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Pinkerton

Poesia

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Malgrado i lacci dei metri e il rovello dell'euritmia, malgrado la quasi necessita' agli accordi e alle consonanze foniche, se pure anche sia stata gravata ripetutamente e colpevolmente, di mansioni a lei estranee, etiche o politiche, filosofiche o teosofiche, la poesia rimane la forma piu' estesa e piu' libera di linguaggio verbale, scaturita direttamente dalla pura immaginazione verbale nel contatto con i sensi, con le emozioni, con gli affetti. E' un inebriante, travolgente gioco del pensiero che si traduce in parola. Nulla di meno, nulla di piu'.

24 Ad ogni piccol moto ch’egli udiva,

sperando che fosse ella, il capo alzava:

sentir credeasi, e spesso non sentiva;

poi del suo errore accorto sospirava.

Talvolta uscia del letto e l’uscio apriva,

guatava fuori, e nulla vi trovava:

e maledì ben mille volte l’ora

che facea al trapassar tanta dimora

( Fur., VII, 24)

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Considero Montale un artista discontinuo, però questa poesia, tratta da "Ossi di seppia", è di una bellezza assoluta, perfettamente compiuta:

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la véccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora si intrecciano

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

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Considero Montale un artista discontinuo, però questa poesia, tratta da "Ossi di seppia", è di una bellezza assoluta, perfettamente compiuta:

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la véccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora si intrecciano

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Considero Montale un artista discontinuo, però questa poesia, tratta da "Ossi di seppia", è di una bellezza assoluta, perfettamente compiuta:

E' la cosa più famosa di Montale, Novalis, buona per lo sbalzo di talune immagini, ma sul piano della cantabilità, manco a dirlo, modesta assai.

Sono quattro strofe in quartina, che mescolano a caso più che a talento novenari, decasillabi ed endecasillabi, rompendo ogni musica non appena nascesse.

Vista la larga fama che l'accompagna, è un monumento alla versificazione d'acchito, al dilettantismo poetico.

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E' la cosa più famosa di Montale, Novalis, buona per lo sbalzo di talune immagini, ma sul piano della cantabilità, manco a dirlo, modesta assai.

Sono quattro strofe in quartina, che mescolano a caso più che a talento novenari, decasillabi ed endecasillabi, rompendo ogni musica non appena nascesse.

Vista la larga fama che l'accompagna, è un monumento alla versificazione d'acchito, al dilettantismo poetico.

Da un punto di vista formale non c'è dubbio Pink, però io mi soffermo sul fatto che questa è una delle poche occasioni in cui Montale riesce a comunicare ciò che vuole comunicare in maniera perfettamente compiuta proprio grazie a quel serrato rincorrersi di immagini evocative di quella realtà metafisica che sempre, inevitabilmente, ci sfugge. Direi che questa è giustamente la sua poesia più famosa; Io che non amo Montale la apprezzo molto. In fondo la poesia (come tutta l'arte in generale) non è solo forma e quindi in questo caso ci può stare anche un "viva il dilettantismo" :hi:

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Da un punto di vista formale non c'è dubbio Pink, però io mi soffermo sul fatto che questa è una delle poche occasioni in cui Montale riesce a comunicare ciò che vuole comunicare in maniera perfettamente compiuta proprio grazie a quel serrato rincorrersi di immagini evocative di quella realtà metafisica che sempre, inevitabilmente, ci sfugge. Direi che questa è giustamente la sua poesia più famosa; Io che non amo Montale la apprezzo molto. In fondo la poesia (come tutta l'arte in generale) non è solo forma e quindi in questo caso ci può stare anche un "viva il dilettantismo" :hi:

Complimenti herr von Hardenberg.

Hai spiegato bene quello che io volevo dire con "immagini ben sbalzate". Oltretutto Montale utilizza un lessico ricercato ma per nulla compiaciuto e vanesio, anzi dire invece molto efficace, del tutto funzionale a creare quell'atmosfera metafisica di cui parli,

Che non sia portato all'euritmia , d'altra parte, lo si sa e poi, come si dice, nessuno è perfetto.

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Da un punto di vista formale non c'è dubbio Pink, però io mi soffermo sul fatto che questa è una delle poche occasioni in cui Montale riesce a comunicare ciò che vuole comunicare in maniera perfettamente compiuta proprio grazie a quel serrato rincorrersi di immagini evocative di quella realtà metafisica che sempre, inevitabilmente, ci sfugge. Direi che questa è giustamente la sua poesia più famosa; Io che non amo Montale la apprezzo molto. In fondo la poesia (come tutta l'arte in generale) non è solo forma e quindi in questo caso ci può stare anche un "viva il dilettantismo" :hi:

io invece da profano della poesia amo montale e credo, riguardo al mio personalissimo ed incompiuto viaggio, di aver trovato solo in leopardi e montale certe immagini che mi hanno radicalmente cambiato identità. sono ciò che sono perché alle medie lessi il canto notturno. e perché un giorno, lontano da maestri e professori, lessi alcuni degli ossi. non è 'bella musica' ma il rumore di fondo dell'universo.

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sono ciò che sono perché alle medie lessi il canto notturno. e perché un giorno, lontano da maestri e professori, lessi alcuni degli ossi

Hoc sufficit, monsieur vul.

Ti credo sulla parola e allora non serve dire altro.

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Non c'è solo riprovazione nella mia nota al "Meriggare" montaliano. Infatti le deroghe alle norme metriche che contaminano un ideale, esatto, armonico respiro ritmico possono, nei casi migliori come questo,tornare a conto del poeta, rappresentare una risorsa, accrescendo la spontaneità, la naturalezza del verso e quindi anche la sua vitalità espressiva. Per citare il mio amico vul ( che sarà, come lui dice, un profano della poesia ma che quando scrive un segno lo sa lasciare), sfido chilo voglia a dimostrare che il "rumore di fondo dell'universo", segnale dell'orrore del Caos, si esprima in una forma un qualche modo prevedibile e riproducibile secondo schemi predefiniti.

Io prima, in certa ricercatezza lessicale della lirica in questione, ravvisavo uno strumento per rendere un clima sospeso, metafisico (per dirla con Novalis).

Aggiungo ora che Montale si dimostra abile nella gestione delle consonanze.

La prima e la terza strofa sono quartine a doppia rima baciata (AABB), nella seconda quartina l'andamento è alternante con rima spuria al terzo verso ( ABaB, "veccia- formiche-intrecciano-biche"),

Per finire, l'ultima strofa, di congedo, che arricchisce di venature filosofeggianti l'asciutta, abbacinata descrittività della lirica, è niente meno che un'inusuale pentastica con uno svolgimento piuttosto originale delle corrispondenze fonetiche.

Sulla carta sembrerebbe una sequenza simmetrica a tre desinenze ABCAB ("abbaglia-meraviglia-travaglio-muraglia-bottiglia") ma in realtà è una strofa "monorimica modulata" o meglio monoassonante, grazie alla particella di consonanti "gl" che per cinque volte lega e omolologa i versi a una comune cellula fonetica.

Una soluzione, a dire il vero, piuttosto complessa e raffinata.

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sfido chilo voglia a dimostrare che il "rumore di fondo dell'universo", segnale dell'orrore del Caos, si esprima in una forma un qualche modo prevedibile e riproducibile secondo schemi predefiniti.

fondalmente credo che il linguaggio non sfugga a formule e non voglio con questo dire che a ricercarle debbano essere solo gli strutturisti o i linguisti etc. tuttavia credo (forse per dirla in ottica cognitivista) che le radici comuni - non solo delle lingue ma di tutto lo scibile - siano parte della nostra natura cognitiva intrinseca. e secondo questo nostro 'modus operandi' trovare le leggi che governano il nostro universo poetico o letterario o fisico che sia, è certamente proficuo. poi la conoscenza di queste leggi appartiente forse più alla sfera tecnica. lo scarto fra il possedere e il rendere gravida una conoscenza relativamente alla poesia è un po' quello che c'è fra il critico e il poeta. forse il critico più spesso svela le strutture mentre il poeta le cela. il primo le conosce approfonditamente, le individua, le analizza, il secondo - che quasi sempre non le conosce così approfonditamente - le usa. in rarissimi casi le due figure coincidono.

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il primo le conosce approfonditamente, le individua, le analizza, il secondo - che quasi sempre non le conosce così approfonditamente - le usa. in rarissimi casi le due figure coincidono.

E' come dici tu, vul, certamente, è raro che le due figure coincidano anche se è probabile che , in diverse proporzioni, in molti poeti ci sia un critico istintivo e alle prime armi, così come parrebbe che nell'arido cuore di molti (tutti?) i critici si celino propositi artistici più o meno velleitarii.

I due estremi , ossia quello del poeta solo ispirato, "unto", predestinato, e quello del critico solo pedante, analitico ed erudito probabilmente sono più rari di tutte le forme "intermedie", ma certo, vul, se vi fosse o se vi fosse stato ( Dante?) un grande critico in un grande poeta gli effetti dovrebbero essere pregevoli assai.

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E' come dici tu, vul, certamente, è raro che le due figure coincidano anche se è probabile che , in diverse proporzioni, in molti poeti ci sia un critico istintivo e alle prime armi, così come parrebbe che nell'arido cuore di molti (tutti?) i critici si celino propositi artistici più o meno velleitarii.

I due estremi , ossia quello del poeta solo ispirato, "unto", predestinato, e quello del critico solo pedante, analitico ed erudito probabilmente sono più rari di tutte le forme "intermedie", ma certo, vul, se vi fosse o se vi fosse stato ( Dante?) un grande critico in un grande poeta gli effetti dovrebbero essere pregevoli assai.

concordo su tutto, soprattutto con la seconda parentesi..

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«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio, 3

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura. 6

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore. 9

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace. 12

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ ali. 15

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre. 18

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

(Par., XXXIII, 1- 21)

Le sette terzine iniziali della preghiera di S.Bernardo alla Madonna, che apre l'ultimo Canto del Paradiso, esprimono, in termini di delirio mistico, la necessità dell'assoluta autoreferenzialità della religione, e sono quanto di maggiore io abbia letto a legittimazione della dignità dell'uomo a vivere, vera e propria cattedrale del bene, della devozione e della gioia. Le prime tre terzine, di stilnovistica eleganza, definiscono i termini del mistero biologico-teologico della fede cristiana. La quarta terzina, festosa, si consacra alla speranza.

La quinta e la sesta, celebrative, aprono la strada alla settima, lapidaria, inneggiante, gloriosa.

Il messaggio è squisitamente teologico e può essere o meno accettato, ma la forma letteraria che lo veicola è grandiosa, di inaudita forza espressiva.

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Ognuna della tre Cantiche dantesche è un luogo dello spirito, della mente.

L'Inferno è confronto con la realtà, accettazione della realtà. Lasciamo perdere l'iscrizione disperata che ne sigilla la porta, i gironi, i mostri , i diavoli, i supplizi, il contrappasso, l'"aer perso", atro e fumoso, riarso di chissà quali miasmi. Questo è solo l'involucro fantasioso, l'occasione narrativa, questo è solo necessario teatro. L'Inferno in effetti non è che la realtà tal quale la si percepisce, con molte insidie, molti orrori , molti timori e pochi affetti, poche consolazioni e non è un caso che fra la gente di questo poderoso monumento alla deplorazione, compaiano anche figure umanissime, come gli amanti del quinto Canto, come Ugolino, che commuovono sinceramente il poeta.

Il Paradiso è luce e visione ma anche, nel momento della rivelazione, soprattutto attestazione dell'inesprimibile ( quante le perifrasi per dichiarare la "non dicibilità"...), del fallimento a tradurre in parole la percezione metafisica. Nondimeno qualche verso è pienamente compiuto, specie nella concordanza di rima a rendere straordinariamente ampio il respiro del dettato poetico ( "onde si coronava il bel zaffiro/ del quale il ciel più chiaro s'inzaffira./ "Io sono amore angelico che giro/..." " (XXIII, 101-103) )

Il Purgatorio infine è meditativa espiazione, ripiegamento nell'anima, ricapitolazione e urna di speranza, accettazione della penitenza, luogo interiore nato dall'esilio, dall'irreversibilità di esso. Nei toni soffusi, temperati del Purgatorio stanno le autentiche coordinate autobiografiche del Poeta, la effettiva condizione del suo spirito mentre componeva il suo capolavoro.

Il Purgatorio ha vocazione eufemizzante e talora i personaggi, gli oracoli, le azioni, le visioni, in questa Cantica del Sogno di Redenzione, si illuminano di benignità, trapassano in immagini idilliache, lievi, dolcissime.

.Quali i beati al novissimo bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier di vita etterna.

Tutti dicean: `Benedictus qui venis!',

e fior gittando e di sopra e dintorno,

`Manibus, oh, date lilïa plenis!'.

(Purg., XXX, 13-21)

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Non cercare mai di dire il tuo amore,

amore che mai può essere detto;

il gentile soffio si muove

in silenzio, invisibile.

Dissi il mio amore, già dissi il mio amore,

il cuore le apersi;

tremando, gelando, in orrenda tema,

ah! lei, lei se ne andò.

Appena mi lasciò,

un viandante passò,

in silenzio, invisibile:

gli bastò un sospiro, la prese.

William Blake

Mi è tornata in mente questa splendida breve lirica di Blake, che lessi tantissimi anni fa in un momento non proprio bello della mia vita. Ora grazie al Cielo quei ricordi sono lontani, ma la bellezza di questa poesia non mi abbandona.

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«O donna in cui la mia speranza vige,

e che soffristi per la mia salute

in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant' i' ho vedute,

dal tuo podere e da la tua bontate

riconosco la grazia e la virtute.

Tu m'hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt' i modi

che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,

sì che l'anima mia, che fatt' hai sana,

piacente a te dal corpo si disnodi».

(Par., XXXI, 79-90)

Nel trentunesimo canto del Paradiso, Dante magnifica Beatrice con parole simili a quelle che il Santo rivolge alla Vergine Maria.

Sono quattro quartine per lo più encomiastiche ma imperniate sul concetto espresso dall'endecasillabo centrale, di rara eloquenza ( "Tu m'hai di servo tratto a libertade").

Anche qui l'impronta è stilnovistica e la donna è vista come figura magica e redentrice.

Rispetto alla grandiosa, universale eloquenza della preghiera a Maria soccorritrice, qui il tono è minore, l'enfasi più contenuta, più consona a una vicenda di ordine personale.

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Una delle caratteristiche distintive del poema dantesco è la singolare incompiutezza della sua forma letteraria che, anche nei suoi passaggi più efficaci, appare in qualche modo mobile, provvisoria, smarginata.

Far poesia in un progetto letterario epico-allegorico-didascalico alquanto complesso che, facendo leva su una straordinaria capacità di elaborazione fantastica, coniugasse in un'unica prospettiva teologia, filosofia, storia, cronaca, diario intimo, questioni personali, con continui passaggi di tono ( epico, lirico, narrativo, epigrammatico,trattatistico), non era cosa facile.

A complicare l'impresa ( ma anche a darne originalità) sta, da una parte, la scelta della lingua base che, pur sapida, variata e immaginosa qual'è il toscano, è pur sempre un dialetto, la cui intrinseca concretezza poco si sarebbe prestata a rappresentare i concetti astratti della filosofia teologica ( da ciò la necessità di apportare continue variazioni, aggiunte e contaminazioni al volgare, rendendolo una lingua "colta" e inedita oltre che di scioglierne quanto più possibile le briglie sintattiche e semantiche) e, dall'altra, la scelta di un metro stretto e obbligato come la terzina incatenata, la cui realizzazione per le migliaia di versi del poema, deve aver creato più di un grattacapo anche al sommo Alighieri.

Ma tant'è. La Divina Commedia, di ogni lingua e di ogni tempo probabilmente la maggiore fra le opere letterarie pervenuteci, in realta' e' un incompiuto, non solo nella struttura ma anche nella forma verbale. Il modus linguistico che utilizza, risultato di una geniale ed erudita alchimia, fu allora inedito e sara' sempre in seguito fondante ( l'italiano che seguira' nei secoli successivi fino ai giorni nostri ne sara' ampiamente debitore) oltre che ( felix culpa!) mai completamente attuale.

Modificato da Pinkerton

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Sulle mie labbra

il tuo profumo che svanisce

è il colore del tempo.

La tua bella terzina amorosa. kraus, ( 5,9,7), trova la sua sintesi filosofica sul settenario finale dopo un quinario e un novenario descrittivi. La strofa quindi, che assomma 21 sillabe, è simmetrica, proporzionata nel ritmo. Il tono è sensuale,incantato, struggente.

Le soluzioni verbali sono pregevoli, chiare e misurate, anche se è piuttosto raffinata la costruzione di un' elegante equazione sinestesica, all'interno di un distico chiasmatico, (AB/AB) dove i primi elementi ( profumo, colore) formano la sinestesia e i secondi ( "che svanisce", " del tempo") ,aggettivali, ne qualificano l'aspetto transitorio ed effimero. Insomma, una cosetta ben fatta.

Bravo, bravissimo!

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La poesia è bella, mistico, è giustamente famosa. E' leggera, etesia, aerea, sospesa. E' dannunziana fino al midollo, tutta forma, suono e sensi. E' la cattedrale dell'enfasi della parola. La pioggia nel pineto non contiene nulla, sono parole libere in assonanza, deliziose, gratuite onomatopee.. Se le togliamo l'enfasi abbiamo nient'altro che un collage verbale senza capo nè coda.

Ma allora, Vittorio, perchè recitarla scandita e pulita sì, ma con il tono e le cadenze del primo della classe alla recita scolastica per la festa degli alberi?

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pinkerton d'annunzio è il mio mito letterario, mi piacciono molto anche i suoi romanzi, su gassman un po' ti do ragione, volendo poteva fare di più.

un altro poeta italiano che ammiro tantissimo è il grande ugo foscolo, secondo me le grazie sono il suo capolavoro assoluto, ecco un assaggio del primo inno a venere

* * * * * * * * * * *

170 Il bel cocchio vegnente, e il doloroso

premio de' lor vicini arti più miti

persuase a' Laconi. Eran da prima

per l'intentata selva e l'oceàno

dalla Grecia divisi; e quando eretta

175agli ospitali Numi ebbero un'ara,

vider tosto le pompe e le amorose

gare e i regi conviti; e d'ogni parte

correan d'Asia i guerrieri e i prenci argivi

alla reggia di Leda. Ah non ti fossi

180irato Amor! e ben di te sovente

io mi dorrò, da che le Grazie affliggi.

Per te all'arti eleganti ed a' felici

ozi, per te lascivi affetti, e molli

ozi, e spergiuri a' Greci; e poi la dura

185vita, e nude a sudar nella palestra

[sottentrar] le fanciulle onde salvarsi

Amor da te. Ma quando eri per anche

delle Grazie non invido fratello

Sparta fioriva. Qui di Fare il golfo

190cinto d'armonïosi antri a' delfini,

qui Sparta e le fluenti dell'Eurota

grate a' cigni; e Messene offria securi

ne' suoi boschetti alle tortore i nidi;

qui d'Augìa 'l pelaghetto, inviolato

195al pescator, da che di mirti ombrato

era lavacro al bel corpo di Leda

e della sua figlia divina. E Amicle

terra di fiori non bastava ai serti

delle vergini spose; dal paese

200venian cantando i giovani alle nozze.

Non de' destrieri nitidi l'amore

li rattenne, non Laa che fra tre monti

ama le caccie e i riti di Dïana,

né la Maremma Elea ricca di pesce.

205E non lunge è Brisea, donde il propinquo

Taigeto intese strepitar l'arcano

tripudio e i riti, onde il femmineo coro

placò Lieo, e intercedean le Grazie.

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Guest Carlin

Io vorrei spezzare una lancia in favore di D'Annunzio, non perché sia uno dei miei scrittori preferiti, ma perché sul suo personaggio e sulla sua opera da sempre si scagliano i letterati italiani, dai professori di liceo mummificati da quei collage totalmente diseducativi e insipidi che sono le antologie, fino agli autori, che da bravi scolari non hanno mai messo in dubbio la lezione appresa durante una fase culturale dell'Italia , sostanzialmente il '900, che reputo asfittica e claustrofobica. Di tutti gli scrittori e poeti italiani del '900 sicuramente D'Annunzio è quello di massima apertura cosmopolita, più aperto al mondo culturale della sua epoca e poco impiantato nel provincialismo italico, nonostante venisse da Pescara e non da Milano o Roma o Torino, e in questo la sua vicenda è assimilabile a quella di Leopardi proveniente da Recanati, anche se i due caratteri sono diversissimi. D'Annunzio fu un protagonista della vicenda letteraria europea durante il decadentismo, collaborando con alcuni fra i più grandi artisti ( basti pensare Debussy o Honegger), conosceva molto bene l'opera di quegli autori che crearono il fermento artistico parigino, con cui aveva contatti e a cui contribuì con il suo lavoro, ecc...capisco però che un personaggio tanto poliedrico e dotato di talento quanto di spregiudicatezza e spirito avventuriero oltre che di ingegno costruttivo, non possa piacere nei liceali ambienti italici.

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carlin hai perfettamente ragione, molti criticano lo stile e l'opera di d'annunzio per partito preso, solamente perchè la sua figura è legata al fascismo, va comunque detto che il vate fu un'artista a 360 gradi, aveva una cultura stratosferica, impareggiabile. inoltre contribuì notevolmente al rilancio culturale del nostro paese, è stato una personalità di spicco del 900 europeo, secondo me fu il più grande letterato italiano della sua epoca.

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............................... secondo me fu il più grande letterato italiano della sua epoca.

Come poeta Pascoli gli era di molto superiore e anche Carducci ( di cui D'Annunzio era epigono) e Gozzano ( che invece a lui faceva riferimento) valevano di piu'. Fu romanziere di successo, drammaturgo di grido ( anche se come autore di teatro si trovo' quasi sempre spiazzato) e prosatore eccellente ( le sue "Faville" sono fra le cose migliori della prosa in italiano di sempre). Al suo tempo fece "moda" anche perché si seppe vendere nella figura mitica di poeta-eroe-condottiero, e allora, sicuramente fu sopravvalutato. In seguito successe l'opposto. Come uomo fu un avventuriero italiano, sulla tradizione dei Casanova e dei Cagliostro, egocentrico, mitomane, imbroglione, ciarlatano e sciupa femmine. Come letterato fu un esteta della parola di primo livello e come "letterato a 360 gradi" hai ragione tu, mistico. Della sua epoca in Italia fu il maggiore, anche se per esserlo non ci voleva molto.

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