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Pinkerton

Poesia

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RACCONTO NATALIZIO DI UN RAGAZZO (scritto interamente in osimano)

Quanno è venuto al monno el Redentore
Se fece da per tutto un gran rimore.
Era finito el tempo de j’affanni
Che l’omo avea sofferto per tant’anni.
Le malatie restava e j’altri guai,
Che affligge el monno e non finisce mai;
Ma, quanno apparve in Celo qû la Stella
La vita a tutti già apparì più bella.
Più bella, perché c’era la speranza
Che tutti i mali – che sempre ce rvanza -
Iddio li vede, e ajuta a sopportarli
E ce dà forza per pudé scaccialli.
Perché, invece dell’odio e del rancore
C’insegna a praticà solo l’amore.
E l’amore tra j’òmmeni è un segreto
Che fa passà ogni giorno un po’ più lieto.
Cum’è successo questo grande evento
Che fece gambià el munnu nt’un momento?
State a sentì: ve lo racconto io
Che l’ho imparato, per grazia di Dio,
Nte i libbri de la Storia Universale
Ndó che se rconta tutto quanto el male
Ma pure el bè. Ma, dopo, lo scordamo
Pr’andà dietro alle trappole; e imparamo
Solo le cose storte; e po’ succede
Tutto quel putiferio che se vede.

Dècca, donca, la storia se cum’è.
‘Na giuvinetta fatta proprio bè
Andava a cavà l’acqua gió a la fonte
Quanno vide calà gió da quel monte
Uno che avéa le lale spalancate
Tutto allegro, le chiome inalate,
Che je disse: ”Marietta, sta a sentì
“Una gran cosa, e nun te impaurì.
“El Signore te vole che sii madre
“D’un fijo che Dio stesso ha già per padre”.

“Ma io, Signore, disse Mariettina,
“So granna pogo più d’una bambina,
“Nun me vojo spusà. Resto zitella,
“Cuscì la vita a me pare più bella.
L’angelo Gabrielle – che era quello -
“È proprio questo tuo voto si bello
“Che il Signore ha veduto: e t’ha rcapato,
“Senza che el core tuo resta macchiato”.

Disse Maria: ”Se ciò vole el Signore
“Èccheme pronta adesso, e a tutte l’ore”.
Nt’un momento, Maria divenne madre
De quel gran Fijo che Dio ha già per Padre.
E il Signore je diede per sustegno
Un Omo che fra tutti era il più degno:
Giuseppe, un giovinetto cume lia
Proprio un gran Santo – e non digo bugia -
Cumpagno tanto dolce e affezionato
Che Madre e Fijo ha sempre governato.

E quanno fu la notte de Natale
Che el Bambino nascette, tale e quale
Cume vedete, drento di una grotta,
Ce stava, a faje caldo, un sumarello
E un bò Mansueto cume quello.
Tanti angeli cantò: “Gloria lassù,
“E pace in tera a j’òmmenni quaggiù”
Quella notte fu giorno a Betlemme,
E fu luce, lassù, a Gerusalemme.
C’era, pogo lontano, sei pastori
Che tenéene le pegore, là fori
Da le stallette, e stàvene dormendo.
Vede una luce; e, subito scotenno
Da dosso el sonno, s’è levati in pia
Per vedé mejo ssa gran meravia.
Sente una voce: “Andate gió a la grotta
“E portate al Bambino una ricotta”.
Se méttene in cammino; e porta invece
Un agnello, e un furmaggio d’ogni spece.

A vedésse davanti quella scena
Del presepio, el Bambino, e tutta piena
De luce quella grotta, sté buttati
In ginocchio, lì avanti, e – la Madonna
Je presenta Gesù. Solo una gonna
Lo ricopria; ma era tanto bello
Che nun se trova un altro come quello.
Lo cominciò a bagiallo e a riferije
I guai de lora e de le sue famije.

Gesù non parla; ma sa le carezze
Je Raddolcisce tutte le amarezze.
E la madre je dice “Andate puro,
“Che qualche grazia ve la fa sicuro”.
E quelli, ripartiti con gran fede
Quel che la grazia portarà sta a vede.
Ce crederete? Dopo de quel giorno,
I lupi che giravene lì intorno
A le pegore, nun s’è visti più,
Trattenuti dal nome di Gesù.

Ccuscì pòle succede ai giorni nostri.
Se j’òmmeni nun fusse tanti mostri
Scatenati, e sentisse la parola
Che viè da sto presepio, in una sola
Giornata, gambiarissimo ogni cosa.
Senza spine vedrissimo ogni cosa.
Senza odio e superbia, ogni persona
Se metterìa a fa l’opera bona
De dà una mà a chi soffre, e fra j’amici
Passerìa j’anni e i mesi più felici.

Osimano: lingua dialettale del mio paese.

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Il polisindeto di Praxilla è memorabile.

Mai un addio alla vita ha avuto questo splendore. 

 

«κάλλιστον μν γ λείπω φάος ελίοιο,
δεύτερον στρα φαειν σεληναίης τε πρόσωπον
δ κα ραίους σικύους κα μλα κα ὄγχνας·

(Praxilla)

 

Bellissima io lascio la luce del sole,

e le stelle lucenti e della luna il volto

e i fichi maturi e le mele e le pere.

 

(Trad. Pink)

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In questo periodo particolare mi sta accompagnando questo celebre sonetto di Foscolo:

Nè più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde 
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’inclito verso di Colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura 
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

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On 4/2/2019 at 17:50, glenngould dice:

In questo periodo particolare mi sta accompagnando questo celebre sonetto di Foscolo:

Nè più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde 
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’inclito verso di Colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura 
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Il Sonetto IX di Ugo Foscolo, Glenn,carme avverbiale governato dalla musica, è una delle cose magnficentissime della poesia italiana.

Nota il respiro ampio del lungo periodo ininterrotto che copre le prime tre strofe. E nota, Glenn, il virtuosismo metrico dell'ambivalenza rimico-semantica delle desinenze in "onde" e in "acque", a creare un clima marino, acquatico, amniotico, materno...

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2 ore fa, Pinkerton dice:

Il Sonetto IX di Ugo Foscolo, Glenn,carme avverbiale governato dalla musica, è una delle cose magnficentissime della poesia italiana.

Nota il respiro ampio del lungo periodo ininterrotto che copre le prime tre strofe. E nota, Glenn, il virtuosismo metrico dell'ambivalenza rimico-semantica delle desinenze in "onde" e in "acque", a creare un clima acquatico, amniotico, materno...

Fantastico, si addice benissimo a quel "feconde"

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Sottopongo all'attenzione dei forumisti amanti della poesia l'ultimo capolavoro di Pink poeta:

 

 

 

COMUNICAZIONI DI SERVIZIO

(in due quartine di doppi quinari rimati)

 

Metà più vale del tutto intero,

Soffio è il pensiero, macigno l’atto;

Nulla è per certo, nulla è per vero,

Se non l’istante che tiene il fatto.

 

 Vinta o perduta la tua partita

Tutta vanisce nell’illusione;

Puo' stare dentro tutta la vita

In quattro note di una canzone.

 

L.D. ("Il giardino dei semplici", 2019)

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Tante volte in questo forum siamo tornati sul punto della poesia novecentesca, che ha perso l'interesse (e dunque la padronanza) per la prosodia e le forme del passato, e, col verso libero, è diventata qualcosa di enigmatico, una specie di confessione ispirata e con pretese formali solo blande, tutte "in negativo" rispetto alla densità e alla continuità della prosa. E che cerca la sua forza comunicativa sull'intuizione, su un'epifania di senso, una minima rivelazione sull'esistenza. In questo genere, ecco una poesia di Bartolo Cattafi, siciliano vissuto a lungo a Milano per lavoro.

Il resto manca

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt…. cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

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8 ore fa, giordanoted dice:

Tante volte in questo forum siamo tornati sul punto della poesia novecentesca, che ha perso l'interesse (e dunque la padronanza) per la prosodia e le forme del passato, e, col verso libero, è diventata qualcosa di enigmatico, una specie di confessione ispirata e con pretese formali solo blande, tutte "in negativo" rispetto alla densità e alla continuità della prosa. E che cerca la sua forza comunicativa sull'intuizione, su un'epifania di senso, una minima rivelazione sull'esistenza. In questo genere, ecco una poesia di Bartolo Cattafi, siciliano vissuto a lungo a Milano per lavoro.

Il resto manca

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piedi divide
cetera desunt…. cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento come per dirci
solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Molte volte, Giordano, un frammento è  più stimolante e intrigante del testo intero e completo. Bartolo Cattafi sembra dispiacersi di avere solo una parte, ma, se così  fosse, è  lui che non sa, e' lui che si sbaglia.

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22 ore fa, Pinkerton dice:

Molte volte, Giordano, un frammento è  più stimolante e intrigante del testo intero e completo. Bartolo Cattafi sembra dispiacersi di avere solo una parte, ma, se così  fosse, è  lui che non sa, e' lui che si sbaglia.

Sono d'accordo, lo dimostrano i frammenti, bellissimi, che ci restano di Saffo, che non sapremo mai se fossero più belli della composizione intera, ma belli lo sono sicuramente. Tuttavia non sono sicuro che il poeta siciliano si spiaccia della perdita della compiutezza, almeno io colgo un'accettazione, forse rassegnata. In ogni caso il tema che sollevi è molto interessante, e ti domanderei, caro Luciano, un tuo parere... se è destino ormai che la nostra esperienza artistica si basi e fruisca soprattutto di frammenti... brani da Youtube, spezzoni, immagini colte qua e là, o se abbia senso inseguire "l'intero e completo". Mi rendo conto che è una domanda, come si dice, da un milione di dollari.

 

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17 ore fa, giordanoted dice:

Sono d'accordo, lo dimostrano i frammenti, bellissimi, che ci restano di Saffo, che non sapremo mai se fossero più belli della composizione intera, ma belli lo sono sicuramente. Tuttavia non sono sicuro che il poeta siciliano si spiaccia della perdita della compiutezza, almeno io colgo un'accettazione, forse rassegnata. In ogni caso il tema che sollevi è molto interessante, e ti domanderei, caro Luciano, un tuo parere... se è destino ormai che la nostra esperienza artistica si basi e fruisca soprattutto di frammenti... brani da Youtube, spezzoni, immagini colte qua e là, o se abbia senso inseguire "l'intero e completo". Mi rendo conto che è una domanda, come si dice, da un milione di dollari.

 

Come dice Esiodo nel suo capolavoro :

"La metà vale più del tutto".

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Il libro dell'Odissea che parla della discesa agli Inferi è illuminato dall'episodio dell'incontro con Achille, che si presenta a Odisseo vestito della sua armatura da guerriero, splendida, tutta d'oro.  "Anche qui sei il primo e comandi su tutti"- gli dice Odisseo. Achille tuttavia è afflitto, sconsolato, e risponde all'amico; "Vorrei essere l'ultimo degli uomini ma vedere ancora la luce del sole". Poi gli chiede del figlio, di come si comporti nella vita.

E Ulisse gli dice che Neottolemo è un combattente impavido e valoroso e che si copre di gloria fra gli uomini.  Conclude Omero con tre versi immortali:

 

- ς φμην, ψυχ δ ποδκεος Αακδαο

φοτα μακρ βιβσα κατ' σφοδελν λειμνα,

γηθοσνη, ο υἱὸν φην ριδεκετον εναι.

(Odissea, XI, 538-540)

 

Così parlai, e l’anima dell’Eacide piede veloce

a grandi passi se ne andò sul prato asfodelo,

a testa alta, felice,

perché gli avevo detto che il figlio si faceva onore.

 

(Trad. Pink)

 

Vedi Giordano, QUESTA è la Poesia.

 

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On 13/3/2019 at 08:23, Pinkerton dice:

Il libro dell'Odissea che parla della discesa agli Inferi è illuminato dall'episodio dell'incontro con Achille, che si presenta a Odisseo vestito della sua armatura da guerriero, splendida, tutta d'oro.  "Anche qui sei il primo e comandi su tutti"- gli dice Odisseo. Achille tuttavia è afflitto, sconsolato, e risponde all'amico; "Vorrei essere l'ultimo degli uomini ma vedere ancora la luce del sole". Poi gli chiede del figlio, di come si comporti nella vita.

E Ulisse gli dice che Neottolemo è un combattente impavido e valoroso e che si copre di gloria fra gli uomini.  Conclude Omero con tre versi immortali:

 

- ς φμην, ψυχ δ ποδκεος Αακδαο

φοτα μακρ βιβσα κατ' σφοδελν λειμνα,

γηθοσνη, ο υἱὸν φην ριδεκετον εναι.

(Odissea, XI, 538-540)

 

Così parlai, e l’anima dell’Eacide piede veloce

a grandi passi se ne andò sul prato asfodelo,

a testa alta, felice,

perché gli avevo detto che il figlio si faceva onore.

 

(Trad. Pink)

 

Vedi Giordano, QUESTA è la Poesia.

 

Caso vuole che proprio in questi giorni stia leggendo l'Odissea, e proprio il canto della discesa nell'Ade... 

Nessuno dei contemporanei può misurarsi con questo respiro, questa pienezza di vita e di pensiero...

Ma vedi, Luciano, che le generazioni presenti siano sempre peggiori delle precedenti è storia antica... ti rammenterò questi versi:

 

aetas parentum, peior avis, tulit

nos nequiores, ora daturos

progeniem vitiosorem.

 

A te la traduzione, tenente!

 

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2 ore fa, giordanoted dice:

Caso vuole che proprio in questi giorni stia leggendo l'Odissea, e proprio il canto della discesa nell'Ade... 

Nessuno dei contemporanei può misurarsi con questo respiro, questa pienezza di vita e di pensiero...

Ma vedi, Luciano, che le generazioni presenti siano sempre peggiori delle precedenti è storia antica... ti rammenterò questi versi:

 

aetas parentum, peior avis, tulit

nos nequiores, mox daturos

progeniem vitiosorem.

 

A te la traduzione, tenente!

 

Ecco la traduzione di un Orazio "giovenaliano", in preda allo sconforto:

"L'età dei nostri padri fu più corrotta di quella degli avi antichi

e ha reso noi peggiori di loro;

ma ora stiamo mettendo al mondo figli 

che saranno  anche peggio di noi."

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54 minuti fa, Pinkerton dice:

Ecco la traduzione di un Orazio "giovenaliano", in preda allo sconforto:

"L'età dei nostri padri fu più corrotta di quella degli avi antichi

e ha reso noi peggiori di loro;

ma ora stiamo mettendo al mondo figli 

che saranno  anche peggio di noi."

Belissima, epigrammatica traduzione (Marziale avrà avuta ben presente questa ode...), che conserva tutta la mordacità dell'originale.

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La poesia, spesso, e spesso in Francia, è giovinezza.

Una giovinezza che termina con un suicidio, "la soluzione più verosimilmente giusta e definitiva", come per molti surrealisti, tra cui René Crevel, cui si deve la citazione lugubre.

Ecco la sua "Notte", la notte di un ventiquattrenne dilaniato, confuso, ma ancora speranzoso.

Doucement pour dormir à l’ombre de l’oubli 
ce soir 
je tuerai les rôdeurs
silencieux danseurs 
de la nuit 
et dont les pieds de velours noir 
sont un supplice à ma chair nue 
un supplice doux comme l’aile des chauves-souris 
et subtil à porter l’effroi 
dans les coins où la peau se fait craintive, émue 
pour mieux aimer, pour avoir peur 
d’un autre corps et du froid. 
Mais quel fleuve pour fuir ce soir ô ma raison ?
C’est l’heure des mauvais garçons 
l’heure des mauvais voyous. 
Deux grands yeux d’ombre dans la nuit 
seraient pour moi si doux, si doux. 
Prisonnier des tristes saisons 
je suis seul, un beau crime a lui

là-bas, là-bas à l’horizon 
quelque serpent peut-être et glacé de n’aimer point. 
Mais où coule, où coule au loin 
le fleuve dont a besoin 
pour fuir ce soir ma raison ?
Sur les berges vont les filles 
leurs yeux sont las, leurs cheveux brillent,
Je ne sais rien dire à ces filles 
dont ils sont 
les mauvais garçons 
dont ils sont 
les fiers maquignons. 
Je suis seul, un beau crime a lui,
Deux grands yeux d’ombre dans la nuit 
seraient pour mot si doux, si doux. 
C’est l’heure des mauvais voyous.

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20 ore fa, giordanoted dice:

La poesia, spesso, e spesso in Francia, è giovinezza.

Una giovinezza che termina con un suicidio, "la soluzione più verosimilmente giusta e definitiva", come per molti surrealisti, tra cui René Crevel, cui si deve la citazione lugubre.

Ecco la sua "Notte", la notte di un ventiquattrenne dilaniato, confuso, ma ancora speranzoso.

Doucement pour dormir à l’ombre de l’oubli 
ce soir 
je tuerai les rôdeurs
silencieux danseurs 
de la nuit 
et dont les pieds de velours noir 
sont un supplice à ma chair nue 
un supplice doux comme l’aile des chauves-souris 
et subtil à porter l’effroi 
dans les coins où la peau se fait craintive, émue 
pour mieux aimer, pour avoir peur 
d’un autre corps et du froid. 
Mais quel fleuve pour fuir ce soir ô ma raison ?
C’est l’heure des mauvais garçons 
l’heure des mauvais voyous. 
Deux grands yeux d’ombre dans la nuit 
seraient pour moi si doux, si doux. 
Prisonnier des tristes saisons 
je suis seul, un beau crime a lui

là-bas, là-bas à l’horizon 
quelque serpent peut-être et glacé de n’aimer point. 
Mais où coule, où coule au loin 
le fleuve dont a besoin 
pour fuir ce soir ma raison ?
Sur les berges vont les filles 
leurs yeux sont las, leurs cheveux brillent,
Je ne sais rien dire à ces filles 
dont ils sont 
les mauvais garçons 
dont ils sont 
les fiers maquignons. 
Je suis seul, un beau crime a lui,
Deux grands yeux d’ombre dans la nuit 
seraient pour mot si doux, si doux. 
C’est l’heure des mauvais voyous.

NOTTURNO

 

Con dolcezza,

Per dormire senza sogni

Stasera,

Ammazzerò i vagabondi

Notturni ballerini taciturni

Dai piedi di nero velluto

Supplizio alla mia carne nuda

Dolce pena come ali di pipistrello

E sottile da far vibrare la pelle

Nelle pieghe dove paurosa s’emoziona,

Per meglio amare,

Per aver paura di un altro corpo

E del freddo.

Ma quale fiume questa sera per fuggire,

O mia ragione?

E’ l’ora dei ragazzi cattivi,

L’ora dei giovinastri di strada.

Due grandi occhi profondi aperti nella notte

Così dolci sarebbero per me, così dolci…

Prigioniero di stazioni desolate,

Sono solo

E un bel crimine riluce all’orizzonte.

Laggiù, laggiù…

Forse un serpente raggelato

Dall’assenza d’amore.

Ma dove, dove mai lontano scorre

Quel fiume che cerca per fuggire

Stasera la mia mente?

Van le fanciulle lungo le sponde,

Chiome brillanti, gli sguardi stanchi;

Non so che dire a queste puttane,

Schiave di quei ragazzacci,

Sensali crudeli.

 

E intanto io sono solo

E un bel delitto laggiù in fondo mi riluce

E come dolci, come dolci nella notte

Mi sarebbero due grandi occhi profondi.

E’ l’ora delle canaglie.

 

(Trad. Pink)

 

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2 ore fa, Pinkerton dice:

NOTTURNO

 

Con dolcezza,

Per dormire senza sogni

Stasera,

Ammazzerò i vagabondi

Notturni ballerini taciturni

Dai piedi di nero velluto

Supplizio alla mia carne nuda

Dolce pena come ali di pipistrello

E sottile da far vibrare la pelle

Nelle pieghe dove paurosa s’emoziona,

Per meglio amare,

Per aver paura di un altro corpo

E del freddo.

Ma quale fiume questa sera per fuggire,

O mia ragione?

E’ l’ora dei ragazzi cattivi,

L’ora dei giovinastri di strada.

Due grandi occhi profondi aperti nella notte

Così dolci sarebbero per me, così dolci…

Prigioniero di stazioni desolate,

Sono solo

E un bel crimine riluce all’orizzonte.

Laggiù, laggiù…

Forse un serpente raggelato

Dall’assenza d’amore.

Ma dove, dove mai lontano scorre

Quel fiume che cerca per fuggire

Stasera la mia mente?

Van le fanciulle lungo le sponde,

Chiome brillanti, gli sguardi stanchi;

Non so che dire a queste puttane,

Schiave di quei ragazzacci,

Sensali crudeli.

 

E intanto io sono solo

E un bel delitto laggiù in fondo mi riluce

E come dolci, come dolci nella notte

Mi sarebbero due grandi occhi profondi.

E’ l’ora delle canaglie.

 

(Trad. Pink)

 

Stupenda!

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La descrizione di Ogigia dal Libro V dell' Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.

Ma quando arrivò nell' isola lontana,
allora, dal livido mare balzato su lido,
andava, finché fu alla grande spelonca, dove la ninfa
trecce belle abitava: e la trovò ch' era in casa.
Gran fuoco nel focolare bruciava e lontano un odore
di cedro e di fissile tuia odorava per l' isola,
ardenti; lei dentro, cantando con bella voce
e percorrendo il telaio con spola d' oro, tesseva.
Un bosco intorno alla grotta cresceva, lussureggiante:
ontano, pioppo e cipresso odoroso.
Qui uccelli dall' ampie ali facevano il nido,
ghiandaie, sparvieri, cornacchie che gracchiano a lunga distesa,
le cornacchie marine, cui piace la vita del mare.
Si distendeva intorno alla grotta profonda
una vite domestica, florida, feconda di grappoli.
Quattro polle sgorgavano in fila, di limpida acqua,
una vicina all' altra, ma in parti opposte volgendosi.
Intorno molli prati di viola e di sedano
erano in fiore; a venir qui anche un nume immortale
doveva incantarsi guardando, e godere nel cuore.

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