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Snorlax

Wilhelm Furtwängler - Una (sgangherata) parata delle registrazioni

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27 minuti fa, miaskovsky dice:

...e l'attesa è terminata (forse durerà ancora un po' per attendere che il prezzo scenda 😅)

https://www.berliner-philharmoniker-recordings.com/radio-recordings.html

Ca**arola!:o Non hanno badato a spese... è un salasso per noi furtiani. Speriamo che il prezzo cali al più presto invocando i superpoteri di @superburp!

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Esagerati! Per quella cifra se la tengono, ne riparliamo tra 50 anni così la potranno vendere tutti a basso costo :lol:.

Snorlax il massimo che posso fare è andare a sparargli un mega ruttone in faccia finchè non abbassano il prezzo, ma poi mi rispondono i Berliner con un tutti ffff e mi sbaragliano :lol:.

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On 25/1/2019 at 19:47, superburp dice:

Esagerati! Per quella cifra se la tengono, ne riparliamo tra 50 anni così la potranno vendere tutti a basso costo :lol:.

Snorlax il massimo che posso fare è andare a sparargli un mega ruttone in faccia finchè non abbassano il prezzo, ma poi mi rispondono i Berliner con un tutti ffff e mi sbaragliano :lol:.

Bastano celli, contrabbassi e timpani. 😅

 

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Hector Berlioz, Faust Verdammnis [La damnation de Faust], F. Vroons, E. Schwarzkopf, H. Hotter, A. Pernestofer, Coro & Orchestra del Festival di Lucerna, Wilhelm Furtwangler

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Pur non costituendo il cuore del suo repertorio, Furtwangler diresse diversi lavori di Berlioz in tutto l'arco della sua carriera; purtroppo quel che rimane ai posteri è solo questa registrazione de La Damnation de Faust - in tedesco - captata a Lucerna il 26 agosto 1950, e, a mo' di bonus, qualche altra versione della Marcia Rakoczy, che di quest'opera costituisce l'estratto orchestrale più celebre. Prima di tutto qualche nota sulla registrazione: molto compressa, con un fruscio di fondo assai presente, ma che, tuttavia, si lascia ascoltare. Certo, bisogna tenere da conto che quasi tutto lo smalto dell'orchestrazione berlioziana è irreversibilmente perduto. Ma, come si dice, è inutile piangere sul latte versato. E' presente anche qualche piccolo taglio, ma niente di draconiano.

In generale, i tempi furtiani sono più lenti del solito, ma non c'è mai la sensazione di una Damnation al rallentatore, anzi i momenti di stanca sono molto pochi, anche se questo non significa che tutto sia riuscito. Infatti, il risultato non si può definire come idiomatico a causa di molti fattori, non solo per via della scelta della lingua tedesca, che non sembra molto conciliarsi con la sinuosità della traduzione berlioziana. Poco caratterizzata è la scena della taverna nella Seconda parte, dove è si palesa una certa pesantezza ed è avvertibile la difficoltà di Furt di raccogliere il sarcasmo dispiegato dall'autore in queste pagine: la Canzone del ratto di Brandis manca di ironia e mordente, e la successiva fuga sull'Amen non sembra dire molto, riuscendo piuttosto piatta e sprovvista di quella dose di pepe che è propria di questo pezzo. Anche il celebre Menuet des Follets è alquanto bizzarro: le creature del bosco immaginate dal Direttorissimo talvolta sembrano avere un po' i piedi di piombo e l'effetto che ne esce è quasi straniante, anche se non del tutto disprezzabile. Nonostante ciò, l'estro furtiano si fa notare in molti punti, soprattutto in quelli di carattere più lirico: bellissima è l'intera Prima parte - ahimé, purtroppo troppo breve - modellata dal direttore tedesco in maniera singolarissima, puntata tutto sull'espressivo ed esaltandone così il carattere appassionato e pastorale. Altro highlight indimenticabile è la canzone de Le Roi de Thule, dove la voce della Schwarzkopf è accompagnata in maniera memorabile, quasi ipnotica: il risultato è praticamente inedito. Riuscitissima ed assai atmosferica è anche l'Invocazione alla natura, dove la parte orchestrale è scolpita esemplarmente da Furt.

Paradossalmente, il cantante che mi è piaciuto proprio di più è il meno conosciuto dei quattro: l'olandese Frans Vroons. In tale contesto ci si poteva spettare un vocione da heldentenor wagneriano. Niente di tutto questo; abbiamo invece una piacevole voce lirica e duttile - anche se qualche difficoltà è presente nel registro più acuto - timbricamente assai adatta al personaggio. Bene, ma un gradino sotto, anche la Schwarzkopf, mentre non mi è piaciuto molto Hans Hotter, anche se la sua interpretazione potrebbe risultare la più congeniale alla lettura furtiana: più che Mefistofele, mi pare uno strano incrocio tra Wotan e Alberich, l'arguzia, e, soprattutto, la malizia richieste da un carattere del genere sono quasi del tutto assenti. Pesantino il Brandis di Pernestofer. Coro discreto, più che buona l'orchestra, anche se penalizzata molto dalla qualità della registrazione.

Una lettura che molti condannano, ma che in realtà, pur potendo risultare lontana allo spirito berlioziano, contiene molte pagine notevolissime e che, quindi, vale senz'altro la pena di ascoltare almeno una volta.

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Certo che tu scopri roba di cui nemmeno sospettavo l'esistenza.

Tra l'altro non sarebbe male indagare sulle consuetudini lucernesi del Maestro. Credo che abbia conosciuto lì Peter Maag, consigliandogli di passare dal pianoforte alla direzione, ingenerando poi in noi appassionati il rimpianto cocente per la scelta di abbassare il profilo che Maag inspiegabilmente intraprese sul più bello della carriera.

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9 ore fa, Wittelsbach dice:

Certo che tu scopri roba di cui nemmeno sospettavo l'esistenza.

Tra l'altro non sarebbe male indagare sulle consuetudini lucernesi del Maestro. Credo che abbia conosciuto lì Peter Maag, consigliandogli di passare dal pianoforte alla direzione, ingenerando poi in noi appassionati il rimpianto cocente per la scelta di abbassare il profilo che Maag inspiegabilmente intraprese sul più bello della carriera.

Mi pare che Maag abbia avuto una specie di crisi mistica risolta con un un viaggio in Oriente e l'avvicinamento al buddhismo.

Comunque sì, lessi un'intervista dove Maag diceva che Furt gli suggerì di fare il direttore dopo un 4° concerto di Beethoven suonato insieme.

P.S.: Però nell'elenco dei concerti di Furt non trovo questo fantomatico concerto con Maag. Chissà, forse dopo le prove è saltato per qualche motivo.

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On 2/4/2019 at 09:52, superburp dice:

Comunque sì, lessi un'intervista dove Maag diceva che Furt gli suggerì di fare il direttore dopo un 4° concerto di Beethoven suonato insieme.

E' questa? In ogni caso un'intervista da leggere e da rileggere:

http://www.bruceduffie.com/maag.html

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Robert Schumann, Manfred Ouverture, Berliner Philharmoniker, 18 dicembre 1949 (dal vivo) & Wiener philharmoniker 24 gennaio 1951 (EMI studio), Wilhelm Furtwangler

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Ho deciso di scrivere qualche riga su queste due letture furtiane - in realtà ve ne sarebbe un'altra, un live lucernese risalente al '53, che purtroppo non conosco - di questa celebre ouverture di Schumann, perché l'esecuzione di questo lavoro è emblematica per quel che riguarda la massima variazione interpretativa del medesimo brano. Pur tenendo da conto che la prima è una esecuzione live colla sua orchestra, i Berliner Philharmoniker - ghiotto assaggio di un concerto comprendente una Terza di Brahms di una potenza espressiva inaudita - mentre la seconda è una registrazione in studio coi Wiener Philharmoniker, a momenti viene quasi da pensare che tali letture non siano frutto dello stesso direttore, anche se, ovviamente, sono presenti delle caratteristiche comuni. Non vorrei nuovamente rinverdire il luogo comune - che comunque avrà qualche ragion d'essere - che il grande Furtwangler è presente perloppiù dal vivo e con i Berliner, ma il confronto tra queste due interpretazioni conferma senza pietà tale sentenza.

La registrazione EMI infatti non presenta grandi interessi; si tratta di una esecuzione ben confezionata, non particolarmente fascinosa dal punto della timbrica orchestrale - il Furtwangler sound non è che sia così ravvisabile - sovente turgida e paludata, e in cui il pathos di certe letture furtiane si intravede solo col binocolo. Insomma, la si ascolta e la si dimentica abbastanza in fretta.

Di tutt'altra pasta il live risalente a poco più di un anno prima: lettura ispiratissima, avvincente dalla prima all'ultima nota, insomma, da lasciare col fiato sospeso. Molto più accattivante timbricamente la compagine strumentale - che, stranamente, sembra anche tecnicamente superiore rispetto ai Wiener in studio - che è spinta da Furt a toccare tutte le dinamiche possibili, l'orchestra sussurra ed esplode con una intensità senza pari. Ovviamente anche l'agogica è assai più accentuata rispetto alla successiva esecuzione: l'introduzione risulta quasi straniante nella sua desolazione e nel successivo allegro si riscontra una frenesia il cui impeto drammatico è assolutamente incredibile. Notare inoltre come il direttorissimo pennella i tre accordi iniziali - la stessa cosà la farà un po' Thielemann cinquant'anni dopo, nella sua incisione per DGG - invece di strapparli semplicemente. Insomma, se in questa esecuzione dal vivo Furt si profonda nei meandri del verbo schumanniano, nella registrazione in studio abbiamo per le mani solo una lettura poco più che sbrigativa. Ma il genio di Furtwangler sta anche qui, nella sua incostanza, o per dirla con una espressione abusatissima, nell'ispirazione del momento.

 

Qui sotto i due link dal Tubo:

 

 

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Ecco, ma i tre accordi iniziali cosi "slentati" non li avevo mai sentiti. Nemmeno Klemperer li fa cosi pesanti, quasi un effetto moviola.

Io li ho sempre sentiti cosi:

Il live è comunque meglio, più acceso e vivido rispetto all'incisione in studio, davvero stracca.

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2 ore fa, Ives dice:

Ecco, ma i tre accordi iniziali cosi "slentati" non li avevo mai sentiti. Nemmeno Klemperer li fa cosi pesanti, quasi un effetto moviola.

Io li ho sempre sentiti cosi:

Il live è comunque meglio, più acceso e vivido rispetto all'incisione in studio, davvero stracca.

 

A proposito dei tre accordi iniziali, come ho già accennato, l'unico che va nella direzione furtiana è Thielemann, anche se in maniera un po' più trattenuta:

(mi pare di averne già parlato, ma questo per me è un bellissimo disco, anche se non sempre il binomio Schumann/Thielemann, nonostante la rima, risulta felicissimo)

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Non avevo dubbi che "panzer" Thielemann andasse in questa direzione (quasi unica), seppur Furtone sia di ben altro spessore. Io lo trovo noiosissimo, questo è un pezzo inquieto, basato su ritmi incalzanti e intreccianti, su un dinamismo fatto di contrasti timbrici, di scarti angosciati. Qui è tutto asfaltato, non è questione di tempi veloci o meno, ma di considerare le note non come palle di piombo (con gli immancabili "ritardandi"). Trovo molto più persuasiva questa del vecchio Klemperer:

Barenboim pure tende ad allargare e appensantire i tre accordi:

Nessuno comunque fa le pause di Furt.

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32 minuti fa, Ives dice:

Non avevo dubbi che "panzer" Thielemann andasse in questa direzione (quasi unica), seppur Furtone sia di ben altro spessore. Io lo trovo noiosissimo, questo è un pezzo inquieto, basato su ritmi incalzanti e intreccianti, su un dinamismo fatto di contrasti timbrici, di scarti angosciati. Qui è tutto asfaltato, non è questione di tempi veloci o meno, ma di considerare le note non come palle di piombo (con gli immancabili "ritardandi"). Trovo molto più persuasiva questa del vecchio Klemperer:

Barenboim pure tende ad allargare e appensantire i tre accordi:

Nessuno comunque fa le pause di Furt.

Beh, a parte i tre accordi iniziali, le letture di Furtone e Thielemann si differenziano, pur avendo il comune denominatore di leggere Schumann sotto la cifra del titanismo (che io apprezzo molto proprio in un compositore come Schumann). Furtwangler risulta più netto e incisivo, più brutale, è infatti alieno da quel velluto sonoro che è un po' la costante delle esecuzioni thielemanniane. Detto questo, la registrazione del nostro Christian non mi pare affatto slentata e tronfia e l'ampio uso che il direttore fa di accelerandi/ritardandi non mi sembra affatto penalizzare l'unità dell'assieme. Quel CD schumanniano lo trovo riuscitissimo - la Seconda è strepitosa, una delle migliori che io conosca, ma altrettanto non si può dire del resto dell'integrale DGG (bella la Terza, Prima e Quarta un buco nell'acqua. Da pochi mesi è stato pubblicato un remake con la Staatskapelle Dresden, dove, da quel poco che ho potuto sentire, Thielemann si è un po' normalizzato.

In ogni caso, tornando al Manfred, il live furtiano per me rimane ineguagliabile e insuperabile, mi fa sembrare tutte le altre versioni roba da scolarette. :girl_haha:

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In occasione dell'uscita del box DGG dedicato al Nostro, l'etichetta gialla provvederà a pubblicare una serie di mini-interviste a Norman Lebrecht riguardanti i vari aspetti dell'arte direttoriale furtiana (e non solo):

Mah, staremo a vedere...

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