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Pinkerton

Poesia

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10 ore fa, glenngould dice:

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Giovanni Pascoli (6 Aprile 1912), personalmente il poeta più dolce e intimo che abbia mai letto.

Voglio omaggiarne la memoria con questo suo componimento

------------------------------------

Canzone d'Aprile

Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
Ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
laggiù.
Di cincie e fringuelli
risuona la ripa.
Sei tu tra gli ornelli,
sei tu tra la stipa?
Ombra! Anima! Sogno!
Sei tu...?
Ogni anno a te grido
con palpito nuovo.
Tu giungi: sorrido;
tu parti: mi trovo
due lagrime amare
di più.
Quest'anno... oh! Quest'anno,
la gioia vien teco:
già l'odo, o m'inganno,
quell'eco dell'eco;
già t'odo cantare
Cu... cu.

-----------------------------

In dedica a tutti

Mi prendo per primo la dedica, Glenn, naturalmente.

Le quattro  sestine  di senari rimati con coda insistita in binario tronco, realizzano un tessuto fonetico incantevole e soggiogante. E' su questo piano,  sul terreno della sapienza metrica, che Pascoli si impone.

 

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8 ore fa, Pinkerton dice:

Mi prendo per primo la dedica, Glenn, naturalmente.

Le tre sestine  di senari rimati con coda insistita in binario tronco, realizzano un tessuto fonetico incantevole e soggiogante. E' su questo piano,  sul terreno della sapienza metrica, che Pascoli si impone.

 

Aspettavo proprio il tuo intervento, grazie!

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On 6/4/2018 at 13:00, glenngould dice:

Oggi ricorre l'anniversario della morte di Giovanni Pascoli (6 Aprile 1912), personalmente il poeta più dolce e intimo che abbia mai letto.

Voglio omaggiarne la memoria con questo suo componimento

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Canzone d'Aprile

Fantasma tu giungi,
tu parti mistero.
Venisti, o di lungi?
Ché lega già il pero,
fiorisce il cotogno
laggiù.
Di cincie e fringuelli
risuona la ripa.
Sei tu tra gli ornelli,
sei tu tra la stipa?
Ombra! Anima! Sogno!
Sei tu...?
Ogni anno a te grido
con palpito nuovo.
Tu giungi: sorrido;
tu parti: mi trovo
due lagrime amare
di più.
Quest'anno... oh! Quest'anno,
la gioia vien teco:
già l'odo, o m'inganno,
quell'eco dell'eco;
già t'odo cantare
Cu... cu.

-----------------------------

In dedica a tutti

E' giusto, Glenn, che questa myrica, sia descritta un po' più diffusamente.

L'impianto metrico è ritmato sul senario, la trama rimica serrata e ardua, considerando anche che sono tutti versi brevi.Cellula metrica è una strofa di sei versi di cui i primi cinque senari e l'ultimo binario tronco ( o ternario "corto" che dir si voglia), ripetuta quattro volte. Dal punto di vista fonetico, la ripresa di rima in quinta posizione divide il componimento ( comunque connesso dai quattro binari di coda a rima tronca insistita in "u") in due coppie di strofe simmetriche. Lo schema è: ABABCD, EFEFCD, GHGHID, LMLMID, da cui, assieme alle frequenti iterazioni specie a inizio verso, si desume chiaramente un andamento anaforico rientrante. L'effetto fonetico è  cantilenante e incantevole, soggiogante e magico.  Il tema, percepito in un cono di luce venato di infantile malinconia, è il ritorno dell'aprile, soffio della primavera, sempre uguale  e sempre sorprendente, previsto  e meraviglioso, nel mistero della vita che ritorna, rigenerandosi. 

 

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Dal 1831 al 1847, dai suoi quaranta ai cinquantasette anni, Giuseppe Gioacchino Belli, letterato romano che il matrimonio con una facoltosa vedova dispensò dalla necessità di lavorare, scrisse più di duemila sonetti in dialetto romanesco che, pubblicati postumi e contro la volontà dell'Autore, rappresentano un affresco incomparabile della vita e della mentalità del popolo romano di quel tempo.Il loro valore tuttavia supera le contingenze d'epoca e di cultura e appare universale. Da punto di vista letterario I Sonetti  sono un capolavoro assoluto di mimesi linguistica e di introspezione psicologica, un monumento grandioso al dialetto come forma linguistica privilegiata per rappresentare la realtà. Poche altre volte nell'arte fu così dipresso e nettamente rappresentata la feroce innocenza del popolo.

 

 

 

 

 

 

 

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Una delle cose più riuscite ed ispirate di Eugenio Montale è "Clivo", da "Ossi di seppia",  dove la ricomposizione metrica,  "melange" di rime e di ritmi, qui più scelti che residuati, più evocati che recuperati, tocca un ragguardevole livello formale. Rigogliosa la corrispondenza di rime. Anche il lessico, come sempre ricercato, è meno ostentato che altrove, più funzionale all'espressione poetica. Misure varie, talora accoppiate: settenari, ottonari, novenari, endecasillabi e , ai vv. 4, 8 e 33, la sfasatura ritmica di tre alessandrini (7-5) con quinario finale in sdrucciola. Quasi un vezzo. In realtà questa "coda", pentasillabica simmetrica con tonica sulla terza, aggiunta al settenario,  determina una cesura, una sospensione, una sincope ritmica. Questi interventi deroganti  sul ritmo (come, d'altra parte, sulle rime) costituiscono  lo "smontaggio" dell'ordine metrico, operazione questa molto "à la page" nei poeti italiani post-pascoliani, operazione per altro, di cui Montale rappresenta forse il principale artefice. L'idea è innovativa ma ha un senso solo ottenendo una forma plausibile e attraente ( come avviene in "Clivo"). Altrimenti è solo formula, cieca iconoclastia, ottusa supponenza, maniera, con risultati puntualmente scadenti.

 

Clivo


 

Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l'ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell'alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s'aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s'anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

 

Come una musicale frana

divalla il suono, s'allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s'afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell'infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s'inabissa alle prode...

 

Nella sera distesa appena, s'ode

un ululo di corni, uno sfacelo.

 

 

( Eugenio Montale, "Ossi di seppia")

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On 18/5/2018 at 08:21, Pinkerton dice:

Una delle cose più riuscite ed ispirate di Eugenio Montale è "Clivo", da "Ossi di seppia",  dove la ricomposizione metrica,  "melange" di rime e di ritmi, qui più scelti che residuati, più evocati che recuperati, tocca un ragguardevole livello formale. Rigogliosa la corrispondenza di rime. Anche il lessico, come sempre ricercato, è meno ostentato che altrove, più funzionale all'espressione poetica. Misure varie, talora accoppiate: settenari, ottonari, novenari, endecasillabi e , ai vv. 4, 8 e 33, la sfasatura ritmica di tre alessandrini (7-5) con quinario finale in sdrucciola. Quasi un vezzo. In realtà questa "coda", pentasillabica simmetrica con tonica sulla terza, aggiunta al settenario,  determina una cesura, una sospensione, una sincope ritmica. Questi interventi deroganti  sul ritmo (come, d'altra parte, sulle rime) costituiscono  lo "smontaggio" dell'ordine metrico, operazione questa molto "à la page" nei poeti italiani post-pascoliani, operazione per altro, di cui Montale rappresenta forse il principale artefice. L'idea è innovativa ma ha un senso solo ottenendo una forma plausibile e attraente ( come avviene in "Clivo"). Altrimenti è solo formula, cieca iconoclastia, ottusa supponenza, maniera, con risultati puntualmente scadenti.

 

Clivo


 

Viene un suono di buccine

dal greppo che scoscende,

discende verso il mare

che tremola e si fende per accoglierlo.

Cala nella ventosa gola

con l'ombre la parola

che la terra dissolve sui frangenti;

si dismemora il mondo e può rinascere.

Con le barche dell'alba

spiega la luce le sue grandi vele

e trova stanza in cuore la speranza.

Ma ora lungi è il mattino,

sfugge il chiarore e s'aduna

sovra eminenze e frondi,

e tutto è più raccolto e più vicino

come visto a traverso di una cruna;

ora è certa la fine,

e s'anche il vento tace

senti la lima che sega

assidua la catena che ci lega.

 

Come una musicale frana

divalla il suono, s'allontana.

Con questo si disperdono le accolte

voci dalle volute

aride dei crepacci;

il gemito delle pendìe,

là tra le viti che i lacci

delle radici stringono.

Il clivo non ha più vie,

le mani s'afferrano ai rami

dei pini nani; poi trema

e scema il bagliore del giorno;

e un ordine discende che districa

dai confini

le cose che non chiedono

ormai che di durare, di persistere

contente dell'infinita fatica;

un crollo di pietrame che dal cielo

s'inabissa alle prode...

 

Nella sera distesa appena, s'ode

un ululo di corni, uno sfacelo.

 

 

( Eugenio Montale, "Ossi di seppia")

È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare...

Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).

 

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14 ore fa, giordanoted dice:

È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare...

Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).

 

"Clivo", Giordano, è la descrizione della confusa, fragile, spettacolare provvisorietà di un paesaggio costiero degradante sul mare, tipico della Liguria, patria del poeta. Tale rappresentazione tuttavia, ha  toni e  colori visionari, onirici, profetici, quasi un idillio apocalittico. Tu giustamente rilevi la fonte dantesca, nei modi narrativi e linguistici. Il clima psicologico-artistico però è diverso e autonomo:  moderno e "novecentesco", distaccato, straniato, quasi metafisico. Come in un De Chirico. All'artista non rimane che recuperare da un illustre passato gli strumenti per dare una forma alla sua immaginazione. E, per non sbagliarsi, sceglie Dante. Fons mirabilis et refugium peccatorum.

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Giustamente Luciano riporta l'analisi di "Clivo" di Montale sul piano più proprio, quello della vera rottura rappresentata dagli Ossi di Seppia che non è certo rottura linguistica, perché il lessico e l'immaginario dantesco non sono mai mancati nella tradizione poetica italiana, ma rottura psicologica, di Stimmung direbbero i Tedeschi, di clima. "Moderno e novecentesco, distaccato, straniato quasi metafisico" dice Luciano, un clima dunque ben diverso da quello variamente sacrale, vaticinante, della poesia precedente. La grandezza di Montale come poeta fu questo sintonizzarsi con l'uomo comune del suo tempo, con l'uomo "disincantato", privo di riferimenti solidi. Da questo punto di vista le aritmie e le irregolarità metriche e delle rime possono essere considerate, con qualche indulgenza, conseguenza di questo decentramento. La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese che, con più consapevolezza e vigore di altri che pure percorsero strade simili (ad es. Sbarbaro) diede forma a una poesia mondana, non rinunciando nemmeno all'escamotage della parodia, del pastiche, della citazione anche sfacciata. Quasi tutto il male e il bene che si può dire della letteratura novencentesca (e anche di quella odierna), e in fondo della cultura in generale, si ritrova allo stato nascente nell'opera montaliana. 

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6 ore fa, Pinkerton dice:

"Clivo", Giordano, è la descrizione della confusa, fragile, spettacolare provvisorietà di un paesaggio costiero degradante sul mare, tipico della Liguria, patria del poeta. Tale rappresentazione tuttavia, ha  toni e  colori visionari, onirici, profetici, quasi un idillio apocalittico. Tu giustamente rilevi la fonte dantesca, nei modi narrativi e linguistici. Il clima psicologico-artistico però è diverso e autonomo:  moderno e "novecentesco", distaccato, straniato, quasi metafisico. Come in un De Chirico. All'artista non rimane che recuperare da un illustre passato gli strumenti per dare una forma alla sua immaginazione. E, per non sbagliarsi, sceglie Dante. Fons mirabilis et refugium peccatorum.

In geologia si usa anche il termine “clivaggio” che designa un particolare tipo di sfaldamento metamorfico delle rocce.

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On 20/5/2018 at 14:00, giordanoted dice:

La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese [.............]

La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.

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On 22/5/2018 at 23:45, Pinkerton dice:

La poesia di Montale, Giordano, è, volutamente io credo, una poesia da salotto borghese postbellico, accademica, virtuosistica,vaniloquente,  esibizionistica e soprattutto disimpegnata, sia nei contenuti che nell'allestimento letterario. Dal punto di vista letterario è barocca, di un barocchismo iconoclastico-ludico, sperimentale, compilativo-associativo, ricompositivo, da mero gioco enigmistico a incastro. Ignora l'ideale, di cui ridimensiona la portata e rifiuta i miti,  fonte recente di due guerre abominevoli, fatte di numeri talmente immani da ridurre ogni tragedia a puro dato statistico e forse proprio per questo supera ed evita il pathos, proiettandosi accidiosamente, con dilettantesca nonchalanche, in una dimensione metastorica e antistorica, algida, perplessa, anaffettiva,  non approvante.

Molti poeti,d'altra parte, persino poeti maldestri e pedestri, sono un po' alchimisti e allestiscono i loro più o meno plausibili laboratori linguistici, dove inventano o recuperano mattoni verbali, li adunano, li associano e li compongono, edificando così la casa della loro poesia. Lo aveva fatto Dante nella sua meravigliosa Commedia, progetto enciclopedico e universale, mescolando, in una pozione tanto corroborante quanto poco digeribile, il latino teologico e liturgico dei dottori della Chiesa al dialetto toscano contemporaneo e lo rifà anche Montale, a suo modo e a suo uso e consumo, congegnando un linguaggio poetico salottiero, tributario della tradizione più negli stilemi che nella sostanza, eclettico e inevitabilmente artificioso, destinato a essere il fiore all'occhiello di una classe dirigente istruita sul modello scolastico gentiliano; classe dirigente della quale Montale fu, di fatto, il moderno bardo e alla quale lui stesso riteneva appartenere. 

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Gli anni

 

Le mattine dei nostri anni perduti,
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perché questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.

 

 

L’Oltretorrente


 

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.


 

ATTILIO BERTOLUCCI, Le poesie (Garzanti, 1998)

 

 

Costantemente, indissolubilmente, in bilico e in simbiosi fra prosa e versificazione, è l’assorto e sereno poetare di Attilio Bertolucci. Ma la sestina in vocativo che chiude “L’Oltretorrente” e, segnatamente, gli ultimi due versi, sono un prodigio di pittura e di sintassi poetiche.

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Zanzotto è un poeta erudito. Dell’erudito ha la metodicità scolastica, lo straniamento e l’accanimento verbale nel ricorso a un lessico ricchissimo e specificante e, anche perciò, per lo più desueto, estraneo al linguaggio parlato comune, più proprio della lingua scritta, destinato comunque a un’elite. Per dire di più, per dire meglio, dice sempre a più pochi. Qui il suo nodo, nel suo disegno estensivo dell’espressione verbale il suo limite. Zanzotto scrive una poesia che delizia il dotto e lascia interdetta la massa degli incolti, ai quali , al netto del tributo di circostanza, sostanzialmente appare come artificiosa e cervellotica

Sic stantibus rebus, le facoltà espressive di Zanzotto sono veramente cospicue, sebbene possano sembrare confacentisi a una sorta di vigile delirio piuttosto che a un’ardua e ingegnosa creazione artistica.


 

"Ineptum, prorsus credibile"

Perchè questa 
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questo squallido prodigio,
no, non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile
sospinto nella vita.
...Bianca, lacrime sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l'autunno
ecco il tuo segmentarti in sale e istanti
in memoria e sapore.
... è tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue,
acqua che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco disuguale e nefasto
o - è lo stesso - ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch'io piango;
e alza il muro 
se dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell'atroce gemmante vita.

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