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Il quinto anniversario della scomparsa di David Bowie


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Oggi è il quinto anniversario della scomparsa di David Bowie, a cui "Classic Rock" Italia (della Sprea editori) dedica un numero speciale a cura di Francesco Donadio, in collaborazione con Maurizio Becker e scritto da alcune fra le più importanti e brillanti firme della rivista.  Nell'articolo d'introduzione Francesco Donadio riflette su come ogni epoca abbia le proprie "musical icons". Orbene, gli anni 40 e i primi anni 50 sono appartenuti certamente a Frank Sinatra: è lui che più di tutti gli altri ha saputo esprimere con le sue canzoni e le sue vicende personali lo spirito del tempo. Nella seconda metà dei 50 e all'inizio dei Sixties ha dominato incontrastato Elvis Presley, mentre se si pensa al resto dei 60 vengono immediatamente in mente i Beatles, ma poi anche Bob Dylan e i Rolling Stones. E arriviamo al punto: i 70 e buona parte degli 80 sono stati "gli anni di David Bowie". Donadio asserisce che oggi, con il distacco temporale di cui disponiamo, sia a tutti abbastanza evidente. Ma il bello-o meglio, l'anomalia-è che, a differenza dei casi succitati, con Bowie non è sempre stato chiaro. Chi ha iniziato a seguirlo (per esempio) durante il periodo berlinese ricorderà benissimo come a quei tempi venisse guardato con sospetto dalla critica e dagli "intenditori", considerato poco più di un imitatore di stili altrui, uno che nascondeva con la costante propensione a travestirsi e interpretare personaggi una sostanziale carenza di contenuti. Un artista "superficiale", di base, nulla a che vedere con le profondità cosmiche dei più talentuosi colleghi da cui attingeva (Lou Reed, Iggy Pop, Jacques Brel, eccetera) con la destrezza di una gazza ladra. Bowie-e l'uscita di "Let's dance" sembrò confermare questa visione della critica e di una parte del pubblico-era "pop" (nel senso più deteriore del termine), tutta esteriorità e zero sostanza, al massimo un gradino sopra gli Spandau Ballet e i Duran Duran. Ci si è messo un bel pò di tempo a cambiare questa percezione, almeno in Italia: c'è voluto un ricambio generazionale e, purtroppo anche, la scomparsa dell'artista il 10 gennaio 2016, affinchè anche chi in passato l'aveva disdegnato si guardasse indietro e battendosi il petto potesse dire: "Ebbene sì, effettivamente è stato un grandissimo". Per parafrasare una nota canzone bowiana, la "superficialità"-e non "the shame", ma magari anche-"was on the other side". Cioè dalla parte di chi non aveva mai davvero ascoltato con attenzione Lp come "Hunky Dory", "Ziggy Stardust", Diamond Dogs", "Low", "Heroes" e "Scary Monsters", per citare solo alcuni capolavori di un rocker che (almeno) per tutti gli anni 70 non ha sbagliato un colpo, e che ha ininterrottamente-fino all'ultimo giorno-sperimentato e inventato sia da un punto di vista sonico che visivo/estetico, accumulando nel contempo un canzoniere che ha pochi eguali, per qualità e varietà, nella storia del rock. 

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