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Cosa state ascoltando ? Anno 2017


Madiel
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1 ora fa, glenngould dice:

Eh, caro, gli anni passano...quando ci siamo conosciuti ero uno sbarbatello :D

Però certe cose rimangono, tipo Mahler, quello non va via...

insomma, prendetevi tutto ma non il mio Mahler... :D 

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Vaughan Williams: Sinfonia n.4

Bournemouth SO diretta da Paul Daniel

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Piotr Ilic CIAIKOVSKY
Mosca - cantata per l'incoronazione di Alessandro III

Luydmilla Legostayeva, mezzosoprano - Daniel Damaniov, baritono
Orchestra sinfonica e coro della Radio di Mosca
Nicolai Golovanov

Brano del 1883, commissionato ed eseguito per l'incoronazione dello zar Alessandro III. Mai sentito prima. Sebbene si tratti di un pezzo significativo, stranamente gode di scarsa frequentazione concertistica e discografica.  L'incisione di Golovanov risale al 1948 e la sto ascoltando nella rimasterizzazione della Praga Digitals, eccellente se si considera il basso livello di molte incisioni sovietiche postbelliche. La versione di Golovanov è particolare perché il testo della cantata fu rivisto espungendone tutti i riferimenti allo zar e a temi ed espressioni di carattere religioso. Stupendo il quinto movimento, un arioso in cui il mezzosoprano dialoga con gli interventi solistici di fagotto e clarinetto.

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4 ore fa, Madiel dice:

insomma, prendetevi tutto ma non il mio Mahler... :D 

Con questa mi hai lasciato secco, direbbe il giovane Holden :D

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Intanto volevo ringraziare giobar e quanti che come lui mettono due frasi di commento/spiegazione del brano ascoltato. Veramente stuzzicano la curiosità! 

Johann Sebastian Bach 

Concerto n.1 in re minore per cembalo e archi BWV1052

Glenn Gould

Columbia Symphony Orchestra 

Direttore, Leonard Bernstein 

Ai non-filologi del forum :P

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19 minuti fa, glenngould dice:

Intanto volevo ringraziare giobar e quanti che come lui mettono due frasi di commento/spiegazione del brano ascoltato. Veramente stuzzicano la curiosità! 

Prego! Mi sembra una cosa in linea con la vera natura del topic, che sennò diventa uno snocciolamento di dati non molto diverso dall'elenco quotidiano delle temperature minime nelle principali città italiane: genericamente interessante ma di fatto utile soltanto per chi ha un interesse specifico un particolare dato. Poi, ovviamente, capisco benissimo che uno può non aver tempo e voglia di dire nulla di più o che pure il semplice scrivere la notarella lo distrae dall'ascolto. Io per primo ho scoperto e imparato un sacco di cose leggendo qui anche soltanto poche parole di commento a musiche o interpreti che non prima conoscevo.

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Carl ORFF
Entrata (da William Byrd: The Bells)

Orchestra dell'Opera di stato di Vienna
Hermann Scherchen

Raffinatissimo arrangiamento, più che trascrizione pura e semplice, del famosissimo pezzo di Byrdper tastiera contenuto nel Fitzwilliam Virginal Book. Orff riesce a distanziarsi dall'orginale perché crea un'atmosfera estatica e continuamente trascolorante in cui l'ascoltatore è come trasportato dalla corrente di un fiume, mentre caratteristica essenziale del pezzo per tastiera è l'incedere implacabile del ritmo di danza che evoca i rintocchi delle campane.

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12 ore fa, hurdy-gurdy dice:

Pensavo di fondare il Club AIM, Addicted to Ivan Moravec:

A @noone, così non lo dimentichi più Debussy ;).

Di Moravec, pianista che approfondirò con piacere, posseggo un Primo Concerto di Brahms registrato da Supraphon e pubblicato a suo tempo in una vecchia collana De Agostini.

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Louis Moreau GOTTSCHALK
Sinfonia n. 2 "A Montevideo"

Orchestra dell'Opera di stato di Vienna
Igor Buketoff

Più che una sinfonia, è in realtà un'ouverture o una fantasia sinfonica in un solo movimento. Comunque sia, è uno spasso e per l'ennesima volta viene da chiedersi perché Gottshalk sia così negletto. Un pezzo del genere, messo come apertura di un concerto o come bis in una tournée, farebbe furori.

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21 ore fa, Wittelsbach dice:

Di Moravec, pianista che approfondirò con piacere, posseggo un Primo Concerto di Brahms registrato da Supraphon e pubblicato a suo tempo in una vecchia collana De Agostini.

Ripubblicato dalla Supraphon assieme al secondo, incisi tra 1988 e 1989:

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Che dire di Moravec, conosciuto inizialmente nel repertorio solistico, mi ha stregato al primo ascolto.

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L'ensemble Musica Fiorita, specializzato nel repertorio corale italico di fine '600-metà 700, ci invita a Firenze per dei grandi mottetti, un genere tipico di Versailles. Fu la francofilia del principe Ferdinando de Medici che gliene fece ordinare sei a Giacomo Antonio Perti. In questo disco ce ne sono tre, di stile decisamente italiano, malgrado la loro forma. La strumentazione mette in risalto due cornetti e due trombe, oltre agli archi (uno per parte) e al continuo. Il coro dei Basler Madrigalisten è seducente nelle parti più affettuose (Virgo dulcis) e potente in quelle più virtuose (Fremunt tartara). E la direzione è sempre equilibrata.

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"Egli [Schubert] resta essenzialmente un lirico, e nella forma della sinfonia trasferisce questo impulso arrecando inconsciamente delle modifiche alla forma tradizionale. Se in Beethoven, sinfonista per antonomasia, il cuore della sinfonia era costituito dagli sviluppi, cioè da quei punti in cui le diverse idee musicali si scontrano, si dialettizzano, lottano e si superano fino a trovare la catarsi finale - al punto che a volte i temi in Beethoven possono mancare di forza melodica, ed essere costituiti quasi soltanto da un'idea ritmica -, in Schubert anche questi momenti, entrati ormai inalienabilmente a far parte dello schema sinfonico, diventano la sede per continuare l'iniziale impeto lirico, per accogliere i flutti di una ricchezza melodica che pervade di sé ogni cellula del discorso musicale. In lui la forza dell'arco melodico travolge ogni barriera, e si espande fiduciosa dalla prima nota all'ultima. Non che manchino nelle sue sinfonie momenti d'intensa drammaticità; ma si tratta in genere di sentimenti drammatici espressi attraverso la natura stessa delle linee melodiche, oppure attraverso un'armonia dalle venature intense e dolenti, oppure ancora da grandiose illuminazioni che preludono a sviluppi ben vasti nella musica successiva. [...] In tutto questo, Schubert è artista squisitamente romantico: egli non sente la forza della dialettica tematica, dell'elaborazione plastica di ogni singolo dettaglio, ma esprime solo se stesso, la sua più pura, soggettiva intimità. [...] Le sinfonie di Schubert ci aprono la visione di un'anima candida e vibrante, ce la indicano mentre si accinge intrepida a penetrare in spazi ampi e fecondi, ce la mostrano sulle ali di un canto meraviglioso, a volte sereno a volte intriso di melanconia, scaturito da una mente ansiosa di esprimersi, interprete delle gioie e dei dolori del nuovo uomo romantico"

Sulla scorta di queste felici notazioni di Giacomo Manzoni, mi sono riascoltato in questi giorni tutto Schubert sinfonico, un repertorio che da qualche tempo non accostavo, preso da altri ascolti. E mi rendo conto che tutte le sue sinfonie sono piccoli gioielli, di una perfezione soggiogante. Anche le prime, che risentono maggiormente delle eredità classiche, mostrano la sottile personalità del ragazzo Schubert.

Ho prescelto l'imprescindibile lettura di Claudio Abbado

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Dedica a @giobar, @Ives e @Majakovskij

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1 ora fa, Wittelsbach dice:

"Egli [Schubert] resta essenzialmente un lirico, e nella forma della sinfonia trasferisce questo impulso arrecando inconsciamente delle modifiche alla forma tradizionale. Se in Beethoven, sinfonista per antonomasia, il cuore della sinfonia era costituito dagli sviluppi, cioè da quei punti in cui le diverse idee musicali si scontrano, si dialettizzano, lottano e si superano fino a trovare la catarsi finale - al punto che a volte i temi in Beethoven possono mancare di forza melodica, ed essere costituiti quasi soltanto da un'idea ritmica -, in Schubert anche questi momenti, entrati ormai inalienabilmente a far parte dello schema sinfonico, diventano la sede per continuare l'iniziale impeto lirico, per accogliere i flutti di una ricchezza melodica che pervade di sé ogni cellula del discorso musicale. In lui la forza dell'arco melodico travolge ogni barriera, e si espande fiduciosa dalla prima nota all'ultima. Non che manchino nelle sue sinfonie momenti d'intensa drammaticità; ma si tratta in genere di sentimenti drammatici espressi attraverso la natura stessa delle linee melodiche, oppure attraverso un'armonia dalle venature intense e dolenti, oppure ancora da grandiose illuminazioni che preludono a sviluppi ben vasti nella musica successiva. [...] In tutto questo, Schubert è artista squisitamente romantico: egli non sente la forza della dialettica tematica, dell'elaborazione plastica di ogni singolo dettaglio, ma esprime solo se stesso, la sua più pura, soggettiva intimità. [...] Le sinfonie di Schubert ci aprono la visione di un'anima candida e vibrante, ce la indicano mentre si accinge intrepida a penetrare in spazi ampi e fecondi, ce la mostrano sulle ali di un canto meraviglioso, a volte sereno a volte intriso di melanconia, scaturito da una mente ansiosa di esprimersi, interprete delle gioie e dei dolori del nuovo uomo romantico"

Sulla scorta di queste felici notazioni di Giacomo Manzoni, mi sono riascoltato in questi giorni tutto Schubert sinfonico, un repertorio che da qualche tempo non accostavo, preso da altri ascolti. E mi rendo conto che tutte le sue sinfonie sono piccoli gioielli, di una perfezione soggiogante. Anche le prime, che risentono maggiormente delle eredità classiche, mostrano la sottile personalità del ragazzo Schubert.

Ho prescelto l'imprescindibile lettura di Claudio Abbado

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Dedica a @giobar, @Ives e @Majakovskij

Nell'analisi di Manzoni mi sembra, però, che manchi una delle caratteristiche più riconoscibili di Schubert, e cioè l'uso tutt'affatto singolare delle progressioni, che è vero che è stato interpretato come un "faute de mieux" rispetto alla sua incapacità di sviluppo dei temi, riconducendosi così alla lettura di uno Schubert romantico soggettivo, incapace di costruzione oggettiva, ma sta di fatto che, questo espediente (prendiamo per buono che sia stato tale) diventa poi una caratteristica costruttiva che, secondo me, è proprio opposta alla Romantik di cui parla Manzoni. Da un lato si può cogliere un certo lato ossessivo - vicino alle progressioni di Caicovskij, per non parlare di Bruckner, che pure i temi li sapeva sviluppare, e allora perché vi ricorreva? - dall'altro un tentativo di uscire da quella "purezza soggettiva" che solitamente si esprime tutta in un motivo, in un tema, e non può essere sostenibilmente diluita in progressioni e modulazioni che sembrano vagare nel buio. Insomma, la lettura di Manzoni mi sembra un po' troppo storicistica, nel voler trovare in Schubert la personificazione del romantico squisito, dopo l'ancora inclassificabile Beethoven.

Le prime sinfonie mi piacciono molto. Soprattutto la Terza.

p.s.

La mia personale forse risibile teoria è che lo "sviluppo" è frutto di un momento in cui la tonalità è ancora fresca, salda, teoricamente sicura. Quando cominciò a subire le tentazioni sempre più forti del cromatismo - e questo è vero già nell'ultimo Beethoven - lo sviluppo perde il suo ubi consistam, il suo appoggio, per la semplice ragione che il cromatismo assorbe in sé le tensioni (tonali, diatoniche) dello sviluppo. Dopo Schubert, Brahms, è vero, fu un maestro dello sviluppo, e forse proprio per questo lo percepiamo come un compositore più "tonale" rispetto ai suoi contemporanei. Paradossalmente lo "sviluppo" ritorna con il metodo di Schoenberg, che appunto dà di nuovo un ubi consistam: la serie.

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