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Pinkerton

Confronti

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Nella cavatina per basso da Sonnambula, Cesare Siepi evidenzia in pari grado due caratteristiche del suo canto, una positiva, l'uguaglianza di registro, e l'altra negativa, la sostanziale monocromaticità. Il suono è sempre pieno e morbido, ben appoggiato e proiettato, il fraseggio è rigoroso, austero, aristocratrico. Nondimeno il canto risulta piuttosto monocorde.

 

 

 

 

Per confronto Ildebrando D'Arcangelo che, senza possedere la souplesse di Siepi, vanta una discreta tecnica ( anche nel suo caso però orientata a un canto monocromatico) ma che, com'è sua abitudine, tende anche qui, totalmente a sproposito in un'aria nostalgico-patetica, a un'accentazione aggressiva e animosa. Risultato: inappropriatezza interpretativa e stilistica, dinamica cervellotica, sciattezza espressiva. Nella cabaletta naturalmente, pur senza brillare, almeno si salva.

 

 

 

Malgrado qualche incongruenza tra testo e accentazione ( quel "e vicin la fattoria" a 011, inframezzato da risatina supponente, non sta né in cielo né in terra), fatta salva un'estroversione di fondo probabilmente eccessiva e nonostante disinvolte deroghe al metronomo, l'esecuzione di F. Chaliapin, col suo timbro tenorile e penetrante, risulta alquanto fervida e ricca di colori:

 

 

Sommessa, a tratti quasi accennata, ma modulata, legatissima e alquanto coinvolgente, risulta la versione di Nicola Rossi Lemeni registrata quando ancora la voce era integra:

 

 

Ragguardevolissimo per la superba tecnica di emissione ( suoni sempre pieni, tondi e risonanti)  è Tancredi Pasero che, malgrado una dinamica essenziale, si fa ammirare anche per la linea di canto omogenea e composta, rigorosa e castigata, aliena da abbandoni sentimentalistici eppure alquanto espressiva:

 

 

 

Molto convincente, per l'ottima tecnica e la giusta misura delle intensità, è anche l'esecuzione di Plinio Clabassi:

 

 

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Qui il confronto è fra Pavarotti e Dano Raffanti su un'aria dei Capuleti e Montecchi di Bellini ("E' serbato a questo acciaro") . Entrambi la cantano bene ma Elvio Giudici dà la preferenza a Raffanti, invocando un "accento imperioso" e "una linea di canto rifinitissima" . Ha ragione, il canto di Raffanti è ragguardevole, ma, a ben ascoltare, tutte le note a piena voce sono rischiose, lievemente aperte, troppo vicine al punto di rottura timbrica. Pavarotti ha un assetto fonatorio molto più controllato  che gli consente, oltre alla scansione netta e alla dizione superba, di emettere note piene e argentine in zona di passaggio (v. 0:47, 1:28), persino insolenti nel loro splendore sonoro.

 

 

 

 

 

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A confronto alcune esecuzioni del "Largo" per baritono "Dio di Giuda", dal Nabucco di Verdi. Per il tempo ampio e la presenza di numerose note modulate di lunga durata, nonché per l'alta tessitura, il brano richiede qualità tecnico vocali di livello superiore. Cominciamo con un'incisione del '25 di Riccardo Stracciari che, in termini puramente vocalistici ( suoni nitidi, rotondi e timbratissimi, assoluto controllo dei fiati e perfetta proiezione in maschera), rappresenta un riferimento a tutt'oggi insuperato. Ad onta di qualche lieve inflessione nasale, Stracciari impartisce una lezione di canto a tutti i baritoni che ascolteremo successivamente.

 

 

 

 

Il primo confronto è con l'esecuzione alquanto censurabile di Tito Gobbi. Confronto impietoso: molti suoni sono "indietro", ruvidi e poveri di timbro, il "legato" molto difficoltoso, il debito di fiato pressoché costante.

 

 

 

In questa  incisione la voce rigogliosa e la tecnica sana di Piero Cappuccilli, qui diretto da Sinopoli nell' '83, si fanno valere. Certo il fraseggio del baritono triestino, pur incisivo, non brilla per varietà. Nondimeno la sua esecuzione è molto valida.

 

 

 

Malgrado il suono sia forse troppo "avanti" e il canto sovente appaia altisonante, degna di attenzione è questa versione "live" di Sherrill Milnes, colto in buona forma vocale, dove si apprezzano il tono ispirato e sofferto e la capacità di graduare l'intensità di molte note di lunga durata ( si noti, a 7:44, la bella messa di voce su "saprò").

 

 

  

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9 ore fa, Wittelsbach dice:

Se poi vogliamo andare sul fantasioso...

 

Domingo, vecchio e sfiatato, che, non più tenore e ben lungi dall'essere baritono, saccheggia il repertorio baritonale verdiano ( Nabucco, Conte di Luna, Simone, Rigoletto,Germont), caro Wittel, è uno degli eventi più deprimenti del mondo della lirica degli ultimi anni. Nessuno ha il coraggio di protestarlo, comunque fa ancora cassetta, se non altro per la curiosità di assistere al disonorevole K.O del vecchio campione. Il pubblico, buonista e incompetente, applaude ancora e sempre, incoraggiando questo scempio. Certo, Wittel, in ultima analisi, è un caso umano e insieme un caso mediatico. Un penosissimo, deplorevole equivoco. Con il Maestro Pepìn da Busseto, ahimè, preso a calci e sbeffeggiato.

 

 

 

 

 

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L'Andante "Ma dall'arido stelo divulsa", lamentoso, lacerato, funereo, pezzo forte di Amelia dal II Atto di Un ballo in maschera, preceduto dal recitativo "Ecco l'orrido campo" e concluso dall'invocazione "Deh mi reggi, m'aita Signor, miserere d'un povero cor!" è il banco di prova per saggiare le qualità sopranili necessarie per il ruolo: scrittura insidiosa, battente sul centro-grave con improvvise, scoperte escursioni in zona acuta. La prima versione che ascoltiamo è un live della Callas tratto da una recita scaligera del'57. La Callas accentua molto la timbrica delle note basse e questo evidenzia la cesura fra il registro grave ostentato e sontuoso e quello acuto sostanzialmente duro e asciutto ( quando non oscillante). Nondimeno il fraseggio è, come sempre, penetrante e comunque questa bipolarità cromatica ha un suo fascino e arricchisce l'espressività dell'esecuzione.

 

 

 

 

Molto bene anche Leontyne Price in questo live del '67. Qui abbiamo una miglior sutura fra i registri e un "legato" impeccabile, ad onta di qualche suono un po' stridulo (che comunque contribuisce a delineare la psicologia vulnerata del personaggio).

 

 

 

Composito e articolato ma forse troppo "costruito" e troppo incline all'effettismo è il canto di Leyla Gencer che, malgrado qualche passaggio apprezzabile per virtuosismo fonatorio, si pone un gradino sotto alle due precedenti colleghe:

 

 

 

Più ortodossa, pulita e sobria, la versione di Margaret Price,  che sfoggia uguaglianza di registro e omogeneità di linea:

 

 

 

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