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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Una triste ironia: la parte di Leonora è qui cantata, secondo me discretamente, da una giovane interprete, Antonella Banaudi, vincitrice di un concorso Pavarotti. A seguire si registrò l'opera per la Decca; nonostante il prestigioso esordio, poco dopo la Banaudi smise di cantare. La Decca ritardò l'uscita del CD nella speranza, forse, che la Banaudi tornasse in carriera, ma dopo qualche anno era ormai dimenticata; credo che abbia ripreso nei primi anni 2000 in piccole parti e poi come insegnante. Secondo Christopher Raeburn, il produttore della Decca, si trattò di una crisi psicologica. Non so se sia vero, nè se le sue parole siano state correttamente riportate. Paradossalmente, ha fatto molta più strada la ragazza che cantava Ines (cioè Barbara Frittoli).

Sicuramente, Zubin Mehta ha firmato una delle edizione discografiche più omogenee de Il Trovatore e mi riferisco al disco RCA del 1970 (con una Price superba, un Domingo attendibile, uno Sherril Milnes molto interessante, una Fiorenza Cossotto che è l'Azucena più bella di tutte, nonchè un Bonaldo Giaiotti che plasma un bellissimo Ferrando). Peccato solo che l'audio distorca spesso gli acuti e la direzione non abbia le profondità e le sottigliezze di un Karajan.

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Capperi, mi ero scordato pure di menzionare la Frittoli! Grazie della precisazione.

Essì, il Trovatore RCA è un gioiellino.

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Personalmente penso che i punti deboli di questa incisione del Trovatore e del Rigoletto, sempre con la premiata coppia Pavarotti-Nucci, siano dati dal fatto che Pavarotti incise già queste 2 opere 20 anni prima (quindi ovviamente vocalmente più in forma) e con cast di "supporto" altrettanto se non più validi per cui io ti ammiro Wittelsbach perchè io, come penso tanti altri, mi limito al ragionamento: ma se c'è un giro un Trovatore Pavarotti-Sutherland, perchè comprare questo?

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Se è per sentire Pavarotti, decisamente occorre comprare il precedente.

Che è un Trovatore interessante malgrado i limiti, ma che annovera un Pavarotti tra i migliori.

Ma qui sto passando in rassegna la Verdi Edition, ormai ho passato la metà! :thumbsup_still:

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Nella Verdi Edition, anziché la Traviata della Tebaldi o quella della Sutherland di fine anni Settanta, troviamo questa edizione.

Un'edizione che ha il merito storico di essere stata la primissima senza alcun tipo di tagli, nonché di presentarci una Sutherland al suo massimo.

Ed è una Traviata che, sul piano del canto, ha ghiottissimi bocconcini.

Parlo del canto, giacché credo che la palla al piede rappresentata dall'orchestra vada sottolineata.

La direzione di sir Pritchard mi pare infatti francamente sconcertante.

Qualcuno (Elvio Giudici credo) accusa il baronetto inglese di eccessiva e maniacale cura del detttaglio.

Io personalmente non sono affatto d'accordo. Ritengo che la direzione di Pritchard sia una delle più superficiali mai sentite, sotto questo aspetto.

E' antiverdiana in modo irritante, persino Molinari Pradelli fa meglio.

L'unica cosa apprezzabile è l'uso accattivante, a volte, dei tempi rubati.

Per il resto, gli accompagnamenti sono ben poco curati, tendono all'evanescenza. Già il preludio è moscio da far paura, nemmeno l'anticipazione del tema dell' "Amami Alfredo" si scalda un po'. Banchisa polare. Ci sarebbe parecchio da dire, sulle perle di comicità volontaria che il direttore sfodera, purtroppo con l'ausilio dell'ottima orchestra del Maggio Fiorentino.

Perfino il più scalcagnato e banale battisolfa cerca di dare leggiadria e delicatezza al coretto delle zingarelle: lui no. Lo fa diventare indistinguibile dall'episodio dei matadori, per dirne una. E certi momenti sono francamente incredibili, come l'esplosione dell' "Amami Alfredo", il cui risibile schianto fonico sembra una via di mezzo tra l'Ottava di Mahler e l'Also Sprach Zarathustra di Strauss. Oppure, la sonorità scelta nei momenti più mossi di "Addio del passato", per giunta ripetuta tal quale nella ripetizione (l'edizione, dicevo, è integralissima). Un direttore che di Traviata non ha capito nulla, a mio personale giudizio.

Col canto, altro pianeta. Nessuna Violetta dei dischi integrali, neanche la Callas, ha mai cantato così. La Sutherland è un capolavoro di legato, bellezza timbrica, languore, scorrevolezza nella coloratura. L'ottica interpretativa trae spunto dalla tarda Callas, molto più di quanto si potrebbe credere: una Violetta che già nelle prime battute appare sfinita, col presagio della morte fatalisticamente accettata. Una specie di Lucia di Lammermoor della borghesia parigina. Ottica oltremodo originale, specie all'epoca. Il recitativo "E' strano!" ci mostra una Sutherland nient'affatto inerte, ma ricca di gradazioni pulsanti, e accenti che, se si guarda alla coerenza complessiva del suo personaggio, sono quantomai appropriati. Libero ciascuno di preferire altre letture, come quella della Scotto o della Callas giovanile o magari della Fabbricini (che come canto è comunque assai lontana). Ma l'ottica della Sutherland ha piena legittimità storica e culturale.

Bergonzi è pure lui uno spettacolo, con in più il sigillo della sua classe interpretativa e del suo accento davvero verdiano. Con lui Alfredo si scosta dalla tipologia del damerino un poco sfigato, per assurgere alle altezze di un autentico innamorato, che mai e poi mai ha dubbi su Violetta. Il canto, si diceva, è ai livelli più alti del tenorismo contemporaneo. L'aria dei Bollenti Spiriti è antologica, e la cabaletta seguente trova piena realizzazione nell'incisività morbida di Bergonzi. E questo senza parlare della perfezione del "Parigi o cara", e dell'austera misura su cui tiene la scena della festa a casa di Flora.

Robert Merrill, veterano della parte fin da quando, a trent'anni, la plasmò nei dischi di Toscanini, non è allo stesso livello. Il suo canto un poco grossolano e ruvido enfatizza oltre misura l'estrazione provinciale di Germont, erodendone la componente signorile che sarebbe di sua pertinenza. Il fraseggio del duettone con Violetta è piuttosto sbrigativo e tirato via. Il "Di Provenza" è forse il suo momento meno felice, espresso da linea vocale purtroppo pesantina e incurante delle nuances prescritte da Verdi. Tuttavia il canto è robusto, ricco, senza trucchi né eccessive deficienze tecniche. La cabaletta di Germont, sempre omessa, è qui resa con apprezzabile incisività.

I comprimari sono quelli di gran lusso adoperati nelle incisioni Decca captate in Italia: Dora Carral, Piero De Palma, Angelo Mercuriali addirittura come Giuseppe (e Mercuriali nei decenni precedenti, in teatri secondari, cantava addirittura Alfredo), Giovanni Foiani, Paolo Pedani, Silvio Maionica.

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Lessi da qualche parte che Bergonzi cantò così bene che quella era una delle poche edizioni di Traviata, se non l' unica, che valeva la pena di essere comprata solo per ascoltarsi quell' Alfredo

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In attesa della prossima recensione della Verdi Edition (Vespri Siciliani edizione Levine), vi copio-incollo questo sconfortante ascolto di un annetto fa.

Ne butto lì una anch'io.

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Sentita con Naxos Music Library, che peste mi colga.

Forse la peggiore Aida mai registrata in disco, a cominciare dalla direzione d'orchestra debolissima e slentata di Rico Saccani. L'orchestra suona bene, ma il direttore combina pasticci incredibili, come quando gradua malissimo la tromba nel Celeste Aida. Le stesse trombe, annunciando il "Su del Nilo", sono smorte e fiacche. In genere, sembra che Saccani cerca di fare dell'analisi, ma senza alcun altro risultato che un suono fioco e privo di dinamica.

Aggiungiamoci che le masse corali sono formate da una surrettizia unione di RTE Philharmonic Choir, RTE Chamber Choir, Culwick Choral Society, Bray Choral Society, Dublin County Choir, Dun Laoghaire Choral Society, Cantabile Singers, Goethe Institut Choir, Musica Sacra e Phoenix Singers: potete immaginarvi la coesione del tutto. Il suono peraltro rimane assai flebile, per giunta inficiato da una tremenda pronuncia anglofona che produce risultati vicini al comico. La gran scena del trionfo è un mezzo disastro, con questo coro così monolitico, noioso ed esecutivamente piatto.

Maria Dragoni è un'Aida di cartone, dal canto incerto e malsicuro, acuti sbiancati e forzati, registro medio-basso tragicamente aperto. Fa sentire qualcosa di convincente in certi squarci liricheggianti da cantare piano in zona centrale, ma quando ci sono acuti o fraseggi energici scompare inesorabilmente, anche perché l'accento è a dir poco inerte. "O Cieli Azzurri" è davvero triste, anche senza contare il do sovracuto a lama seghettata di rasoio, come del resto tutte le note alte.

Radames è l'urlatore islandese Kristjan Johansson, che canta tutto forte per non dire fortissimo, preoccupato unicamente di sparare ed esibire acuti muscolari e grezzi, di cospicuo volume ma affetti da ampio vibrato. Un Radames vecchio stampo, alla Del Monaco ma senza la voce di Del Monaco, quindi semplicemente un vociferante caporalmaggiore. Sentire certe incredibili singulti e le note prese da sotto nel duetto con Aida, roba da preistoria e da dilettantismo assoluto. Incredibile quello che diventa, tra il canto suo e quello della Dragoni, la cabaletta "Sì fuggiam da queste mura". Una specie di festival del grido scomposto.

Barbara Dever canta meglio della Dragoni, e ha un timbro interessante e androgino. Tuttavia anche lei emette parecchi suonacci, e l'interpretazione è abbastanza vecchio stile.

Niente a che vedere con tale Marck Rucker che ricopre il ruolo di Amonasro, rivelandosi forse il peggiore mai ascoltato in questa parte. La prolusione iniziale è slegata e frammentaria nella linea vocale (il legato è inesistente, a tratti sembra che il cantante sia lì a una gara di spelling: "Nemi-ca", "Vi di-ca"), e quando c'è da cantare in stile "grandioso" come lo intendeva Verdi, ossia al "Ma tu o re, tu signore possente" udiamo una linea strangolata e inespressiva. Una catastrofe il duetto con Aida, che sembra partire benino, poi si rivela orrendo, con una Dragoni urlante più che mai, e lui che pasticcia la pronuncia al "Su dunque", che perde totalmente il suo effetto. Magari qualche acuto è più o meno imbroccato, ma in genere quest'Amonasro è solo un babbeo urlante.

Francesco Ellero d'Artegna è un Ramfis disegnato con l'inchiostro simpatico, traballante e gutturale, anche lui urlante sugli acuti. Rose e fiori però rispetto al terribile Re di Riccardo Ferrari, ingolato e stonato in maniera grottesca, privo di qualunque autorità.

Il messaggero di Antonio Marceno anche lui sbraita ogni nota, e alla fine Monica Trini, la sacerdotessa, si rivela la migliore del cast (sic).

Se volete farvi del male, questa è l'Aida che fa per voi. Garantito al limone.

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Edizione storica di un'opera misconosciuta. La Decca, non avendo nulla in catalogo, ha chiesto alla Sony-RCA-BMG la possibilità di pubblicare questa registrazione all'interno della Verdi Edition, il super cofanettone che mi sto "passando" da cima a fondo. Altrimenti, è reperibile nella classica edizione RCA. Bel colpo, non c'è che dire.

Bel colpo perché si tratta di opera maiuscola e qui maiuscolamente interpretata.

Chi pensa che Verdi, a un certo punto, abbia voluto "wagnerianizzarsi" (luogo comune critico fortunatamente in via d'estinzione) da Aida in poi, dovrà ricredersi. I Vespri sono una di quelle opere che, appunto, il luogo comune definirebbe "wagnerianizzate" ma che sono, semplicemente, impostate secondo una drammaturgia vagamente "cinematografica" (appunto come Aida e Otello), con l'orchestra a fare da "colonna sonora" non soltanto di accompagnamento ma di vera narrazione.

Di tutto questo, Levine ci dà lettura grandiosa. Al contrario di Gardelli, il trentenne James non ha paura di risultare troppo poco "fine", e si butta nella mischia firmando una direzione a dir poco al calor bianco. L'impianto è sanguigno, rovente, tornito, pieno di teatralità e di non pochi colpi di scena. Ma questo non vuol dire che l'accompagnamento sia trasandato: anzi, Levine, oltre a trovare il giusto colore e la giusta temperatura strumentale per ogni brano, fa la stessa cosa per ogni cantante. Sicché, la prestazione di Domingo e Milnes, per dire, appare ancora migliore di quanto già non sia. Uniamoci una resa orchestrale superba (la New Philharmonia al suo massimo) e un coro, il John Alldis, a dir poco eccellente, e avremo la giusta "base" per apprezzare i valori nemmeno troppo nascosti di quest'opera.

Il cast è pure ragguardevole. La parte di Arrigo, tra le più complesse, è dominata da Domingo in maniera onorevole. Certo, i suoi punti di forza sono i primi tre atti, la cui vocalità espansiva e anche liricheggiante si adattava parecchio al Domingo dell'epoca, provvisto di timbro vellutato e commovente. Il quarto atto denota ovviamente qualche forzatura, a partire dal "Giorno di pianto". Il quinto, in cui sarebbe stata assolutamente imperativa la leggerezza volatile di un Bergonzi o un Pavarotti, vede un Domingo lievemente fuori posto. Tuttavia, si arrangia molto bene, e perfino la cadenzina finale di "La brezza aleggia intorno", che porta la voce al re sovracuto, riesce non male. L'accento non sarà un portento di varietà, ma non è nemmeno inerziale o sciatto. Insomma, un ritratto tenorile che rende in maniera convincente una delle parti più impegnative di tutto Verdi.

Stesso discorso per Martina Arroyo, con in più l'assoluta mancanza delle difficoltà dimostrate da Domingo. La voce di questa cantante, ricca e squillante, è letteralmente sbalorditiva. Non c'è brano in cui ogni pestifera trovata di Verdi non sia superata con slancio e totale perfezione esecutiva. Il Bolero è miracoloso. L'accento non è la stessa meraviglia, anzi a volte è compassato. Tuttavia, non mancano momenti di vera partecipazione, che ascrivono questa Elena nel novero dei più bei ritratti verdiani di sempre.

Pure Sherrill Milnes appaga. Certo, baritono lirico com'è, non ha l'incisività di un Cappuccilli, senza contare che mantiene la brutta abitudine di ritardare il passaggio di registro, facendolo nella zona in cui dovrebbero farla i tenori: sicché, le note del passaggio da baritono, alle volte, risuonano un po' opache e sorde, artificiose, sbiancate. Niente peccati capitali, tuttavia. Il duetto con Arrigo al primo atto è anzi esemplare, e l'aria "In braccio alle dovizie", brano stupendo, si giova assai della sensibilità di Milnes, che profonde sfumature e mezzevoci a non finire. Vabbè, qualche mezzavoce è "indietro" e opacizzante, ma insomma c'è. E gli acuti squillano che è una meraviglia. Un Guido da Monforte, insomma, pienamente verdiano.

Ruggero Raimondi cominciava allora a cantare in modo strano. La bellissima voce di basso, alle volte, non risuona come dovrebbe, rifiutando di fluire "sul fiato" e andando "indietro". Si tratta di un difetto di Raimondi che si sarebbe acuito nel corso della carriera: carenza di sostegno nel registro centrale. Viceversa, la zona acuta è sostenuta benissimo e squilla che è un piacere. Il suo Procida è dunque alquanto liricizzato, non protervo ma molto elegante. Non disprezzabile.

In quest'opera "filmica" le parti di fianco sono fondamentali. Il sire di Bethune è ben reso da Terence Sharpe, per esempio. I due soldati Tebaldo e Roberto sono cantati benissimo da Kenneth Collins (che in Inghilterra e Australia cantava addirittura Alvaro e Manrico) e dalla futura stella James Morris. Brava la Ninetta di Maria Ewing, altra futura star, e squillante il Danieli di Leo Goeke. Perfino Richard Van Allan se la cava bene come Conte Vaudemont.

Edizione da accattare al volo.

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"che porta la voce al re sovracuto, riesce non male"---Mi fido ciecamente di te Witt e quindi son sicuro che è tutto vero ma Domingo che mi arriva al re sovracuto mi rende basito :-) anche perchè io, sempre ragionando però un pò troppo facilonamente, mai avrei comprato questa edizione proprio per Domingo-Arrigo ricordando che forse il tenore verdiano per eccellenza (cioè Bergonzi) non l'ha addirittura nemmeno mai cantata in teatro (ma potrei anche sbagliare) e, piaccia o no, chi per doti vocali potè cantarsela in un sol boccone fu guarda caso Filippeschi

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Non è una nota tenuta, è inserita in una serie di note veloci.

Del resto Domingo aveva fatto un re anche nella Giovanna d'Arco di Levine.

Alcuni frammenti di Filippeschi alle prese con Arrigo li ho trovati in uno dei cd antologici Bongiovanni dedicati a questo tenore. Tuttavia, non è presente l'aria della brezza. C'è il duetto con Monforte, Giorno di pianto e altro che non ricordo.

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Su youtube ci sono diversi estratti dell' Arrigo-Filippeschiano e ovviamente come tutto ciò che veniva rappresentato in quegli anni saranno sicuramente stati dei vespri tagliati.

Però m'hai ancora stupito :-) scrivendomi di un altro Re sovracuto di Domingo e a questo punto arrivati non mi rimane che attendere la prossima recensione

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Però m'hai ancora stupito :-) scrivendomi di un altro Re sovracuto di Domingo

Per la tua gioia, alfio, ecco, a 3:04, il famigerato Re sopracuto del giovane Domingo che giustamente Wittel definisce " nota di passaggio":


/>http://www.youtube.com/watch?v=LMWn1Nvw5q0

Chi invece ci mette sopra una bella corona ( tanto per far vedere che per lui i sopracuti sono "acqua fresca") è, manco a dirlo, Franco Bonisolli che, "sparando" quella nota a tutta birra, manda in estasi il pubblico presente:


/>http://www.youtube.com/watch?v=LNkrG4aAezY

Chi infine quella nota la sostiene ma non la spara, anzi la modula con un bel falsetto rinforzato, morbido e intenso, è Nicolai Gedda che, dei tre, in questo ostico passaggio, risulta sicuramente

il più espressivo oltre che quello tecnicamente più agguerrito.


/>http://www.youtube.com/watch?v=vGWaxBTnpSQ

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Che bello Gedda, malgrado cali sul finale.

In un brano così, avrei sentito volentieri un Pavarotti d'antan.

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In un brano così, avrei sentito volentieri un Pavarotti d'antan.

Concordo, o Nobile Bavarese.

Che Pavarotti sarebbe stato un Arrigo memorabile lo si capisce da questa incisione dell'aria patetica "A toi que j'ai chérie" registrata con Abbado negli anni '70.

Il colore magnifico e la sofferta eloquenza dell'accento, Wittel spero concorderai, sono quelli di un grande tenore:


/>http://www.youtube.com/watch?v=Nv_QWLA2lc4

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Però Pavarotti s'è di solito oculatamente tenuto lontano mille miglia da quei ruoli (vedi anche Arnoldo) che se apparentemente a lui adatti potevano costargli caro, se portati in teatro, alla voce (nessuno saprà però mai perchè, come il Tell, non li incise) e io, magari sbagliando, come Arrigo ci vedo sì un tenore con gli acuti ma che sappia dare anche eloquenza, per dirla un pò alla Pinkerton, agli accenti verdiani e quindi Bergonzi sarebbe stato in parte il cantante ideale ma ripeto che credo non abbia mai affrontato il ruolo in teatro. E' pur vero che qui abbiamo un documento di un Bonisolli giovane, e quindi ancora tenore pienamente lirico e di un Gedda che sebbene abbia cantato di tutto direi che parte anche lui come tenore lirico. Senza verificare scrivo che forse nemmeno Volpi cantò stranamente mai la parte in teatro.

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Però Pavarotti s'è di solito oculatamente tenuto lontano mille miglia da quei ruoli (vedi anche Arnoldo) che se apparentemente a lui adatti potevano costargli caro, se portati in teatro, alla voce (nessuno saprà però mai perchè, come il Tell, non li incise) e io, magari sbagliando, come Arrigo ci vedo sì un tenore con gli acuti ma che sappia dare anche eloquenza, per dirla un pò alla Pinkerton, agli accenti verdiani e quindi Bergonzi sarebbe stato in parte il cantante ideale ma ripeto che credo non abbia mai affrontato il ruolo in teatro. E' pur vero che qui abbiamo un documento di un Bonisolli giovane, e quindi ancora tenore pienamente lirico e di un Gedda che sebbene abbia cantato di tutto direi che parte anche lui come tenore lirico. Senza verificare scrivo che forse nemmeno Volpi cantò stranamente mai la parte in teatro.

Caro Alfio, quest'opera fu parecchio snobbata.

Non tanto (o non solo) per difficoltà vocali, quanto per l'onerosissima messinscena.

Per dirne una, la registrazione Rai degli anni Cinquanta, quella col tenore Mario Ortica, che mai ho ascoltato, era una recita in forma concertistica.

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Pink & Wittels, a proposito dei Vespri, che mi dite di questo Siepi?

[media]http://www.youtube.com/watch?v=zezMbmgbmmM

Registrata nel '57, all'apice della sua forma vocale, questa versione di Siepi dell'invocazione "O tu Palermo" è il non plus ultra di tutta la discografia relativa.

Si possono obbiettare una sostanziale monocromaticità e una dizione non perfetta a causa della "r" francese, ma la nobile caratura e la sontuosa pienezza del timbro lungo tutta la gamma unite al vigore dell'accento sono ragguardevolissime.

Neppure il grande Ezio Pinza, che pure è più articolato nella dinamica, regge il confronto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=9zDiSB4XseA

Bel colpo Zeit!

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Guest zeitnote

Registrata nel '57, all'apice della sua forma vocale, questa versione di Siepi dell'invocazione "O tu Palermo" è il non plus ultra di tutta la discografia relativa.

Si possono obbiettare una sostanziale monocromaticità e una dizione non perfetta a causa della "r" francese, ma la nobile caratura e la sontuosa pienezza del timbro lungo tutta la gamma unite al vigore dell'accento sono ragguardevolissime.

Neppure il grande Ezio Pinza, che pure è più articolato nella dinamica, regge il confronto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=9zDiSB4XseA

Bel colpo Zeit!

Si, infatti, anch'io son rimasto secco quando l'ho sentito. Ne avevo letto da qualche parte in Celletti di quell'esecuzione, ma poi non mi sono mai prodigato ad andare ad ascoltarmela.

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Interrompo lo stilicidio di resoconti verdiani per recensire, a beneficio di Maxfiottolone, una vecchia edizione del Barbiere di Rossini.

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Un Barbiere in vasta parte dimenticabile, decisamente stravecchio come impostazione generale. Basta citare l'idea di adottare come Rosina il consueto (all'epoca) sopranino saltellante tipo orologio a cucù, oppure i sistematici tagli, ancora più spietati del solito, che emendano intere sezioni della cavatina di Almaviva, del duetto di quest'ultimo con Figaro e di molti altri pezzi, per non parlare dei recitativi, piallati come non mai.

Tuttavia, la Deutsche Grammophon, per incidere il Barbiere per la prima volta, ebbe buon fiuto a scritturare il trentaquattrenne Bruno Bartoletti. Certo, l'interpretazione rossiniana doveva essere ancora disincrostata dai lasciti delle invecchiate "tradizioni esecutive", ma in quest'ottica il dinamismo di Bartoletti, coadiuvato dall'eccellente orchestra di Monaco, ottiene cospicui risultati teatrali.

Il cast viceversa è da archiviare. A cominciare dal protagonista. Capecchi all'epoca incideva (o stava per incidere) il Figaro di Mozart con Fricsay, che gli riuscirà meglio. Per il Figaro di Rossini, è inadeguato, pur cantando meglio di Gobbi. La voce è pesante, cavernosa, abbastanza dura, capace di acuti apparentemente facili ma in realtà tesi, fibrosi, "sparati". Manca la leggerezza di Figaro, manca la brillantezza d'emissione. La cavatina è vivace nel fraseggio, ma il colore vocale è plumbeo e pesante. L'interprete sale in cattedra nei recitativi, ma anche in questo caso calca la mano sulla buffoneria più scoperta e plateale.

Almaviva è affidato al collaudato Nicola Monti, tenorino di grazia di quelli che all'epoca si erano appropriati abbastanza abusivamente del ruolo (Alva, Misciano etc.). Il taglio delle agilità della sua aria finisce per giovargli, dato che la coloratura non è esattamente il suo forte. Migliore la serenata, ma purtroppo il colore e l'impostazione restano tali e quali in tutta l'opera: una vocina bianca bianca, quasi dimessa, con un accento ben poco pregno di ardimento amoroso o nobiltà di sorta.

Rosina, anch'essa un risaputissimo calco strasentito, è appaltata all'americana Gianna D'Angelo, una che cantava Musetta, Lucia di Lammermoor e la Sonnambula in modo identico, con la sola differenza di miagolii pseudo-umoristici conferiti alle parti comiche. In effetti, è una Rosina che come note potrebbe anche essere potabile, ma si ferma lì: nessuna personalità, nessun fremito, solo qualche smorfia qua e là. Una Rosina col pilota automatico, inerte e insopportabile in modo incredibile.

Col Bartolo di Giorgio Tadeo torniamo quantomeno a un discreto senso della parola, senonché questo cantante vocalmente non ha molto da spendere, è poco più di un modesto caratterista con la tendenza ai sopra le righe, senza qualità tecniche o timbriche di particolare interesse.

Buono il Basilio di Carlo Cava, cantante poi rapidamente deterioratosi, ma che qui fa una discreta prova in attesa della registrazione con Bruscantini, pur ostentando un registro acuto non poco chiuso e imbottigliato.

Pure la Berta della Carturan è buona ma insicura in alto, mentre Giorgio Giorgetti, allor giovane, come Fiorello fa rimpiangere il bel baritono che avrebbe potuto essere e non fu mai.

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Visto che non commenta nessuno, racconto l'ultimo ascolto della Verdi Ediscion.

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Edizione abbastanza deficitaria di un'opera oltremodo difficile ma anche parecchio bella, che però richiede cantanti provetti e bravi interpreti.

Qui, i valori si riducono a tre: orchestra, coro e Simone.

Solti è stato a volte accusato di pesantezza. Lo si è molto ammirato nel Ballo in Maschera, e non vedo perché penalizzarlo qui, dove non si comporta diversamente. L'Orchestra della Scala era adusa al Simone fin dagli anni Sessanta, grazie a Gavazzeni e Abbado: si sente la notevole esperienza e l'affiatamento, cosa che dà luogo a un suono superbo. In questo contesto, la passione di Solti per il ritmo, per il suono tornito e per l'aspetto narrativo va a mille. La direzione è vitale, pulsante, piena di contrasti, parecchio romantica. Non mi sembra pesante. In scene come quella del Consiglio, "gira" alla grandissima. Fondamentale l'apporto fuoriclasse del coro di Giulio Bertola, che sigla un vero capolavoro interpretativo (lo sottolineo) e musicale.

Col canto le cose vanno invece maluccio.

L'appunto non riguarda Leo Nucci, che ci regala un Doge davvero memorabile, tutto da sentire. La voce, spontaneamente chiara, da baritono antico, si dimostra una volta di più perfetta per la scrittura verdiana. Anche perchè la tecnica è presente in sommo grado, e consente tanto acuti squillantissimi quanto mezzevoci e smorzature di cui Nucci si serve alla grande per sfaccettare un ritratto di Simone quantomai riuscito e commovente nella sua umanità trepidante. Ok, non c'è la grandiosità di Cappuccilli, ma Nucci è più sottile nell'accento, nel fraseggio e nelle sfumature da conferire a frasi e addirittura sillabe, in un arco drammatico quantomai vitale e coinvolgente. L'agnizione con la figlia è stupenda nella sua amara pateticità; le grandi scene d'assieme lo vedono imperioso, nobile e sicuro; e il finale è privo della minima scoria di retorica, per far emergere la vera, morbida umanità di una figura d'eccezione. Un grande ritratto verdiano.

Il resto è modesto quando non disastroso.

Il rozzo, irritante berciare di Paata Burchuladze, miracolato di certe agenzie anni Ottanta, tramuta Fiesco in una caricatura. Il vocione risuona tutto nello stomaco, e l'emissione è un vero e proprio inno al suono imbottigliato, tubato, ingolato. La dizione slaveggiante fa il resto. Gli acuti sono urla afone, i gravi sono stentati e spesso ("Prega Maria per me") pure di dubbia intonazione. Particolarmente squallido è il duetto con Gabriele, il cui attacco ("Vieni a me ti benedico nella pace di quest'ora") rasenta il grottesco, stante la totale mancanza di legato e l'emissione artificiosamente ululante. Uno schifo, che con Verdi e col canto c'entra pochissimo.

Ma anche Kiri Te Kanawa, malgrado suoni assai migliori, c'entra poco con Amelia. La tramuta in una specie di precettrice anglosassone con la cintura di castità, tutta strilli e livori. Il timbro è bello solo nei centri. I gravi si sentono poco, mentre gli acuti sono punture di punteruolo inascoltabili. La neozelandese ha pure una dizione a dir poco fallace. L'accento non l'ha mai avuto, e certo non lo dimostra qui. A pensare che c'è gente che critica la Freni.

Giacomo Aragall quantomeno pronuncia bene l'italiano. L'emissione qui è tuttavia un misto di Bonisolli (senza i suoi acuti) e Carreras: aperta, tendenzialmente legnosa e duretta, con acuti magari non urlati quanto il più celebre collega catalano, ma ben fibrosi. Il timbro è ancora di pregio, ma è svilito da questa maniera di cantare. Alle volte, il cantante tenta una vocaltà addolcita, ma ottiene solo sbiancati falsetti. E questo senza parlare delle incertezze musicali.

I personaggi minori reggono. Paolo Coni, dal gran senso della parola, malgrado qualche acuto sbiancato è un eccellente Paolo. Carlo Colombara qui fa Pietro, eppure avrebbe potuto fare un buon Fiesco. Ottimi gli altri.

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Sono tornato.

Sinceramente, non sono rimasto particolarmente colpito da questa desuetissima opera, sostanziale rifacimento-travestimento del più antico Stiffelio. La teatralità non è esattamente dirompente. Certo la musica è di preziosa qualità.

Fabio Luisi, come spesso ha dimostrato, dirige comunque bene e in modo persuasivo, traendo belle sonorità dall'orchestra del Maggio Fiorentino, parecchio in forma.

Aroldo, il protagonista, è impersonato da Neil Shicoff. Un tenore sicuramente di pregio, e ahinoi, altrettanto sicuramente, piuttosto logoro e affaticato all'epoca dell'incisione. Ma Shicoff è sempre stato in possesso di robuste fondamenta tecniche, quelle che distinguono il serio professionista dall'arruffone improvvisato stile Josè Cura.

Il timbro non è seducente, ma in Shicoff non lo è mai stato davvero. La colonna di fiato a volte è un poco indebolita, e foriera di suoni piuttosto fibrosi e pesanti. Tuttavia, il sostegno c'è, ed è pure decoroso. Tutte qualità che a Shicoff servono per esplicitare un notevole talento d'interprete: l'accento è sempre vario, penetrante, interessante, fin troppo ricco di chiaroscuri. Insomma, il personaggio c'è. Il timbro conta poco: Aroldo, lo ricordiamo, non è un giovine baldanzoso ma un uomo maturo, quindi una voce non troppo giovanile non è un problema.

Carol Vaness negli anni Ottanta-Novanta è stata una vocalista di gran pregio. Qui mantiene molte delle sue qualità. La voce è parecchio estesa, fino a note gravi parecchio belle e timbrate. I primi acuti sono ancora bellissimi. Quelli estremi, viceversa, alle volte sono francamente ballerini e non tutti gradevoli. Ma il difetto grave è interpretativo. I recitativi di questa Mina, anziché variati e palpitanti, sono abbastanza statici, monotoni nella relativa altisonanza, duri come la roccia. Sembra una virago incapace di sentimenti.

Ma niente a che vedere con Anthony Michaels-Moore, cantante assurto a una curiosa celebrità, ma che qui ha poco a che vedere con Egberto, con Verdi e col canto baritonale ottocentesco in genere. La voce, di timbro chiaro, non è nulla di speciale, ma la tecnica sommaria la rende legnosa, faticosa, nasale, sbiancata. L'interprete poi dice pochissimo.

Molto meglio Roberto Scandiuzzi, che nel ruolo di Briano profonde la sua ben nota voce bronzea e vellutata, animata da fraseggio eloquente.

Di ben misero spessore l'antagonista Godvino, un Julian Gavin di voce poca, corta, fissa come un palo, da comprimario: Shicoff nei suoi duetti letteralmente lo cancella, e viene da chiedersi come Mina abbia potuto tradire il marito per uno così.

Addirittura il tenorino Sergio Spina, impegnato nella parte minimale di Enrico, lo surclassa come voce e personalità.

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