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Cosa state ascoltando ? Anno 2021


Madiel
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12 minuti fa, Wittelsbach dice:

Smareglia il più originale, pieno di rimandi al folclore triestino e istriano nella sua Nozze Istriane.

Mai sentita, ma conosco la Falena, me la fece conoscere un tizio di cui abbiamo di recente parlato :D. Un'opera che mi ha sempre incuriosito e che non ho mai ascoltato è Mirra di Alaleona, ma mi pare che siamo già più avanti, nel decadentismo all'italiana. 

Ah mi sono ricordato di un'altra opera, questa a mia memoria un mattone assurdo, la Cecilia di Refice! 

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1 ora fa, Majaniello dice:

Allora è vero che mi leggi! 😮 Oppure ti sei bevuto il cervello improvvisamente :D 

Tu che ne pensi della sbandata wagneriana di fin de siècle? non fu un fuoco fatuo? tutti i vari Franchetti, Mancinelli, Smareglia, Catalani... l'unico tra questi che mi è sempre parso una spanna sopra era Boito, in Boito sento davvero la ricerca di una via nuova per la musica italiana, quella che pure a modo suo cercò l'ultimo Verdi. Approfitto per chiederti: pensi che quel momento storico sia legato al successo di Wagner in Italia durante il fascismo, cioè c'è un filo conduttore che risale fino a quell'epoca, o sono due fenomeni indipendenti legati a diverse contingenze?

A dire il vero, è avvenuto tutto per caso. Cercavo delle cose on line e sono inciampato in quel video :D  Quella ouverture è stranissima, sembra un miscuglio di verdismo e primo wagnerismo, ma ben riuscito (siamo nel 1877 !).

Boito era un illuso, nella sua arte c'è più aria fritta che sostanza. Esasperatamente colto e per niente istintivo, non avrebbe mai scritto un capolavoro. Al più avrebbe avuto qualche illuminazione - così mi pare, lo conosco poco e nulla, però.

Wagner aveva avuto successo in Italia molto prima del fascismo, era considerato l'avanguardia già dal 1870-1880 con la nascita della Società del quartetto a Bologna (a Napoli, Torino, Roma ecc.) e tutte le code letterarie di moda in quel periodo (penso a D'Annunzio). Non c'è un compositore italiano più avvertito sulle novità linguistiche che non lo abbia preso in considerazione - o lo abbia detestato. Secondo me era il naturale approdo di una società che stava diventando internazionale attraverso il commercio e la diffusione dei viaggi all'estero, si apriva al nuovo in arte suo malgrado e questo non poteva che essere rappresentato dall'avanguardia tedesca o francese. Le classi colte italiane erano per lo più anglofile, e di riflesso germanofile in arte (o comunque esterofile). Era una inevitabile esigenza di rinnovamento, l'opera tradizionale stava di fatto scomparendo per sua naturale consunzione e il gusto medio inclinava verso la musica orchestrale. E non dimentichiamoci gli influssi della letteratura romantica di area germanica sul gusto del nostro pubblico, un fiume carsico che inizia a scavare già nel 1830. Wagner e la musica strumentale tedesca in genere erano, per dirla in termini commerciali, le novità che offriva il mercato internazionale dell'arte. Questo produce alcune conseguenze: si cerca l'approfondimento psicologico, il rinnovamento dei contenuti e delle forme, e si arriva all'espansione espressiva dell'orchestrazione. Un processo inarrestabile attivato dal tipico positivismo ottocentesco che idolatra il progresso (questo il vero motore di molte cose in arte e scienza in quel periodo, in tutta Europa e nel Nord America). 

Che questo abbia avuto un riflesso nel modo di concepire l'esecuzione della musica non lo so, ma potrebbe anche essere visto e considerato che i nostri musicisti si perfezionavano spesso all'estero: l'impronta formativa tedesca potrebbe essere rimasta. Non esisteva una scuola esecutiva astrattamente italiana, e noto che all'epoca non c'era il flusso contrario di emigranti artisti verso la penisola: non c'erano le scuole di formazione, all'esclusione di alcuni grandi che perpetuavano precise tradizioni specialistiche. La Germania unita ci ha fregato con la formazione scolastica pubblica in quasi tutte le discipline, mica solo nell'arte! Durante il fascismo il wagnerismo e gli influssi germanici erano in genere mal visti nell'arte italiana e non erano favoriti. Il modo di eseguire "alla tedesca" può essere che sia solo un retaggio della tradizione esecutiva precedente, sopravvissuto per inerzia e a causa dei gusti del pubblico. Ma è una mia ipotesi, sono questioni che non ho mai indagato.

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Le Maschere di Mascagni sono proprio un'opera simpaticissima! :o

 

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46 minuti fa, Madiel dice:

Wagner e la musica strumentale tedesca in genere erano, per dirla in termini commerciali, le novità che offriva il mercato internazionale dell'arte. Approfondimento psicologico, rinnovamento dei contenuti e delle forme, l'espansione espressiva dell'orchestrazione, era tutto un processo inarrestabile attivato dal tipico positivismo ottocentesco (questo il vero motore di molte cose in arte e scienza in quel periodo, in tutta Europa e nel Nord America). 

Benissimo, e fin qui c'ero... ma tornando alla domanda, non fu un fuoco fatuo? mi spiego, non ci fu dell'ingenuità in questa ricerca? al di là delle singole pagine più o meno riuscite, come potevano pensare che quella strada avrebbe portato da qualche parte? a me colpiva da ragazzo come un movimento di giovani che si professavano antiborghesi potesse utilizzare linguaggi che guardavano esattamente in direzione opposta, ma oltre questo (che potrebbe essere una facile riflessione a posteriori), mi parevano due mondi musicali difficili da conciliare in un'unica idea efficace, c'era stata una divaricazione troppo ampia tra le due strade... tu dirai: e l'alternativa qual era? Quella che stava percorrendo Verdi con le ultime opere, che poi storicamente è quel che abbiamo sempre fatto quando abbiamo voluto rigenerare il melodramma, la strada più logica, ricongiungerci alla fonte, alla musica francese che noi stessi avevamo seminato nel '600. Forse era giudicata con poco appeal perchè percorsa dal massimo autore della vecchia generazione?! Mi pare che quelle esperienze furono bypassate dalla storia, da Verdi, attraverso Ponchielli, si passò al verismo e ciao (secondo me Puccini contiene pochissimo Wagner, checchè ne dica qualcuno). I decadentisti non mi pare guardassero direttamente a Wagner, ma un po' in Germania e un po' in Francia... poi c'erano quelli come il citato Cilea, che erano post-veristi neo-massenetiani... Menomale che arrivarono Casella e Malipiero! 😮 

Parentesi: ma Malipiero, che parlava tanto male del verismo, non risentì un po' dell'influsso almeno di Puccini? non so, è la seconda volta che ascolto Torneo Notturno e io una netta cesura col passato recente non la sento mica! Non parlo della drammaturgia, completamente nuova, ma proprio della musica. 

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6 ore fa, Majaniello dice:

Benissimo, e fin qui c'ero... ma tornando alla domanda, non fu un fuoco fatuo? mi spiego, non ci fu dell'ingenuità in questa ricerca? al di là delle singole pagine più o meno riuscite, come potevano pensare che quella strada avrebbe portato da qualche parte?

Devi anche metterti nei panni degli intellettuali e degli artisti italiani del tempo, senza un retroterra culturale solido a chi avrebbero potuto ispirarsi ? Se pensiamo che nel 1870 non c'era alcuna memoria della musica strumentale e neanche operistica precedente. Gli esempi accademici della musica colta provenivano, per lo più, da quella sacra, che al tempo era in pieno sfacelo. Certo che ci fu ingenuità, almeno all'inizio, ma era inevitabile andare avanti per errori, ingenuità e stupidaggini. 

Cita

a me colpiva da ragazzo come un movimento di giovani che si professavano antiborghesi potesse utilizzare linguaggi che guardavano esattamente in direzione opposta, ma oltre questo (che potrebbe essere una facile riflessione a posteriori), mi parevano due mondi musicali difficili da conciliare in un'unica idea efficace, c'era stata una divaricazione troppo ampia tra le due strade... tu dirai: e l'alternativa qual era? Quella che stava percorrendo Verdi con le ultime opere, che poi storicamente è quel che abbiamo sempre fatto quando abbiamo voluto rigenerare il melodramma, la strada più logica, ricongiungerci alla fonte, alla musica francese che noi stessi avevamo seminato nel '600. 

No, perché se ci pensi ad un certo momento la spinta di Verdi come musicista nazionale perse terreno dopo l'unità d'Italia. Fu proprio nel decennio 1860-1870 che gli artisti italiani iniziano ad uscire dalla penisola e a percepire delle altre realtà (e ci sono pure scambi con la diffusione capillare della letteratura e musica estera). Da bravi esterofili, non potevano che disprezzare il modello verdiano, considerato per lo più antiquato (non entro su questo aspetto, tra cosa è autentico e cosa lo sembrava, perché al di là delle mie conoscenze). Pensa, poi, alle enormi difficoltà che ebbero le varie società musicali strumentali ad affermarsi, in perenne lotta con i gusti beoti del pubblico dell'opera lirica. La ricerca dell'arte del passato iniziò verso il 1880, un po' sulla scia delle varie scuole germaniche che facevano lo stesso da almeno quarant'anni (pensiamo a cosa succede con Bach), ma per molto tempo rimane un lavoro di addetti ai lavori che non ha reale influenza sugli artisti nati a ridosso dell'unificazione. D'Annunzio quando cita l'Arianna di Monteverdi ne "Il Fuoco" (1900), fa un'operazione rivoluzionaria perché fa scoprire alle masse un gioiello del seicento, ma nello stesso tempo può solo influenzare i compositori giovani (guarda caso Malipiero, Casella, Respighi). Nello stesso tempo indica al grande pubblico il superamento del wagnerismo in un momento in cui sta trionfando per ogni dove in Europa (indicativa la polemica scena conclusiva del funerale del compositore con alcune caratteristiche "latine", se non ricordo male). I musicisti della generazione di D'Annunzio non sono interessati a quel tipo di passato, che considerano archeologia - più o meno è sempre archeologica la citazione di musica settecentesca in Puccini, Cilea, Mascagni ecc. Se non si ha un'idea precisa del passato in un certo senso non si può capirlo e, infine, metabolizzarlo nella musica contemporanea. A questo problema ci pensavo proprio stasera ascoltando Le Maschere di Mascagni, lavoro che ha un qualcosa di "artificiale": l'autore si ingegna a "vivere" il settecento, in realtà fa un'operazione di sola costruzione intellettuale.

Cita

Forse era giudicata con poco appeal perchè percorsa dal massimo autore della vecchia generazione?! Mi pare che quelle esperienze furono bypassate dalla storia, da Verdi, attraverso Ponchielli, si passò al verismo e ciao (secondo me Puccini contiene pochissimo Wagner, checchè ne dica qualcuno). I decadentisti non mi pare guardassero direttamente a Wagner, ma un po' in Germania e un po' in Francia... poi c'erano quelli come il citato Cilea, che erano post-veristi neo-massenetiani... Menomale che arrivarono Casella e Malipiero! 😮 

Sì, ci fu proprio un gradino, un salto direi, privo di una propria naturale evoluzione. Un po' come l'unificazione d'Italia che è avvenuta in modo affrettato, con tutta una serie di gravi problemi sociali ed economici che ebbero gravi ricadute e aggravamenti dopo il 1880. Secondo me era un fenomeno inevitabile per i motivi economici e tecnologici tipici della seconda metà del XIX secolo che ho descritto: quando ci si apre al nuovo senza una entroterra culturale forte, sono inevitabili le mimetizzazioni, le imitazioni e le forzature.

Attenzione però, quando scrivi che Puccini non contiene wagnerismi diretti è vero, ma l'analisi psicologica e la morbosità di certe situazioni hanno radice oltralpe. Il decadentismo italiano ha una matrice francese, ma a sua volta quest'ultimo ha radici germaniche (come dimostrò bene D'Annunzio in alcuni suoi romanzi del decennio 1889-1900). Puccini era un wagneriano nell'animo! (esagero eh ... :D )

Il wagnerismo è tale quando si applicano stilemi o si impiegano mezzi che ricordano il modello, ma l'influenza può avvenire in tante maniere e forme, anche indirette.

Cita

Parentesi: ma Malipiero, che parlava tanto male del verismo, non risentì un po' dell'influsso almeno di Puccini? non so, è la seconda volta che ascolto Torneo Notturno e io una netta cesura col passato recente non la sento mica! Non parlo della drammaturgia, completamente nuova, ma proprio della musica. 

Puccini era la pietra di paragone per qualsiasi compositore d'opera del tempo. E tale rimase fino agli anni quaranta all'incirca. Questo perché fu compositore progressista e reazionario insieme che creò un modello ritenuto valido anche all'estero. Ci sono spettri pucciniani in tutti i compositori della generazione dell'Ottanta, possono essere anche delle parodie come nel caso di Casella (Donna serpente), ma erano inevitabili. Niente di scandaloso, piuttosto è interessante scoprire quali frutti ha fatto maturare.

 

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14 ore fa, hurdy-gurdy dice:

Conosco anche io quel canale Youtube :speak_cool:

Penso che qua dentro lo conoscan non in pochi, è uno dei migliori Ensemble di Musica "Antica" che conosca.

Adesso: J.S. Bach, Suite "Inglese" n.o3 in Sol minore.

Interessante anche l'analisi del Brano in questione:

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16 ore fa, Madiel dice:

Fu proprio nel decennio 1860-1870 che gli artisti italiani iniziano ad uscire dalla penisola e a percepire delle altre realtà (e ci sono pure scambi con la diffusione capillare della letteratura e musica estera). Da bravi esterofili, non potevano che disprezzare il modello verdiano, considerato per lo più antiquato

Sì immaginavo che Verdi patisse una sorta di "effetto matusa", infatti l'ho scritto anche prima... fatico in effetti a mettermi nei panni di chi viveva quell'epoca, anche perchè la distanza storica (diciamo l'effetto della storicizzazione) offre delle proporzioni che non coincidono quasi mai con quelle della contemporaneità. E' interessante quel che dici dopo:

16 ore fa, Madiel dice:

D'Annunzio quando cita l'Arianna di Monteverdi ne "Il Fuoco" (1900), fa un'operazione rivoluzionaria perché fa scoprire alle masse un gioiello del seicento, ma nello stesso tempo può solo influenzare i compositori giovani (guarda caso Malipiero, Casella, Respighi). Nello stesso tempo indica al grande pubblico il superamento del wagnerismo in un momento in cui sta trionfando per ogni dove in Europa (indicativa la polemica scena conclusiva del funerale del compositore con alcune caratteristiche "latine", se non ricordo male).

perchè invece la schiera dei compositori decadentisti innamorati di D'Annunzio era molto meno ostile a Verdi e soprattutto coglieva nell'evoluzione verdiana una via nuova e indipendente dal wagnerismo... Penso a Zandonai, a Pizzetti (che pare avesse ingaggiato feroci querelles con Malipiero e Casella a tal proposito, in difesa di Verdi ovviamente), al citato Alaleona, che come critico musicale si spese in elogi verso l'Otello, del quale apprezzava l'arditezza armonica e la finezza dell'orchestrazione. C'è una finezza appunto molto francese nell'ultimo Verdi, oserei dire una classicità (Simone, Don Carlos, Aida, Otello... Falstaff è un po' un'altra storia) che in parte fu raccolta da questi compositori. Ora con questo discorso di D'Annunzio mi torna pure quest'altro aspetto. In verità non ho mai approfondito perchè pure le opere di costoro fondamentalmente mi appallano.

Cita

I musicisti della generazione di D'Annunzio non sono interessati a quel tipo di passato, che considerano archeologia - più o meno è sempre archeologica la citazione di musica settecentesca in Puccini, Cilea, Mascagni ecc. Se non si ha un'idea precisa del passato in un certo senso non si può capirlo e, infine, metabolizzarlo nella musica contemporanea. A questo problema ci pensavo proprio stasera ascoltando Le Maschere di Mascagni, lavoro che ha un qualcosa di "artificiale": l'autore si ingegna a "vivere" il settecento, in realtà fa un'operazione di sola costruzione intellettuale.

Mi ricordo una rece di Wittel che sottolineava come sotto l'apparenza neoclassica Le Maschere fosse una "mascagnata" a tutti gli effetti (strumentale robusto, voci spiegate ecc), forse con "artificiale" intendi descrivere questo cortocircuito (in effetti anche io me la ricordo bizzarra, diciamo così). In Puccini il '700 è fatto rivivere addirittura a scopo denigratorio, per descrivere un lusso vacuo e decorativo (penso al secondo atto di Manon).

 

16 ore fa, Madiel dice:

Attenzione però, quando scrivi che Puccini non contiene wagnerismi diretti è vero, ma l'analisi psicologica e la morbosità di certe situazioni hanno radice oltralpe. Il decadentismo italiano ha una matrice francese, ma a sua volta quest'ultimo ha radici germaniche (come dimostrò bene D'Annunzio in alcuni suoi romanzi del decennio 1889-1900). Puccini era un wagneriano nell'animo! (esagero eh ... :D )

Il wagnerismo è tale quando si applicano stilemi o si impiegano mezzi che ricordano il modello, ma l'influenza può avvenire in tante maniere e forme, anche indirette.

Sì sì io parlavo musicalmente, il mio riferimento era ad una certa vecchia critica che sentiva in Puccini il cromatismo wagneriano (a me pare che l'armonia si sviluppi molto diversamente) e i leitmotiv, che pure ci sono ma che non sono certo prerogativa del solo Wagner (la musica francese dell'800 è piena di esempi). Quel che dici mi è sempre stato ben chiaro, anzi se ricordi vecchie discussioni su Puccini, io sono stato sempre quello che ha sottolineato quest'aspetto delle opere pucciniane che dai melomani viene colto molto raramente. E' lo stesso motivo per cui dico che Sinopoli è stato un grande direttore pucciniano (era praticamente specializzato nel repertorio psicanalitico/morboso a sfondo sessuale!) mentre è stato un verdiano non dico scadente ma molto poco convincente, perchè ha provato a piegare le analisi psicologiche verdiane, pure molto illuminanti, a quel tipo di visione, interpretandole come una sorta di anticipazione del discorso pucciniano (o se piace di più come parenti del linguaggio wagneriano), anche musicalmente dico. Benchè sia in parte vero, il tipo di rapporto che c'è tra musica, parola e scena in Verdi è molto diverso e necessita secondo me di un trattamento adeguato.

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35 minuti fa, Majaniello dice:

perchè invece la schiera dei compositori decadentisti innamorati di D'Annunzio era molto meno ostile a Verdi e soprattutto coglieva nell'evoluzione verdiana una via nuova e indipendente dal wagnerismo... Penso a Zandonai, a Pizzetti (che pare avesse ingaggiato feroci querelles con Malipiero e Casella a tal proposito, in difesa di Verdi ovviamente), al citato Alaleona, che come critico musicale si spese in elogi verso l'Otello, del quale apprezzava l'arditezza armonica e la finezza dell'orchestrazione. C'è una finezza appunto molto francese nell'ultimo Verdi, oserei dire una classicità (Simone, Don Carlos, Aida, Otello... Falstaff è un po' un'altra storia) che in parte fu raccolta da questi compositori. Ora con questo discorso di D'Annunzio mi torna pure quest'altro aspetto. In verità non ho mai approfondito perchè pure le opere di costoro fondamentalmente mi appallano.

Verdi aveva avuto una carriera internazionale e sapeva bene cosa accadeva a Parigi. Era consapevole del pericolo tedesco, nel senso che andava in moto contrario alla musica "mediterranea", inevitabile che guardasse a modelli francesi e li metabolizzasse alla sua maniera. Inevitabile, inoltre, che per certe sue musiche extra sceniche guardasse al passato, pur nella sua ottica storica limitata.

35 minuti fa, Majaniello dice:

Mi ricordo una rece di Wittel che sottolineava come sotto l'apparenza neoclassica Le Maschere fosse una "mascagnata" a tutti gli effetti (strumentale robusto, voci spiegate ecc), forse con "artificiale" intendi descrivere questo cortocircuito (in effetti anche io me la ricordo bizzarra, diciamo così). In Puccini il '700 è fatto rivivere addirittura a scopo denigratorio, per descrivere un lusso vacuo e decorativo (penso al secondo atto di Manon).

Premesso che Le Maschere sono un'opera godibile e simpatica che merita di essere conosciuta, ieri durante l'ascolto dopo un po' mi sono accorto che qualcosa non quadrava. Nel senso che l'opera sembra una raccolta di forme e modi espressivi del settecento riproposti secondo le conoscenze accademiche dell'anno 1900, niente di più. Non è qualcosa di sentito e di vissuto che può reggere come reale sulla scena. Non c'è il gioco e la parodia che fanno rivivere il Settecento con un gusto nuovo, Mascagni si limita a catalogare e a inserire gli elementi in una cornice. E lì si ferma. Nonostante questi limiti, va anche aggiunto che l'operazione, per l'epoca, ha qualcosa di rivoluzionario. Infatti, il pubblico rimase scettico e ostile! Forse era troppo in anticipo sui tempi, forse c'era bisogno di un compositore di ben altra levatura intellettuale...

35 minuti fa, Majaniello dice:

Sì sì io parlavo musicalmente, il mio riferimento era ad una certa vecchia critica che sentiva in Puccini il cromatismo wagneriano (a me pare che l'armonia si sviluppi molto diversamente) e i leitmotiv, che pure ci sono ma che non sono certo prerogativa del solo Wagner (la musica francese dell'800 è piena di esempi). Quel che dici mi è sempre stato ben chiaro, anzi se ricordi vecchie discussioni su Puccini, io sono stato sempre quello che ha sottolineato quest'aspetto delle opere pucciniane che dai melomani viene colto molto raramente. E' lo stesso motivo per cui dico che Sinopoli è stato un grande direttore pucciniano (era praticamente specializzato nel repertorio psicanalitico/morboso a sfondo sessuale!) mentre è stato un verdiano non dico scadente ma molto poco convincente, perchè ha provato a piegare le analisi psicologiche verdiane, pure molto illuminanti, a quel tipo di visione, interpretandole come una sorta di anticipazione del discorso pucciniano (o se piace di più come parenti del linguaggio wagneriano), anche musicalmente dico. Benchè sia in parte vero, il tipo di rapporto che c'è tra musica, parola e scena in Verdi è molto diverso e necessita secondo me di un trattamento adeguato.

Non conosco bene il Verdi di Sinopoli, tutto può essere! :focus:

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Oggi giornata ricca di ascolti variamente assortiti.

Ho cominciato con il primo atto del Così fan tutte di Karajan (quello Emi con Bruscantini). Mi ha colpito in positivo per la leggerezza della direzione e l'elevata qualità media del cast (la Schwarzkopf in particolare mi è parsa in gran spolvero e Bruscantini è prevedibilmente impagabile nella parte di Don Alfonso). Lisa Otto magari esagera un po' con gli istrionismi nel finale d'atto, però per il resto mi sembra una Despina più che buona. Simoneau non sarà un Ferrando di lusso come il Kraus dell'incisione di Böhm che ho come riferimento, però tutto sommato mi sembra un cast senza punti deboli (cosa che apprezzo particolarmente in un'opera in fondo corale come questa).

Poi ho fatto un tuffo nel passato con il Vespro della beata vergine diretto da Maletto. Ne avevo letto bene qui in forum e devo dire che mi ha impressionato in positivo. Il taglio è più ieratico che teatrale, particolarmente adatto a certe pagine più dense dal punto di vista contrappuntistico (tipo il salmo Nisi dominus o certe parti del meraviglioso Laetatus sum). L'accompagnamento strumentale è piacevolmente ricco. Ho trovato un po' eccessivi certi melismi in alcuni passaggi (per esempio nel mottetto Audi coelum), ma nel complesso è un ascolto che mi ha dato molte soddisfazioni.

Dopo, passando a qualcosa di completamente diverso, ho ripreso Roussel:
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Dentro ci sono la Petite suite op. 39, il concerto per pianoforte op. 36, il concerto per piccola orchestra op. 34 e il concertino per violoncello op. 57. I solisti sono indubbiamente di gran lusso, ma tutto il disco nel complesso mi pare ben fatto. Ero particolarmente curioso di ascoltare il concerto per pianoforte, l'ho trovato sorprendentemente percussivo e mi ha subito conquistato.

Da ultimo, mi sono accorto di aver sistematicamente evitato l'ascolto di diverse "prime" (probabilmente con l'idea di andare direttamente al sodo ascoltando i lavori successivi). Ho deciso di rimediare partendo dalla prima di Tchaikovsky diretta da Tilson-Thomas a Boston, un'incisione forse pure troppo bella e risolta per un'opera che pure mi ha colpito in positivo (certe trame orchestrali mi son sembrate proprio lontane dallo stile delle sinfonie che conosco meglio, cioè quelle dalla quarta in poi).

Ieri notte poi ho riprovato ad ascoltare il concerto per violino di Berg, un capolavoro con cui però non è mai scattata la scintilla. Mi sembra di aver fatto progressi, anche grazie all'approccio senza troppi ripiegamenti della Mutter accompagnata da Levine con la CSO. Stasera comunque ci riprovo.

 

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44 minuti fa, Alundra dice:

Primo ascolto:

Gorecki: Sinfonia n. 3

Soprano: Dawn Upshaw

Orchestra: London Sinfonietta

Conductor: David Zinman

 

Edit: Dura un'ora :laughingsmiley::censored:

Signore mio... 

Quest'opera è terribile, ma come hai fatto ad arrivare alla fine?

----------

Io, intanto, mi godo questo:

il brano si fonda su una figurazione ritmica data dal contrabbasso che è mutuata da un'opera precedente dello stesso Donatoni, Alamari.

Donatoni racconta che l'idea per Hot nacque da un'osservazione di Berio che, ascoltando Alamari, disse al compositore veronese che ci sarebbe stato bene un sassofono...detto, fatto! :D

@Majaniello che potrebbe apprezzare (visto che si parlava di simil jazz l'altro giorno)

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13 ore fa, glenngould dice:

Signore mio... 

Quest'opera è terribile, ma come hai fatto ad arrivare alla fine?

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Io, intanto, mi godo questo:

il brano si fonda su una figurazione ritmica data dal contrabbasso che è mutuata da un'opera precedente dello stesso Donatoni, Alamari.

Donatoni racconta che l'idea per Hot nacque da un'osservazione di Berio che, ascoltando Alamari, disse al compositore veronese che ci sarebbe stato bene un sassofono...detto, fatto! :D

@Majaniello che potrebbe apprezzare (visto che si parlava di simil jazz l'altro giorno)

Nel mentre leggevo vecchi topic del forum. Ascoltavo giusto quando raramente cambiava la solfa.

Ti rubo l'ascolto!

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16 ore fa, glenngould dice:

Signore mio... 

Quest'opera è terribile, ma come hai fatto ad arrivare alla fine?

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Io, intanto, mi godo questo:

il brano si fonda su una figurazione ritmica data dal contrabbasso che è mutuata da un'opera precedente dello stesso Donatoni, Alamari.

Donatoni racconta che l'idea per Hot nacque da un'osservazione di Berio che, ascoltando Alamari, disse al compositore veronese che ci sarebbe stato bene un sassofono...detto, fatto! :D

@Majaniello che potrebbe apprezzare (visto che si parlava di simil jazz l'altro giorno)

Grande Francone! ora me lo ascolto... Donatoni mi piace ma l'ho sempre ascoltato pescando a casaccio. Un giorno tenterò un excursus cronologico. Mi intriga anche l'ascolto successivo di Pollini, dato che sono in una timida fase esplorativa del XVII secolo.

16 ore fa, Pollini dice:

Giovanni Battista Fontana (ca. 1590 - 1630), Sonata II.

 

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Ho iniziato a leggere un saggio/guida all'ascolto sul concerto per violino di Berg (A. Pople, "Berg: Violin Concerto"), per cui mi è venuta voglia di ascoltare qualche altro concerto per violino più o meno coevo (oltre che riprovarci con la Lulu, magari domani). Visto che quello di Bartok lo conosco già e mi piace molto, ho ascoltato il secondo di Prokofiev e il secondo di Szymanowski.

Il secondo di Prokofiev (Oistrakh, Philharmonia, Galliera) inizia con un tema quasi ipnotico, metricamente ambiguo e molto affascinante. Non ho trovato nel movimento che segue un colpo d'ala paragonabile alla ripresa nel primo movimento del primo concerto (col tema affidato al flauto un'ottava sopra e un accompagnamento delicatissimo di solista, arpa e viole) però nel complesso mi è parso un compromesso riuscito con l'estetica del concerto romantico. Il secondo movimento è perfuso di un lirismo spiegato (pure troppo?) che mi ha un po' spiazzato. Indubbiamente si tratta di bella musica, però non ho capito se vada presa sul serio eccessi compresi o se l'intento sia almeno in parte parodistico (in questo mi ha ricordato l'adagio della sonata n. 16 di Beethoven, quello con la melodia progressivamente affogata nelle fioriture). Il terzo movimento invece non l'ho capito :mellow:

Il secondo di Szymanowski (Juillet, Dutoit, Montréal) non sarà sfacciatamente bello come il primo, però ha dalla sua molti dei consueti punti di forza di Szymanowski. Ho provato a riascoltarlo con la partitura ed è impressionante notare la minuziosità delle indicazioni di espressione e il numero di effetti in ogni singola parte orchestrale. La parte del solista vista scritta è terrificante, anche se immagino che con l'aiuto di Kochański il risultato finale sia meno brutalmente difficile di quanto appaia. Comunque da risentire.

Poi ho finito di ascoltare il Così fan tutte di Karajan a proposito del quale confermo il giudizio uniformemente positivo di ieri.

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21 ore fa, Majaniello dice:

Mi intriga anche l'ascolto successivo di Pollini, dato che sono in una timida fase esplorativa del XVII secolo.

 

Non esser timido, che è tutta roba buona, anzi, ottima ;);) ...

Adesso, nuovamente incuriosito da Hurwitz, come ho già detto, stavo ascoltando il primo Movimento dall'"Eroica" di Beethoven diretta da Roth. Effettivamente ci sono cose che non ho mai sentito fatte da nessun altro: alcuni brevi crescendo e "messe di voce" posso anche capirli, ma perché arpeggiare i policordi degli Archi?... Anche i Fiati li trovo, per un'esecuzione su strumenti d'Epoca, relativamente un po' "arretrati" nel bilanciamento complessivo.

Adesso passo a questo CD dedicato a Concerti per Archi di Telemann:

A quanti debba controdediche.

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