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Madiel
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Mi ritaglio 40 minuti di silenzio e fresco condizionato, per ascoltare la Kreutzer da questo cofanetto HM. Incisione che non ascoltavo da diversi anni e che oggi ritrovo magnifica per scelte esecutive (tendente all'hip ma con strumenti moderni) e appassionante dialogo tra i due musicisti, emergendo l'intensità emotiva e filologica della Faust e il "peso" pianistico ma cesellato di Melnikov (anche lui vuole rifare certe sonorità del fortepiano). @Snorlax in controdedica per il pesante Shosta della 13, devo dirlo non tra le opere più riuscite per me del grande sovietico.

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15 ore fa, Snorlax dice:

Dmitrij Shostakovich, Sinfonia n. 13 in sib min. "Babi Yar", J.-H. Rootering, Coro & Orchestra Filarmonica della Radio Olandese, Mark Wigglesworth

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So che qui dentro alcuni di voi hanno scarsa affinità con la Babi Yar. Non è una sinfonia per tutti, anche se in fondo riassume - in maniera del tutto peculiare – l’aspetto più esteriore della produzione sinfonica di Shostakovich – quello più retorico, si potrebbe dire – con quello più interiore, ossia l’inesorabile tendenza al nichilismo che forma il fulcro su cui si fonda praticamente tutta la produzione del compositore sovietico. Pure lo humour irrompe bruscamente, costituendo il tema dei due movimenti (apparentemente) più leggeri.
 
Dico queste ovvietà, perché in questo caso abbiamo a fare con una lettura che non esito a definire un vero e proprio capolavoro interpretativo, in quanto non solo tiene assieme mirabilmente tutti i caratteri che in maniera molto semplicistica ho sopraelencato, ma che anche nei momenti più esuberanti riesce a innervare le pagine di questa sinfonia di una tensione al pessimismo nera come le profondità più recondite di un abisso.
Wigglesworth ha ottime idee in fatto di tempi e agogiche, ma è la sua attenzione alle sonorità e ai timbri di ogni specifica sezione orchestrale a lasciare a bocca aperta: l’ottima Orchestra della Radio Olandese risponde benissimo alle sollecitazioni del direttore britannico e si scatena sapendo benissimo che la priorità non è il bel suono, ma l’effetto drammatico che pure non è mai fine a sé stesso ma fa parte di una chiara idea estetica che Wigglesworth ha potuto sviluppare nelle sue personalissime esecuzioni shostiane.
Se proprio dovessi scegliere degli highlights direi sicuramente terzo e quarto movimento, i quali su di me hanno avuto un impatto emozionale altissimo, al limite della sostenibilità: mai sentita una lettura così spettrale e desolante, eppure così palpabile da avvolgere totalmente l’ascoltatore nelle mestissime atmosfere create dal team Evtushenko/Shostakovich.
Il coro maschile della Radio Olandese si comporta egregiamente, eccezionale Rootering che riesce a piegare ogni parola espressivamente senza mai essere plateale, a dimostrazione che certo repertorio non è unicamente appannaggio di cantanti provenienti dal mondo slavofono. La registrazione BIS è sinonimo di qualità, anche se presenta un’escursione dinamica fin troppo ampia, e costringe talvolta ad aggiustamenti di volume che, francamente, si potevano evitare.

Di Babi Yar ne ho molteplici in discoteca, fidatevi che questa la consiglierei anche al più grande detrattore di questa sinfonia, la quale, in ogni caso, per il sottoscritto ha tutte le carte in regola per essere un capolavoro...

...dedico a tutti ma in particolare al @Wittelsbach californiano, a @Majaniello, @Ives, @Florestan, @Madiel, @superburp, @glenngould e a chiunque gradisca...

Mi pare fosse una delle migliori del ciclo del direttore inglese! In effetti, mi associo a coloro che la trovano insostenibile. Non l'ascolto completa da anni ormai! :mellow: Di recente, ho sentito solo un movimento dell'edizione Muti, tanto decantata da Hurvizzo, ma confesso di essermi annoiato a morte -_-

Dopo due giorni di ascolti con il John Adams orchestrale degli ultimi anni, magari ne parlerò, mi sono concentrato sulle Danze da Nusch-Nuschi di Hindemith. Mi sono ascoltato tutte le edizioni disponibili in disco, poche a dire il vero, che sono per lo più mal dirette. La palma della peggiore in assoluto va alla Alsop (Naxos), stroncata da Hurvizzo con piena ragione. 

Alla fine il migliore è Tortelier, pur essendo criticabile qua e là nel finale:

Certo, sentire questa musica nel contesto originale dell'opera è più soddisfacente... 

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RAI Radio3 Suite - Il Festival dei Festival  29 luglio 2022 18:30
in diretta Euroradio da Salisburgo, Großes Festspielhaus

Salzburg Festival
 "Il Trittico"
musica di Giacomo Puccini

in quest'ordine:

Gianni Schicchi
opera in un atto di Giovacchino Forzano
Gianni Schicchi : Misha Kiria
Lauretta : Asmik Grigorian
Zita, cugina di Buoso : Enkelejda Shkoza
Rinuccio, nipote di Zita : Alexey Neklyudov
Gherardo, nipote di Buoso :  Dean Power
Nella, sua moglie : Lavinia Bini
Betto di Signa, cognato di Buoso : Manel Esteve
Simone, cugino di Buoso :  Scott Wilde
Marco, suo figlio: Iurii Samoilov
la Ciesca, moglie di Marco : Caterina Piva
maestro Spinelloccio, medico : Matteo Peirone
Ser Amantio di Nicolai, notaio : Mikołaj Trąbka
Pinellino, calzolaio : Aleksei Kulagin
Guccio, tintore : Liam James Karai

Il Tabarro
opera in un atto di Giuseppe Adami
Michele, padrone del barcone : Roman Burdenko
Giorgetta, moglie di Michele : Asmik Grigorian
Luigi : Joshua Guerrero
il Tinca : Andrea Giovannini
il Talpa : Scott Wilde
la Frugola, moglie del Talpa : Enkelejda Shkoza
un venditore di canzonette, un amante : Dean Power
un amante : Martina Russomanno

Suor Angelica
opera in un atto di Giovacchino Forzano
suor Angelica : Asmik Grigorian
la zia principessa : Karita Mattila
la badessa : Hanna Schwarz
la suora zelatrice : Enkelejda Shkoza
la maestra delle novizie : Caterina Piva
suor Genovieffa : Giulia Semenzato
suor Osmina : Martina Russomanno
suor Dolcina : Daryl Freedman
la suora infermiera : Juliette Mars
due cercatrici : Lavinia Bini e Alma Neuhaus
una novizia : Amira Elmadfa

Wiener Philharmoniker
Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Jörn Hinnerk Andresen, maestro del Coro
Salzburger Festspiele und Theater Kinderchor
Wolfgang Götz, maestro del Coro
Angelika-Prokopp-Sommerakademie der Wiener Philharmoniker
Franz Welser-Möst, direttore
regia : Christof Loy
scene : Etienne Pluss
costumi : Barbara Drosihn

-

Nel Trittico il verista (cioè: ma in realtà quanto accade? di cui non ci curiamo di parlare un minimo tanto più necessario di quanto l'intellighenzia non cura di frequentare) Giacomo Puccini esplora sonda (beh, va', ancora una volta...) l'universo d'un'intera metà del darsi umano: quello in cui sono avvolte coinvolte le donne: per natura? per tradizione, dettata da chi? quella cantante unica, stasera a Salzburg, è centro soggettivo formidabile: il mondo mulina intorno con quelle sue ragioni, ma io cosa sto vivendo?! la morte non è la vita, dichiara sia la Madonna-in-Cielo che il terragno bertoldo Gianni Schicchi, e il cuore femminile, come quello dei bambini che non comprendono le sottrazioni, è una mirabile rosea rosa... coltivarla, ma in tanti dovranno rinunciare a tanto.    ...Oh la scuola delle potature chi mai la istituisce?

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Giacomo Puccini : Le Villi (1884) Preludio e Intermezzi
London National Philharmonic, Lorin Maazel

 

Delle 28 composizioni partecipanti al concorso Sonzogno 1884 Le Villi di Giacomo Puccini non fu recepita neppure tra le 5 degne di menzione. Agli esordi dei successivi successo e fortuna, il compositore d'opera italiano fu accusato di sinfonismo (nel senso di germanico) e di wagnerismo.

Mi ascolto questi estratti d'urtext [*] cercandovi spessori di qualsiasi tipo: avendo ancora nelle orecchie gli esordi di Ralph Vaughan Williams dell'altra sera (la vocale Sea Symphony) poi maturati in (idem morbidose) sinfonie più propriamente dette, mi godo la congerie di un'epoca di nient'affatto trascurabile frequentazione degli stati di coscienza non più precisamente razionali e tecnologici, dalla psicoanalisi il japonisme il sinestesismo e quant'altro alla psichedelia metà Novecento (oibò: chi vi si farà i film nella classica? La Monte Young? magari dopo ci guardo), in quel giardino di delizie che fu il Liberty fino a tutte le cainoeabelate socioeconomiche (e quindi bellicopolitiche) successive.

[*] vabbè l'intenzione era quella, un clic al volo su un 1884 orchestrale con anche un vecchio spartito

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Bela BARTOK
Kossuth, poema sinfonico

Buffalo Philharmonic Orchestra
JoAnn Falletta

Un pezzo strano, che pesca a piene mani dal postromanticismo di fine 800 e mescola sapientemente gli ingredienti per farne uscire un prodotto gradevole ma senza una precisa identità, frutto degli anni di formazione di Bartok. L'esecuzione della Falletta mi sembra buona, vivace e varia. Però è assai penalizzata dalla cattiva qualità della registrazione, stranamente per i livelli della Naxos: c'è una sorta di alone, di patina che smorza e attutisce un po' tutto, una sorta di compressione del volume e delle trasparenze. Questo effetto non si risolve neanche alzando parecchio il volume e si estende agli altri due pezzi del disco (i Due ritratti op. 5 e la rara Suite n. 1 op. 3).

 

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4 ore fa, Madiel dice:

 

Queste cose si facevano anche 200 anni prima:

l'interprete è scelto non a caso... sembra davvero Reich suonato così (se non fosse per l'armonia cangiante).

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1 ora fa, Majaniello dice:

Queste cose si facevano anche 200 anni prima:

l'interprete è scelto non a caso... sembra davvero Reich suonato così (se non fosse per l'armonia cangiante).

Eh sì, Reich non si è inventato nulla di nuovo, a parte la banalità dell'inciso!

 

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Sovente e non a torto criticato, il Mehta del secondo periodo (Sony-Teldec) sapeva tirar fuori le unghie quando e se voleva (e infatti già più confusionaria e pesante la Terza di Saint-Saens, seppur di ottimo livello esecutivo). Lo fa qui in una stupenda esecuzione della Sinfonia franckiana coi Berliner post-Karajan tirati a lucido come non mai. Profonda, levigatissima, scintillante, carica di passione e intrisa di tensione quasi amorosa. Orchestra galvanizzata, suono limpido. Ovviamente @Snorlax

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23 ore fa, giobar dice:

[...] L'esecuzione [...] è assai penalizzata dalla cattiva qualità della registrazione, stranamente per i livelli della Naxos: c'è una sorta di alone, di patina che smorza e attutisce un po' tutto, una sorta di compressione del volume e delle trasparenze. Questo effetto non si risolve neanche alzando parecchio il volume [...].

 

Sono ferocemente contento che qualcuno ogni tanto lo rilevi, mettendolo per iscritto: il fatto straffatto è che etichette - ormai per me irrimediabilmente ignobili - come Naxos e Brilliant, ma si badi bene anche in questo o quel prodotto anche varie tuttora normalmente all'altezza dei loro momenti migliori, cioè più impegnati sotto quest'aspetto, hanno un po' sempre abbracciato, ma tanto più con il crollo della qualità uditiva della clientela (da tempi ormai ahimè sedimentati io lamento infine una significativa ripartenza in musica dagli ascolti degradati nello spettro sonoro: ci fu la disgraziata epoca - anni '90 - dell'amplificazione di bassi e di effetti ambientali, home theater/cinema, oggi siamo alla goffaggine, l'ottundimento, del suono compresso agìto eventualmente in eccesso di effetti di puntamento digitale dove più funziona), adottata, la subincisione d'impacco, il pacco paccotto, il butta su il più disgraziato, tanto non se ne accorgono, i guadagni sono su numeri di vendita che posano su altri bilanciamenti: prezzo/pubblicità/restrizioni contrattuali. E quindi performance irripetibili di artisti irripetibili non disponibili! e quando disponibili inchiodate al clic dell'ultimo garzone a un PC che riverserà poltiglia di quel che era stato un lavoro trascendentale per talento studi esercizio psiche e infine collaboratori spesso altrettanto eccelsi, basti pensare a certi accordatori liutai produttori di microfoni, o direttori d'orchestra...!
Il problema non è il flacone di sciroppo antivomito per l'audiofilo e l'insoddisfazione anche del meno esigente ascoltatore (questa magari utile a fargli insaziabilmente comprare dell'altro), ma lo sgomento (mio!!) nell'impotenza di non poter sapere mai prima d'averlo messo nel lettore il livello della produzione di un album musicale, arcistraspecialmente di musica classica: vado ad azzardare la spesa su questo Naxos, Brilliant, su questa ristampa ...Erato?!!

Ormai in paranoia io mi immagino magari buone registrazioni ...scambiate ipercompresse su drive o per email  tra uno studio e uno stabilimento di stampaggio e lì riespanse nel formato leggibile al laser...

Da quanto ahimè non posso che implorare gli interpreti esordienti (da dieci? venti? anni di autentica strage di italiani poveretti): ma cercatevi uno studio di registrazione nel Montenegro! non cedete alle sirene della grande distribuzione: quante altre volte potrete proporre sul mercato quella esecuzione? ma non vi rendete conto che se all'orecchio suona goffa voi avete con-clu-so la vostra carriera discografica sul nascere?!?!! in quanti ascoltato quel CD vi memorizzerà, lo regalerà, passerà parola...?! e nes-su-no-vi-con-tat-te-rà mai più, chiaro?!?!

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On 30/7/2022 at 23:48, Madiel dice:

 

 

Caspita questo invece sì che mi piace! mi sa che di questo tizio avevi già parlato, credo di ricordarmi la copertina del cd...

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3 ore fa, Majaniello dice:

Caspita questo invece sì che mi piace! mi sa che di questo tizio avevi già parlato, credo di ricordarmi la copertina del cd...

Io lo trovo un compositore ottimo, ha uno stile accademico ben riconoscibile e, soprattutto, scrive benissimo qualsiasi cosa. Ha composto una serie di pezzi interessanti, soprattutto sinfonici. Magnifica la recente Sinfonia n.4 "Cromelodeon" (2018), pubblicata da Naxos in un eccellente cd, che è vagamente ispirata a Ives e Mahler, rivissuti in un linguaggio personale con tanto di citazioni classiche (Handel, il Rinaldo). In questo video dal vivo alla prima (da sentire quant'è bello il movimento lento con le sue seducenti tessiture e l'espressività mahleriana, seguito [a 26:00] da un drammatico quanto grandioso finale basato su una fanfara, che lascia attenti fino all'ultima nota):

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Un po' tutto questo triplo cd, secondo me, è un capolavoro anzitutto culturale, in cui Deutsche Grammophon si spoglia della sua usuale immagine di etichetta conservatrice e rassicurante (vero @Majaniello?). I tre dischi sono stati registrati in anni differenti, ma nei primi Matt Haimovitz era veramente giovane, dunque vieppiù coraggioso a proporre certe pagine: Britten, Crumb, Ligeti, Sessions... Col tempo, Haimovitz si è parzialmente "perso", abbracciando le più comode lusinghe del crossover, ma senza trascurare, ogni tanto, di proporre in concerto qualche rarità.
Nella fattispecie, mi sono goduto la prima suite di Britten e la sublime Sonata di Kodaly, interpretata col vigore della gioventù.

Dedica a Maja, @Snorlax, @Madiel e @Ives e a chiunque altro

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9 ore fa, Wittelsbach dice:

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Un po' tutto questo triplo cd, secondo me, è un capolavoro anzitutto culturale, in cui Deutsche Grammophon si spoglia della sua usuale immagine di etichetta conservatrice e rassicurante (vero @Majaniello?). I tre dischi sono stati registrati in anni differenti, ma nei primi Matt Haimovitz era veramente giovane, dunque vieppiù coraggioso a proporre certe pagine: Britten, Crumb, Ligeti, Sessions... Col tempo, Haimovitz si è parzialmente "perso", abbracciando le più comode lusinghe del crossover, ma senza trascurare, ogni tanto, di proporre in concerto qualche rarità.
Nella fattispecie, mi sono goduto la prima suite di Britten e la sublime Sonata di Kodaly, interpretata col vigore della gioventù.

Dedica a Maja, @Snorlax, @Madiel e @Ives e a chiunque altro

Grazie, conosco e apprezzo. Violoncellista molto interessante, dal suono tagliente e dal piglio estroso e giovanile, avendo appunto iniziato come enfant prodige, e dalla tecnica sopraffina. E' vero, poi si è un pò perso per strada, contaminando spesso i generi, però resta musicista di assoluto pregio. Da sentire anche i suoi dischi per la Pentatone, soprattutto Bach e Schubert. Ricambio con il suo periodo-sbarbatone:

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Orchestra e direttore direi un lusso in questo repertorio e i tromboni nel concerto di Lalo fanno sentire il loro peso sonoro come in nessun altra registrazione.

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11 ore fa, Wittelsbach dice:

Un po' tutto questo triplo cd, secondo me, è un capolavoro anzitutto culturale, in cui Deutsche Grammophon si spoglia della sua usuale immagine di etichetta conservatrice e rassicurante (vero @Majaniello?).

Beh lo è per ciò che concerne il grande repertorio classico-romantico, e in maniera piuttosto evidente, ha sempre inseguito il gusto borghese più d'altre selezionando interpreti indubbiamente prestigiosi, che fossero però funzionali all'idea estetica che intendeva affermare in un dato periodo (niente di male eh, anzi da un'etichetta importante mi aspetto una "linea editoriale")... è il concetto di "grande repertorio" che è "conservatore e rassicurante", e la DG è stata l'etichetta principe del mainstream nella classica (che la si giudichi bene o male).

Ciò non le ha impedito di avere un ricco catalogo di musica del '900, ci sono tantissimi dischi DG di repertorio moderno e contemporaneo che apprezzo anche io, distinguerei sempre i due piani, almeno, non penso che puntassero a fare i soldoni coi dischi di Maderna, evidentemente una grossa etichetta cerca di coprire più nicchie di mercato (penso anche alla Archiv per il barocco). Anche se pure qui, la selezione degli autori affrontati, a guardar bene, ha un suo criterio estetico e commerciale, e di certo se voglio ascoltare Sessions o Crumb non è a DG che devo rivolgermi (per dire, un conto sono due pezzi in una compilation, un conto è costruire un lavoro editoriale attorno ad un nome, come è stato fatto per Ligeti, Henze, Nono e altri). 

La cosa interessante, ci pensavo l'altro giorno quando ho scritto l'altro intervento, è che oggi DG sembra cercare nuovi orizzonti anche all'interno del repertorio classico-romantico-postromantico e affine. Mettere in catalogo Ives, Schmitt, Rott ecc. significa cercare di competere con le tantissime etichette, grandi e piccole, che in questi decenni si sono date da fare per proporre musica "altra" anche in ambito tonale, occupando ampie fette di mercato lasciate scoperte proprio da majors come la DG. Insomma meglio tardi che mai. Chissà magari tra qualche anno scappa un ciclo DG di Milhaud o di Casella... vabbè, fantadiscografia! :D

 

 

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Nella mia settimana in California, collegando Spotify alla mia Dodge Challenger noleggiata (una figata di macchina, consiglio l'esperienza), ho sentito questi: minori americani del tardo Ottocento-primo Novecento.
Li avevo individuati grazie alla rilettura delle vecchio thread sulla musica americana del mitico @Pacific231, che aveva citato di sfuggita il poema sinfonico bipartito Ero and Leander op. 33 di Victor Herbert, una bella composizione in due parti, della durata di circa mezz'ora.
Tutte le musiche sono piacevoli, certo non sconvolgenti: abbiamo suites varie, poemi sinfonici, la Sinfonia n. 2 di Hadley. Forse la composizione con qualche fremito in più è Salome, sempre di Hadley.

Dediche? @Ives, @Madiel, @Snorlax

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3 ore fa, Majaniello dice:

Beh lo è per ciò che concerne il grande repertorio classico-romantico, e in maniera piuttosto evidente, ha sempre inseguito il gusto borghese più d'altre selezionando interpreti indubbiamente prestigiosi, che fossero però funzionali all'idea estetica che intendeva affermare in un dato periodo (niente di male eh, anzi da un'etichetta importante mi aspetto una "linea editoriale")... è il concetto di "grande repertorio" che è "conservatore e rassicurante", e la DG è stata l'etichetta principe del mainstream nella classica (che la si giudichi bene o male).

Ciò non le ha impedito di avere un ricco catalogo di musica del '900, ci sono tantissimi dischi DG di repertorio moderno e contemporaneo che apprezzo anche io, distinguerei sempre i due piani, almeno, non penso che puntassero a fare i soldoni coi dischi di Maderna, evidentemente una grossa etichetta cerca di coprire più nicchie di mercato (penso anche alla Archiv per il barocco). Anche se pure qui, la selezione degli autori affrontati, a guardar bene, ha un suo criterio estetico e commerciale, e di certo se voglio ascoltare Sessions o Crumb non è a DG che devo rivolgermi (per dire, un conto sono due pezzi in una compilation, un conto è costruire un lavoro editoriale attorno ad un nome, come è stato fatto per Ligeti, Henze, Nono e altri). 

E soprattutto Stockhausen. A partire dagli anni sessanta hanno preso i due compositori più rappresentativi a livello internazionale della cultura tedesca e ne hanno inciso quasi tutto il catalogo. Le altre scelte "moderniste" sono sempre state un tantino paracule e sinistroidi, guardavano a certo mondo accademico europeocentrico. Se si voleva qualcosa di più radicale o di alternativo (penso allo Stravinsky tardo), all'epoca si cercava nei cataloghi di Wergo, Cbs e altre etichette americane. Negli anni settanta questa tendenza verso l'avanguardia venne ad estinguersi, e se ogni tanto usciva qualcosa, penso al doppio album di Reich poi ristampato molte volte in cd, erano più che altro tentativi poco convinti di agganciare fette nuove di mercato. In effetti, furono eccezioni e nel decennio successivo sparirono del tutto perché non rendevano nulla in termini di vendite.

3 ore fa, Majaniello dice:

La cosa interessante, ci pensavo l'altro giorno quando ho scritto l'altro intervento, è che oggi DG sembra cercare nuovi orizzonti anche all'interno del repertorio classico-romantico-postromantico e affine. Mettere in catalogo Ives, Schmitt, Rott ecc. significa cercare di competere con le tantissime etichette, grandi e piccole, che in questi decenni si sono date da fare per proporre musica "altra" anche in ambito tonale, occupando ampie fette di mercato lasciate scoperte proprio da majors come la DG. Insomma meglio tardi che mai. Chissà magari tra qualche anno scappa un ciclo DG di Milhaud o di Casella... vabbè, fantadiscografia! :D

Bisogna dare il merito alla DG che per festeggiare il centenario di Milhaud pubblicò due dischi completi con sinfonie e pezzi orchestrali assortiti diretti da Plasson, in un momento storico come il 1991 in cui non c'era praticamente nulla di memorabile nei cataloghi di dischi (e posso testimoniartelo, all'epoca si trovava pochissimo e l'unico pezzo importante era un celebre cd di Bernstein per EMI). Nello stesso anno festeggiarono altri centenari con un discreto disco con rarità di Honegger (sempre per il centenario di questo autore) e la prima incisione digitale dell'Angelo di fuoco. All'epoca la DG ebbe gli ultimi momenti d'interesse verso repertori alternativi, presentando novità stuzzicanti che chiudevano buchi importanti della discografia. Poi venne il buio.

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1 ora fa, Wittelsbach dice:

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Nella mia settimana in California, collegando Spotify alla mia Dodge Challenger noleggiata (una figata di macchina, consiglio l'esperienza), ho sentito questi: minori americani del tardo Ottocento-primo Novecento.
Li avevo individuati grazie alla rilettura delle vecchio thread sulla musica americana del mitico @Pacific231, che aveva citato di sfuggita il poema sinfonico bipartito Ero and Leander op. 33 di Victor Herbert, una bella composizione in due parti, della durata di circa mezz'ora.
Tutte le musiche sono piacevoli, certo non sconvolgenti: abbiamo suites varie, poemi sinfonici, la Sinfonia n. 2 di Hadley. Forse la composizione con qualche fremito in più è Salome, sempre di Hadley.

Dediche? @Ives, @Madiel, @Snorlax

Ti sei dato alla reazione più totale! Forse, l'autore più interessante è proprio Herbert, un piacevole compositore di operette a inizio Novecento. Anzi, credo sia stato il fondatore della musica leggera americana, alla sua epoca fu famosissimo in patria. Nel cd, però, si presenta il suo lato accademico e serioso (mi pare si fosse formato in Europa all'accademia brahmsiana).

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15 ore fa, Wittelsbach dice:

81FvAebnX4L._SS500_.jpg

Un po' tutto questo triplo cd, secondo me, è un capolavoro anzitutto culturale, in cui Deutsche Grammophon si spoglia della sua usuale immagine di etichetta conservatrice e rassicurante (vero @Majaniello?). I tre dischi sono stati registrati in anni differenti, ma nei primi Matt Haimovitz era veramente giovane, dunque vieppiù coraggioso a proporre certe pagine: Britten, Crumb, Ligeti, Sessions... Col tempo, Haimovitz si è parzialmente "perso", abbracciando le più comode lusinghe del crossover, ma senza trascurare, ogni tanto, di proporre in concerto qualche rarità.
Nella fattispecie, mi sono goduto la prima suite di Britten e la sublime Sonata di Kodaly, interpretata col vigore della gioventù.

Dedica a Maja, @Snorlax, @Madiel e @Ives e a chiunque altro

Antologia piuttosto famosa, che diede la fama discografica al giovanissimo quanto meritevole violoncellista. Alcuni pezzi li conosco bene perché li ho in altre edizioni. Consigliabilissimo.

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32 minuti fa, Madiel dice:

Bisogna dare il merito alla DG che per festeggiare il centenario di Milhaud pubblicò due dischi completi con sinfonie e pezzi orchestrali assortiti diretti da Plasson, in un momento storico come il 1991 in cui non c'era praticamente nulla di memorabile nei cataloghi di dischi (e posso testimoniartelo, all'epoca si trovava pochissimo e l'unico pezzo importante era un celebre cd di Bernstein per EMI). Nello stesso anno festeggiarono altri centenari con un discreto disco con rarità di Honegger (sempre per il centenario di questo autore) e la prima incisione digitale dell'Angelo di fuoco. All'epoca la DG ebbe gli ultimi momenti d'interesse verso repertori alternativi, presentando novità stuzzicanti che chiudevano buchi importanti della discografia. Poi venne il buio.

C'è sempre però quest'atteggiamento subordinante, non saprei come spiegarlo: in alto c'è il grande repertorio e la grande avanguardia, mentre gli altri devono rallegrarsi e ringraziare se, grazie ad un centenario, viene pubblicato un disco monografico di un neoclassico francese o di un autore americano. Viene restituita sempre l'immagine di un repertorio dove i geni veri sono Beethoven, Bruckner ecc e i nuovi geni Stockhausen, Boulez... In mezzo, qualche contentino sporadico ai "minori". Mi sono infilato in un discorso spinoso, perché immagino che sia il grosso del pubblico che pensa questo, e non saprei dire se è nato prima l'uovo o la gallina. 

Ps: il disco di Plasson lo conosco pure! 

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