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Pinkerton

Poesia

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5 ore fa, Pinkerton dice:

A volte anche le cose non sbagliate sono orribili.Tutto vero comunque  quello che scrivi, ma "ahimè!" rende molto più musicale, cadenzato, il verso.

Aspetto il tuo commento. Finalmente un collega col quale si può parlare di arte e non solo di sintomi e di terapie!

Prenditi tutto il tempo che vuoi e che ti avanza. Per dirla con la mia cara Butterfly : " ..e non mi pesa la lunga attesa".

 

attesa mal ripagata, a differenza , credo , della tua.

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12 ore fa, Yeats dice:

attesa mal ripagata, a differenza , credo , della tua.

"Povera Butterfly!" (Suzuki, Atto III)

Qui Bonnefoy, Yeats, parla di vocalità e Pink, punto sul vivo, non poteva sottrarsi dal tradurre. Ho scelto gli endecasillabi, rimandoli in alternanza solo due volte per strofa. Che ne pensi?

 

À LA VOIX DE KATHLEEN FERRIER

 

Toute douceur toute ironie se rassemblaient

Pour un adieu de cristal et de brume,

Les coups profonds du fer faisaient presque silence,

La lumière du glaive s'était voilée.

 

Je célèbre la voix mêlée de couleur grise

Qui hésite aux lointains du chant qui s'est perdu

Comme si au delà de toute forme pure

Tremblât un autre chant et le seul absolu.

 

Ô lumière et néant de la lumière, ô larmes

Souriantes plus haut que l'angoisse ou l'espoir,

Ô cygne, lieu réel dans l'irréelle eau sombre,

Ô source, quand ce fut profondément le soir !

 

Il semble que tu connaisses les deux rives,

L'extrême joie et l'extrême douleur.

Là-bas, parmi ces roseaux gris dans la lumière,

Il semble que tu puises de l'éternel.

 

( Y. Bonnefoy)

 

 

 

 

 

Simili l'ironia ed il languore

per un addio di nebbia e di cristallo,

taciti quasi gli affondi del ferro,

era velato del gladio il bagliore.

 

Lodo la voce venata di grigio

tenue alle soglie d'un canto perduto

come se dietro ad ogni forma pura

tremasse un altro canto e l'assoluto.

 

O luce e della luce assenza, o pianti

ridenti oltre chi teme, oltre chi spera,

o cigno, o luogo vero in acque cupe,

sorgente all'inoltrarsi della sera!

 

Sembra che tu conosca le due rive,

d'ogni dolor, d'ogni felicità.

Là nella luce in quelle canne grigie,

sembra tu attinga dall'eternità.

 

( Trad. Pink)

 

 

 

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On 2/8/2018 at 08:02, Pinkerton dice:

"Povera Butterfly!" (Suzuki, Atto III)

Qui Bonnefoy, Yeats, parla di vocalità e Pink, punto sul vivo, non poteva sottrarsi dal tradurre. Ho scelto gli endecasillabi, rimandoli in alternanza solo due volte per strofa. Che ne pensi?

 

À LA VOIX DE KATHLEEN FERRIER

 

Toute douceur toute ironie se rassemblaient

Pour un adieu de cristal et de brume,

Les coups profonds du fer faisaient presque silence,

La lumière du glaive s'était voilée.

 

Je célèbre la voix mêlée de couleur grise

Qui hésite aux lointains du chant qui s'est perdu

Comme si au delà de toute forme pure

Tremblât un autre chant et le seul absolu.

 

Ô lumière et néant de la lumière, ô larmes

Souriantes plus haut que l'angoisse ou l'espoir,

Ô cygne, lieu réel dans l'irréelle eau sombre,

Ô source, quand ce fut profondément le soir !

 

Il semble que tu connaisses les deux rives,

L'extrême joie et l'extrême douleur.

Là-bas, parmi ces roseaux gris dans la lumière,

Il semble que tu puises de l'éternel.

 

( Y. Bonnefoy)

 

 

 

 

 

Simili l'ironia ed il languore

per un addio di nebbia e di cristallo,

taciti quasi gli affondi del ferro,

era velato del gladio il bagliore.

 

Lodo la voce venata di grigio

tenue alle soglie d'un canto perduto

come se dietro ad ogni forma pura

tremasse un altro canto e l'assoluto.

 

O luce e della luce assenza, o pianti

ridenti oltre chi teme, oltre chi spera,

o cigno, o luogo vero in acque cupe,

sorgente all'inoltrarsi della sera!

 

Sembra che tu conosca le due rive,

d'ogni dolor, d'ogni felicità.

Là nella luce in quelle canne grigie,

sembra tu attinga dall'eternità.

 

( Trad. Pink)

 

 

 

finalmente qualche minuto libero. scrivo giusto un paio di considerazioni che non siano i soliti elogi (devi darli per acquisiti). immagino che la prima figura evocata corrisponda a una scena teatrale, e quel "glaive" potrebbe suggerire un'ambientazione classica. il carattere elegiaco, si capisce , necessita di una sintassi semplice e spontanea, di un adagio, per così dire, perciò avrei evitato un impiego pronunciato dell' anastrofe e di liricismi come "taciti affondi" , "bagliore", "languore" . nella seconda quartina il tono si eleva all'epica, tu esordisci con "io lodo", ma non suona più educato di quel che dovrebbe? avrei in ogni caso riservato all'endecasillabo specifici versi, soprattutto in questa seconda strofa, mantenendo nel resto del componimento la maggior libertà dell'alessandrino o del decasillabo, come nell'originale. 

nelle ultime due quartine, quelle propriamente liriche, hai ottenuto la resa migliore, chiariscimi però un dubbio: perché hai tradotto "l'extrême joie et l'extrême douleur" con "d'ogni dolor, d'ogni felicità"? l' immagine (delle rive) cambia molto.

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Le tue obiezioni, collega, sono tutte sensate e tutte ( compreso naturalmente  il ricorso all'anastrofe) trovano la stessa risposta: la musicalita', la cadenza e l'omogeneità della musica e,  per i liricismi che rilevi,  un tono piu' nobile dell'eloquio. Così l'impiego costante degli endecasillabi ( secondo e terzo dell'ultima strofa però  sono decasillabi tronchi, e non a caso,a sigillare la composizione) danno più  coesione, più  unità  di linea. Anche il calo di enfasi di "lodo" invece che, ad esempio, la butto lì, di un bisillabo tipo " gloria" ( gloria alla voce venata di grigio) per me va benissimo, e questo per mantenere unitario il tono, per non "far chiasso".

Quanto a "ogni" per "extreme", capisco il tuo discorso ma "ogni" è più comprensivo, più estensivo, più vago. Visto il clima emotivo creatosi, di incantata meraviglia, e visto che il senso è  quello dell'esaltazione globale delle facoltà  espressive della Ferrier,  lo rifarei.

 

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anche le scelte che hai fatto sono ben motivate, e l'hai dimostrato nell'ultima risposta. soprattutto mi sembra di capire che a te siano gradite l'omogeneità e la coerenza dello stile , mentre io, ad esempio, amo di più le variazioni di tono e il chiaroscurismo del linguaggio. va da sé che noteremo sempre aspetti diversi , e forse complementari , delle quartine di bonnefoy.

a questo punto resta solo da capire cosa intendesse keats con quel suo famoso verso da "ode on a grecian urn", che il bon ton mi impedisce di citare 😆

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1 ora fa, Yeats dice:

anche le scelte che hai fatto sono ben motivate, e l'hai dimostrato nell'ultima risposta. soprattutto mi sembra di capire che a te siano gradite l'omogeneità e la coerenza dello stile , mentre io, ad esempio, amo di più le variazioni di tono e il chiaroscurismo del linguaggio. va da sé che noteremo sempre aspetti diversi , e forse complementari , delle quartine di bonnefoy.

a questo punto resta solo da capire cosa intendesse keats con quel suo famoso verso da "ode on a grecian urn", che il bon ton mi impedisce di citare 😆

Ti sei spiegato bene, ottimo Yeats. Se mai ti capitasse di leggere le mie traduzioni di Valéry, batti un colpo. Il tuo parere mi preme assai.

Quanto all'ode sopra l'una greca ti dirò: Keats è un neoclassico nella forma, tutto enfasi e fronzoli, ma un romanticone nella sostanza. Gli piace stare sul vago, gli piace evocare, gli piace suggerire, gli piace alludere, gli piace .....

Insomma, gli piace.

 

 

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Intanto lavò Telemaco la bella Policaste,

la figlia più giovane di Nestore Nelìde.

E dopo che lo lavò e l'unse di grasso olio,

gli pose addosso un bel mantello e una tunica,

e dal bagno egli uscì simile nel corpo agli eterni,

e andò a sedersi accanto a Nestore pastore di genti.

 

( Od., III, 464-469)

(trad. Rosa Calzecchi Onesti)

 

 

L'Odissea non è il racconto dell'avventuroso viaggio di ritorno dalla guerra di un eroe saggio e perseguitato dal destino. Questo racconto, tutto carico di simboli che anche oggi affascinano le nostre deboli menti, è troppo fantastico, troppo inverosimile, troppo improbabile. Tutti i suoi personaggi, Ulisse compreso, per quanto fascinosi sono sospetti, sono ambivalenti se non plurivalenti; tutti, Ulisse compreso, ci potrebbero mentire. Tutti meno uno. Telemaco, un figlio che cerca il padre. A ben vedere, lui è l'unico che non può barare. Questo ragazzo è alla ricerca del padre e naviga per mesi, da una città all'altra, a chiedere di lui. Ma non lo trova e rischia anche la vita per averlo cercato. Ha tanto bisogno di ritrovare suo padre che alla fine prende per buone le parole di un vecchio straccione un po' mitomane, che un giorno gli capita in casa  e che dice di essere lui il grande Odisseo.

Ecco, Maddalena, l'Odissea non deve confonderci e frastornarci con tutte i suoi meravigliosi e bugiardi racconti: queste avventure sono solo un carrozzone di simboli, un circo di simboli, che ad ogni epoca si ferma a fare il suo spettacolo di meraviglia per le nostre menti , deboli e fanciulle.

L'Odissea è il libro che narra del bisogno di avere un padre. Omero ce lo suggerisce chiaramente. E lo fa subito, non con un accenno, ma per quattro,  lunghi libri, loro sì tutti davvero meravigliosi, perché veri.

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2 ore fa, Pinkerton dice:


 

Intanto lavò Telemaco la bella Policaste,

la figlia più giovane di Nestore Nelìde.

E dopo che lo lavò e l'unse di grasso olio,

gli pose addosso un bel mantello e una tunica,

e dal bagno egli uscì simile nel corpo agli eterni,

e andò a sedersi accanto a Nestore pastore di genti.

 

( Od., III, 464-469)

(trad. Rosa Calzecchi Onesti)

 

 

L'Odissea non è il racconto dell'avventuroso viaggio di ritorno dalla guerra di un eroe saggio e perseguitato dal destino. Questo racconto, tutto carico di simboli che anche oggi affascinano le nostre deboli menti, è troppo fantastico, troppo inverosimile, troppo improbabile. Tutti i suoi personaggi, Ulisse compreso, per quanto fascinosi sono sospetti, sono ambivalenti se non plurivalenti; tutti, Ulisse compreso, ci potrebbero mentire. Tutti meno uno. Telemaco, un figlio che cerca il padre. A ben vedere, lui è l'unico che non può barare. Questo ragazzo è alla ricerca del padre e naviga per mesi, da una città all'altra, a chiedere di lui. Ma non lo trova e rischia anche la vita per averlo cercato. Ha tanto bisogno di ritrovare suo padre che alla fine prende per buone le parole di un vecchio straccione un po' mitomane, che un giorno gli capita in casa  e che dice di essere lui il grande Odisseo.

Ecco, Maddalena, l'Odissea non deve confonderci e frastornarci con tutte i suoi meravigliosi e bugiardi racconti: queste avventure sono solo un carrozzone di simboli, un circo di simboli, che ad ogni epoca si ferma a fare il suo spettacolo di meraviglia per le nostre menti , deboli e fanciulle.

L'Odissea è il libro che narra del bisogno di avere un padre. Omero ce lo suggerisce chiaramente. E lo fa subito, non con un accenno, ma per quattro,  lunghi libri, loro sì tutti davvero meravigliosi, perché veri.

 
È impossibile non volere bene a Telemaco. Rappresenta la parte più dolce, vulnerabile, umile degli esseri umani. E, a ben vedere, anche la parte più sensata, vera, come hai sottolineato giustamente tu, Luciano. Siamo solo dei miseri granellini di polvere all' interno di un universo infinito ed in continua espansione: credo sia normale cercare, desiderare la protezione, la rassicurazione di un padre, di Dio, in tutto ciò. Telemaco si mette in viaggio per affetto, non per vanità, gloria, successo. Telemaco ha capito tutto.
 
Te l'ho già detto molte volte, scusa se te lo ripeto ancora, ma le tue traduzioni virgiliane sono meravigliose, perfette, piene di grazia. Per me ci sono poche cose più belle del leggere le api di Pink-Virgilio in giardino, durante una bella giornata di sole, in estate. Grazie Luciano🐝
 
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8 ore fa, noone dice:
 
Te l'ho già detto molte volte, scusa se te lo ripeto ancora, ma le tue traduzioni virgiliane sono meravigliose, perfette, piene di grazia. Per me ci sono poche cose più belle del leggere le api di Pink-Virgilio in giardino, durante una bella giornata di sole, in estate. Grazie Luciano🐝
 
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Grazie angelo.

Tu pensa Maddalena che io ho tradotto un po' delle Georgiche semplicemente perché ero scontento delle traduzioni che avevo letto. A fine lavoro, rileggendole, effettivamente mi sono parse non male. Ma a Napoli dicono  "ogni scarrafone è bello a mamma soia". Per questo il fatto che a te piacciano per me è  molto importante.

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Solo un verso, un ricordo da un vasto, perfetto componimento che chiude una delle raccolte fondative della nostra lingua e spirito:

 

Genova canta il tuo canto!

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1 ora fa, giordanoted dice:

Solo un verso, un ricordo da un vasto, perfetto componimento che chiude una delle raccolte fondative della nostra lingua e spirito:

 

Genova canta il tuo canto!

I

 

GENOVA

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcana-
mente illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

*

Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna
cinerea
Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto
Ride l’arcato palazzo rosso dal portico grande:
Come le cateratte del Niagara
Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al
mare:
Genova canta il tuo canto!

*
Entro una grotta di porcellana
Sorbendo caffè
Guardavo dall’invetriata la folla salire veloce
Tra le venditrici uguali a statue, porgenti
Frutti di mare con rauche grida cadenti
Su la bilancia immota:
Così ti ricordo ancora e ti rivedo imperiale
Su per l’erta tumultuante
Verso la porta disserrata
Contro l’azzurro serale,
Fantastica di trofei
Mitici tra torri nude al sereno,
A te aggrappata d’intorno
La febbre de la vita
Pristina: e per i vichi lubrici di fanali il canto
Instornellato de le prostitute
E dal fondo il vento del mar senza posa.

*

Per i vichi marini nell’ambigua
Sera cacciava il vento tra i fanali
Preludii dal groviglio delle navi:
I palazzi marini avevan bianchi
Arabeschi nell’ombra illanguidita
Ed andavamo io e la sera ambigua:
Ed io gli occhi alzavo su ai mille
E mille e mille occhi benevoli
Delle Chimere nei cieli:. . . . . .
Quando,
Melodiosamente
D’alto sale, il vento come bianca finse una visione di
Grazia
Come dalla vicenda infaticabile
De le nuvole e de le stelle dentro del cielo serale
Dentro il vico marino in alto sale,. . . . . .
Dentro il vico chè rosse in alto sale
Marino l’ali rosse dei fanali
Rabescavano l’ombra illanguidita,. . . . . .
Che nel vico marino, in alto sale
Che bianca e lieve e querula salì!
«Come nell’ali rosse dei fanali
Bianca e rossa nell’ombra del fanale
Che bianca e lieve e tremula salì: …..»
Ora di già nel rosso del fanale
Era già l’ombra faticosamente
Bianca. . . . . . . .
Bianca quando nel rosso del fanale
Bianca lontana faticosamente
L’eco attonita rise un irreale
Riso: e che l’eco faticosamente
E bianca e lieve e attonita salì. . . . .
Di già tutto d’intorno
Lucea la sera ambigua:
Battevano i fanali
Il palpito nell’ombra.
Rumori lontano franavano
Dentro silenzii solenni
Chiedendo: se dal mare
Il riso non saliva. . .
Chiedendo se l’udiva
Infaticabilmente
La sera: a la vicenda
Di nuvole là in alto
Dentro del cielo stellare.

*

Al porto il battello si posa
Nel crepuscolo che brilla
Negli alberi quieti di frutti di luce,
Nel paesaggio mitico
Di navi nel seno dell’infinito
Ne la sera
Calida di felicità, lucente
In un grande in un grande velario
Di diamanti disteso sul crepuscolo,
In mille e mille diamanti in un grande velario vivente
Il battello si scarica
Ininterrottamente cigolante,
Instancabilmente introna
E la bandiera è calata e il mare e il cielo è d’oro e sul molo
Corrono i fanciulli e gridano
Con gridi di felicità.
Già a frotte s’avventurano
I viaggiatori alla città tonante
Che stende le sue piazze e le sue vie:
La grande luce mediterranea
S’è fusa in pietra di cenere:
Pei vichi antichi e profondi
Fragore di vita, gioia intensa e fugace:
Velario d’oro di felicità
È il cielo ove il sole ricchissimo
Lasciò le sue spoglie preziose
E la Città comprende
E s’accende
E la fiamma titilla ed assorbe
I resti magnificenti del sole,
E intesse un sudario d’oblio
Divino per gli uomini stanchi.
Perdute nel crepuscolo tonante
Ombre di viaggiatori
Vanno per la Superba
Terribili e grotteschi come i ciechi.
Vasto, dentro un odor tenue vanito
Di catrame, vegliato da le lune
Elettriche, sul mare appena vivo
Il vasto porto si addorme.
S’alza la nube delle ciminiere
Mentre il porto in un dolce scricchiolìo
Dei cordami s’addorme: e che la forza
Dorme, dorme che culla la tristezza
Inconscia de le cose che saranno
E il vasto porto oscilla dentro un ritmo
Affaticato e si sente
La nube che si forma dal vomito silente.

*

O Siciliana proterva opulente matrona
A le finestre ventose del vico marinaro
Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri
Classica mediterranea femina dei porti:
Pei grigi rosei della città di ardesia
Sonavano i clamori vespertini
E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:
Vedevo alle finestre lucenti come le stelle
Passare le ombre de le famiglie marine: e canti
Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:
Ch’era la notte fonda.
Mentre tu siciliana, dai cavi
Vetri in un torto giuoco
L’ombra cava e la luce vacillante
O siciliana, ai capezzoli
L’ombra rinchiusa tu eri
La Piovra de le notti mediterranee.
Cigolava cigolava cigolava di catene
La grù sul porto nel cavo de la notte serena:
E dentro il cavo de la notte serena
E nelle braccia di ferro
Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu
La finestra avevi spenta:
Nuda mistica in alto cava
Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena.

 

(Dino Campana, "Canti orfici")

 

 

II

 

Quando gioconda trasvolò la vita

Qal bianca nube per gli aperti cieli

Di sopra la tacita infinita

Marina in sogno nei lontani veli?

 

Forse fu il sogno di un momento arcano

D'aurea luce di bronzo e di verdura

Che accese l'angosciata creatura

Alla sanguigna voluttà del vano.

 

Pianser le fonti, risero i poeti?

Parlarono le sfingi sui frontoni?

Stieder gli umani nuovamente proni,

In albero fluirono i cinedi?

 

tutto ora posa in un silenzio vano

E' falso il nulla perchè dorme informe.

Ah! la vita barocca pluriforme

A tradimento mi titilla piano.   

 

(Dino Campana)   

 

Allora, Giordano: da un lato "Genova",un lungo polimetro celebrativo in sette strofe diverse, imperniato sull'ottonario vocativo imperativo, da te citato, che chiude la seconda strofa  e, dall'altro una composizione ermetica, enigmatica, in metro rigoroso di in quattro quartine di endecasillabi accentate 1,4,8,10 al primo verso e 2,4,8,10 ai tre seguenti, strofe a rima incrociata, che recupera quasi letteralmente i primi cinque versi di "Genova" .

Che ne dici, scrittore? Non è forse questa la rivelazione, lo svelamento del fenomeno ispirativo? E non è forse questo poeta, tanto a noi caro, un genio della poesia?   

 
 

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Rispondo sinteticamente alla tua domanda, Luciano: sì, un genio della poesia assoluta. Come Giorgione della pittura, come Gesualdo o Verdi della musica, un dono degli dèi rarissimo di cui il nostro popolo deve inorgoglirsi e che ci proteggerà e ravviverà sempre, nelle fortune e nelle sventure. 

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10 ore fa, giordanoted dice:

Rispondo sinteticamente alla tua domanda, Luciano: sì, un genio della poesia assoluta. Come Giorgione della pittura, come Gesualdo o Verdi della musica, un dono degli dèi rarissimo di cui il nostro popolo deve inorgoglirsi e che ci proteggerà e ravviverà sempre, nelle fortune e nelle sventure. 

Sì, Giordano, Campana è un fuoriclasse, un "hors catégorie". La sua gamma espressiva è sconfinata, la sua forma è viva, mutevole, cangiante, e Il suo esposto poetico, grandioso e magnificentissimo, può superare i confini del delirio con una nonchalance, una naturalezza, che solo il genio possiede.

Ma noi abbiamo un'altro genio in poesia. Un professore di lettere figlio di un fattore, un erudito di primo livello che un dolore infantile mai risolto trasformò nell'ultimo custode della lingua italiana. La purezza e la caratura linguistica di certi momenti pascoliani non ha eguali. Il valore formale assoluto di questa quartina di novenari, ad esempio, vale tutta la congerie innumerabile delle opere poetiche, ora ammirevoli ora deplorevoli, del novecento italiano. E ne avanza ancora.

 

E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.

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On 14/08/2018 at 20:36, Pinkerton dice:

Grazie angelo.

Tu pensa Maddalena che io ho tradotto un po' delle Georgiche semplicemente perché ero scontento delle traduzioni che avevo letto. A fine lavoro, rileggendole, effettivamente mi sono parse non male. Ma a Napoli dicono  "ogni scarrafone è bello a mamma soia". Per questo il fatto che a te piacciano per me è  molto importante.

Il mio purtroppo non è un giudizio competente e dotto, ma sincero e sentito, sì.

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5 ore fa, Pinkerton dice:

Ma noi abbiamo un'altro genio in poesia. Un professore di lettere figlio di un fattore, un erudito di primo livello che un dolore infantile mai risolto trasformò nell'ultimo custode della lingua italiana. La purezza e la caratura linguistica di certi momenti pascoliani non ha eguali. Il valore formale assoluto di questa quartina di novenari, ad esempio, vale tutta la congerie innumerabile delle opere poetiche, ora ammirevoli ora deplorevoli, del novecento italiano. E ne avanza ancora.

Sono completamente d'accordo con te. 

Ai tempi del liceo, complice il programma da finire velocemente, complice sicuramente una personale immaturità, Pascoli lo ritenevo un onesto artigiano e nulla più.

È stato solo grazie agli studi universitari che ho iniziato ad apprezzare per poi giungere ad amare questo nostro genio nazionale.

Per me il 10 Agosto non è più la notte delle stelle cadenti, ma della morte del padre di Pascoli. La prima volta che lessi e analizzai questo componimento, avvertii uno stretto nodo alla gola, cosa che con la poesia non mi era mai capitato 

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6 ore fa, glenngould dice:

Sono completamente d'accordo con te. 

Ai tempi del liceo, complice il programma da finire velocemente, complice sicuramente una personale immaturità, Pascoli lo ritenevo un onesto artigiano e nulla più.

È stato solo grazie agli studi universitari che ho iniziato ad apprezzare per poi giungere ad amare questo nostro genio nazionale.

Per me il 10 Agosto non è più la notte delle stelle cadenti, ma della morte del padre di Pascoli. La prima volta che lessi e analizzai questo componimento, avvertii uno stretto nodo alla gola, cosa che con la poesia non mi era mai capitato 

Vedi Glenn, finché nelle patrie scuole si insegnerà che Pascoli è  il poeta del Fanciullino, che Leopardi è quello della Natura Matrigna, che Ungaretti e' quello di "M'illumino d'immenso", che Gozzano  é il poeta delle cose di pessimo gusto, che la Commedia è un poema allegorico- didascalico, che i Promessi Sposi sono un romanzo storico-religioso, che Quasimodo, Montale e Pasolini sono grandi poeti, e  che Dino Campana è  "il folle di Marradi",  credimi Glenn, non si andrà da nessuna parte. Con la sottocultura degli stereotipi, dei chiche', delle frasi fatte, non si può che andare da nessuna parte.

Secondo l'adagio in quadruplice gerundio (valido per gli studenti ma soprattutto per tanti, troppi, loro docenti):

A SCUOLA ANDANDO,

LE SCARPE CONSUMANDO,

I BANCHI SCALDANDO,

ASINI RESTANDO.

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51 minuti fa, Pinkerton dice:

Vedi Glenn, finché nelle patrie scuole si insegnerà che Pascoli è  il poeta del Fanciullino, che Leopardi è quello della Natura Matrigna, che Ungaretti e' quello di "M'illumino d'immenso", che Gozzano  é il poeta delle cose di pessimo gusto, che la Commedia è un poema allegorico- didascalico, che i Promessi Sposi sono un romanzo storico-religioso, che Quasimodo, Montale e Pasolini sono grandi poeti, e  che Dino Campana è  "il folle di Marradi",  credimi Glenn, non si andrà da nessuna parte. Con la sottocultura degli stereotipi, dei chiche', delle frasi fatte, non si può che andare da nessuna parte.

Secondo l'adagio in quadruplice gerundio (valido per gli studenti ma soprattutto per tanti, troppi, loro docenti):

A SCUOLA ANDANDO,

LE SCARPE CONSUMANDO,

I BANCHI SCALDANDO,

ASINI RESTANDO.

Hai colto nel segno, Pinkerton. È questo ragionare a schemi chiusi che non funziona, ma non funziona neanche il concepire l'insegnamento come qualcosa di rigido e non aggiornato: si ripetono le quattro sciocchezze che ci si ricorda dai corsi universitari, forse perché è ormai idea diffusa che gli studenti liceali manchino di curiosità intellettuale, cosa spesso vera, ma non sempre. Il problema è che gli studenti poi non ne escono più, dalle banali formulette. E forse per gli insegnanti è anche più comodo non aggiornarsi, non sforzarsi, e in questo sono aiutati egregiamente dai libri di testo e da coloro che li scrivono. Finché nei manuali del liceo si continuerà a scrivere che "nel 1348 in Petrarca avviene la mutatio animi", esempio casuale, gli studenti continueranno a ripeterlo come delle macchine. Non è l'informazione a essere sbagliata [anche se certo la forma è migliorabile, già "UNA mutatio animi" sarebbe stato meglio], ma è l'indifferenza degli insegnanti davanti alla ripetizione meccanica di queste frasi ad esserlo ed è una cosa che, a me che sono ancora al liceo, irrita profondamente. Per fortuna (ed è davvero una fortuna) io sono stato abituato, da due anni a questa parte, ad abbattere questi schemi e queste formule preconfezionate, ma vedo che il problema è davvero comune e che è presente anche in quelli che ricevono ogni giorno il mio stesso insegnamento.

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La scuola oltre alle basi per leggere scrivere e far di conto non serve a niente. Non c’è riforma che potrà renderla fruttifera. È un carcere, anzi peggio di un carcere, perché almeno un carcere si sa che è un luogo di sofferenze. Poi uno o due lampi può accenderli, grazie al casuale e involontario operato di questo o quel professore. Ma è solo merito dello studente che coglie quello che lo ispira in un insegnamento rigido è immangiabile. Io le scuole dell’obbligo le chiuderei, manderei tutti i ragazzi da maestri improvvisati, occasionali, se vogliono. Un giorno da me, un giorno da Pink, un giorno da qualcun altro. Senza voti, senza giudizi. 

Va bene, ho scritto un paragrafo di fantascienza. Però sono serio.

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1 ora fa, giordanoted dice:

La scuola oltre alle basi per leggere scrivere e far di conto non serve a niente. Non c’è riforma che potrà renderla fruttifera. È un carcere, anzi peggio di un carcere, perché almeno un carcere si sa che è un luogo di sofferenze. Poi uno o due lampi può accenderli, grazie al casuale e involontario operato di questo o quel professore. Ma è solo merito dello studente che coglie quello che lo ispira in un insegnamento rigido è immangiabile. Io le scuole dell’obbligo le chiuderei, manderei tutti i ragazzi da maestri improvvisati, occasionali, se vogliono. Un giorno da me, un giorno da Pink, un giorno da qualcun altro. Senza voti, senza giudizi. 

Va bene, ho scritto un paragrafo di fantascienza. Però sono serio.

Condivido ciò che dici, giordano, ma proprio perché io ho fatto esperienza di quello che tu chiami "lampo" (e ti assicuro che era più che volontario e non casuale), non mi sento di poter dire che a me la scuola non è servita a nulla. Ha infuso in me l'amore per la letteratura, ed è una cosa per cui ringrazierò sempre. Mi rendo conto però che è stato un colpo di fortuna e anche che io ho accolto gli stimoli nel modo giusto (o almeno a me sembra tale). Comunque sì, la gran parte del lavoro sta al singolo studente, che deve essere curioso e deve avere sete di conoscenza, se no gli stimoli, anche se ben mandati, sono inutili.

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