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Cosa state ascoltando ? Anno 2023


Madiel

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On 6/11/2023 at 12:37, Majaniello dice:

La Tosca di De Sabata è una registrazione che è diventata storica già quando è uscita! 

Per Fanciulla c'è questa:

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Presa! E se non è bella, vengo a menarti sotto casa! :cat_lol:

---------

Karamanov: Sinfonia n.20 (!) "Beati i morti" 

URSS Radio SO, Fedoseyev

L'inizio è promettente, anche se sul momento lo stile mi pare troppo post romantico strappalacrime :cat_sad: 

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4 minuti fa, Madiel dice:

Presa! E se non è bella, vengo a menarti sotto casa! :cat_lol:

Beh proprio di questa, in studio, non ci sono alternative! Ma del resto, per suggerire io DG devo essere proprio costretto :cat_lol: 

La scelta è tra Mehta, Slatkin (con la Marton), e un paio di incisioni anni '50 (peraltro poco convincenti). La Fanciulla perfetta è quella Steber-Del Monaco-Mitropoulos, ma bisogna soprassedere sulla qualità audio.

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24 minuti fa, Majaniello dice:

Beh proprio di questa, in studio, non ci sono alternative! Ma del resto, per suggerire io DG devo essere proprio costretto :cat_lol: 

La scelta è tra Mehta, Slatkin (con la Marton), e un paio di incisioni anni '50 (peraltro poco convincenti). La Fanciulla perfetta è quella Steber-Del Monaco-Mitropoulos, ma bisogna soprassedere sulla qualità audio.

Vero, non c'è alternativa in CD in studio. Quelle storiche si sentono male o hanno cast deficitari, Slatkin è ottimale in video (in disco il periclitante O'Neill neanche è paragonabile a Domingo e la Daniels è più appropriata della Marton). Mitropoulos sarebbe l'ottimo. E' un'opera sostanzialmente sfigata. Sicuramente Madiel sarà colpito dalla modernità della "partita a poker" (parente stretta dello sprechgesang) e anche la scena della tempesta di neve è cromaticamente geniale. Mehta è molto bravo, la Neblett si disimpegna con certo mestiere, il resto va più che bene e l'incisione è buona.

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19 minuti fa, Ives dice:

Sicuramente Madiel sarà colpito dalla modernità della "partita a poker" (parente stretta dello sprechgesang) e anche la scena della tempesta di neve è cromaticamente geniale.

Ho già letto qualcosa in merito, ma non ho ancora ascoltato niente, prima mi studio per bene l'opera. Dopo la Butterfly, noto che nella produzione pucciniana sta prendendo corpo l'idea dell'eroina emancipata, sfigata sì ma che decide il suo destino (o almeno ci prova). Questa liberazione della donna va di pari passi con l'aggiornamento lessicale, più le protagoniste sono inquiete, più la musica ha una vocalità tormentata, espressionista, unita a una orchestrazione sempre più cesellata, caleidoscopica, tonalmente ambigua e citazionista. Puccini sembra accogliere, come Mahler, ciò che produce l'ambiente e lo piega ai suoi desiderata. Una mentalità novecentesca!

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1 ora fa, Madiel dice:

Karamanov: Sinfonia n.20 (!) "Beati i morti" 

URSS Radio SO, Fedoseyev

L'inizio è promettente, anche se sul momento lo stile mi pare troppo post romantico strappalacrime :cat_sad: 

Stranissima opera, scritta nel 1977, che sembra una derivazione, migliorata, di Scriabin. C'è estasi, voluttà cosmica, una orchestra gigantesca dalle sonorità torride e avvolgenti che descrive la sete di vita di un'anima che tende con tutte le sue forze verso il divino. Ben poco sovietica sia per contenuto filosofico che per sonorità (vivente Karamanov era snobbato dalle autorità sovietiche e la sua musica poco eseguita): da notare in particolare l'uso sensualissimo di un paio di saxofoni e di alcune percussioni metalliche. Nel complesso mi è piaciuta, anche se a tratti ha degli episodi dal gusto poco controllato che sfociano quasi nella musica da film o in certo Rautavaara tardo, caratteristica ancora più accentuata nella Sinfonia n.23. Le esplosioni estatiche a piena orchestra sembrano una caratteristica dello stile maturo di Karamanov, perché sono presenti anche in quest'altra opera:

Sinfonia n.23 "Io sono Gesù" (1982)

idem

Nessuna apocalisse, c'è solo un'estasi infinita e vertiginosa per la venuta del Redentore. E' l'apogeo della serie di sei sinfonie a programma (n.18-23, ca. 1975-1982) che descrivono questo evento, ispirate dalla lettura di San Giovanni. Karamanov praticamente non sviluppa nulla, fa una variazione continua del materiale o lo cita modificato nel corso di un unico movimento all'incirca in forma ABA, sempre cangiante e sempre mutevole. Il materiale di base è tratto da un tema di Dvorak, che l'autore definisce "di bellezza assoluta". La conclusione è trashissima: sembra finire con un grandioso corale degli ottoni e delle percussioni, quando sul più bello entra un tema "esotico" ritmico dei bonghi che si trascina tutta l'orchestra dietro e chiude la musica in una specie di orgasmo danzante! 

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Ma perché snobbate questa?!:blink::huh:

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Lo stereo Decca di fine anni '50 è splendido e la direzione di Capuana non deve preoccupare: siamo lontanissimi da quei battisolfa anonimi che talvolta la casa discografica inglese impiegava nelle incisioni operistiche di quel decennio (il peggio di tutti, Erede). La Tebaldi aveva preso molto sul serio questa incisione, preparandosi assai - d'altronde l'impervia parte di Minnie, non può essere affrontata a cuor leggero - Del Monaco, beh, fa Del Monaco e McNeil è un Jack Rance di grande voce e drammaturgicamente molto efficace. Il meglio lo danno le parti di contorno - particolarmente presenti in quest'opera - in cui sono scritturati fior fior di cantanti. Per me un disco da non sottovalutare.

Mehta è una scelta quasi obbligata, ma attenzione al remastering per la collana The Originals: come più volte mi è capitato si è agito in maniera assai discutibile sull'audio originale, pompando alti e bassi. Suono innaturale e fastidioso - la gamma alta a me scartavetra le orecchie - e che toglie molto dettaglio nei medi orchestrali. Piuttosto orientarsi verso questa ristampa:

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...quasi sembra un altro disco, che restituisce in maniera eccellente i fasti dell'incisione originale. Tra l'altro fino a poco tempo fa era in offertissima su JPC.

Poi ci sarebbe anche un live scaligero di Maazel, che, nonostante io sia un fan di questo direttore, non conosco molto bene. So che è molto criticato per la protagonista, una poco ortodossa Mara Zampieri.

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16 minuti fa, Snorlax dice:

Mehta è una scelta quasi obbligata, ma attenzione al remastering per la collana The Originals: come più volte mi è capitato si è agito in maniera assai discutibile sull'audio originale, pompando alti e bassi. Suono innaturale e fastidioso - la gamma alta a me scartavetra le orecchie - e che toglie molto dettaglio nei medi orchestrali. Piuttosto orientarsi verso questa ristampa:

eyJidWNrZXQiOiJwcmVzdG8tY292ZXItaW1hZ2Vz

...quasi sembra un altro disco, che restituisce in maniera eccellente i fasti dell'incisione originale. Tra l'altro fino a poco tempo fa era in offertissima su JPC.

Poi ci sarebbe anche un live scaligero di Maazel, che, nonostante io sia un fan di questo direttore, non conosco molto bene. So che è molto criticato per la protagonista, una poco ortodossa Mara Zampieri.

Ho preso il disco originale, col librettone (come al solito -_-)

Primary

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21 minuti fa, Madiel dice:

Ho preso il disco originale, col librettone (come al solito -_-)

Primary

Allora sei a cavallo! :drinks: Tra l'altro, anch'io da qualche mese sto implementando la passione malsana di scovare nell'usato le edizioni nelle lessuose vesti originali come era d'obbligo negli anni '80/'90... e se si trovano a prezzi stracciati si gode ancora di più! :party:

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22 minuti fa, Madiel dice:

 Nel complesso mi è piaciuta, anche se a tratti ha degli episodi dal gusto poco controllato che sfociano quasi nella musica da film o in certo Rautavaara tardo, caratteristica ancora più accentuata nella Sinfonia n.23. Le esplosioni estatiche a piena orchestra sembrano una caratteristica dello stile maturo di Karamanov, perché sono presenti anche in quest'altra opera:

Quando l'ascoltai quel disco, diversi anni fa (dovrebbe esserci qualche mio commento in forum) rimasi perplesso ma in qualche modo affascinato... oggi credo che sarei molto meno diplomatico di te :D 

26 minuti fa, Snorlax dice:

Lo stereo Decca di fine anni '50 è splendido e la direzione di Capuana non deve preoccupare: siamo lontanissimi da quei battisolfa anonimi che talvolta la casa discografica inglese impiegava nelle incisioni operistiche di quel decennio (il peggio di tutti, Erede). La Tebaldi aveva preso molto sul serio questa incisione, preparandosi assai - d'altronde l'impervia parte di Minnie, non può essere affrontata a cuor leggero - Del Monaco, beh, fa Del Monaco e McNeil è un Jack Rance di grande voce e drammaturgicamente molto efficace. Il meglio lo danno le parti di contorno - particolarmente presenti in quest'opera - in cui sono scritturati fior fior di cantanti. Per me un disco da non sottovalutare.

Mah il ruolo più distante, per stile e sensibilità, dalla Tebaldi (che pure mi sembra poco adatta a Puccini in generale, nonostante la frequentazione assidua) che si possa pensare, per me, nonostante la bella voce e il confort dello studio di registrazione. Renata se ne tenne saggiamente alla larga per tutta la carriera, lo incise e basta nel '58, salvo poi cedere quando non aveva più nulla da perdere, nel 1970. Quell'allestimento raccolse l'affetto del pubblico (era pur sempre la regina del Met) e suscitò divertimento nella stessa diva, ma fu molto criticato. La Tebaldi era a suo agio nelle opere che incarnavano il crepuscolo del romanticismo (Otello, Gioconda, Wally, Adriana, Chenier), con la modernità non c'entrava nulla, e credo se ne rendesse perfettamente conto.

In quel periodo, in Italia, era famosa la Frazzoni nel ruolo di Minnie, che portò il ruolo alla Scala e lo registrò pure per la Rai, nulla di che interpretativamente, ma con una certa cazzimma:

Io ascolterei pure l'Olivero, che in questi ruoli moderni aveva sempre il suo da dire.

Diverso è Del Monaco, anzi proprio l'opposto: a me in Verdi non ha mai convinto pienamente (manco in Otello), mentre credo che fosse un grande interprete della Giovane Scuola.

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No, non mi piace per niente quell'incisione Decca; fu la prima che ascoltai, l'aveva mia madre incallita pucciniana, ma non appena rinnovai la discoteca fu tra le prime cose che cestinai: Tebaldi fuori parte, Capuana tediosissimo (persino Slatkin, che non è un fulmine di guerra, lo sovrasta tecnicamente e per sfumature e nitore), MacNeil prosaico e Del Monaco (sorry se c'è qualche suo fan) un altro mai piaciuto, troppo "volgare" per i miei gusti, con un modo di cantare troppo caricato e vecchio....

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1 ora fa, Ives dice:

No, non mi piace per niente quell'incisione Decca; fu la prima che ascoltai, l'aveva mia madre incallita pucciniana, ma non appena rinnovai la discoteca fu tra le prime cose che cestinai: Tebaldi fuori parte, Capuana tediosissimo (persino Slatkin, che non è un fulmine di guerra, lo sovrasta tecnicamente e per sfumature e nitore), MacNeil prosaico e Del Monaco (sorry se c'è qualche suo fan) un altro mai piaciuto, troppo "volgare" per i miei gusti, con un modo di cantare troppo caricato e vecchio....

Mah, sembra quasi che abbiamo sentito due dischi differenti... ma il mondo è bello perché è vario! :rolleyes:;)

Pur con qualche difetto, io la trovo una delle incisioni più riuscite tra la serie delle incisioni pucciniane che la Tebaldi fece negli anni '50 per Decca. Capuana, pur non essendo un mostro di fantasia, si disimpegna abbastanza bene, ha una buona cura dello strumentale - pur con tutti i limiti dell'orchestra romana - e un afflato melodico generoso, senza troppo scadere in eccessivi sentimentalismi. Forse è vero - come peraltro afferma Giudici - che nel Finale del Secondo Atto, bisognava rischiare un po' di più, così risultando l'elemento di modernità un po' smussato, ma nel suo complesso l'opera è portata a casa con una certa disinvoltura. Non mi pare nemmeno che il cast vocale sia così fuori parte, anzi: la Tebaldi mi è sembrata più in parte che qui che in tanti ruoli che ha impersonato fino allo sfinimento. Per Del Monaco prendere o lasciare - ma sicuramente era stato più convincente con Mitropoulos - mentre MacNeil è uno dei Rance meglio cantati nella discografia - non troppo ampia - di quest'opera. Mi ripeto ancora una volta: eccezionali le parti di contorno, che poi tanto "di contorno" non sono in quest'opera.

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9 ore fa, Majaniello dice:

Quando l'ascoltai quel disco, diversi anni fa (dovrebbe esserci qualche mio commento in forum) rimasi perplesso ma in qualche modo affascinato... oggi credo che sarei molto meno diplomatico di te :D 

Ricordo, credo che qualcuno aveva postato qualcosa e avevo ascoltato anche io. Senza nessun interesse, forse lo scrissi. In realtà, di recente un amico me lo aveva citato in privato, nello specifico quel disco Decca con Ashkenazy, e ne avevo ascoltato qualcosa on line giusto per accontentarlo, ma ancora una volta con una certa perplessità. Avevo lasciato perdere, poi ho letto quelle due righe nel testo di Restagno e mi è tornata la curiosità. Quando ho scritto nel topic "acquisti" che mi vergognavo di postare l'altro cd è perché mi ero convinto di aver preso un bidone, o di aver fatto qualcosa di molto azzardato per i miei gusti. Devo essere sincero, più bella la Sinfonia n.20 della n.23, l'autore dimostra una certa capacità evocativa e gli ascolti mi hanno soddisfatto, solo è che resta musica troppo "d'interiora" per amarla veramente. Tutto troppo esasperato, bisogna prenderlo da lontano e sterilizzarlo un po'.

10 ore fa, Snorlax dice:

 

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Notare come il nostro snorlino vintage, per apparire ancora più vecchio dentro, posta la foto del primo vinile di sessant'anni fa :cat_lol:

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1 ora fa, Madiel dice:

Tutto troppo esasperato

Nei primi 5 minuti ci sono almeno tre climax.... troppo casino per i miei gusti, e tutto troppo disorganizzato, con punte di pessimo gusto (ad un certo punto parte un temone da musical che dici "ma che c'azzecca?"). Le parti quiete sono interessanti a livello timbrico, ma è un ascolto a cui non so dare un senso.

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Menomale che prima ho ascoltato:

 

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5 ore fa, Majaniello dice:

Nei primi 5 minuti ci sono almeno tre climax.... troppo casino per i miei gusti, e tutto troppo disorganizzato, con punte di pessimo gusto (ad un certo punto parte un temone da musical che dici "ma che c'azzecca?"). Le parti quiete sono interessanti a livello timbrico, ma è un ascolto a cui non so dare un senso.

Questo aspetto è comune a parecchia musica sovietica successiva al 1965, si assiste come a una sbandata polistilistica una volta che vennero meno i diktat accademici. Alcuni autori hanno risolto brillantemente il problema, altri meno o affatto, ma in linea di massima non ne farei una tragedia a prescindere. Era il momento storico in Russia che indicava una specifica strada musicale verso il "brutto" e il kitsch, era una forma di liberazione psicologica e intellettuale che forse non possiamo capire a fondo noi occidentali.

Non lo trovo neanche così caotico, il povero Karamanov. Più che altro, vorrei capire perché passa dal sublime al mediocre nel giro di qualche minuto. In apparenza sembra che gli episodi siano attaccati male, ma neanche escludo che ci sia dietro una qualche strategia i cui contorni mi sfuggono.

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@Majaniello ti interessavano i rapporti tra Puccini e Strauss: sono stati pochissimi! Strauss pare non fosse interessato in nessun modo alla musica del collega italiano. Ai primi del '900 Puccini ascoltò Don Quixote e Ein Heldenleben eseguiti in Italia e li trovò di suo gusto, tanto che mandò un biglietto di congratulazioni a Strauss. Del tutto diverso il suo rapporto con il teatro: rimase affascinato da Salome, che ascoltò diverse volte, anche diretta dall'autore a Graz, ma ne rifiutava la carica erotica ed eversiva. Sembra la trovasse anche oscena sotto certi versi, di sicuro criticò varie volte nelle sue lettere a Ricordi e ad altri amici la disumanizzazione dei personaggi. La considerava mancata sotto questo aspetto. Invece, apprezzava la parte strumentale, che riteneva all'avanguardia e fonte di ispirazione. Rimase traumatizzato da Elektra, che vide alla prima alla Scala (mi pare nel 1911). Disse: "vada per Salomè, ma Elettra è troppo!" Da notare il "vada", come se fosse inevitabile l'accettazione di certe novità da parte sua. Criticava ancora una volta la rappresentazione espressionista dei personaggi, senza sfumature di umanità e poggianti troppo sulla parte orchestrale. Comunque, considerava interessanti queste sperimentazioni e le trovava utili per l'aggiornamento lessicale della sua musica. Nel corso dei numerosi viaggi all'estero si informava sempre delle novità. Riteneva che l'aggiornamento fosse inevitabile, ma graduale e in linea con la tradizione operistica italiana. Era conscio di due problemi nella musica operistica italiana del tempo: l'usura definitiva del vecchio teatro di matrice verdiana, diciamo più in generale ottocentesco, e la mancanza di librettisti all'altezza delle nuove sfide espressive. A un certo punto, forse anche a causa delle note vicende personali con la moglie, dopo la Butterfly andò in crisi e ritenne superato il suo teatro precedente. Mi pare scrisse alla Seligman, mentre iniziava La fanciulla, che non ne potesse più di Bohème, Tosca e simili.... da notare ancora: lui non ne poteva più, non tanto il pubblico del tempo, che rimaneva indietro rispetto all'artista creatore. Interessante notare come gli stimoli per l'aggiornamento vengano anche dai mezzi tecnici, sicuramente saprai che quando vide la pièce di Belasco, da cui trasse La fanciulla, rimase affascinato da alcune trovate sceniche con luci, colori e prospettive.  Ebbe grande ammirazione per Pélleas et Melisande, che scoprì dopo la conclusione della Butterfly, ma ne criticò l'eccessiva staticità e la dimensione troppo interiorizzata dei personaggi: in una lettera mi pare scrisse che gli ricordava un abito francescano. Per sua stessa ammissione, in una intervista rilasciata alla prima di La fanciulla, ammise che fu fonte diretta di ispirazione (alcuni critici del tempo che gli erano contro, lo accusarono di aver copiato Debussy !) Aveva pessima opinione di Ariane di Dukas, che riteneva opera noiosa e pesante. Sembra fosse poco entusiasta della piega presa dalla musica operistica italiana del 1900-1910.

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4 ore fa, Madiel dice:

Del tutto diverso il suo rapporto con il teatro: rimase affascinato da Salome, che ascoltò diverse volte, anche diretta dall'autore a Graz, ma ne rifiutava la carica erotica ed eversiva. Sembra la trovasse anche oscena sotto certi versi

Secondo me descriveva anche la mentalità borghese italiana... nelle opere di Puccini l'erotismo è sempre implicito, è spesso vissuto di nascosto e con senso di colpa, vero o finto che sia (dalle donne in particolare) e non di rado è causa di grane. Mentre l'uomo, l'abbiamo già detto, non è mai impotente, e vive la sua virilità con grande naturalezza. Non c'è mai questo rotolarsi nell'eros in maniera perversa, non era nella nostra cultura credo. 

4 ore fa, Madiel dice:

Criticava ancora una volta la rappresentazione espressionista dei personaggi, senza sfumature di umanità e poggianti troppo sulla parte orchestrale.

Beh che dire... Verdi 1 - Wagner 0 :cat_lol:

4 ore fa, Madiel dice:

considerava interessanti queste sperimentazioni e le trovava utili per l'aggiornamento lessicale della sua musica. Nel corso dei numerosi viaggi all'estero si informava sempre delle novità.

La cosa di "Elettra è troppo" la sapevo... e comunque Puccini andò a vedere tutte le opere di Strauss sino alla Donna senz'ombra. Così come è coerente con questo quadro la descrizione di un maestro ormai malato che ascolta il Pierrot con sguardo serissimo e grande attenzione, pur non capendoci niente. E immagino che Schoenberg lo ammirasse tanto anche per quest'approccio, probabilmente non comune da parte di quelli delle vecchie generazioni. 

4 ore fa, Madiel dice:

A un certo punto, forse anche a causa delle note vicende personali con la moglie, dopo la Butterfly andò in crisi e ritenne superato il suo teatro precedente. Mi pare scrisse alla Seligman, mentre iniziava La fanciulla, che non ne potesse più di Bohème, Tosca e simili....

Qui non mi è chiaro in che senso non ne poteva più... e mi aggancio a quanto scrivevi in un post precedente, dove parlavi dell'emancipazione dei personaggi femminili ecc. Io trovo che ci sia, ad esempio, una stretta relazione tra Tosca, Minnie, Giorgetta, o tra Mimì, Cio cio San, Suor Angelica, e parlo sia a livello psicologico che, di conseguenza, vocale. Semplificando, il soprano lirico pucciniano è una figura schiacciata da un peccato originale (quello d'averla data via, per essere brutali), e dalle sue conseguenze psicologiche, da cui cerca fallimentari vie d'uscita, il soprano drammatico invece è una figura più apparentemente sicura di sè (anche se in realtà è ugualmente fragile), più combattiva ed emancipata, che crede di avere la situazione in pugno senza avercela mai davvero. Se vince è perchè l'uomo glielo consente. Non vedo una vera evoluzione diacronica delle psicologie, se non l'aggiunta di ulteriori sfaccettature, per certi versi un'estremizzazione. Mi ha sempre colpito come queste due tipologie (comparse entrambe in Trittico, ma in pannelli diversi) si ritrovino INSIEME nell'ultima opera pucciniana, Turandot, di fatto un'opera per due soprani dove le protagoniste rappresentano i topoi delle donne pucciniane al massimo grado, quasi in maniera grottesca, o quantomeno paradossale. Penso sia stata una scelta non casuale. 

A proposito di vocalità, parlammo tempo fa di quanto la Kabaivanska si lamentasse della scrittura di Fanciulla, in un'altra intervista della Olivero c'è la Tebaldi che fa considerazioni simili sulla vocalità di Tosca, che lei giudicava un'opera impervia specie nel secondo atto (ma va?) e nel lancinante acuto "della lama" al terzo atto. In sostanza descrive, in modo poco consapevole forse, il disagio di trovarsi d'avanti ad una scrittura novecentesca post-verdiana ("Verdi agli acuti ti fa arrivare pian piano"... tu che capisci?). La cosa divertente è che la Olivero risponde dicendo che lei, che il repertorio moderno l'aveva sempre frequentato, non aveva alcuna difficoltà col ruolo :D Ora, qualcuno dirà che era perchè la Tebaldi era più corta della Olivero, ma non ridurrei tutto ad una questione di avere o no le note, evidentemente Puccini scrive in una maniera moderna per le voci, che manda in palla le cantanti ottocentiste. Io direi già dal quarto atto di Manon!

4 ore fa, Madiel dice:

Ebbe grande ammirazione per Pélleas et Melisande, che scoprì dopo la conclusione della Butterfly, ma ne criticò l'eccessiva staticità e la dimensione troppo interiorizzata dei personaggi: in una lettera mi pare scrisse che gli ricordava un abito francescano.

Ero convinto che le armonie esatonali di Butterfly le avesse già prese da Debussy, ma forse conosceva già Debussy in generale (anzi sicuramente, non penso fosse possibile ignorarlo all'epoca). E' chiaro che avesse da ridire su Salome, Pelleas o Ariane, Puccini era un musicista italiano! nel senso che lui voleva rinnovare l'opera italiana con una mentalità italiana, in Puccini è evidente l'intenzione di preservare il nostro dna, che era quello di sempre dai tempi di Pergolesi: melodia (non solo vocale, anche delle parti strumentali) e dimensione umana dei personaggi. Secondo me questi due aspetti non si conciliano con i linguaggi più estremi d'oltralpe, che sono giustificati da un altro tipo di cultura di tipo "mitico".

Ecco perchè, forse, si arriva a questa considerazione:

4 ore fa, Madiel dice:

Sembra fosse poco entusiasta della piega presa dalla musica operistica italiana del 1900-1910.

Non so a cosa si riferisse nello specifico, ma non mi stupirei d'avanti ad un Puccini che rifiuta, ad esempio, le atmosfere decadenti di Gnecchi, Smareglia, un certo massenettismo intimista di Cilea, il post-verismo "nordico" di Siberia o Risurrezione, per non parlare delle dannunziate varie che avrebbero infestato di lì a poco l'opera italiana (credo che sia Parisina, che Francesca che Fedra siano tutte degli anni 10). Per lui dovevano essere tutti passi indietro rispetto allo sviluppo del teatro musicale italiano che aveva in testa, che sostanzialmente era quello proto-naturalista di Traviata, declinato col linguaggio della modernità. Tra l'altro fammi dire che tutta sta roba che ho elencato prima, bella, bellissima e meno bella, la trovo invecchiata davvero malissimo, sembra più vecchia di Verdi stesso.

PS: poi si dovrà parlare anche de La Rondine (a proposito di Traviata), opera forse non pienamente riuscita ma con alcuni motivi di interesse, ed un linguaggio musicale non meno moderno di Fanciulla (e certo più leggero ed eclettico).

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2 ore fa, Majaniello dice:

Secondo me descriveva anche la mentalità borghese italiana... nelle opere di Puccini l'erotismo è sempre implicito, è spesso vissuto di nascosto e con senso di colpa, vero o finto che sia (dalle donne in particolare) e non di rado è causa di grane. Mentre l'uomo, l'abbiamo già detto, non è mai impotente, e vive la sua virilità con grande naturalezza. Non c'è mai questo rotolarsi nell'eros in maniera perversa, non era nella nostra cultura credo. 

Aveva, detto in altre parole, un temperamento italiano!

2 ore fa, Majaniello dice:

Beh che dire... Verdi 1 - Wagner 0 :cat_lol:

Esatto! :cat_lol:

2 ore fa, Majaniello dice:

Qui non mi è chiaro in che senso non ne poteva più... e mi aggancio a quanto scrivevi in un post precedente, dove parlavi dell'emancipazione dei personaggi femminili ecc. Io trovo che ci sia, ad esempio, una stretta relazione tra Tosca, Minnie, Giorgetta, o tra Mimì, Cio cio San, Suor Angelica, e parlo sia a livello psicologico che, di conseguenza, vocale.

Sì, la correlazione c'è perché Puccini si sviluppava come una pianta, stadio per volta, facendo dell'insieme delle sue opere un organismo unico. Non ne poteva più nel senso che, considerato quello che succedeva all'estero, ripetere certi clichés delle opere precedenti. Andavano rivisti, aggiornati. 

2 ore fa, Majaniello dice:

Ero convinto che le armonie esatonali di Butterfly le avesse già prese da Debussy, ma forse conosceva già Debussy in generale (anzi sicuramente, non penso fosse possibile ignorarlo all'epoca). E' chiaro che avesse da ridire su Salome, Pelleas o Ariane, Puccini era un musicista italiano! nel senso che lui voleva rinnovare l'opera italiana con una mentalità italiana, in Puccini è evidente l'intenzione di preservare il nostro dna, che era quello di sempre dai tempi di Pergolesi: melodia (non solo vocale, anche delle parti strumentali) e dimensione umana dei personaggi. Secondo me questi due aspetti non si conciliano con i linguaggi più estremi d'oltralpe, che sono giustificati da un altro tipo di cultura di tipo "mitico".

Ero convinto anche io che conoscesse già Pélleas al tempo della Butterfly, invece i toni interi e specifiche scale erano tratte da altri contesti. Non dimentichiamoci che quando compose la Butterfly studiò a fondo la musica popolare giapponese e orientale più in generale, e aveva una certo interesse innato per quella russa. Per quanto ne so, direi che Puccini fece il suo cammino lontano dal modello di Debussy, almeno in quel momento.

2 ore fa, Majaniello dice:

Ecco perchè, forse, si arriva a questa considerazione:

Infatti...

2 ore fa, Majaniello dice:

Non so a cosa si riferisse nello specifico, ma non mi stupirei d'avanti ad un Puccini che rifiuta, ad esempio, le atmosfere decadenti di Gnecchi, Smareglia, un certo massenettismo intimista di Cilea, il post-verismo "nordico" di Siberia o Risurrezione, per non parlare delle dannunziate varie che avrebbero infestato di lì a poco l'opera italiana (credo che sia Parisina, che Francesca che Fedra siano tutte degli anni 10). Per lui dovevano essere tutti passi indietro rispetto allo sviluppo del teatro musicale italiano che aveva in testa, che sostanzialmente era quello proto-naturalista di Traviata, declinato col linguaggio della modernità. Tra l'altro fammi dire che tutta sta roba che ho elencato prima, bella, bellissima e meno bella, la trovo invecchiata davvero malissimo, sembra più vecchia di Verdi stesso.

Mi riferivo alla piega strana presa da alcuni suoi colleghi, in particolare Mascagni. Apprezzava moltissimo alcune sue opere del periodo di ricerca, in particolare Iris che fece da modello per alcune parti della Butterfly, però considerava tali lavori come esperimenti senza sbocco. Era un'avanguardia che procedeva alla cieca e senza solide basi intellettuali, a differenza di quanto accadeva in Germania e Francia.

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Weill: pezzi varia da Marie Galante (1934)

Ensemble Dreigroschen, Bernasconi

Lavoro scritto per un teatro di Parigi nel primo anno di esilio di Weill. Fece un fiasco tremendo alla prima, il pubblico francese reagì malissimo a questo genere di musica "da cabaret".

E a seguire

La fiancée du pirate

Odette Florelle, voce - Orchestre Jean Lenoir (incisione del 1931)

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Marco Enrico Bossi: Suite in re minore per grande orchestra op 126 (1904)

Orchestra Sinfonica di Milano della Rai diretta da Claudio Abbado

Registrazione del 12 ottobre 1961

edit: molto meglio questa...

Jean Roger-Ducasse: Suite per piccola orchestra (1917)

Orchestra "Alessandro Scarlatti" di Napoli della Rai diretta da Vittorio Gui

Registrazione del 7 maggio 1971

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2 ore fa, Majaniello dice:

Marco Enrico Bossi: Suite in re minore per grande orchestra op 126 (1904)

Orchestra Sinfonica di Milano della Rai diretta da Claudio Abbado

Registrazione del 12 ottobre 1961

bah, il Bossi compositore orchestrale sa di vecchiume! Incredibile che Abbado se ne sia occupato, ma nel 1961 era ancora ideologicamente sano :cat_lol:

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Bacewicz: Concerto per violino e orchestra n.7 (1965)

Classical Net Review - Bacewicz - Violin Concertos #1, 3 & 7, Overture

Bellissimo cd, veri gioiellini tutti e tre i concerti per violino (1943, 1948, 1965) e pure la magnifica Ouverture per orchestra! Ottima compositrice la Bacewicz, passata dal neoclassicismo a un idioma della maturità più audace, ma mai del tutto d'avanguardia, sempre coerente con l'urgenza espressiva. Potrebbe ricordare un Lutoslawski degli anni quaranta-cinquanta con qualche elemento modernista e folklorico. Solida costruzione dei pezzi, temi sempre marcati e sviluppati con forza  virile, orchestrazione brillante.  

 

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15 ore fa, Madiel dice:

bah, il Bossi compositore orchestrale sa di vecchiume! Incredibile che Abbado se ne sia occupato, ma nel 1961 era ancora ideologicamente sano :cat_lol:

Sapesse solo di vecchiume... il pezzo è incocludente e ripetitivo, molto meglio Roger-Ducasse, tra l'altro diretto benissimo da Gui, altro maestro italiano che merita di essere maggiormente ricordato. 

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1 ora fa, Majaniello dice:

Sapesse solo di vecchiume... il pezzo è incocludente e ripetitivo, molto meglio Roger-Ducasse, tra l'altro diretto benissimo da Gui, altro maestro italiano che merita di essere maggiormente ricordato. 

E direi ! Tra l'altro, Roger-Ducasse è un ottimo compositore, forse non originalissimo, ma pur sempre con il senso della forma e delle proporzioni. Andrebbe riscoperto.

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Shostakovich: L'età dell'oro, atti 2 e 3

Orchestra Reale Filarmonica di Stoccolma, Rozhdestvensky

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