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Pinkerton

Poesia

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10 ore fa, glenngould dice:

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Giovanni Pascoli (6 Aprile 1912), personalmente il poeta più dolce e intimo che abbia mai letto.

Voglio omaggiarne la memoria con questo suo componimento

------------------------------------

Canzone d'Aprile

Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
Ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
laggiù.
Di cincie e fringuelli
risuona la ripa.
Sei tu tra gli ornelli,
sei tu tra la stipa?
Ombra! Anima! Sogno!
Sei tu...?
Ogni anno a te grido
con palpito nuovo.
Tu giungi: sorrido;
tu parti: mi trovo
due lagrime amare
di più.
Quest'anno... oh! Quest'anno,
la gioia vien teco:
già l'odo, o m'inganno,
quell'eco dell'eco;
già t'odo cantare
Cu... cu.

-----------------------------

In dedica a tutti

Mi prendo per primo la dedica, Glenn, naturalmente.

Le quattro  sestine  di senari rimati con coda insistita in binario tronco, realizzano un tessuto fonetico incantevole e soggiogante. E' su questo piano,  sul terreno della sapienza metrica, che Pascoli si impone.

 

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8 ore fa, Pinkerton dice:

Mi prendo per primo la dedica, Glenn, naturalmente.

Le tre sestine  di senari rimati con coda insistita in binario tronco, realizzano un tessuto fonetico incantevole e soggiogante. E' su questo piano,  sul terreno della sapienza metrica, che Pascoli si impone.

 

Aspettavo proprio il tuo intervento, grazie!

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On 6/4/2018 at 13:00, glenngould dice:

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Giovanni Pascoli (6 Aprile 1912), personalmente il poeta più dolce e intimo che abbia mai letto.

Voglio omaggiarne la memoria con questo suo componimento

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Canzone d'Aprile

Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
Ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
laggiù.
Di cincie e fringuelli
risuona la ripa.
Sei tu tra gli ornelli,
sei tu tra la stipa?
Ombra! Anima! Sogno!
Sei tu...?
Ogni anno a te grido
con palpito nuovo.
Tu giungi: sorrido;
tu parti: mi trovo
due lagrime amare
di più.
Quest'anno... oh! Quest'anno,
la gioia vien teco:
già l'odo, o m'inganno,
quell'eco dell'eco;
già t'odo cantare
Cu... cu.

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In dedica a tutti

E' giusto, Glenn, che questa myrica, sia descritta un po' più diffusamente.

L'impianto metrico è ritmato sul senario, la trama rimica serrata e ardua, considerando anche che sono tutti versi brevi.Cellula metrica è una strofa di sei versi di cui i primi cinque senari e l'ultimo binario tronco ( o ternario "corto" che dir si voglia), ripetuta quattro volte. Dal punto di vista fonetico, la ripresa di rima in quinta posizione divide il componimento ( comunque connesso dai quattro binari di coda a rima tronca insistita in "u") in due coppie di strofe simmetriche. Lo schema è: ABABCD, EFEFCD, GHGHID, LMLMID, da cui, assieme alle frequenti iterazioni specie a inizio verso, si desume chiaramente un andamento anaforico rientrante. L'effetto fonetico è  cantilenante e incantevole, soggiogante e magico.  Il tema, percepito in un cono di luce venato di infantile malinconia, è il ritorno dell'aprile, soffio della primavera, sempre uguale  e sempre sorprendente, previsto  e meraviglioso, nel mistero della vita che ritorna, rigenerandosi. 

 

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Dal 1831 al 1847, dai suoi quaranta ai cinquantasette anni, Giuseppe Gioacchino Belli, letterato romano che il matrimonio con una facoltosa vedova dispensò dalla necessità di lavorare, scrisse più di duemila sonetti in dialetto romanesco che, pubblicati postumi e contro la volontà dell'Autore, rappresentano un affresco incomparabile della vita e della mentalità del popolo romano di quel tempo.Il loro valore tuttavia supera le contingenze d'epoca e di cultura e appare universale. Da punto di vista letterario I Sonetti  sono un capolavoro assoluto di mimesi linguistica e di introspezione psicologica, un monumento grandioso al dialetto come forma linguistica privilegiata per rappresentare la realtà. Poche altre volte nell'arte fu così dipresso e nettamente rappresentata la feroce innocenza del popolo.

 

 

 

 

 

 

 

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Una delle cose più riuscite ed ispirate di Eugenio Montale è "Clivo", da "Ossi di seppia",  dove la ricomposizione metrica,  "melange" di rime e di ritmi, qui più scelti che residuati, più evocati che recuperati, tocca un ragguardevole livello formale. Rigogliosa la corrispondenza di rime. Anche il lessico, come sempre ricercato, è meno ostentato che altrove, più funzionale all'espressione poetica. Misure varie, talora accoppiate: settenari, ottonari, novenari, endecasillabi e , ai vv. 4, 8 e 33, la sfasatura ritmica di tre alessandrini (7-5) con quinario finale in sdrucciola. Quasi un vezzo. In realtà questa "coda", pentasillabica simmetrica con tonica sulla terza, aggiunta al settenario,  determina una cesura, una sospensione, una sincope ritmica. Questi interventi deroganti  sul ritmo (come, d'altra parte, sulle rime) costituiscono  lo "smontaggio" dell'ordine metrico, operazione questa molto "à la page" nei poeti italiani post-pascoliani, operazione per altro, di cui Montale rappresenta forse il principale artefice. L'idea è innovativa ma ha un senso solo ottenendo una forma plausibile e attraente ( come avviene in "Clivo"). Altrimenti è solo formula, cieca iconoclastia, ottusa supponenza, maniera, con risultati puntualmente scadenti.

 

Clivo


 

Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l'ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell'alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s'aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s'anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

 

Come una musicale frana

divalla il suono, s'allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s'afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell'infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s'inabissa alle prode...

 

Nella sera distesa appena, s'ode

un ululo di corni, uno sfacelo.

 

 

( Eugenio Montale, "Ossi di seppia")

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On 18/5/2018 at 08:21, Pinkerton dice:

Una delle cose più riuscite ed ispirate di Eugenio Montale è "Clivo", da "Ossi di seppia",  dove la ricomposizione metrica,  "melange" di rime e di ritmi, qui più scelti che residuati, più evocati che recuperati, tocca un ragguardevole livello formale. Rigogliosa la corrispondenza di rime. Anche il lessico, come sempre ricercato, è meno ostentato che altrove, più funzionale all'espressione poetica. Misure varie, talora accoppiate: settenari, ottonari, novenari, endecasillabi e , ai vv. 4, 8 e 33, la sfasatura ritmica di tre alessandrini (7-5) con quinario finale in sdrucciola. Quasi un vezzo. In realtà questa "coda", pentasillabica simmetrica con tonica sulla terza, aggiunta al settenario,  determina una cesura, una sospensione, una sincope ritmica. Questi interventi deroganti  sul ritmo (come, d'altra parte, sulle rime) costituiscono  lo "smontaggio" dell'ordine metrico, operazione questa molto "à la page" nei poeti italiani post-pascoliani, operazione per altro, di cui Montale rappresenta forse il principale artefice. L'idea è innovativa ma ha un senso solo ottenendo una forma plausibile e attraente ( come avviene in "Clivo"). Altrimenti è solo formula, cieca iconoclastia, ottusa supponenza, maniera, con risultati puntualmente scadenti.

 

Clivo


 

Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l'ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell'alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s'aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s'anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

 

Come una musicale frana

divalla il suono, s'allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s'afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell'infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s'inabissa alle prode...

 

Nella sera distesa appena, s'ode

un ululo di corni, uno sfacelo.

 

 

( Eugenio Montale, "Ossi di seppia")

È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare...

Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).

 

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14 ore fa, giordanoted dice:

È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare...

Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).

 

"Clivo", Giordano, è la descrizione della confusa, fragile, spettacolare provvisorietà di un paesaggio costiero degradante sul mare, tipico della Liguria, patria del poeta. Tale rappresentazione tuttavia, ha  toni e  colori visionari, onirici, profetici, quasi un idillio apocalittico. Tu giustamente rilevi la fonte dantesca, nei modi narrativi e linguistici. Il clima psicologico-artistico però è diverso e autonomo:  moderno e "novecentesco", distaccato, straniato, quasi metafisico. Come in un De Chirico. All'artista non rimane che recuperare da un illustre passato gli strumenti per dare una forma alla sua immaginazione. E, per non sbagliarsi, sceglie Dante. Fons mirabilis et refugium peccatorum.

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Giustamente Luciano riporta l'analisi di "Clivo" di Montale sul piano più proprio, quello della vera rottura rappresentata dagli Ossi di Seppia che non è certo rottura linguistica, perché il lessico e l'immaginario dantesco non sono mai mancati nella tradizione poetica italiana, ma rottura psicologica, di Stimmung direbbero i Tedeschi, di clima. "Moderno e novecentesco, distaccato, straniato quasi metafisico" dice Luciano, un clima dunque ben diverso da quello variamente sacrale, vaticinante, della poesia precedente. La grandezza di Montale come poeta fu questo sintonizzarsi con l'uomo comune del suo tempo, con l'uomo "disincantato", privo di riferimenti solidi. Da questo punto di vista le aritmie e le irregolarità metriche e delle rime possono essere considerate, con qualche indulgenza, conseguenza di questo decentramento. La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese che, con più consapevolezza e vigore di altri che pure percorsero strade simili (ad es. Sbarbaro) diede forma a una poesia mondana, non rinunciando nemmeno all'escamotage della parodia, del pastiche, della citazione anche sfacciata. Quasi tutto il male e il bene che si può dire della letteratura novencentesca (e anche di quella odierna), e in fondo della cultura in generale, si ritrova allo stato nascente nell'opera montaliana. 

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Ospite
6 ore fa, Pinkerton dice:

"Clivo", Giordano, è la descrizione della confusa, fragile, spettacolare provvisorietà di un paesaggio costiero degradante sul mare, tipico della Liguria, patria del poeta. Tale rappresentazione tuttavia, ha  toni e  colori visionari, onirici, profetici, quasi un idillio apocalittico. Tu giustamente rilevi la fonte dantesca, nei modi narrativi e linguistici. Il clima psicologico-artistico però è diverso e autonomo:  moderno e "novecentesco", distaccato, straniato, quasi metafisico. Come in un De Chirico. All'artista non rimane che recuperare da un illustre passato gli strumenti per dare una forma alla sua immaginazione. E, per non sbagliarsi, sceglie Dante. Fons mirabilis et refugium peccatorum.

In geologia si usa anche il termine “clivaggio” che designa un particolare tipo di sfaldamento metamorfico delle rocce.

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On 20/5/2018 at 14:00, giordanoted dice:

La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese [.............]

La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.

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On 22/5/2018 at 23:45, Pinkerton dice:

La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.

Molti poeti,d'altra parte, persino poeti maldestri e pedestri, sono un po' alchimisti e allestiscono i loro più o meno plausibili laboratori linguistici, dove inventano o recuperano mattoni verbali, li adunano, li associano e li compongono, edificando così la casa della loro poesia. Lo aveva fatto Dante nella sua meravigliosa Commedia, progetto enciclopedico e universale, mescolando, in una pozione tanto corroborante quanto poco digeribile, il latino teologico e liturgico dei dottori della Chiesa al dialetto toscano contemporaneo e lo rifà anche Montale, a suo modo e a suo uso e consumo, congegnando un linguaggio poetico salottiero, tributario della tradizione più negli stilemi che nella sostanza, eclettico e inevitabilmente artificioso, destinato a essere il fiore all'occhiello di una classe dirigente istruita sul modello scolastico gentiliano; classe dirigente della quale Montale fu, di fatto, il moderno bardo e alla quale lui stesso riteneva appartenere. 

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Gli anni

 

Le mattine dei nostri anni perduti,
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

 

 

L’Oltretorrente


 

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.


 

ATTILIO BERTOLUCCI, Le poesie (Garzanti, 1998)

 

 

Costantemente, indissolubilmente, in bilico e in simbiosi fra prosa e versificazione, è l’assorto e sereno poetare di Attilio Bertolucci. Ma la sestina in vocativo che chiude “L’Oltretorrente” e, segnatamente, gli ultimi due versi, sono un prodigio di pittura e di sintassi poetiche.

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Zanzotto è un poeta erudito. Dell’erudito ha la metodicità scolastica, lo straniamento e l’accanimento verbale nel ricorso a un lessico ricchissimo e specificante e, anche perciò, per lo più desueto, estraneo al linguaggio parlato comune, più proprio della lingua scritta, destinato comunque a un’elite. Per dire di più, per dire meglio, dice sempre a più pochi. Qui il suo nodo, nel suo disegno estensivo dell’espressione verbale il suo limite. Zanzotto scrive una poesia che delizia il dotto e lascia interdetta la massa degli incolti, ai quali , al netto del tributo di circostanza, sostanzialmente appare come artificiosa e cervellotica

Sic stantibus rebus, le facoltà espressive di Zanzotto sono veramente cospicue, sebbene possano sembrare confacentisi a una sorta di vigile delirio piuttosto che a un’ardua e ingegnosa creazione artistica.


 

"Ineptum, prorsus credibile"

Perchè questa 
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questo squallido prodigio,
no, non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile
sospinto nella vita.
...Bianca, lacrime sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l'autunno
ecco il tuo segmentarti in sale e istanti
in memoria e sapore.
... è tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue,
acqua che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco disuguale e nefasto
o - è lo stesso - ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch'io piango;
e alza il muro 
se dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell'atroce gemmante vita.

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Un passaggio bellissimo di Bonnefoy, che ho già postato e che posterò ancora. Il senso del tempo. Repetita iuvant.

 

 

 

II 

OU bien je l’entendais dans une autre salle. 
Je ne savais rien d’elle sinon l’enfance. 
Des années ont passé, c’est presque une vie 
Qu’aura duré ce chant, mon bien unique. 
Elle chantait, si c’est chanter, mais non, 
C’était plutôt entre voix et langage 
Une façon de laisser la parole 
Errer, comme à l’avant incertain de soi, 
Et parfois ce n’étaient pas même des mots, 
Rien que le son dont des mots veulent naître, 
Le son d’autant d’ombre que de lumière, 
Ni déjà la musique ni plus le bruit. 

 

 

( Les planches courbes, “La voix lontaine” II, 2001).

 

 

 

E anche mi pareva di udirla in un'altra stanza,

nulla sapevo di lei, se non ch'era una bimba.

Tanti anni son passati, ormai quasi una vita,

e ancora dura questo canto, mio solo bene.

 

Lei cantava. Cantare? Ma no,

era se mai, fra voce e linguaggio,

un modo per lasciar andare libere

le parole, incerte davanti a sé,

 

e qualche volta non erano neppure parole

ma nient'altro che il suono da cui le parole vogliono nascere,

il suono ancora un po' ombra e già un po' luce,

non già musica né più rumore.

 

(Trad. Pink)

 

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Il valore aggiunto della poesia di Charles Baudelaire è quello di aver dato una rappresentazione nobile, a tratti persino grandiosa, dell'oscenità e delle sue miserie. Eppure quando parla della sua vita dissoluta, delle sue droghe, delle sue puttane, Baudelaire non dimentica nulla, non tralascia di evocare niente di quello squallore; ma ne parla con toni ed accenti epici, quasi la sua poesia fosse un maestoso inno alla libertà.

 

 

Le Poison

Le vin sait revêtir le plus sordide bouge
D'un luxe miraculeux, 
Et fait surgir plus d'un portique fabuleux
Dans l'or de sa vapeur rouge,
Comme un soleil couchant dans un ciel nébuleux.

L'opium agrandit ce qui n'a pas de bornes,
Allonge l'illimité,
Approfondit le temps, creuse la volupté,
Et de plaisirs noirs et mornes
Remplit l'âme au delà de sa capacité.

Tout cela ne vaut pas le poison qui découle
De tes yeux, de tes yeux verts,
Lacs où mon âme tremble et se voit à l'envers...
Mes songes viennent en foule
Pour se désaltérer à ces gouffres amers.

Tout cela ne vaut pas le terrible prodige
De ta salive qui mord,
Qui plonge dans l'oubli mon âme sans remords,
Et charriant le vertige,
La roule défaillante aux rives de la mort!

Charles Baudelaire


 


 


 

VELENI



 

Il vino sa adornare la bettola più lercia

di un lusso prodigioso

e fa apparire più di un portico favoloso,

nell'aureo bagliore del suo rosso vapore

come un sole che tramonta in un vespro nuvoloso.



 

L'oppio, poi, accresce ciò che non ha confine,

prolunga ogni limite,

affonda il tempo, scava nella voluttà,

e di neri e cupi piaceri

a dismisura riempie l'anima.


 

Ma tutto ciò non vale il veleno

che cola dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi,

laghi in cui sussulta l'anima mia e capovolta si scopre....

Accorrono in folla le mie brame

a dissetarsi in questi abissi amari.


 

E tutto ciò non vale l'atroce incanto

della tua bocca mordace,

che l'anima innocente affonda nell'oblio

e la precipita nella vertigine

e sfinita la trascina sui lidi della morte.

 

(Trad. Pink)


 


 


 


 


 

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splendide traduzioni. bonnefoy penso che verrà ricordato come l'ultimo autore veramente grande della civiltà europea, un po' come fu ,secondo alcuni, me compreso, luciano di samosata rispetto a quella classica. conosci jaccottet? cosa ne pensi?

un saluto, caro collega. ho già cominciato a fare le guardie 🙂

 

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11 ore fa, Yeats dice:

splendide traduzioni. bonnefoy penso che verrà ricordato come l'ultimo autore veramente grande della civiltà europea, un po' come fu ,secondo alcuni, me compreso, luciano di samosata rispetto a quella classica. conosci jaccottet? cosa ne pensi?

un saluto, caro collega. ho già cominciato a fare le guardie 🙂

 

Grazie Yeats e ben ritrovato collega! Se mi mandi via PM un tuo recapito ti spedisco i miei libri di traduzioni. Bonnefoy, concordo con te, ha dei momenti magjci.Jaccottet lo conosco poco, avevo letto qualcosa ma mi parve che facesse più filosofia della poesia che poesia e basta. Ma se tu me lo consigli, approfondirò.

Quanto alle guardie, complimenti e auguri! Io ho fatto l'ultima nel 1989 ed era, se ben ricordo, la quattrocentocinquantesima o giù di lì . Una specie di Grande Berta.

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ma in realtà anche bonnefoy appartiene alla categoria dei poeti-filosofi, "poeti pensanti" li chiama, ricordando forse quanto scrisse nietzsche su leopardi. ma noi potrmmo dire lo stesso di holderlin, benn, valery, e così via, fino a jalal rumi o dante - che nella lettera a cangrande (le discussioni sull'autenticità ci importano il giusto, no?) introduce la commedia come poema filosofico.

pink, di prassi preferisco evitare di diffondere i miei dati su internet. qualche mese fa proposi agli utenti del forum di incontrarci, magari per un evento a teatro. in tal caso sarò ben felice di fare la tua conoscenza.

 

Anteros

Mi chiedi perché ho in me tanto furore
E sul collo flessibile un indomito capo;
Io sono scaturito dalla stirpe d’Anteo,
Volgo i dardi contro il dio vincitore.
Sí, io sono di quelli che il Vindice ispira,
Ho sulla fronte il marchio del suo labbro irritato,
Sotto il pallore, ahi!, d’Abele, insanguinato,
Talvolta ho di Caino l’implacato rossore!
Gehova! dal genio tuo l’ultimo vinto,
Che dal profondo inferno: «Oh tirannia!» gridava,
Era Belo mio avo, o mio padre Dagone...
Tre volte m’immersero nell’acqua del Cocíto,
Da solo proteggendo mia madre Amalecita,
Risemino ai suoi piedi i denti del drago antico.
 
Tu demandes pourquoi j’ai tant de rage au cœur
Et sur un col flexible une tête indomptée;
C’est que je suis issu de la race d’Antée,
Je retourne les dards contre le dieu vainqueur.
Oui, je suis de ceux-là qu’inspire le Vengeur,
Il m’a marqué le front de sa lèvre irritée,
Sous la pâleur d’Abel, hélas! ensanglantée,
J’ai parfois de Caïn l’implacable rougeur!
Jéhovah! le dernier, vaincu par ton génie,
Qui, du fond des enfers, criait: «O tyrannie!»
C’est mon aïeul Bélus ou mon père Dagon...
Ils m’ont plongé trois fois dans les eaux du Cocyte,
Et, protégeant tout seul ma mère Amalécyte,
Je ressème à ses pieds les dents du vieux dragon.
 
Gerard de Nerval, prima del 1854
 

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11 ore fa, Yeats dice:

ma in realtà anche bonnefoy appartiene alla categoria dei poeti-filosofi, "poeti pensanti" li chiama, ricordando forse quanto scrisse nietzsche su leopardi. ma noi potrmmo dire lo stesso di holderlin, benn, valery, e così via, fino a jalal rumi o dante - che nella lettera a cangrande (le discussioni sull'autenticità ci importano il giusto, no?) introduce la commedia come poema filosofico.

pink, di prassi preferisco evitare di diffondere i miei dati su internet. qualche mese fa proposi agli utenti del forum di incontrarci, magari per un evento a teatro. in tal caso sarò ben felice di fare la tua conoscenza.

 

Anteros

Mi chiedi perché ho in me tanto furore
E sul collo flessibile un indomito capo;
Io sono scaturito dalla stirpe d’Anteo,
Volgo i dardi contro il dio vincitore.
Sí, io sono di quelli che il Vindice ispira,
Ho sulla fronte il marchio del suo labbro irritato,
Sotto il pallore, ahi!, d’Abele, insanguinato,
Talvolta ho di Caino l’implacato rossore!
Gehova! dal genio tuo l’ultimo vinto,
Che dal profondo inferno: «Oh tirannia!» gridava,
Era Belo mio avo, o mio padre Dagone...
Tre volte m’immersero nell’acqua del Cocíto,
Da solo proteggendo mia madre Amalecita,
Risemino ai suoi piedi i denti del drago antico.
 
Tu demandes pourquoi j’ai tant de rage au cœur
Et sur un col flexible une tête indomptée;
C’est que je suis issu de la race d’Antée,
Je retourne les dards contre le dieu vainqueur.
Oui, je suis de ceux-là qu’inspire le Vengeur,
Il m’a marqué le front de sa lèvre irritée,
Sous la pâleur d’Abel, hélas! ensanglantée,
J’ai parfois de Caïn l’implacable rougeur!
Jéhovah! le dernier, vaincu par ton génie,
Qui, du fond des enfers, criait: «O tyrannie!»
C’est mon aïeul Bélus ou mon père Dagon...
Ils m’ont plongé trois fois dans les eaux du Cocyte,
Et, protégeant tout seul ma mère Amalécyte,
Je ressème à ses pieds les dents du vieux dragon.
 
Gerard de Nerval, prima del 1854
 

Vero quello che dici: filosofeggiare per molti poeti è  quasi un bisogno e poi nobilita le loro lamentazioni. La Commedia invece è  molto più di un poema filosofico. Di fatto è indefinibile.

Hai ragione anche a non voler diffondere i tuoi dati in rete: si vede che se vorrai leggere le altre mie traduzioni dovrai spendere qualche euro ( ma ne vale la pena?)

Infine una domanda: chi ha fatto la traduzione di Anteros?

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la traduzione di anteros è stata fatta da un'autrice che tu, da lettore di bonnefoy, forse già conosci: diana grange fiori.

se ti va, postami il link dei tuoi volumi su amazon.

qui sotto una poesia di Goethe dal Divan, tradotta da Ludovica Koch. comunque tornerò sul discorso del rapporto fra filosofia e poesia , e soprattutto fra poesia e storia, magari quando farà meno caldo.

 

Canzone e Forma

 

Impronti pure a forme 

il Greco la sua creta; 

cresca, davanti al figlio 

delle sue mani, l'estasi. 

Ma la nostra delizia 

è attingere all'Eufrate: 

vagare in lungo e in largo 

nel liquido elemento. 

Se in questo modo  

estinguo i bruciori dell'anima, 

echeggia una canzone; 

se l'attinge il poeta

con mani pure, l'acqua 

s'inarca e si fa sfera.

 

Lied und Gebilde

Mag der Grieche seinen Ton
Zu Gestalten drücken,
An der eignen Hände Sohn
Steigern sein Entzücken;

Aber uns ist wonnereich.
In den Euphrat greifen
Und im flüss'gen Element
Hin und wider schweifen.

Löscht ich so der Seele Brand,
Lied, es wird erschallen;
Schöpft des Dichters reine Hand,
Wasser wird sich ballen.

 

 

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2 ore fa, Yeats dice:

la traduzione di anteros è stata fatta da un'autrice che tu, da lettore di bonnefoy, forse già conosci: diana grange fiori.

se ti va, postami il link dei tuoi volumi su amazon

 

Diana Grange Fiori, collega, fa una traduzione in alessandrini quasi buona ( ogni tanto ne sbaglia uno). Se non facesse così caldo proverei io.

Se vuoi leggere i miei capolavori cerca sulla rete :"Amazon Luciano Domenighini". Troverai traduzioni dal francese e dal latino di una bellezza sconvolgente. Se hai poche decine di euro da spendere non te ne pentirai ( se non ti piaceranno dimmelo. Sarai rimborsato).

 

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12 ore fa, Pinkerton dice:

Diana Grange Fiori, collega, fa una traduzione in alessandrini quasi buona ( ogni tanto ne sbaglia uno). Se non facesse così caldo proverei io.

Se vuoi leggere i miei capolavori cerca sulla rete :"Amazon Luciano Domenighini". Troverai traduzioni dal francese e dal latino di una bellezza sconvolgente. Se hai poche decine di euro da spendere non te ne pentirai ( se non ti piaceranno dimmelo. Sarai rimborsato).

 

sì, sono alessandrini alternati, come spesso capita , con alcuni versi più brevi (tre in questo caso).
in teoria l'unico "errore" sarebbe nel primo emistichio del terzultimo verso ("tre volte..") , che dovrebbe avere l'accento non sulla quinta ma sulla sesta. in pratica no, essendo "immersero" sdrucciola, e ad ogni buon orecchio chiamando una breve pausa, il primo settenario risulta piuttosto un senario. e infatti se proviamo a sostituire "m'immersero" con una parola piana , ad es "m'immergevo" , otteniamo una cacofonia inascoltabile.

diana fiori è comunque riconosciuta come una dei maggiori francesisti del secondo dopoguerra, che, oltre alle traduzioni più note, e oggi classiche, ha curato per l'adelphi di calasso edizioni di michaux,  baudelaire (il mio cuore messo a nudo) e cioran.

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1 ora fa, Yeats dice:

sì, sono alessandrini alternati, come spesso capita , con alcuni versi più brevi (tre in questo caso).
in teoria l'unico "errore" sarebbe nel primo emistichio del terzultimo verso ("tre volte..") , che dovrebbe avere l'accento non sulla quinta ma sulla sesta. in pratica no, essendo "immersero" sdrucciola, e ad ogni buon orecchio chiamando una breve pausa, il primo settenario risulta piuttosto un senario. e infatti se proviamo a sostituire "m'immersero" con una parola piana , ad es "m'immergevo" , otteniamo una cacofonia inascoltabile.

diana fiori è comunque riconosciuta come una dei maggiori francesisti del secondo dopoguerra, che, oltre alle traduzioni più note, e oggi classiche, ha curato per l'adelphi di calasso edizioni di michaux,  baudelaire (il mio cuore messo a nudo) e cioran.

No, Y,eats, la traduzione nel complesso è valida, ma quell' "ahi!"  a fine emistichio del settimo verso è  orribile. Ci stava bene un "ahimè!".In uno dei miei libri dal francese ho tradotto in alessandrini due poemetti di Valéry. Mi sarebbe gradito un tuo parere.

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1 ora fa, Pinkerton dice:

No, Y,eats, la traduzione nel complesso è valida, ma quell' "ahi!"  a fine emistichio del settimo verso è  orribile. Ci stava bene un "ahimè!".In uno dei miei libri dal francese ho tradotto in alessandrini due poemetti di Valéry. Mi sarebbe gradito un tuo parere.

tuttavia non puoi chiamarlo "errore", quel verso ha gli accenti giusti, sulla sesta e sulla tredicesima (oltre a quelli deboli sulla quarta e sull'ottava, anch'essi abbastanza tipici del metro alessandrino: sot1 toil2 pal3 LO4 re5 AHI!6 d’a7 BE8 le9 ,in10 san11 gui12 NA13 to14). con "ahimè" non varia la quantità sillabica, ma aggiungi una sinalefe. dipende dal tuo gusto, io tendenzialmente (sottolineato) non amo questa figura metrica. inoltre "ahimè" rispetto a "ahi" possiede una sfumatura più legata all'idea di rimorso, cioè incoerente col contesto. si tratta di scelte, di orecchio, ripeto, di gusto... forse , chissà, dipende perfino da circostanze estemporanee. l'arte non ha niente di "puro".

quando acquisterò i tuoi libri e soprattutto avrò tempo di leggerli, scriverò un commento, promesso.

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20 minuti fa, Yeats dice:

tuttavia non puoi chiamarlo "errore", quel verso ha gli accenti giusti, sulla sesta e sulla tredicesima (oltre a quelli deboli sulla quarta e sull'ottava, anch'essi abbastanza tipici del metro alessandrino: sot1 toil2 pal3 LO4 re5 AHI!6 d’a7 BE8 le9 ,in10 san11 gui12 NA13 to14). con "ahimè" non varia la quantità sillabica, ma aggiungi una sinalefe. dipende dal tuo gusto, io tendenzialmente (sottolineato) non amo questa figura metrica. inoltre "ahimè" rispetto a "ahi" possiede una sfumatura più legata all'idea di rimorso, cioè incoerente col contesto. si tratta di scelte, di orecchio, ripeto, di gusto... forse , chissà, dipende perfino da circostanze estemporanee. l'arte non ha niente di "puro".

quando acquisterò i tuoi libri e soprattutto avrò tempo di leggerli, scriverò un commento, promesso.

A volte anche le cose non sbagliate sono orribili.Tutto vero comunque  quello che scrivi, ma "ahimè!" rende molto più musicale, cadenzato, il verso.

Aspetto il tuo commento. Finalmente un collega col quale si può parlare di arte e non solo di sintomi e di terapie!

Prenditi tutto il tempo che vuoi e che ti avanza. Per dirla con la mia cara Butterfly : " ..e non mi pesa la lunga attesa".

 

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