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Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach


Wittelsbach
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Prende il via il Ring bayreuthiano del 1960: l'inizio di un nuovo ciclo nel teatro bavarese.
Il Ring postbellico aveva visto la luce la prima volta nel 1951, con la nuovissima produzione di Wieland Wagner, che comunque nel corso degli anni farà qualche cambiamento. La produzione restò in cartellone fino al 1958, e la parte musicale fu destinata alle cure amorevoli di Karajan, Knappertsbusch, Keilberth e Krauss: le Quattro K di Bayreuth.
Il '59 fu un anno di transizione, senza il Ring. Nel 1960, i due Wagner vollero giustamente varare una nuova produzione, per smuovere le acque: dunque nuova regia, e nuovissimi cast. Alla scena si dedicò Wolfgang, il fratello minore, con una messinscena che sembrò scontentare sia i tradizionalisti che gli audaci (questi ultimi la ritenevano una scimmiottatura in brutto dello stile di Wieland). La produzione rimase in scena nelle cinque stagioni 1960-1964, le prime quattro con Rudolf Kempe in buca, e l'ultima con l'episodico Berislav Klobucar, maestro croato di scuola austroungarica, che sarebbe stato il direttore più giovane (40 anni) fino ad allora impiegato nella Bayreuth postbellica. Il cast fu anch'esso rivoluzionato, mescolando vecchie glorie a forze fresche e rampanti.

Questo cofanetto della Pan comprende quattro serate della primissima annata, una per ogni opera: in agosto la Valchiria, le altre in luglio. Il suono è il classico monofonico tedesco di buona qualità, e la documentazione contiene un libretto con le informazioni dei dischi e un paio di piccoli scritti, in inglese.

RHEINGOLD
Finora ho sentito un interessante Rheingold. Un altro mondo, rispetto alla Bayreuth degli anni immediatamente precedenti! Si respira un'aria nuova, in orchestra e in parte anche nel canto, in un mondo renano più colorato e decadente. L'antecedente immediato? Il Karajan del 1951, poi sloggiato per insanabili divergenze con Wieland. Qualcuno dice che nel '60 Kempe doveva ancora "prendere le misure" delle sonorità della fossa coperta dell'orchestra. Sarà. Fatto sta che in questa concertazione emerge la tranquilla fluidità del Kempre grandissimo straussiano, la stessa che faceva capolino nei suoi Meistersinger di Dresda da me recensiti: sonorità morbide, cangianti, ben diverse dalla rocciosità di Knappertsbusch o Furtwangler. Va bene, l'Oro del Reno non consente chissà quali macigni sonori: sarà interessante sentire le successive opere. Trattandosi di una registrazione di un'unica recita, l'orchestra commette imprecisioni: una, ben avvertibile, è il distinto scrocco delle trombe quando enunciano il maestoso tema dell'oro nella Prima Scena.

Il cast fa il suo mestiere con bravura. A spiccare è Gerhard Stolze: un Loge sensazionale. La sua bravura sta nella maggior moderazione che udiamo qui, rispetto alla "sperimentale" prova che sentiremo nel futuro Rheingold di Karajan inciso in studio. Anche il famoso "Durch Raub!" è più attenuato, meno urlato ma non meno efficace, anzi di più. In questa edizione, Stolze non rende più brutta la sua voce, che si espande con un'imponenza e una solidità da heldentenor, e che arricchisce un fraseggio di intelligenza sopraffina, machiavellica, mai caricaturale (e mi spiace, il suo Loge di studio a volte lo sarà). Perfetto, e decisamente in anticipo sui tempi.

Un piccolo neo è l'accoppiata Hermann Uhde-Otakar Kraus: e non per carenze degli interpreti, ma per una similarità timbrica che francamente, nelle scene in cui cantano insieme, confonde parecchio.
Uhde è il Wotan che abbiamo conosciuto in altre produzioni: consapevole, con una punta di beffardo disincanto, molto serio e "teatrale", molto novecentesco, moderno, benissimo cantato. Una certezza.
Otakar Kraus, un singolare esule che andò in Inghilterra per sfuggire ai nazisti, si era fatto un nome al Covent Garden: pochi anni prima, con lo stesso Kempe, aveva impersonato Alberich in memorabili performance londinesi, immortalate anche in cd, sia pure di discutibile qualità tecnica. E' altamente probabile che Wieland e Kempe l'avessero scelto insieme, e che dunque ci fosse un notevole affiatamento pregresso: che qui del resto si percepisce. E', Kraus, un Alberich dal canto nitido e affilato, che alla torva grandiosità di un Neidlinger preferisce un eloquio decisamente più terreno, con qualche momento in cui giunge dappresso al plateale, pur controllandosi. La miseria interiore del nibelungo è fatta percepire con accenti più diretti nella loro disperata perfidia. Sul canto, le prove non buone sentite da me di questo cantante mi avevano fatto pensare al peggio, invece no: suono solido, ben modulabile, non sopraffino ma efficace.

Il fratello Mime è il debuttante Herold Kraus: il tenorino preferisce un'interpretazione piuttosto tradizionale, che non scansa la petulanza, ma realizzata con professionismo e complessivamente senza troppe cadute di gusto.

Eccellenti i giganti, col ritorno di Arnold van Mill, stavolta come Fasolt, e il Fafner dell'interessante Peter Roth-Erang, 35 anni, destinato a morire nel 1966 per un infarto: voce opaca, la sua, ma eloquio felpato e incisivo.

E gli altri? C'è la Fricka di Hertha Topper, il contralto preferito da Karl Richter: timbro molto maturo, quasi cupo, e interpretazione che va nella medesima direzione, con risultati abbastanza inediti. I "fratello dei" vedono un Thomas Stewart (addirittura) come notevole Donner, il discreto anche se non memorabile Froh di Georg Paskuda, la Freia scintillante di Ingrid Bjoner. E per concludere, un buon terzetto di Figlie del Reno.

Chi lo vuole? @Snorlax

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On 26/1/2022 at 01:13, Wittelsbach dice:

Aggiungo, a mo' di bonus, la Calunnia di Tozzi.

 

Tozzi qui eccede in buffonaggine.

Il riferimento assoluto del brano è quello del grande Tancredi Pasero: una voce privilegiata impostata al meglio( l'immascheramento degli acuti è pressoché perfetto) e il senso del comico reso con gusto e misura 

 

 

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  • 2 weeks later...
On 4/2/2022 at 15:25, Pinkerton dice:

Tozzi qui eccede in buffonaggine.

Il riferimento assoluto del brano è quello del grande Tancredi Pasero: una voce privilegiata impostata al meglio( l'immascheramento degli acuti è pressoché perfetto) e il senso del comico reso con gusto e misura 

 

 

Il vibratino stretto di Pasero è da sempre amore alla prima nota!
Altri uomini!

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LA VALCHIRIA

La Valchiria, rispetto alle altre serate di quello stesso ciclo, fu registrata in agosto, non so perché. Si tratta di registrazioni che circolavano già da anni su etichette come la Myto. In effetti, la Radio bavarese era solita trasmettere ogni serata, e dunque non era spaventosamente arduo ricavarne delle registrazioni più o meno caserecce. Mi sento di dire, senza timore di errare, che questi dischi documentano lo spettacolo con un suono senz'altro buono.

Bene, ma com'è il risultato musicale?
Ecco, io dico che anzitutto mi piace l'orchestra. Rudolf Kempe sì che è moderno! Traccia un Wagner che vorrei definire cameristico, come molti definivano quello di Karajan (che invece non lo era assolutamente) e come definirò quello di Swarowski, che però andrà molto oltre. In Kempe si apprezza una narrazione di passi molto svelti, di suono orchestrale leggero e nitido, acquarelloso ma non svanito, con buoni risultati nel Primo Atto (anche se forse sull'abbandono si poteva fare meglio) e con discreti dividendi pagati nel Terzo, un momento scenico che personalmente trovo assolutamente ostico e (oso dirlo) noioso.

I cantanti sono al di sotto.
A prevalere, è Astrid Varnay. Se Siegfried e Crepuscolo saranno affidati alla Nilsson (ed era ora!), la meno problematica Brunnhilde di Valchiria è stata attribuita, come negli anni precedenti, alla grande leonessa norvegese svedese (ma anche americana). La prova vocale della Varnay, se la si paragona ad altri documenti coevi, è decisamente importante. Sembra pressoché intatta: incisivo e non ancora oscillante il registro alto, roccioso quello centrale, con una solidità da autentico soprano drammatico che emoziona ancora. Immutato è anche il fraseggio: una Valchiria indomabile, d'acciaio, drammatica senza eccessi, immedesimata senza scadere nel cipiglio grifagno (eterno rischio di questa parte), emotiva al massimo. Francamente sono rimasto stupito perché credevo di udirla in difficoltà.

Chi certo non denota difficoltà è una scelta inedita come Wotan. Jerome Heinz, nome d'arte Jerome Hines, si trova a sbarcare a Bayreuth nei panni del personaggio più duro, difficile e gratificante. E vocalmente è qualcosa di stupefacente. Lo stesso Hotter dei giorni migliori è superato: Hines entra in scena con un timbro da vero basso, ampio, vellutato, ricco di colori scuri e avvincenti, ma ciò non gli impedisce di sventagliare un Fa acuto colossale. E così sarà nel corso di tutta l'opera, dominata con una souplesse canora decisamente rimarchevole. Però, il debutto si sente. Il personaggio difetta decisamente in carisma. Il colloquio con Fricka, pagina davvero assassina, è piatto. Qualcosa si smuove con le acri inflessioni escogitate all'inizio del suo monologo, ma poi si piomba in un'alternanza tra aristocratica morbidezza e frasi a tutta forza, con fiati grandi così. Un po' poco. Se ci si accontenta della voce, abbiamo un Wotan da prima pagina. Io però non mi accontento.

Molto deludente la coppia degli amanti. Wolfgang Windgassen, estromesso temporaneamente dal ruolo di Siegfried, si trova catapultato su Siegmund, come non di rado gli capitò negli anni precedenti. E ancora una volta, malgrado avesse maturato esperienza anche in questa parte, si trova fuori posto. A parte la bassa tessitura, Windgassen canta senz'altro molto bene. Ma lo slancio del suo Siegfried del Crepuscolo di Keilberth (per dirne una) qui non c'è proprio, sostituito da una scansione monotona, del tutto priva di inflessioni di qualunque interesse: il culmine è un "Wintersturme" di raro cinismo.
Però la sua partner è assai peggiore. Aase Nordmo-Lovberg, per dire le cose come stanno, è un tracollo. Sembra partire molto bene, col giusto senso della frase e della voce, ma poi declina, e tramuta Sieglinde in una pupattola petulante, per giunta menomata da acuti striduli, fissi, pressoché atroci ovunque. Così, il Primo Atto è buttato al cesso, ma è abominevole anche il suo ringraziamento a Brunnhilde sulle note del tema della redenzione. Nefastissima.

A tirare su il livello provvede Gottlob Frick, che prende il posto del Greindl dei cicli precedenti per darci un Hagen torreggiante, scuro e forte, anche se in studio con Solti rifinirà meglio il suo personaggio.
Per finire, la Fricka di Hertha Topper è onesta e volonterosa, anche senza brillare, e lo stuolo di Valchirie è buono.

@Snorlax @Majaniello @Ives @superburp

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7 minuti fa, Wittelsbach dice:

A prevalere, è Astrid Varnay. Se Siegfried e Crepuscolo saranno affidati alla Nilsson (ed era ora!), la meno problematica Brunnhilde di Valchiria è stata attribuita, come negli anni precedenti, alla grande leonessa norvegese (ma anche americana).

Svedese !

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48 minuti fa, Wittelsbach dice:

ah ecco!

Interessante (non sapevo prima di aver approfondito, poco fa): nata in Svezia da genitori entrambi ungheresi ma di origini francesi e tedesche; madre risposata con un italiano quando lei era ancora bambina. Ancor giovane parlava ungherese, tedesco, inglese, francese, tedesco e italiano; forse non lo svedese (almeno non ne ho trovato notizie) perché, in fondo, in Svezia visse solo quando era piccolissima.

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1 ora fa, Wittelsbach dice:

Ecco, io dico che anzitutto mi piace l'orchestra. Rudolf Kempe sì che è moderno! Traccia un Wagner che vorrei definire cameristico, come molti definivano quello di Karajan (che invece non lo era assolutamente) e come definirò quello di Swarowski, che però andrà molto oltre. In Kempe si apprezza una narrazione di passi molto svelti, di suono orchestrale leggero e nitido, acquarelloso ma non svanito

Mi interessa questo discorso, perchè hai usato l'aggettivo "moderno"; moderno in relazione alla sua epoca o in relazione ad oggi? 

Più che di Wagner mi occupo sempre dei wagnerismi applicati ad altro repertorio, però mi resta la curiosità di capire qual era/è il riscontro di pubblico e critica rispetto alle letture "mendelssohniane" (banalizzo) di Wagner, molto meno chiacchierate di altre, ma storicamente ben rappresentate da una certa quantità di registrazioni (ricordo anche tue rece di Kegel, forse Parsifal). Insomma il Wagner de-wagnerizzato quanto appeal sulla massa aveva e quanto ne ha oggi? a latere: qualcuno si è mai occupato di "filologia wagneriana"? e questa si può far corrispondere alle coordinate dei direttori di tradizione wagneriana o va cercata in una zona nuova (non mendelssohniana certo, ma magari "terza")?

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1 ora fa, giobar dice:

Interessante (non sapevo prima di aver approfondito, poco fa): nata in Svezia da genitori entrambi ungheresi ma di origini francesi e tedesche; madre risposata con un italiano quando lei era ancora bambina. Ancor giovane parlava ungherese, tedesco, inglese, francese, tedesco e italiano; forse non lo svedese (almeno non ne ho trovato notizie) perché, in fondo, in Svezia visse solo quando era piccolissima.

Ha avuto una bella vita la signora Astrid! Molto intricata.

1 ora fa, Majaniello dice:

Mi interessa questo discorso, perchè hai usato l'aggettivo "moderno"; moderno in relazione alla sua epoca o in relazione ad oggi? 

Più che di Wagner mi occupo sempre dei wagnerismi applicati ad altro repertorio, però mi resta la curiosità di capire qual era/è il riscontro di pubblico e critica rispetto alle letture "mendelssohniane" (banalizzo) di Wagner, molto meno chiacchierate di altre, ma storicamente ben rappresentate da una certa quantità di registrazioni (ricordo anche tue rece di Kegel, forse Parsifal). Insomma il Wagner de-wagnerizzato quanto appeal sulla massa aveva e quanto ne ha oggi? a latere: qualcuno si è mai occupato di "filologia wagneriana"? e questa si può far corrispondere alle coordinate dei direttori di tradizione wagneriana o va cercata in una zona nuova (non mendelssohniana certo, ma magari "terza")?

Dunque! La lettura di Kegel va ancora oltre e fa un Wagner pressoché novecentesco, a mio modo di vedere. Il Wagner alla Mendelssohn più evidente secondo me è quello del Ring di Swarowski, anzi lo definirei addirittura alla Beethoven! Il Ring di Moralt è un'altra cosa che gioca in quella direzione, anche se punta molto alla cantabilità.
Sull'argomento avevo trovato un ebook che mi ero letto, aspettandomi molto e rendendomi conto che invece era assai approssimativo. Dovremmo scriverlo noi.

Il "moderno" di Kempe, alla luce delle tue considerazioni, in effetti ci sta relativamente. Come ricordi, c'erano anche altri che lavoravano in quella direzione. Forse è più moderno perché oggi quel modo di dirigere è più diffuso. L'antecedente più interessante è probabilmente il Karajan del suo Ring del 1951, di cui ci sono rimasti Oro del Reno e Siegfried, che ho descritto. Già all'epoca c'era gran parte del Karajan successivo, anche se meno manipolatorio del suono e più ammaliato dai dettagli ritmici.

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1 ora fa, Majaniello dice:

qualcuno si è mai occupato di "filologia wagneriana"? e questa si può far corrispondere alle coordinate dei direttori di tradizione wagneriana o va cercata in una zona nuova (non mendelssohniana certo, ma magari "terza")?

Certo! Ha destato grandissimo interesse il progetto del Ring diretto da Kent Nagano niente meno che con il ... Concerto Köln. Ho letto delle interessantissime interviste di Nagano sul progetto e delle recensioni molto lusinghiere sulle prime esecuzioni del Rheingold in forma di concerto avvenute a Colonia e al Concertgebouw nel novembre scorso. Non è una iniziativa farlocca e modaiola, perché dietro ci sono studi musicologici importanti che vanno avanti da anni coordinati dall'università di Colonia. Il Concerto Köln ha anche messo su un sito appositamente dedicato al progetto: https://wagner-lesarten.de/project.html

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Arricchisco la discussione: uno dei primi Ring "filologici", se non il primo, fu quello di Solti. Per quel progetto discografico, il primo Ring completo in studio di registrazione, si decise di fare uno studio delle varie partiture. E, sorpresa, sembrò proprio che le partiture che fino ad allora si utilizzavano fossero state spesso ristampate senza verifica, e non prive di erroracci mai corretti. Quanto all'esecuzione, Solti ripristino i tre stierhorn nella scena di Hagen col coro (credo non si sentano da nessun'altra parte tranne nell'incisione di Moralt, sono sempre sostituiti dai tromboni), e fece costruire apposta le diciotto incudini del Nibelheim, secondo le prescrizioni di Wagner.

 

Questo di Nagano dev'essere interessante.

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16 ore fa, Wittelsbach dice:

 

Questo di Nagano dev'essere interessante.

Per più di un motivo. Anzitutto, Nagano è un direttore serio e con un grande retroterra nel suo repertorio, tradizionale e moderno, e non è certo un "profeta" di qualche tendenza interpretativa d'avanguardia. Poi, come dicevo, alle spalle c'è una grossa iniziativa di studio. E proprio questo stimola la curiosità riguardo alla prestazione orchestrale. Staremo a sentire...

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SIEGFRIED

Interessante, il Siegfried del primo ciclo bayreuthiano con regia di Wolfgang Wagner e conduzione sonora di Rudolf Kempe. Qui tutte le facce sono nuove, giusto Hermann Uhde (che comunque di solito non faceva il Wanderer) è rimasto a fare da trait d'union coi formidabili anni precedenti. La qualità sonora è decisamente buona, se si fa eccezione per le frasi di Fafner, evidentemente mortificate dall'impianto scenico più che dai microfoni.

La direzione di Kempe, come e forse più che nelle opere precedenti, è rivelatrice di una sensibilità diversa da quella di Knappertsbusch e anche dello stesso Keilberth. Fino ad allora, non avevo mai sentito accompagnare la musica di Siegfried (inteso come il personaggio protagonista) con simile impeto, forza vitale, direi voglia di vivere: l'orchestra col suo semplice suono tratteggia l'essenza del giovane e scapestrato eroe in una manciata di battute. Il mormorio della foresta va in una direzione opposta rispetto ad altri: non senti il profumo del bosco, ma piuttosto la brezza, la vitalità. Strepitoso l'inizio del Terzo Atto: il tempestoso preludio pare il Temporale dell'Alpensinfonie per forza evocativa, e la successiva scena con Erda è caratterizzata di sciabolate di grande impatto drammatico. In genere, i tempi sono piuttosto asciugati: questa recita rientra nel ristrettissimo club dei Siegfried che stanno in soli tre cd, ed è dire abbastanza. Già Siegfried, delle quattro, è l'opera che personalmente prediligo: diretta così, mi sembra davvero il capolavoro che è, senza un istante di noia.

Il cast è davvero interessante da valutare nel complesso. Un tenore come Hans Hopf, probabilmente, negli anni precedenti avrebbe fatto comodo a Knappertsbusch e alla sua orchestra di possente tonnellaggio, in cui il pur ottimo Windgassen tendeva a perdersi e a stancarsi. Il tenore di Norimberga, di fatto, si comporta nel modo contrario rispetto alla maggior parte dei Siegfried discografici: questi ultimi di solito tirano a campare, e provano a colorare i passi di conversazione o la scena della foresta, cercando poi di non affogare nei momenti difficili. Hopf invece è altra roba. Nel Primo Atto fa un effetto che potrei definire strano: abbiamo un Siegfried che canta con spessi centri totalmente baritonali, per giunta ingrossati, affondati, arrotondati all'inverosimile, e dunque ancora più scuriti. Pare Del Monaco, in certi punti. Il fraseggio è talvolta ampolloso, talaltra impersonale. Certo è che la gioventù, in questo Siegfried che dimostra cinquant'anni, occorre immaginarsela. Se non altro, non è un Mime travestito da Siegfried, e il suo vocione si distingue benissimo dal timbro piccolo e pettegolo di Herold HKraus. Stesso andazzo anche nella scena della foresta, ove qualche ammorbidimento è tentato, ma senza una reale strategia interpretativa. E pure di fronte a Brunilde addormentata, si sente la mancanza dei chiaroscuri di Aldenhoff o dello stesso Windgassen. Coi passi più pesanti, però, la musica è ben diversa. La forgiatura è dominata con fiati giganteschi, ricco legato, ampio volume, linea solidissima e potentissima, come non sentivo dall'epoca di Melchior e Aldenhoff. Il duetto finale, croce e delizia di Windgassen che ci arrivava stanchissimo, è risolto con baldanza, suoni intensi e dal bel colore, senza alcun senso di affanno. Non era impresa da poco, riuscire a tener testa in questo modo a un Birgit Nilsson giovane. Faccio una sintesi: è innegabile la prosaicità di questo Siegfried nelle schermaglie con Mime e col Wanderer. Ma parimenti, non si può passar sopra alla bravura nel venire a capo dei momenti più impegnativi e spettacolari. Ma finora, il Siegfried del Siegfried che mi è sembrato più emozionante, oltre a Melchior, è appunto Aldenhoff con Karajan nel 1951. Chissà che mi combinerà nel Crepuscolo...

Appunto, Birgit Nilsson è Brunnhilde, ed era il tempo! Questa Brunnhilde, rispetto alle successive, ha un accento più energico, giovanile, incosciente: un dato teatrale che non sempre troveremo nell'armamentario della Nilsson. Uniamoci una linea vocale del tutto a punto, di colore bellissimo e straordinariamente fotogenico. Il diluviante Do acuto che chiude l'opera è perfetto riassunto.

Ritorna, come già nel Rheingold, l'accoppiata di arcinemici Hermann Uhde e Otakar Kraus, e le cose qui si fanno ancora più spinose. Anche qui, non si tratta di deficienze dei due artisti. Il fatto è uno: Uhde e Kraus hanno un timbro pressoché identico. Non somigliante: è praticamente uguale. L'inizio del Secondo Atto confonderà chiunque non conosca l'opera a memoria o la ascolti senza il testo a fronte, e questo è un male.
Un male perché singolarmente sono molto bravi.
Uhde, che conoscevo come Wotan nel Rheingold, come Wanderer ci regala quello che, più che un viaggiatore, sembra piuttosto essere un vagabondo, col carico di frustrazione e nervosismo che ne deriva. Dunque i suoi dialoghi con Mime ci portano di fronte un personaggio scostante ma non altero, quanto piuttosto bassamente arrogante. Con Alberich, ecco lo scontro tra due individui che sembrano più simili di quanto non si pensi (e forse le vicinanza timbrica contribuisce a far pensare a un'identità anche caratteriale). Con Erda, invece, prorompe di nuovo il Dio che si ricorda chi è e cosa rappresenta, con un eloquio finalmente ampio e magniloquente, anche se sempre con scorie di quella piccineria terrestre e morale che ormai gli conosciamo. E figurarsi che accade di fronte a Siegfried.
Eccellente anche il torvo, cupo e vigoroso Alberich di Kraus, la cui rabbia e disperazione non sono un gioco intellettuale, ma una sensazione avvertibile a fior di pelle.

Si rivede il Mime di Herold Kraus. Anche stavolta, la sua prestazione sopporta qualche frizzo evidente ma non eccessivo, compensato comunque con una varietà di fraseggio singolarmente accattivante, e capace di rendere alla perfezione la vischiosa e ambigua indole del Nano, dominando la scena al cospetto di un Siegfried che sembra molto meno acuto di lui.

Anche Erda ha con Marga Hoffgen un'interprete di riferimento, che la sottrae allo stilema della suora salmodiante per darci invece un carattere forte, risoluto, imperativo.

Il Fafner di Peter Roth-Erang si intuisce discreto anche se non colossale nel registro grave, ma a causa della conformazione scenica si sente davvero troppo male. Per finire, un po' calante di intonazione l'Uccellino di Dorothea Sieberth.

 

@Majaniello @giobar @Snorlax @Ives

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  • 1 month later...

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Uno dei primi grandi tentativi di una major di fare qualcosa di serio sul Gluck "riformato". E, direi, con un risultato che posso senza dubbio definire lusinghiero.
John Eliot Gardiner, quando incideva opere francesi (e l'Ifigenia in Tauride lo è), manovrava spesso l'orchestra dell'opera di Lione. Strumenti moderni sì, ma fatti suonare senza troppo vibrazionismo pseudoromantico. E per giunta, manovrati con una varietà di colori e dinamiche che rende dilettevole l'ascolto di questa peraltro agile, per nulla paludata opera.
Di Gardiner, colpisce il vasto panorama di intensità, di tinte, di adattamenti dell'orchestra a quanto avviene sul palcoscenico: la teatralità insomma, che non sempre farà parte del bagaglio spontaneo di questo direttore. Lo sfondo orchestrale di questa Ifigenia, per dire, risulta molto più mosso e interessante rispetto al futuro Idomeneo di Mozart che recensirò. Il Coro Monteverdi, lui creazione dello stesso Gardiner, si inserisce a meraviglia in questa vicenda, cantando con perfezione strumentale e ottimo accento tutti i brani che gli sono affidati.

Il buco, purtroppo, è la protagonista. Forse una Von Otter, all'epoca, sarebbe stata alquanto giovane, forse troppo. Ma non è che la più esperta Diana Montague, sul terreno della vividezza accentale, sia proprio un'Ifigenia irresistibile. Tende anzi alla monotonia, esagerando fin troppo con un'espressione da Madonna delle Lacrime che continua dall'inizio alla fine, senza alcuna evoluzione interessante. Da un punto di vista musicale, poi, le cose vanno maluccio: la voce è mal sostenuta, tende a scompaginarsi appena sale, dando luogo a suoni calanti e sfiatati. Diciamo che è un'Ifigenia ai bordi della correttezza.

Niente del genere per un Thomas Allen particolarmente in palla. Il suo Orest è anzitutto cantato con voce limpida, pulita e svelta nell'emissione, di un timbro chiaro particolarmente adatto al personaggio e alla scrittura. In secondo luogo, l'accento è il più mosso e vario dell'intero cast. Oreste, si sa, è sempre stato figura particolarmente intrigante in tutta la tradizione drammaturgica scaturita dalla mitologia greca: e il volto datogli da Allen non fa eccezione, per giunta manifestando particolare empatia con la bacchetta di Gardiner.

L'altro baritono, René Massis, ha un'emissione gutturale e piuttosto disastrata. All'inizio mi aveva sconcertato, ma poi mi sono reso conto che un personaggio barbarico come Thoas può anche essere tratteggiato da una voce simile. Ma, attenzione, l'ho detto perché dietro c'è anche un retroterra interpretativo: e Massis, forte dell'essere madrelingua, è senz'altro il più bravo a fare uso espressivo della dizione francese.

L'americano John Aler, tenore di voce morbida e aggraziata, non ha lo stesso acume recitativo, ma ha sufficiente sensibilità per accarezzare le voluttuose linee musicali di Pylade, con risultati senza dubbio interessanti.

Le altre parti sono molto piccole, e se la cavano onorevolmente.

 

@Majaniello @Ives @hurdy-gurdy

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