmore per il timbro chiaro e esile, ma non fa eccessivi danni, essendo un buon cantante.

Questa è stata la mia prima e unica edizione della Clemenza, ascoltata da ragazzo con molto timore perché ero a conoscenza dell'aura negativa che circondava quest'opera ("una porcheria tedesca") e perché ero praticamente assuefatto dalla trilogia (in quegli stessi anni, facevo le medie, avevo anche letto tutto il libro autobiografico di Da Ponte). La Clemenza è un'opera che potrebbe apparire un passo indietro rispetto alle altre e forse in alcuni aspetti lo è, ma musicalmente non ha nulla da invidiare alle altre opere di Mozart. Tra l'altro, non so se sia voluta, se sia stata una mia sensazione o se è "colpa" del Tito di Kertesz, ma mi pare che il finale dell'opera non sia affatto un finale positivo: Tito sembra essere clemente suo malgrado tanto che la prima volta che l'ascoltai rimasi con l'amaro in bocca. Questo in un certo senso sembrerebbe essere il distacco con l'opera seria standard dove la virtù trionfava e l'eroe - insomma un po' stilizzato - veniva incensato. Nella Clemenza tutti festeggiano Tito perché ha fatto grazia a tutti, ma lui non sembra così soddisfatto, anzi!

Poi il fatto che noi ascoltiamo tutti che pregando gli dei chiedano di vegliare sui suoi giorni e lui contrappunti con un "troncate, troncate i giorni miei" sapendo che l'imperatore Tito durò poco, mi sembra uno sberleffo mica da poco. 

Devo assolutamente prendere l'edizione di Jacobs perché mi è piaciuto da morire nella trilogia (o trittico che dir si voglia). Al contrario, non credo che ascolterò il Flauto magico, opera che sostanzialmente non amo

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37 minuti fa, glenngould dice:

Devo assolutamente prendere l'edizione di Jacobs perché mi è piaciuto da morire nella trilogia (o trittico che dir si voglia). Al contrario, non credo che ascolterò il Flauto magico, opera che sostanzialmente non amo

Isotta (provocatoriamente?) lo gettava tutto via per il solo Finale atto I della Clemenza, con l'incendio del Campidoglio e il coro fuori scena, da brividi...non sarei cosi drastico, però neanche io l'ho mai digerito più di tanto, quasi ascoltato sempre per dovere culturale che vero gusto musicale. Sempre preferito il Mozart italiano, e ci metto pure Idomeneo 😯 

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On 21/1/2024 at 10:46, Ives dice:

Aggiungiamoci altresi che i direttori del passato (diciamo almeno fino agli anni '90, cioè alle edizioni di Gardiner e Hogwood) l'hanno frequentata poco e male, restituendo a intermittenza solo gli aspetti pacati, monumentali, seri, marmorei del lavoro

Io avevo l'edizione Muti, pensa te... :cat_lol:

On 21/1/2024 at 10:46, Ives dice:

E poi si diceva sempre che il libretto era brutto e che teatralmente non funzionava granché

Beh magnifico di certo non è, già il fatto che sia un adattamento di un libretto originale vecchio di mezzo secolo, epurato e rimanipolato per renderlo attuale, porta a degli scompensi, anche di natura linguistica (si alternano versi ampollosi ad altri fin troppo lineari) oltre che drammaturgica, poi ci si mette anche Mozart. Per come la vedo io, si sente che questo è un autore votato alla commedia che si cimenta con l'opera seria, similmente - coi dovuti distinguo stilistici - al Cimarosa degli Orazi e Curiazi. In particolare i numeri d'insieme sembrano ancora troppo legati al mondo dall'opera buffa. Il vantaggio di Mozart è che nelle arie ha sempre avuto una vena patetica/sentimentale molto spontanea, che nelle sue opere giocose alternava sapientemente a quella piccante e divertente; ecco la Clemenza punta quasi tutto sulla prima, per questo il risultato complessivo suona "lento" ed "autunnale", seppur di alto magistero compositivo.

On 21/1/2024 at 10:46, Ives dice:

Parte tutto da li perchè le arie dei personaggi femminili sono tutte di altissima qualità drammatica e freschezza musicale (forse il livello si abbassa un pò nelle arie del protagonista).

Verissimo, le arie sono quasi tutte stupende sia dal punto di vista melodico che nell'arrangiamento, molto economico e al tempo stesso caratterizzato, come si usava nelle opere italiane del primissimo '700. Peraltro noto solo oggi come l'opera sposi quell'estetica di "nuova semplicità" che Mozart aveva abbracciato proprio in alcune opere di quell'anno, e penso ai suoi ultimi concerti in particolare, credo che con la maturità fosse arrivata per lui la fase del distacco dalle mode e dell'isolamento artistico, anche perchè di fatto era già fuori moda (e con grosse difficoltà a trovare commissioni). Probabilmente c'è anche un immalinconimento personale dell'uomo che si riflette nella musica di quel 1791. 

20 ore fa, Ives dice:

Isotta (provocatoriamente?) lo gettava tutto via per il solo Finale atto I della Clemenza, con l'incendio del Campidoglio e il coro fuori scena, da brividi...

Da ragazzo ho studiato un po' di sonate di Mozart, nella revisione di Casella. Ricordo le lodi sperticate di Casella all'incompiuta fantasia k 396, considerata l'esito più ardito del Mozart pianistico... è bizzarro, perchè quello è l'unico brano in cui Mozart si ispira palesemente al rivale Clementi! :D E qui accade un po' lo stesso, di un'opera di 2 ore e un quarto leggo sempre del "grandioso finale del primo atto", che sono gli unici 10 minuti dell'opera in cui Mozart guarda a Salieri! non al Salieri viennese, ma proprio a quello parigino. E fa così effetto perchè, con un linguaggio mozartiano, l'autore sposa per un attimo la modernità, espressione delle prime pulsioni rivoluzionarie e, qualcuno dice, preromantiche (non dimentichiamoci che il 1791, per la storia della musica, non è l'anno di Clemenza quanto l'anno della Lodoiska di Cherubini, che furoreggiò nell'inquieta Parigi). Poi si torna al passatismo all'italiana dei recitativi (secchi e accompagnati), dei numeri chiusi ecc, con una strana e "polistilistica" alternanza tra arie col daccapo vecchio stile, arie bipartite e pure qualche reminiscenza handeliana (ma anche questa è una caratteristica dell'ultimo Mozart). 

21 ore fa, glenngould dice:

Tra l'altro, non so se sia voluta, se sia stata una mia sensazione o se è "colpa" del Tito di Kertesz, ma mi pare che il finale dell'opera non sia affatto un finale positivo: Tito sembra essere clemente suo malgrado tanto che la prima volta che l'ascoltai rimasi con l'amaro in bocca. Questo in un certo senso sembrerebbe essere il distacco con l'opera seria standard dove la virtù trionfava e l'eroe - insomma un po' stilizzato - veniva incensato. Nella Clemenza tutti festeggiano Tito perché ha fatto grazia a tutti, ma lui non sembra così soddisfatto, anzi!

Poi il fatto che noi ascoltiamo tutti che pregando gli dei chiedano di vegliare sui suoi giorni e lui contrappunti con un "troncate, troncate i giorni miei" sapendo che l'imperatore Tito durò poco, mi sembra uno sberleffo mica da poco. 

Appunto, nel 1791 era assai anacronistica un'opera metastasiana dura e pura, il mondo era cambiato. Il libretto, oltre ad accogliere duetti e terzetti, è modificato soprattutto nelle sue implicazioni filosofiche. Quella tendenza all'indottrinamento tipica dell'opera del primo settecento scompare, ma è soprattutto il punto di vista di Mozart ad essere quello di una generazione avanti, come avrebbe mai potuto sostenere le ragioni del dispotismo illuminato, lui che è stato il primo a guardare alla borghesia con simpatia? E' come se l'autore ci dicesse: "state attenti al trucco". E lo fa con i suoi strumenti, umanizzando la figura di Tito, che dall'inizio dell'opera fino alla fine appare come un personaggio indeciso e tormentato, tra esigenze morali legate alla sfera pubblica ed emozioni viscerali connesse a quella privata. Sottolineare quanto sia un atto forzato ed innaturale l'esser clemente per Tito implica che dietro vi siano delle ragioni di opportunità. Del resto l'altro aspetto approfondito è la solitudine del "Cesare", praticamente tradito da tutti, la clemenza è forse l'antidoto a questo isolamento, il tentativo di contrastare l'inevitabile fine di un'epoca. Se l'opera ha un limite musicale è quello di sviluppare poco questo tormento in termini di mondo sonoro, alla fine dei conti è l'istintiva e nevrotica Vitellia il personaggio che emerge meglio tratteggiato.  

 

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