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Madiel

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Copland

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Ives

20 Songs

Susan Graham - mezzo

Pierre-Laurent Aimard - piano

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Rai Radio3 Suite - Il Festival dei festival 24 agosto 2023 20:00
in diretta Euroradio da Amsterdam, Concertgebouw

Royal Concertgebouw Orchestra
Iván Fischer, direttore
Michael Nagy, tenore

[1] Jörg Widmann : Das Heisse Herz
prima esecuzione in Olanda
- I. Der arme Kaspar
- II. Spätes Liebeslied
- III. Liebeslied
- IV. Hab ein Ringlein am Finger
- V. Eifersucht
- VI. Das Fräulein stand am Meere
- VII. Kartenspiel
- VIII. Einsam will ich untergehn

[2] Gustav Mahler : Sinfonia n. 7

-

[1] Das Heiße Herz ...mah, dei carmina burana spiaggiati in un porto del nord. Non è neppure il problema che non trovo i testi al volo, ma non capisco la cifra così elementare, non mi sembra decostruttiva ma piuttosto (ehm bambocciosamente) nostalgica, affacciata a un vuoto di cui però non ci si perita comunque di fare arte, c'è qualcosa per chi ascolta, oh forse solo per me, di inquietamente ma assurdamente naif.

Comunque, per non sbagliare, mi sono ordinato al volo dei lavori per archi:
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CD 2018 HMM 3149020226827
riferirò.

[2] Diversamente che nell'edizione inglese di S. Oramo di due settimane fa, quest'offerta olandese con I. Fischer della Settima di G. Mahler così, direi, caratterialmente angolosa tonica e marciante, poco meno che incalzante, non cattura in meditazione testuale ma, nel segnarla anche di un certo nervosismo, si fa più acustica, acquistando in risalto delle voci strumentali, nel gioco di trappole, poco meno che sincopi, e sorprese, con minori effetti di portato ma di pari voglia e intenzione d'attenzione su una pagina dove lo spiccato, poco meno che smaccato, esercizio di articolazione non vuole concedersi a paesaggismo, a facile dettato, di sentimentalità o illustrazioni: una verve in ventaglio (quel tanto orgoglioso quanto di soggetto sfuggente) di stimoli ...oops: modernisti?

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Ma la Bonney ha mai sbagliato un disco? Magari mai cantante dirompente ma di solidissimo professionismo esecutivo. Quando era sotto la media rimaneva comunque godibilissima. Qui ci accompagna, meravigliosamente sostenuta dal Previn pianista (uno dei suoi multiformi impegni), nella melodia americana del '900 tra echi tardoromantici (le splendide Hermit Songs di Barber e un Previn lui stesso melenso e derivativo, direi tra Blitzstein e Floyd), un classico come i 12 Poems of Emily Dickinson di Copland e Songs varie di Argento, di penna sempre freschissima e grande variabilità melodica.

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Rai Radio3 Suite - Il Festival dei festival 28 agosto 2023 20:00
in diretta Euroradio da Utrecht, Tivolivredenburg

Festival della musica antica di Utrecht
Petrarca rivisited
Collegium Vocale Gent
Philippe Herreweghe, direttore

Musiche di Claudio Monteverdi, Salamone Rossi, Luca Marenzio, Cipriano de Rore, Giovanni Bassano, Luzzasco Luzzaschi, Giuseppe Scarani, Marco da Gagliano, Giovanni Pierluigi da Palestrina.

"Solo e pensoso presents an anthology from the madrigals of Monteverdi, Marenzio, Luzzaschi and Cipriano de Rore around one of the most beautiful poets of all time: Francesco Petrarch. It is these composers who not only breathed new life into his image-rich poetry of the trecento from the mid-sixteenth and into the seventeenth century but also made it immortal."

-

La ricerca sulle pagine remote filtrate da una personalità così propria, nutrita da un proprio mondo antico e un gesto d'oggi, ha costituito stasera un unicum così speciale, offerto una chance esperienziale così libera sognante e ammirata insieme per il lascito lontano e geniale, e l'adesso di ciascuno.

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Numeri a caso da qui, per farmi un'idea:

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musica davvero interessante, considerata l'epoca in cui è stata scritta (anni '60 dell'800). Non credo in Italia ci fosse niente di simile, Verdi non aveva ancora scritto il Don Carlos, nè Boito (amico e librettista di quest'opera) il suo Mefistofele, Ponchielli doveva sbocciare e la gente si spellava ancora le mani per Petrella (argh!). Certo, come tutti gli scapigliati Faccio guardava pure e soprattutto oltralpe, ma mi pare che, se non formalmente, musicalmente di Wagner qui ci sia poco e niente, anzi, scrittura essenziale e poco incline al sensazionalismo, pochi cromatismi, orchestrazione dai tratti cameristici, sembra più un'anticipazione dell'Otello di Verdi, specie nei momenti raccolti. C'è da verificare se tutta l'opera regge, però bella sorpresa in ogni caso, che viene per giunta da uno che non è tanto famoso come compositore quanto per essere stato uno dei più grandi direttori d'orchestra della sua epoca.

 

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3 ore fa, Ives dice:

Mai sentito. Ma orchestra e coro di lusso per un'opera dimenticata.

Ho visto che hanno fatto pure il dvd! Trattasi, almeno in questo caso, di un ripescaggio che ha un senso, perchè l'opera mi pare davvero originale (ricordo che siamo nel maggio 1865, un mese prima della "prima" del Tristano!). Tra l'altro il presunto wagnerismo della Scapigliatura italiana mi pare sovrastimato, penso fosse più un atteggiamento che un vero modello, chiacchiere da circoli intellettuali, da cui si dissociarono molto in fretta (già all'epoca del Mefistofele Boito parlava di Wagner come di un "falso profeta"). I veri wagneriani furono i vari Franchetti, Smareglia, Mancinelli... ma parliamo della fine del secolo.

Wagner in Italia arriva negli anni '70, a Bologna, dove lo allestiscono frequentemente; che i nostri avessero assaggiato qualcosa all'estero è possibile, e comunque parleremmo del Wagner semi-italianeggiante di Lohengrin. L'unico goffo tentativo di wagnerismo "in diretta" che io conosca fu quello dei Goti di Gobatti (1873), che fu salutata a Bologna come l'emblema della "nuova musica" ma che oggi è unanimemente considerata una cagata pazzesca di un compositore assai mediocre.

Invece, la coppia Faccio-Boito - leggevo ieri sera - andò saggiamente a farsi un giro a Parigi, a trovare Rossini, Berlioz, Gounod, e pure Verdi (che Faccio venerava, e con cui instaurò un duraturo carteggio)... ciò che accadeva in Francia ha sempre avuto un'influenza enorme, era quella la vera fonte da cui pescavano il vecchio Verdi, Boito, Ponchielli, Bottesini, e penso anche Catalani, basta questo a giustificare il binomio sinfonismo/declamazione, più o meno dai tempi di Rameau! 

Tornando a noi, l'opera è raffinata e un po' pesante, diciamo incline all'introspezione e con ovvia tendenza al canto sillabico, ma non è questa la ragione del suo oblio. Alla prima a Genova ebbe successo, poi arrivò alla Scala nel '71 e le cose andarono male, prevalentemente a causa del protagonista in difficoltà, e magari di un pubblico che partiva già diffidente. Lo spiega bene l'autore in una lettera a Verdi, al quale chiede pure un qualche suggerimento di ordine tecnico:

Cita

«Illustre Maestro. Giulio mi lesse parte di una di lei lettera che accennava l’esito infelice dell’Amleto: quella prova gentile preziosa del di lei interesse a mio riguardo è stato per me un tacito e salutare conforto, del quale la ringrazio con animo commosso e riconoscente. Il buon Giulio, un severo e veracissimo amico, le rifarà la storia di quella brutta serata, la quale a cagione dell’assoluta mancanza di voce del Tiberini fu una colpevole mistificazione per tutti gli onesti e un argomento di baldoria demolitrice per la gente volgare e di malafede. Ma perché acconsentire all’andata in scena? La domanda ch’ella certo mi rivolge è giustissima, e prego Giulio di spiegarle come, dietro le ingannevoli dichiarazioni del Tiberini, non fosse più in nostra facoltà di impedire una rappresentazione già da troppo tempo promessa ed aspettata. Quanto a me, la cosa che deploro maggiormente è quella di non aver potuto in quella sera farmi un giusto criterio degli apprezzamenti del pubblico. Alcune pagine d’un merito, per me e per Giulio, inferiore, come per esempio un valzer ed un brindisi nell’atto primo vennero gustate ed applaudite perché eseguite come l’autore le aveva scritte. Altre, all’opposto, d’un valore, a nostro parere, più intrinseco, passarono in silenzio o vennero disapprovate appunto perché affidate al protagonista, il quale, man mano che l’opera procedeva, era ridotto ad accennar le malamente ed anche a svisare i concetti del compositore come dei mutamenti improvvisati e tutti spietatamente pessimi e inefficaci. Sopra un solo pezzo eseguito ho la coscienza sicura tranquilla: è una cosiddetta marcia danese che precede la scena della rappresentazione. Oh! Quello sì che è stato zittito di santa ragione. S’immagini, una marcia oziosa e chiassosa con trombe pifferi e tamburi in una sala di spettacoli, Dove convenivano tranquillamente i cortigiani della Danimarca. […] Le ripeto: quello che maggiormente mi addolora è il ricordare come l’assoluta mancanza dell’Amleto nell’Amleto mi vieti di accogliere il giudizio del pubblico intorno a quell’unica rappresentazione della mia opera, in rapporto alla verità dei difetti della mia musica. Io non so se possa usare di pregar lei di gettare un’occhiata sopra alcuni brani dell’Amleto che Giulio le reca costì. Il severo giudizio di Giuseppe Verdi mi sarebbe prezioso e varrebbe a impensierirmi anche dopo le facili baldanze d’un successo in teatro: pensi poi quanto bene potrebbe fare ora ad un giovane il quale, sotto il peso d’una caduta, nuota tra la fiducia e il disinganno di sé medesimo.
La sincera amicizia di Giulio e le delicate attenzioni di tutta la famiglia Ricordi hanno cercato e cercano di arrendermi sopportabile la mia disgrazia: tuttavia non c’è che dire il colpo è stato fortino, e l’amarezza che, ripensando all’Amleto, raramente mi salirà alle labbra, mi rimarrà un pezzo in fondo al cuore. La prego di riverirmi con affetto grandissimo l’ottima Signora Giuseppina, di perdonarmi la troppa lunga lettera, vedi a gradire l’omaggio della mia profonda devozione. Di lei obbligatissimo Franco Faccio».

Emerge abbastanza chiaramente la delusione e l'insicurezza di Faccio, anche perchè il fiasco fu pure amplificato dalla stampa, e il compositore, che si definisce timido di indole, deve averne sofferto al punto da ritirare l'opera per sempre, e non voler più sentir parlare nè di nuovi allestimenti (nonostante le insistenze di Boito) nè di comporre altro. Si narra che qualche studente burlone affisse sulla porta dell'aula del conservatorio dove il maestro insegnava la scritta "Chiuso per la morte di Amleto". :D Di lì a poco diventerà direttore stabile della Scala per una ventina d'anni, fino alla sua morte.

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Grazie Maja per queste info. Effettivamente, se proprio dovessi indicare delle influenze in Verdi dall'estero, premettendo la totale unicità del suo percorso artistico come per tutti i grandissimi, direi proprio gli autori coevi francesi, più o meno grandi. Anche le opere viste da Berlioz in vita, sono sempre recensite ottimamente, soprattutto i Vespri, e non è poco per un critico tanto esigente come era lui, in special modo nei confronti di un italiano 😁

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On 27/8/2023 at 16:37, Madiel dice:

Video del 2018, il caso di una "vecchiaccia" attivissima. Esecuzione direi eccellente.

Altro matusalemme che ho sentito l'altro giorno in tv per caso, Zubin Mehta, coi complessi del Maggio Fiorentino. Cavallo di battaglia di una vita: Seconda di Mahler. Pensavo di dover spegnere dopo 30 sec. e invece sono rimasto incollato allo schermo, giacchè si è rivelato un concerto mirabile per tensione espressiva, scioltezza della concertazione, estetica del gesto e tecnica di direzione. Orchestra e coro suonavano davvero in modo differente e immensamente migliore rispetto al consueto Gatti...:o

Sibelius

Symphony No. 3, Op. 52

San Francisco Symphony

Herbert Blomstedt

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Checchè ne dica lui stesso, trovo che in Malipiero ci siano diversi punti di continuità con la Giovane Scuola, e con Puccini in particolare. Tra l'altro ho trovato anche un parere autorevole che mi dà ragione: Talvolta sono state rilevate, nel melos continuo di Malipiero, imprevedibili ascendenze e parentele pucciniane, a dispetto degli schieramenti e degli sbarramenti creati dalla polemica artistica. Se talvolta ne affiorano anche qui, v'è certo il suo perché, e ci stanno benissimo. (Mila).

Aggiungo pure che io ci sento Puccini anche nel trattamento disinibito del comparto strumentale, nei colori, oltre che in una specie di malinconia, di sentimentalismo, certo più elusivo ma molto evidente. La scena iniziale dei Capricci, con il suo melodiare in minore, accompagnato dagli archi con quei bagliori di flauti, che poi esplode, si accende e torna giù, non è molto distante da un puccinismo moderno e rivisitato (persino il set di partenza è pseudo-verista), che pesca qui e là tanto da Boheme quanto da Turandot, non il Puccini delle grandi arie ma quello dei passaggi di conversazione (per me ancora più geniale). 

E' chiaro che è solo un elemento, perchè il linguaggio di Malipiero è molto originale, ma di certo il suo Carnevale non è una buffa parata di maschere, io ci trovo poco del decorativismo che ho letto da più parti. In questo senso Mila ha una specie di pudore a prender la mia stessa posizione, quasi si scusa d'essere controcorrente, porta delle citazioni di altri osservatori - "[Musica] intrisa di languida pena, di un sotterraneo dolore, di una compressa amarezza" (Gorlacchi) - attribuisce ad "evidenti carenze" quelle che, per il mio sentire, sono scelte espressive (Il carnevale romano del secondo atto dovrebbe essere una specie dì marcia trionfale dei mondo fantastico malipieriano, ma trova i suoi limiti nella castità dell'orchestrazione e nella scarsa vocazione del maestro veneziano per il genere Aida).

Insomma a me questa sembra un'opera geniale proprio perchè è una farsa surreale triste, un carnevale naturalistico, un'opera neoclassica coi piedi nel post-romanticismo, qualcosa di inafferrabile in tutti i sensi.  

E ora vediamo il sommo @Madiel che ci dice. 

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On 31/8/2023 at 12:03, Majaniello dice:

Checchè ne dica lui stesso, trovo che in Malipiero ci siano diversi punti di continuità con la Giovane Scuola, e con Puccini in particolare. Tra l'altro ho trovato anche un parere autorevole che mi dà ragione: Talvolta sono state rilevate, nel melos continuo di Malipiero, imprevedibili ascendenze e parentele pucciniane, a dispetto degli schieramenti e degli sbarramenti creati dalla polemica artistica. Se talvolta ne affiorano anche qui, v'è certo il suo perché, e ci stanno benissimo. (Mila).

Aggiungo pure che io ci sento Puccini anche nel trattamento disinibito del comparto strumentale, nei colori, oltre che in una specie di malinconia, di sentimentalismo, certo più elusivo ma molto evidente. La scena iniziale dei Capricci, con il suo melodiare in minore, accompagnato dagli archi con quei bagliori di flauti, che poi esplode, si accende e torna giù, non è molto distante da un puccinismo moderno e rivisitato (persino il set di partenza è pseudo-verista), che pesca qui e là tanto da Boheme quanto da Turandot, non il Puccini delle grandi arie ma quello dei passaggi di conversazione (per me ancora più geniale). 

E' chiaro che è solo un elemento, perchè il linguaggio di Malipiero è molto originale, ma di certo il suo Carnevale non è una buffa parata di maschere, io ci trovo poco del decorativismo che ho letto da più parti. In questo senso Mila ha una specie di pudore a prender la mia stessa posizione, quasi si scusa d'essere controcorrente, porta delle citazioni di altri osservatori - "[Musica] intrisa di languida pena, di un sotterraneo dolore, di una compressa amarezza" (Gorlacchi) - attribuisce ad "evidenti carenze" quelle che, per il mio sentire, sono scelte espressive (Il carnevale romano del secondo atto dovrebbe essere una specie dì marcia trionfale dei mondo fantastico malipieriano, ma trova i suoi limiti nella castità dell'orchestrazione e nella scarsa vocazione del maestro veneziano per il genere Aida).

Insomma a me questa sembra un'opera geniale proprio perchè è una farsa surreale triste, un carnevale naturalistico, un'opera neoclassica coi piedi nel post-romanticismo, qualcosa di inafferrabile in tutti i sensi.  

E ora vediamo il sommo @Madiel che ci dice. 

Oddio, sommo non direi :D 

Quanto scrivi è vero, per motivi storici Malipiero doveva per forza fare una mediazione tra il canto di Monteverdi e quello più moderno, di scuola post verdiana o pucciniana. Capricci è nato in un momento di passaggio e di crisi intellettuale, riflesso anche di problemi politici. E' un'opera amara e pessimista, la carnevalata nasconde in realtà il vero io dell'autore, il disincanto verso il mondo circostante che sta franando e che lo disprezza. Tante maschere e nessun volto, diceva Pirandello. Riguardo allo stile, ricordiamoci anche che Malipiero non è mai stato un imitatore e un citazionista, per cui non avrebbe mai scritto un pastiche in puro spirito francese. Tanto meno poteva imitare alla lettera o riproporre le parti più esteriori del puccinismo. Prendeva gli elementi della musica che gli erano congeniali allo stile e al temperamento anti-accademico, e li rimodulava o li decontestualizzava secondo le sue esigenze espressive.

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On 31/8/2023 at 10:29, Ives dice:

Altro matusalemme che ho sentito l'altro giorno in tv per caso, Zubin Mehta, coi complessi del Maggio Fiorentino. Cavallo di battaglia di una vita: Seconda di Mahler. Pensavo di dover spegnere dopo 30 sec. e invece sono rimasto incollato allo schermo, giacchè si è rivelato un concerto mirabile per tensione espressiva, scioltezza della concertazione, estetica del gesto e tecnica di direzione. Orchestra e coro suonavano davvero in modo differente e immensamente migliore rispetto al consueto Gatti...:o

Mai amato particolarmente Mehta, ma non è mai stato uno sprovveduto ed è possibile che abbia fatto qualche "performance" notevole. Io ho avuto la stessa sensazione sentendo, alcuni mesi fa, un video di Inbal alla testa di una orchestra orientale (mi pare indonesiana) nella Sesta di Mahler. Mai piaciuta la versione in disco anni Ottanta con la   Frankfurter RSO, le sinfonie architettoniche di Mahler si adattano male al sentire lirico di Inbal e, infatti, i risultati in disco erano stati discutibili. Invece, dopo trent'anni e in piena anzianità, nella Sesta aveva cambiato totalmente l'approccio all'opera, licenziando una esecuzione avvincente, fremente e vigorosa. Una vera sorpresa, che conferma Inbal un grandissimo mahleriano, per nulla sottomesso ai cliché interpretativi di qualche genere.

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3 ore fa, Madiel dice:

Quanto scrivi è vero, per motivi storici Malipiero doveva per forza fare una mediazione tra il canto di Monteverdi e quello più moderno, di scuola post verdiana o pucciniana. Capricci è nato in un momento di passaggio e di crisi intellettuale, riflesso anche di problemi politici. E' un'opera amara e pessimista, la carnevalata nasconde in realtà il vero io dell'autore, il disincanto verso il mondo circostante che sta franando e che lo disprezza.

E' l'opera che viene subito dopo la fase fascio-romanica di Giulio Cesare ecc. con cui provò a farsi perdonare le sfuriate pirandelliane. Non ho ancora capito se Malipiero, che non mi pare uno che avesse molta coscienza politica, fosse deluso dal fascismo in quanto fascismo (e quindi per gli orrori della guerra e via così) oppure fosse deluso dal fatto che, banalizzo, era malcagato da Mussolini a cui fino a poco tempo prima era corso dietro. Alle volte il suo approccio alla cosa mi pare infantile e personalistico, benchè tradotto artisticamente in maniera assai sofisticata (pure TROPPO sofisticata, come se si volesse proteggere con tutte queste allegorie e queste maschere, volesse manifestare il suo pensiero in maniera volutamente poco intellegibile).  

3 ore fa, Madiel dice:

Riguardo allo stile, ricordiamoci anche che Malipiero non è mai stato un imitatore e un citazionista, per cui non avrebbe mai scritto un pastiche in puro spirito francese. Tanto meno poteva imitare alla lettera o riproporre le parti più esteriori del puccinismo. Prendeva gli elementi della musica che gli erano congeniali allo stile e al temperamento anti-accademico, e li rimodulava o li decontestualizzava secondo le sue esigenze espressive.

Ecco mi colpisce esattamente per questo: come fai ad essere un puccinista essendo antiromantico, antidrammatico, persino arcaico nell'uso di certi modi musicali, della polifonia ecc.? eppure lui ci riesce, ricolloca tutto in un mondo un po' busoniano di maschere e favolette, e lo concilia col suo modo altrettanto assurdo di costruire la musica. Anche se devo dire che nell'opera è quasi più facile da seguire, nel senso che l'opera lirica, almeno quella moderna, diciamo post-wagneriana, è una forma molto poco architettonica, molto fluida nel senso proprio del flusso di idee musicali, il mio cervello non si sente obbligato a cercare riferimenti come fa quando ascolta una sinfonia. Questo musicalmente, perchè drammaturgicamente non sono esattamente abituato a narrazioni di questo genere, sono pur sempre cresciuto con Verdi :D 

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18 ore fa, Majaniello dice:

E' l'opera che viene subito dopo la fase fascio-romanica di Giulio Cesare ecc. con cui provò a farsi perdonare le sfuriate pirandelliane. Non ho ancora capito se Malipiero, che non mi pare uno che avesse molta coscienza politica, fosse deluso dal fascismo in quanto fascismo (e quindi per gli orrori della guerra e via così) oppure fosse deluso dal fatto che, banalizzo, era malcagato da Mussolini a cui fino a poco tempo prima era corso dietro. Alle volte il suo approccio alla cosa mi pare infantile e personalistico, benchè tradotto artisticamente in maniera assai sofisticata (pure TROPPO sofisticata, come se si volesse proteggere con tutte queste allegorie e queste maschere, volesse manifestare il suo pensiero in maniera volutamente poco intellegibile).  

Non credo fosse fascista e neanche simpatizzante. Neppure ebbe favori particolari dal regime, e se li chiese fu solo per necessità. In effetti, a ben vedere in tutta l'opera di Malipiero, i riferimenti espliciti a situazioni contingenti sono rare. Era una persona che tendeva a ripiegarsi su sé stessa, pessimista e insicura, ne consegue l'approccio semplicistico a certe problematiche che non lo toccavano. Per esempio, l'angoscia per la guerra mondiale che si riflette nelle sinfonie degli anni quaranta, è qualcosa di assolutamente soggettivo, intessuto tra le righe del discorso musicale più che manifesto. Non gli interessa nulla delle cause del conflitto e tanto meno medita sui destini dell'umanità, gli importa solo del trauma che questa situazione produce alla persona (cioè a lui o ai suoi cari!) Si identifica in un manichino sballottato dagli eventi, è una povera ombra vittima della realtà. Non è una forma di egoismo o di insensibilità, è proprio un modo di essere dovuto al suo personale approccio alla vita, al pessimismo, alla sua insicurezza e alle sue nevrosi. In questo aveva una mentalità assolutamente anti-tedesca e anti-romantica: non voleva prendersi, in quanto artista, nessuna responsabilità per problematiche più grandi di lui, che lo schiacciavano e che non poteva risolvere. Alla fine, gli interessava solo far musica e la cultura musicale. Quando tenta un approccio diverso alla realtà nei suoi pezzi con allusioni più o meno dirette, ci sono tantissime mediazioni, barriere, filtri, allusioni ed enigmi, come se volesse esorcizzare in qualche modo la ferocia dell'esistenza. Un atteggiamento spirituale e psicologico che andrebbe studiato con attenzione per capire l'umanità di Malipiero.

18 ore fa, Majaniello dice:

Ecco mi colpisce esattamente per questo: come fai ad essere un puccinista essendo antiromantico, antidrammatico, persino arcaico nell'uso di certi modi musicali, della polifonia ecc.? eppure lui ci riesce, ricolloca tutto in un mondo un po' busoniano di maschere e favolette, e lo concilia col suo modo altrettanto assurdo di costruire la musica. Anche se devo dire che nell'opera è quasi più facile da seguire, nel senso che l'opera lirica, almeno quella moderna, diciamo post-wagneriana, è una forma molto poco architettonica, molto fluida nel senso proprio del flusso di idee musicali, il mio cervello non si sente obbligato a cercare riferimenti come fa quando ascolta una sinfonia. Questo musicalmente, perchè drammaturgicamente non sono esattamente abituato a narrazioni di questo genere, sono pur sempre cresciuto con Verdi :D 

E cosa c'è di più bello di creare un'opera fluida, lontana dalle apparenze della routine artistica ? L'ho sempre scritto e sottolineato, al di là del suo talento di artista, Malipiero era grande proprio in questo: piegava la realtà alla sua interiorità, era un caparbio individualista, aggirava la Tradizione secondo i suoi personali criteri estetici con risultati sempre originali. Quando non ci riusciva, però, cadeva nel pessimismo e nella malinconia dell'impotenza! Il bello della sua musica è che resta tradizionale, perfino conservatrice in certi momenti, ma sistema i vari elementi che la compongono in posizioni nuove e inaspettate, secondo un apparente capriccio. Io trovo affascinante questa sua lotta degna di Sisifo! Anche quando fallisce è degno di ascolto e simpatia.

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16 minuti fa, glenngould dice:

Beh, grazie per avermi fatto venire la voglia di ascoltare Malipiero :D (e dovrei fare altro)

Il tempo è buono, l'aria è fresca, tutto congiura per dedicarsi alla musica dopo una estate da dimenticare, e ti viene voglia di fare altro ? :D :lol:

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55 minuti fa, glenngould dice:

Purtroppo non è questione di volere, ma di dovere 

In ogni caso, lo ascolto lo stesso ;)

è tutta salute! ^_^

----------

Holst: Beni Mora 

London PO, Boult

 

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Questa invece è per @Wittelsbach, non so se a @Madiel può piacere pure.

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Ok, Rocca era un compositore non proprio al passo coi tempi, il linguaggio musicale è un po' post-verista, seppure avventuroso in alcuni punti (siamo pur sempre nel '38). Niente espansioni melodiche però, la musica è un continuum drammatico, nonostante ci siano dei temi molto ben scolpiti, specie nell'orchestra, e momenti corali che guardano indietro a Mussorgski. L'opera è intensamente cupa per via del tema trattato: la resistenza al genocidio di una piccola comunità armena cristiana, appunto arroccata su questa montagna. Cioè, nel libretto non è esplicitato (si parla di "paese alpestre in vista del Mar Caspio") ma il romanzo da cui è tratto (I quaranta giorni del Mussa Dagh) parla di quello. Ovviamente ci sono un po' di ingredienti operistici (lui che ama lei e lei che ama l'altro, il sacrificio finale, continue invocazioni a cristo e ai santi ecc), ma in fondo è l'atmosfera complessiva che colpisce, una sensazione di perpetua catastrofe imminente, tra concitate scene d'azione e momentanee sospensioni. 

Nota vociomaniaca: mi spiace per Wittel ma dovrà ammettere che la Gencer qui è impressionante...

 

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9 ore fa, Majaniello dice:

Questa invece è per @Wittelsbach, non so se a @Madiel può piacere pure.

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Ok, Rocca era un compositore non proprio al passo coi tempi, il linguaggio musicale è un po' post-verista, seppure avventuroso in alcuni punti (siamo pur sempre nel '38). Niente espansioni melodiche però, la musica è un continuum drammatico, nonostante ci siano dei temi molto ben scolpiti, specie nell'orchestra, e momenti corali che guardano indietro a Mussorgski. L'opera è intensamente cupa per via del tema trattato: la resistenza al genocidio di una piccola comunità armena cristiana, appunto arroccata su questa montagna. Cioè, nel libretto non è esplicitato (si parla di "paese alpestre in vista del Mar Caspio") ma il romanzo da cui è tratto (I quaranta giorni del Mussa Dagh) parla di quello. Ovviamente ci sono un po' di ingredienti operistici (lui che ama lei e lei che ama l'altro, il sacrificio finale, continue invocazioni a cristo e ai santi ecc), ma in fondo è l'atmosfera complessiva che colpisce, una sensazione di perpetua catastrofe imminente, tra concitate scene d'azione e momentanee sospensioni. 

Nota vociomaniaca: mi spiace per Wittel ma dovrà ammettere che la Gencer qui è impressionante...

 

Boh! Compositore sempre citato nei vecchi libri di storia della musica italiani, pure abbastanza eseguito fino alla metà degli anni sessanta e molto considerato dalla critica soprattutto per il cupissimo Il Dibuk (1934). Forse sentito on line qualche spizzico sentito qua e là in passato, ma mai approfondito. Quel cd lo cercavo a suo tempo, ma non si trovava oppure era troppo costoso, alla fine smisi di occuparmene. Mai neanche letto il romanzo di Werfel fonte della trama. Mio padre lo aveva letto e me ne parlava sempre benissimo, diceva che era un capolavoro. La copia che avevamo, un librone della Mondadori fine anni sessanta, è andata perduta chissà quando in quale trasloco. Adesso che me ne sono ricordato, lo ricompro subito così inizio ad approfondire!

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Hoeller: Fuga per orchestra d'archi (1948)

RSO Koeln, Keilberth (live 1964)

e a seguire

 

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