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19 ore fa, zeitnote dice:

[1913?]
La mia anima è un’orchestra occulta; non so quali strumenti suonano e stridono dentro di me, corde, arpe, timpani e tamburi. Mi conosco solo come sinfonia.

(...)

Piove, piove, piove...
Piove costantemente, lamentosamente, < >
Il mio corpo mi fa rabbrividire l’anima di freddo... Non del freddo che c’è nello spazio, ma del freddo che c’è nell'essere io lo spazio...

Fernando Pessoa, Libro dell'Inquietudine

Fernando Pessoa, Zeit, fu un poeta-filosofo a differenza di Leopardi che fu un  filosofo- poeta ( in entrambe le definizioni la prima parola indica l'attitudine abituale e la seconda l'eccezione geniale). Riservato e , in cuor suo, orgogliosamente aristocratico, visse, come uomo, una vita anonima e alcolica (quindi una vita del tutto supina e ordinaria),   rintanandosi quotidianamente in un bel caffe' liberty del centro di Lisbona ( io ci sono stato) a tradurre testi inglesi  e a buttar giu' le sue sensazioni e le sue meditazioni. Come artista fu un solipsista integrale, un orso incorreggibile e incorruttibile, e fece della solitudine il suo habitat, la sua cattedrale artistica, la sua fede, il solo baluardo di liberta' riconosciuto come possibile, giungendo ripetutamente a dialogare con un se' eteronimico. Del poeta autentico gli mancavano sia la grazia linguistica che una buona tecnica compositiva, del vero filosofo sia il metodo ordinato che l'autoreferenziale ambizione. Fu un onesto aforista, tutto preso a descrivere stesso.

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10 ore fa, Pinkerton dice:

Fernando Pessoa, Zeit, fu un poeta-filosofo a differenza di Leopardi che fu un  filosofo- poeta ( in entrambe le definizioni la prima parola indica l'attitudine abituale e la seconda l'eccezione geniale). Riservato e , in cuor suo, orgogliosamente aristocratico, visse, come uomo, una vita anonima e alcolica (quindi una vita del tutto supina e ordinaria),   rintanandosi quotidianamente in un bel caffe' liberty del centro di Lisbona ( io ci sono stato) a tradurre testi inglesi  e a buttar giu' le sue sensazioni e le sue meditazioni. Come artista fu un solipsista integrale, un orso incorreggibile e incorruttibile, e fece della solitudine il suo habitat, la sua cattedrale artistica, la sua fede, il solo baluardo di liberta' riconosciuto come possibile, giungendo ripetutamente a dialogare con un se' eteronimico. Del poeta autentico gli mancavano sia la grazia linguistica che una buona tecnica compositiva, del vero filosofo sia il metodo ordinato che l'autoreferenziale ambizione. Fu un onesto aforista, tutto preso a descrivere stesso.

Se potesse leggere questa nota, Pink, spezzeresti il cuore all'intrepido tutore del pessoismo in terra italica Antonio Tabucchi. :o  Tornando seri, in realtà conosco pochissimo Pessoa, avendo solo spigolato qua e là "Il libro dell'inquietudine". Quel poco che ho letto, però, mi è piaciuto abbastanza.


Certo che deve essere dura fare lo scrittore in Italia quando tocca constatare l'uscita del secondo romanzo (?!) di quel fricchettone di Andrea Scanzi, intitolato "I migliori di noi" Ecco qualche saggio della sua venerabile prosa:
"Nella elucubrazione mattutina, il cucchiaino era ogni volta il potere esecutivo, laddove la sua mente, incapace di raggiungere una decisione persino così elementare e priva di responsabilità, incarnava il potere legislativo. Un potere legislativo pigro, pavido e di matrice probabilmente dorotea."
Ora, la scrittura dozzinale la si riconosce anche dall'uso scellerato dei tropi e qui la metafora dei due poteri parlamentari sembra uscita dalla penna di un liceale fresco di educazione civica e pieno di buona volontà.

"Fabio se lo disse da solo, inseguendo con la lingua saettante gli ultimi lasciti della panna agli angoli della bocca, un gesto quasi istintivo che attribuiva più al desiderio di non farsi vedere col viso impiastricciato che alla golosità."
Sorvolando per un momento sull'iperbolico "lasciti di panna", la frase colpisce per la finezza della penetrazione psicologica. Fabio è uscito dalla condizione d'infante: è più preoccupato del suo aspetto in pubblico che non di soddisfare la sua pulsione orale. Cacchio!

"Si versò due dita di gin – «Olandese, ché l’hanno inventato loro, mica gli inglesi» – diede voce a Robert Plant in Tangerine e guardò la tastiera Yamaha."
Wow fichissimo, non c'è che dire. Ah, un altro indice di scrittura dozzinale è il valore (espresso in ricorrenze per pagine quadrate) delle volte in cui vengono nominati la marca di un oggetto (una tendenza, che chiamerei brandismo, molto diffusa nella letteratura di oggi), una canzone (e relativo cantante), libro (e relativo autore), un fumetto o film ecc. E' importante perché è un valore legato funzionalmente alla pulsione narcisistica degli autori di piazzare in ogni angolo di ciò che scrivono il proprio universo simbolico.

"Shakerò il corpo con gran clangore di orecchie e articolazioni, provocando una corrente d’aria che scompose il toupet dell’anziano signore a capotavola, intento a leggere non senza attenzione il resoconto della XIII edizione della sagra del Gladiolo Triste a Rigutino."
Questa dove l'ha scovata? Sul giornalino dei giovani goliardi di Arezzo?

"Le zampe non si vedevano, gli occhi erano sepolti da un pelo stropicciato e il colore era quello di un arcobaleno daltonico di tristezza."
Scanzi ci ha fregati tutti, coniando una delle espressioni più suggestive per descrivere una colore. Ci rifaremo!

"Bergie smise di colpo di annusare, non perché fosse permalosa, quello era un vezzo che lasciava al padrone, ma perché ai leonberger i beagle stanno abbastanza sulle palle. E nessuno ha mai capito il perché."
Il tocco surrealista non poteva mancare. E' l'effetto comico della stravaganza del genio. Cos'altro sennò?

Vabbè, basta così. Ora, mi e vi chiedo se Scanzi non fosse quell'epifenomeno di visibilità mediatica, con il suo bravo seguito di gonzi, un qualunque editore a diffusione nazionale si sarebbe degnato di pubblicargli quella roba adolescenziale?
 

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1 ora fa, zeitnote dice:

Se potesse leggere questa nota, Pink, spezzeresti il cuore all'intrepido tutore del pessoismo in terra italica Antonio Tabucchi. :o  Tornando seri, in realtà conosco pochissimo Pessoa, avendo solo spigolato qua e là "Il libro dell'inquietudine". Quel poco che ho letto, però, mi è piaciuto abbastanza.


Certo che deve essere dura fare lo scrittore in Italia quando tocca constatare l'uscita del secondo romanzo (?!) di quel fricchettone di Andrea Scanzi, intitolato "I migliori di noi" Ecco qualche saggio della sua venerabile prosa:
"Nella elucubrazione mattutina, il cucchiaino era ogni volta il potere esecutivo, laddove la sua mente, incapace di raggiungere una decisione persino così elementare e priva di responsabilità, incarnava il potere legislativo. Un potere legislativo pigro, pavido e di matrice probabilmente dorotea."
Ora, la scrittura dozzinale la si riconosce anche dall'uso scellerato dei tropi e qui la metafora dei due poteri parlamentari sembra uscita dalla penna di un liceale fresco di educazione civica e pieno di buona volontà.

"Fabio se lo disse da solo, inseguendo con la lingua saettante gli ultimi lasciti della panna agli angoli della bocca, un gesto quasi istintivo che attribuiva più al desiderio di non farsi vedere col viso impiastricciato che alla golosità."
Sorvolando per un momento sull'iperbolico "lasciti di panna", la frase colpisce per la finezza della penetrazione psicologica. Fabio è uscito dalla condizione d'infante: è più preoccupato del suo aspetto in pubblico che non di soddisfare la sua pulsione orale. Cacchio!

"Si versò due dita di gin – «Olandese, ché l’hanno inventato loro, mica gli inglesi» – diede voce a Robert Plant in Tangerine e guardò la tastiera Yamaha."
Wow fichissimo, non c'è che dire. Ah, un altro indice di scrittura dozzinale è il valore (espresso in ricorrenze per pagine quadrate) delle volte in cui vengono nominati la marca di un oggetto (una tendenza, che chiamerei brandismo, molto diffusa nella letteratura di oggi), una canzone (e relativo cantante), libro (e relativo autore), un fumetto o film ecc. E' importante perché è un valore legato funzionalmente alla pulsione narcisistica degli autori di piazzare in ogni angolo di ciò che scrivono il proprio universo simbolico.

"Shakerò il corpo con gran clangore di orecchie e articolazioni, provocando una corrente d’aria che scompose il toupet dell’anziano signore a capotavola, intento a leggere non senza attenzione il resoconto della XIII edizione della sagra del Gladiolo Triste a Rigutino."
Questa dove l'ha scovata? Sul giornalino dei giovani goliardi di Arezzo?

"Le zampe non si vedevano, gli occhi erano sepolti da un pelo stropicciato e il colore era quello di un arcobaleno daltonico di tristezza."
Scanzi ci ha fregati tutti, coniando una delle espressioni più suggestive per descrivere una colore. Ci rifaremo!

"Bergie smise di colpo di annusare, non perché fosse permalosa, quello era un vezzo che lasciava al padrone, ma perché ai leonberger i beagle stanno abbastanza sulle palle. E nessuno ha mai capito il perché."
Il tocco surrealista non poteva mancare. E' l'effetto comico della stravaganza del genio. Cos'altro sennò?

Vabbè, basta così. Ora, mi e vi chiedo se Scanzi non fosse quell'epifenomeno di visibilità mediatica, con il suo bravo seguito di gonzi, un qualunque altro a diffusione nazionale si sarebbe degnato di pubblicargli quella roba adolescenziale?
 

Anche per me Scanzi scrive male: troppi simboli e  tropi azzardati, troppi termini specifici,troppo sale e troppo pepe, troppo condimento, insomma troppa roba. Tutto buttato li', all'ammasso, per stupire e confondere, senza una linea, uno stacco, una parvenza di rigore. Una prosa squilibrata, logorroica e intellettualoide.

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On 27/10/2017 at 08:48, zeitnote dice:

Per la gioia di @vul ecco il Meridiano di Philip "Sbrodolone" Roth:
9788804669388.jpg

A quando quello per Savinio o Morselli?

azz....non sapevo...

grazie per la segnalazione :)

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  • 2 weeks later...
1 ora fa, zeitnote dice:

31jRjyse8NL.jpg

Trovato in una libreria di libri di seconda mano. Prima edizione italiana Einaudi datata 1974, ma sembra uscito dalle stamperie ieri. Che carta che si usava allora!
Ringrazio @giordanoted per avermi fatto conoscere questo scrittore dall'insolita perspicacia. 

Splendido romanzo breve, picaresco, di una New York come uscita dalle Mille e una notte, di una freschezza e una libertà d'immaginazione che la letteratura americana novecentesca non ha mai attinto con i suoi nomi maggiori, tutti molto più conformisti e allineati di Purdy.

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11 ore fa, vul dice:

sono tentato da questo anche se è un genere letterario che non ho mai frequentato. qualcuno di voi l'ha letto?

 

9788806229740_0_0_0_75.jpg

 

 

Non saprei, ma da uno che si chiama Larry starei alla larga. Poi sembra uno spin-off di Cormac McCarthy.

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  • 4 weeks later...
  • 4 weeks later...

“Non gli piaceva Proust. Gli chiedevo: ma Proust? E lui rispondeva: mah, non è tanto il mio genere. C’è un momento in cui critica fortemente Proust, dicendo, grossomodo, che mettere delle teorie nei romanzi è come mettere il cartellino dei prezzi nel regalo...”

Maurizio Ferraris su Derrida.

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  • 4 weeks later...

Sull'onda di quello che si diceva sull'interpretazione nella discussione su Bruckner mi è venuto in mente ciò che ha scritto Maurice Blanchot su Kafka in breve saggio intitolato Leggere Kafka compreso in un libro ormai ahimè introvabile in italiano, ovvero : Maurice Blanchot: Da Kafka a Kafka, Milano Feltrinelli 1983. Ecco qualche passo:

Forse Kafka avrebbe voluto distruggere la sua opera perché gli sembrava condannata ad accrescere il malinteso universale. Osservando il disordine con cui essa ci viene presentata, quel che ce ne fanno conoscere, quel che ce ne nascondono, la luce parziale che vien fatta su questo o quel frammento, lo sparpagliamento di testi, già per sé incompiuti e che vengono divisi sempre più, che vengono ridotti in minuti frammenti, come se si trattasse di reliquie dalle indivisibili virtù, vedendo quest’opera piuttosto silenziosa invasa dalle chiacchiere dei commenti, questi libri impubblicabili divenuti materia di pubblicazioni infinite, questa creazione atemporale mutata in una chiosa della storia, vien spontaneo di chiedersi se lo stesso Kafka non avesse previsto un disastro simile in un simile trionfo. Forse il suo desiderio era di sparire, discretamente, come un enigma che vuol sfuggire allo sguardo. Ma questa discrezione l’ha dato in mano al pubblico, questo segreto l’ha reso glorioso. Ora l’enigma si manifesta dappertutto, è la grande luce, la realizzazione scenica di se stesso. Che fare?
[p.48]

Questo movimento è inevitabile. Tutti i commentatori ci supplicano di cercare racconti in quei racconti: gli avvenimenti non hanno altro significato che loro stessi, l’agrimensore è proprio un agrimensore. Non sostituite “allo svolgersi degli avvenimenti, che va preso come un racconto reale, costruzioni dialettiche” (Claude-Edmonde Magny). Ma alcune pagine dopo: si può “trovare nell’opera di Kafka una dottrina della responsabilità, teorie sulla casualità e, infine, una interpretazione di insieme del destino umano tutte e tre abbastanza coerenti e indipendenti dalla loro forma romanzesca per sopportare di essere trasposte in termini puramente intellettuali”.
Questa contraddizione può sembrare bizzarra. Ed è vero che spesso questi testi sono stati tradotti con disinvolta perentorietà e evidente disprezzo del carattere artistico. Ma è an­ che vero che lo stesso Kafka ha dato l’esempio, commentando a volte i suoi racconti e cercando di chiarirne il senso Con la differenza che, a prescindere da alcuni particolari di cui ci spiega la genesi, non il significato, egli non traspone il racconto su un piano che possa rendercelo più afferrabile: il suo linguaggio di commentatore si cala nella finzione e non se ne distingue.
[p.49]

Chi si limita alla storia penetra in qualche cosa di opaco di cui non si rende conto, e chi si attiene al significato non può arrivare all’oscurità di cui esso è la luce denunciairice. I due lettori non possono mai raggiungersi, si è prima l’uno poi l’altro, si capisce sempre più o sempre meno di quanto occorra. La vera lettura rimane impossibile.
Chi legge Kafka è dunque per forza trasformato in bugiardo, e non del tutto in bugiardo. Ecco l’ansietà propria di questa arte, più profonda forse dell’angoscia per il nostro destino di cui sembra spesso la tematizzazione. Facciamo l’esperienza immediata di un’impostura che crediamo di poter evitare — contro cui lottiamo (con il confronto d’interpretazioni contrarie), e questo sforzo è ingannatore — a cui con­sentiamo, e questa pigrizia è tradimento. Sottigliezza, astuzia, candore, lealtà, negligenza sono inoltre gli strumenti di un errore (di un inganno) che è nella verità delle parole, nella loro potenza esemplare, nella loro chiarezza, interesse, sicurezza, potere di trascinarci, di lasciarci, riprenderci, nella fede incrollabile nel loro senso che non accetta né che gli si sfugga né che lo si segua.
[p.51]

Questi testi riflettono le difficoltà di una lettura che cerchi di conservare l’enigma e la soluzione, il malinteso e l’espressione di questo malinteso, la possibilità di leggere nell'impossibilità di interpretare questa lettura.
[p.52]

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On 21/2/2018 at 09:06, zeitnote dice:

Sull'onda di quello che si diceva sull'interpretazione nella discussione su Bruckner mi è venuto in mente ciò che ha scritto Maurice Blanchot su Kafka in breve saggio intitolato Leggere Kafka compreso in un libro ormai ahimè introvabile in italiano, ovvero : Maurice Blanchot: Da Kafka a Kafka, Milano Feltrinelli 1983. Ecco qualche passo:

Forse Kafka avrebbe voluto distruggere la sua opera perché gli sembrava condannata ad accrescere il malinteso universale. Osservando il disordine con cui essa ci viene presentata, quel che ce ne fanno conoscere, quel che ce ne nascondono, la luce parziale che vien fatta su questo o quel frammento, lo sparpagliamento di testi, già per sé incompiuti e che vengono divisi sempre più, che vengono ridotti in minuti frammenti, come se si trattasse di reliquie dalle indivisibili virtù, vedendo quest’opera piuttosto silenziosa invasa dalle chiacchiere dei commenti, questi libri impubblicabili divenuti materia di pubblicazioni infinite, questa creazione atemporale mutata in una chiosa della storia, vien spontaneo di chiedersi se lo stesso Kafka non avesse previsto un disastro simile in un simile trionfo. Forse il suo desiderio era di sparire, discretamente, come un enigma che vuol sfuggire allo sguardo. Ma questa discrezione l’ha dato in mano al pubblico, questo segreto l’ha reso glorioso. Ora l’enigma si manifesta dappertutto, è la grande luce, la realizzazione scenica di se stesso. Che fare?
[p.48]

Questo movimento è inevitabile. Tutti i commentatori ci supplicano di cercare racconti in quei racconti: gli avvenimenti non hanno altro significato che loro stessi, l’agrimensore è proprio un agrimensore. Non sostituite “allo svolgersi degli avvenimenti, che va preso come un racconto reale, costruzioni dialettiche” (Claude-Edmonde Magny). Ma alcune pagine dopo: si può “trovare nell’opera di Kafka una dottrina della responsabilità, teorie sulla casualità e, infine, una interpretazione di insieme del destino umano tutte e tre abbastanza coerenti e indipendenti dalla loro forma romanzesca per sopportare di essere trasposte in termini puramente intellettuali”.
Questa contraddizione può sembrare bizzarra. Ed è vero che spesso questi testi sono stati tradotti con disinvolta perentorietà e evidente disprezzo del carattere artistico. Ma è an­ che vero che lo stesso Kafka ha dato l’esempio, commentando a volte i suoi racconti e cercando di chiarirne il senso Con la differenza che, a prescindere da alcuni particolari di cui ci spiega la genesi, non il significato, egli non traspone il racconto su un piano che possa rendercelo più afferrabile: il suo linguaggio di commentatore si cala nella finzione e non se ne distingue.
[p.49]

Chi si limita alla storia penetra in qualche cosa di opaco di cui non si rende conto, e chi si attiene al significato non può arrivare all’oscurità di cui esso è la luce denunciairice. I due lettori non possono mai raggiungersi, si è prima l’uno poi l’altro, si capisce sempre più o sempre meno di quanto occorra. La vera lettura rimane impossibile.
Chi legge Kafka è dunque per forza trasformato in bugiardo, e non del tutto in bugiardo. Ecco l’ansietà propria di questa arte, più profonda forse dell’angoscia per il nostro destino di cui sembra spesso la tematizzazione. Facciamo l’esperienza immediata di un’impostura che crediamo di poter evitare — contro cui lottiamo (con il confronto d’interpretazioni contrarie), e questo sforzo è ingannatore — a cui con­sentiamo, e questa pigrizia è tradimento. Sottigliezza, astuzia, candore, lealtà, negligenza sono inoltre gli strumenti di un errore (di un inganno) che è nella verità delle parole, nella loro potenza esemplare, nella loro chiarezza, interesse, sicurezza, potere di trascinarci, di lasciarci, riprenderci, nella fede incrollabile nel loro senso che non accetta né che gli si sfugga né che lo si segua.
[p.51]

Questi testi riflettono le difficoltà di una lettura che cerchi di conservare l’enigma e la soluzione, il malinteso e l’espressione di questo malinteso, la possibilità di leggere nell'impossibilità di interpretare questa lettura.
[p.52]

Maurice Blanchot, Zeit, fa un lungo ragionamento che, se vogliamo, presenta anche qualche spunto interessante, ma lo fa in modo arruffato, nebuloso, prolisso, tipico dell'intellettuale "di mestiere", logorroico e solipsista,  ingarbugliato e sensazionalista. Per dire che l'arte di Kafka e, per esteso, tutta l'arte, è un tragicomico malinteso, escogita una prosa squinternata, sovraccarica di concetti buttati lì, a casaccio. Un po' di ordine, diamine! Così facendo non si va da nessuna parte.

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4 minuti fa, Pinkerton dice:

Maurice Blanchot, Zeit, fa un lungo ragionamento che, se vogliamo, presenta anche qualche spunto interessante, ma lo fa in modo arruffato, nebuloso, prolisso, tipico dell'intellettuale "di mestiere", logorroico e solipsista,  ingarbugliato e sensazionalista. Per dire che l'arte di Kafka e, per esteso, tutta l'arte, è un tragicomico malinteso, escogita una prosa squinternata, sovraccarica di concetti buttati lì, a casaccio. Un po' di ordine, diamine! Così facendo non si va da nessuna parte.

Non credo proprio che la tesi di Blanchot sia quella che dici. Il malinteso, semmai, è quella strana cosa che inevitabilmente accade quando leggiamo Kafka, sopratutto Kafka. Forse ti tocca rileggere, questa volta però con un po' più d'umiltà - se lo credi - altrimenti lascia perdere.

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2 ore fa, zeitnote dice:

Non credo proprio che la tesi di Blanchot sia quella che dici. Il malinteso, semmai, è quella strana cosa che inevitabilmente accade quando leggiamo Kafka, sopratutto Kafka. Forse ti tocca rileggere, questa volta però con un po' più d'umiltà - se lo credi - altrimenti lascia perdere.

Intanto, Zeit, ti ringrazio per la risposta, molto civile. Rileggero' gli espunti da Blanchot che tu hai scelto.. È ben possibile che sia io corto di comprendonio e, magari, rileggendo e riflettendo, capiro' un po'  di più . Sul fatto invece che Blanchot sia un pessimo prosatore sara' difficile farmi cambiare idea.

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Caro Luciano, non prendertela, ma vedi, quella che tu legittimamente chiami pessima prosa, è un po' un gergo, quasi un linguaggio tecnico, specialmente per certi intellettuali e critici di area francese. Tieni conto che nella traduzione - e tu questo lo sai meglio di tutti - quella lingua di per sé capricciosa e ondosa che è il francese, ha bisogno di un mediatore eccezionale per entrare nello stampo del nostro ben più spiccio italiano. 

Insomma Daniele quando ti invita all'umiltà, magari si è preso una piccola libertà, però scusami, ha ragione: questi son libri scritti così, come un manuale di algebra ha la sua lingua un po' astrusa. Tu puoi ben pretendere che il povero Blanchot sia chiaro e limpido nel prosare come Manzoni nei Promessi Sposi, ma in un certo senso cadi in un fraintendimento: Blanchot, che scrive in modo ostico e nessuno lo mette in dubbio, è in buona fede: non è un mistificatore - come pure ce ne sono stati - quella che ha riportato Daniele è la migliore espressione che il povero Blanchot è riuscito a trovare per i suoi pensieri su Kafka. Quelle sono le sue intuizioni, vestite di quella lingua così angolosa, e in un certo senso bisogna un po' superare il fastidio della prima impressione, di quella superficie ruvida e quel tono esoterico, per dirsi: va bene, ma vediamo se dice qualcosa di nuovo, di illuminante, su Kafka. E io penso che lo dica.

Non è un fatto ovviamente di comprendonio che ci divide, ma solo di abitudine. Io e Daniele siamo abituati anche a questa prosa chiamiamola "accademica" e spesso ridondante e divagante, tu spiritualmente, almeno ora mi pare dalle tue belle versioni, sei più vicino ai classici, con la loro mirabile laconicità. 

 

 

 

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20 minuti fa, giordanoted dice:

Caro Luciano, non prendertela, ma vedi, quella che tu legittimamente chiami pessima prosa, è un po' un gergo, quasi un linguaggio tecnico, specialmente per certi intellettuali e critici di area francese. Tieni conto che nella traduzione - e tu questo lo sai meglio di tutti - quella lingua di per sé capricciosa e ondosa che è il francese, ha bisogno di un mediatore eccezionale per entrare nello stampo del nostro ben più spiccio italiano. 

Insomma Daniele quando ti invita all'umiltà, magari si è preso una piccola libertà, però scusami, ha ragione: questi son libri scritti così, come un manuale di algebra ha la sua lingua un po' astrusa. Tu puoi ben pretendere che il povero Blanchot sia chiaro e limpido nel prosare come Manzoni nei Promessi Sposi, ma in un certo senso cadi in un fraintendimento: Blanchot, che scrive in modo ostico e nessuno lo mette in dubbio, è in buona fede: non è un mistificatore - come pure ce ne sono stati - quella che ha riportato Daniele è la migliore espressione che il povero Blanchot è riuscito a trovare per i suoi pensieri su Kafka. Quelle sono le sue intuizioni, vestite di quella lingua così angolosa, e in un certo senso bisogna un po' superare il fastidio della prima impressione, di quella superficie ruvida e quel tono esoterico, per dirsi: va bene, ma vediamo se dice qualcosa di nuovo, di illuminante, su Kafka. E io penso che lo dica.

Non è un fatto ovviamente di comprendonio che ci divide, ma solo di abitudine. Io e Daniele siamo abituati anche a questa prosa chiamiamola "accademica" e spesso ridondante e divagante, tu spiritualmente, almeno ora mi pare dalle tue belle versioni, sei più vicino ai classici, con la loro mirabile laconicità. 

 

Vedi Luciano, con queste parole calibrate il nostro comune amico Giordano si è appena dimostrato un mediatore eccezionale, per usare un'espressione da lui stesso utilizzata.

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1 ora fa, zeitnote dice:

Vedi Luciano, con queste parole calibrate il nostro comune amico Giordano si è appena dimostrato un mediatore eccezionale, per usare un'espressione da lui stesso utilizzata.

Vedi Daniele, tu e Giordano mi state dicendo la stessa cosa ( e non e' una cosa semplice da dire, specie fra amici), ma IN MODO diverso. Addirittura Giordano, per dirmi questa cosa in modo accettabile, arriva a darmi ragione su una parte ( che lui probabilmente ritiene marginale) delle cose che ho detto riguardo a Blanchot. (Maja, col suo linguaggio gergale e colorito, direbbe che mi ha dato lo zuccherino.) In realta' Giordano, dal mio punto di vista, mi ha dato ragione proprio si quello che per me era più importante. E' proprio vero che tutto, in fondo, è solo questione di prospettive.

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2 ore fa, giordanoted dice:

Tu puoi ben pretendere che il povero Blanchot sia chiaro e limpido nel prosare come Manzoni nei Promessi Sposi, ma in un certo senso cadi in un fraintendimento: Blanchot, che scrive in modo ostico e nessuno lo mette in dubbio, è in buona fede: non è un mistificatore - come pure ce ne sono stati - quella che ha riportato Daniele è la migliore espressione che il povero Blanchot è riuscito a trovare per i suoi pensieri su Kafka. 

 

 

 

Non ho mai dubitato un momento che Blanchot fosse in malafede (Se lo fosse stato, almeno una giustificazione per scrivere in quel modo, ce l'avrebbe). E' proprio perché lo credo in buonafede che me la sono presa con lui.

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On 21/2/2018 at 09:06, zeitnote dice:

Sull'onda di quello che si diceva sull'interpretazione nella discussione su Bruckner mi è venuto in mente ciò che ha scritto Maurice Blanchot su Kafka in breve saggio intitolato Leggere Kafka compreso in un libro ormai ahimè introvabile in italiano, ovvero : Maurice Blanchot: Da Kafka a Kafka, Milano Feltrinelli 1983. Ecco qualche passo:

Forse Kafka avrebbe voluto distruggere la sua opera perché gli sembrava condannata ad accrescere il malinteso universale. Osservando il disordine con cui essa ci viene presentata, quel che ce ne fanno conoscere, quel che ce ne nascondono, la luce parziale che vien fatta su questo o quel frammento, lo sparpagliamento di testi, già per sé incompiuti e che vengono divisi sempre più, che vengono ridotti in minuti frammenti, come se si trattasse di reliquie dalle indivisibili virtù, vedendo quest’opera piuttosto silenziosa invasa dalle chiacchiere dei commenti, questi libri impubblicabili divenuti materia di pubblicazioni infinite, questa creazione atemporale mutata in una chiosa della storia, vien spontaneo di chiedersi se lo stesso Kafka non avesse previsto un disastro simile in un simile trionfo. Forse il suo desiderio era di sparire, discretamente, come un enigma che vuol sfuggire allo sguardo. Ma questa discrezione l’ha dato in mano al pubblico, questo segreto l’ha reso glorioso. Ora l’enigma si manifesta dappertutto, è la grande luce, la realizzazione scenica di se stesso. Che fare?
[p.48]

Questo movimento è inevitabile. Tutti i commentatori ci supplicano di cercare racconti in quei racconti: gli avvenimenti non hanno altro significato che loro stessi, l’agrimensore è proprio un agrimensore. Non sostituite “allo svolgersi degli avvenimenti, che va preso come un racconto reale, costruzioni dialettiche” (Claude-Edmonde Magny). Ma alcune pagine dopo: si può “trovare nell’opera di Kafka una dottrina della responsabilità, teorie sulla casualità e, infine, una interpretazione di insieme del destino umano tutte e tre abbastanza coerenti e indipendenti dalla loro forma romanzesca per sopportare di essere trasposte in termini puramente intellettuali”.
Questa contraddizione può sembrare bizzarra. Ed è vero che spesso questi testi sono stati tradotti con disinvolta perentorietà e evidente disprezzo del carattere artistico. Ma è an­ che vero che lo stesso Kafka ha dato l’esempio, commentando a volte i suoi racconti e cercando di chiarirne il senso Con la differenza che, a prescindere da alcuni particolari di cui ci spiega la genesi, non il significato, egli non traspone il racconto su un piano che possa rendercelo più afferrabile: il suo linguaggio di commentatore si cala nella finzione e non se ne distingue.
[p.49]

Chi si limita alla storia penetra in qualche cosa di opaco di cui non si rende conto, e chi si attiene al significato non può arrivare all’oscurità di cui esso è la luce denunciairice. I due lettori non possono mai raggiungersi, si è prima l’uno poi l’altro, si capisce sempre più o sempre meno di quanto occorra. La vera lettura rimane impossibile.
Chi legge Kafka è dunque per forza trasformato in bugiardo, e non del tutto in bugiardo. Ecco l’ansietà propria di questa arte, più profonda forse dell’angoscia per il nostro destino di cui sembra spesso la tematizzazione. Facciamo l’esperienza immediata di un’impostura che crediamo di poter evitare — contro cui lottiamo (con il confronto d’interpretazioni contrarie), e questo sforzo è ingannatore — a cui con­sentiamo, e questa pigrizia è tradimento. Sottigliezza, astuzia, candore, lealtà, negligenza sono inoltre gli strumenti di un errore (di un inganno) che è nella verità delle parole, nella loro potenza esemplare, nella loro chiarezza, interesse, sicurezza, potere di trascinarci, di lasciarci, riprenderci, nella fede incrollabile nel loro senso che non accetta né che gli si sfugga né che lo si segua.
[p.51]

Questi testi riflettono le difficoltà di una lettura che cerchi di conservare l’enigma e la soluzione, il malinteso e l’espressione di questo malinteso, la possibilità di leggere nell'impossibilità di interpretare questa lettura.
[p.52]

Mi ha fatto ricordare un divertentissimo articolo di Garcìa-Marquez pubblicato tanti anni fa sul Corriere della sera e poi riedito in una raccolta di articoli e brevi saggi che ora non ho con me. Era un po' uno sbeffeggio di quelli che, spesso, fanno dire a Kafka cose che Kafka non si era mai sognato di dire e neanche di pensare. 

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4 minuti fa, giobar dice:

Mi ha fatto ricordare un divertentissimo articolo di Garcìa-Marquez pubblicato tanti anni fa sul Corriere della sera e poi riedito in una raccolta di articoli e brevi saggi che ora non ho con me. Era un po' uno sbeffeggio di quelli che, spesso, fanno dire a Kafka cose che Kafka non si era mai sognato di dire e neanche di pensare. 

Vabbè, adesso ci mancava pure Garcia-Marquez , celebrato autore di soap-opera.

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