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Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach


Wittelsbach
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1 ora fa, Wittelsbach dice:

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Alla fine, l'opera mi è piaciuta. E pure parecchio!
Questo lavoro di Azio Corghi andò in scena in tedesco, ma per l'autore la versione italiana, successiva a quella registrata qui, era molto più bella e soddisfacente, più "musicale" e atmosferica.

A mo' di canovaccio informativo, inserisco le notazioni del Dizionario dell'Opera Baldini&Castoldi

 

Ecco, mi sembra si possa capirci qualcosa anche con queste scarne note di presentazione. Avrei voluto leggere quelle allegate al cd e scritte dallo stesso Corghi, ricche e doviziose, ma c'è stato un problema: erano solo in tedesco. Quelle in inglese si sono rivelate un sunto striminzito e ben poco appagante. Il libretto stesso dell'opera, accluso ad integrum, è presente solo col testo tedesco, non tradotto. Non so se la successiva pubblicazione Naxos abbia ovviato al problema.

Comunque, è un'opera senz'altro disuguale, che mi ha convinto in crescendo. Il Primo Atto e parte del Secondo sono dominati da quella che è la palla al piede del tutto: i ruoli dei capi anabattisti. Jan van Leiden, Matthys, Rothmann e Knipperdollinck sono infatti ruoli recitati, quasi spaventosi, anche per come sono resi qui. Peraltro, anche il Profeta Daniele, che nella locandina con gli interpreti non viene menzionato, affida le sue poche frasi alla recitazione di una voce bianca da ragazzino. Comunque, in questo bailamme già si nota un trattamento orchestrale notevole, moderno ma sempre ricco di cantabilità. Si cresce, e di parecchio, col Finale del Secondo Atto e la totalità del Terzo, che hanno suscitato in me un'emozione notevole, con la loro atmosfera difficilmente descrittibile. Le masse corali hanno una scrittura che non esito a definire raffinatissima, con polifonie e contrappunti che suscitano un clima arcano di grande impatto. Sinceramente io posso solo consigliarvi di sentirla, non so descrivere bene musica di questo genere. L'aveva fatto Corghi nelle sue note, spiegando anche i numerosi leitmotive, ma purtroppo non ho sufficiente padronanza della lingua di Goethe.

Rimarco altresì la perfezione dell'esecuzione musicale. L'orchestra del Teatro di Munster suona come una grande, sovente grandissima orchestra, e i cori seguono a distanza di sicurezza. Will Humburg lo conoscevo come ottimo direttore d'opere italiane. Anche questa è un'opera italiana, ma ben diversa dal bellissimo Barbiere di Rossini che ci ha lasciato in disco. Comunque è mosso e variato, ricco di dinamica, con una sensibilità innata nell'affrontare le varie melodie più o meno chiesastiche che si sentono in giro.

Ecco, dicevo che i capoccia anabattisti sono un grosso problema. I quattro attori che li recitano, fanno e strafanno a piacer loro. Il fanatismo esaltato dei "profeti" viene dunque tramutato in una quadrupla replica di un Vittorio Sgarbi particolarmente vociferante. Sono sempre con la bava alla bocca, torvi, urlanti, e mettono in campo ogni genere di ringhio e di inflessione rauca per tramutarsi in belve da operetta. Tanto di cappello alla bravura, ma il risultato è singolarmente sgradevole, anzi da rigetto.

Ma che sorpresa la protagonista, che invece deve cantare! Brava, bravissima Susanna von der Burg! Molto spesso, è capitato che i ruoli vocali moderni fossero affidati a cantanti troppo scarsi per il repertorio comune, e impari anche a questi ultimi. Non è questo il caso. La Von der Burg è un'ottima cantante mozartiana, e affronta una parte pestifera, acutissima e insidiosa con voce oltremodo bella e del tutto priva di qualunque urlo o diseguaglianza. Uniamoci un accento dolcemente triste, amaramente consapevole e sempre interessante, e avremo un personaggio davvero sorprendente.

Di buona caratura anche lo Zoppo del tenore Robert Schwarts, bravo a cantare e a scandire le parole, giustamente stralunato e straniante.
Molto perentorio il basso David Midboe nei panni del tetragono Vescovo Waldeck. Abili e anche di bella voce Suzanne McLeod (Else) ed Eva Lillian Thingboe (Hille), così come pure i teologi protestanti e cattolici.
Che ascolto curioso!

@Madiel @Snorlax @Majaniello

Dovresti dedicarti di più a repertori meno noti... non che non ti legga sempre con interesse eh, è piacevole leggerti anche quando parli di Wagner 😆, però questi sono contributi unici perchè gettano luce laddove ce n'è poca. 

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1 ora fa, Majaniello dice:

Dovresti dedicarti di più a repertori meno noti... non che non ti legga sempre con interesse eh, è piacevole leggerti anche quando parli di Wagner 😆, però questi sono contributi unici perchè gettano luce laddove ce n'è poca. 

Adesso deve armarsi di coraggio e stendere la famosa recensione di Der Kreidekreis di Zemlinsky :cat_lol: Corghi è una passeggiata!

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On 8/11/2021 at 18:52, Madiel dice:

La metto nella lista della spesa del prossimo giro di acquisti! Se ti è piaciuta, dev'essere opera interessante.  Il soggetto è bello, come in quasi tutte le opere liriche di Corghi (confesso che per questo motivo mi intriga molto Blimunda). Io, purtroppo, finora ho sentito qualche pezzettino on line poco convincente, di conseguenza non posso dare un parere in merito.

E non solo: vedo che hai provveduto...

On 8/11/2021 at 18:57, giobar dice:

Come suggerivo giorni fa a @Snorlax per un problema analogo, in questi casi un buon aiuto può venire dal traduttore di Google. Ovviamente non garantisce una traduzione di alto profilo né evita qualche strafalcione, ma in genere è più che sufficiente per farsi un'idea precisa del contenuto del testo disponibile solo in ostrogoto. In questi modo, per esempio, sono venuto a capo di testi redatti da illustri musicologi tedeschi e pubblicati in box di vecchi LP o CD in cui, come spesso facevano DG, Philips e Decca, non veniva replicato in più lingue lo stesso saggio ma se ne presentavano tre o quattro diversi nelle sole lingue madri degli autori. E' necessario ovviamente procedere alla scansione per ottenere un pdf con testo rilevabile, ma spesso ne vale la pena.

Massì, ho cercato anche il libretto del cd sul sito Naxos, ma il cd Marco Polo non c'è più. C'è solo la pubblicazione Naxos, e lì è rimasta solo la versione inglese ridotta...

On 8/11/2021 at 19:52, Majaniello dice:

Dovresti dedicarti di più a repertori meno noti... non che non ti legga sempre con interesse eh, è piacevole leggerti anche quando parli di Wagner 😆, però questi sono contributi unici perchè gettano luce laddove ce n'è poca. 

Farò il possibile...

 

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15 minuti fa, Wittelsbach dice:

E non solo: vedo che hai provveduto...

Quel disco ce l'avevo in lista d'attesa da anni (sic). E' l'unico disco che riguarda una delle opere maggiori di Corghi, dovevo decidermi molto prima, ma per qualche motivo avevo sempre esitato. Trovo curioso il fatto che quando stavo per fare il grande passo hai scritto la tua recensione, mi hai praticamente letto nella mente! :o

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La Traviata degli alieni! A Monaco, Staatsoper, ecco mettere in scena la Traviata. E che c'è di strano? Direi niente. L'opera è data in lingua italiana, ormai il Verdi in tedesco era pressoché tramontato. Il problema è che in questa serata del 1965 gli interpreti maggiori sono tedeschi (e pure "di cartello"), con l'eccezione dell'americana Stratas. Nessuno dei cantanti convenuti ha una gran concezione della "parola scenica" verdianamente intesa: e non è un problema da poco. La chiave espressiva dell'opera viene avvicinata, a causa della faciloneria dei cantanti (soprattutto uomini) a un mélo in stile Raffaello Matarazzo, una sorta di caricatura della "melodrammaticità" italica da stereotipo. Il risultato è un disastro quasi completo.

Il discontinuo Giuseppe Patanè era abituato a lavorare anche in Germania, e sapeva dare serate grandi e altre meno grandi. Qui sta sul versante positivo. L'eccellenza dell'orchestra bavarese conduce a un commento orchestrale non originale, è vero, ma sempre ben "narrato", con ottimi tempi e sonorità indovinate: per esempio, eccellente l'accompagnamento del "Prendi, quest'è l'immagine", che tante volte viene trasformato in una marcia funebre stile Sesta di Mahler. Si sentono peraltro alcuni scompaginamenti ritmici, ma la colpa è tutta di certe distrazioni dei cantanti.

I cantanti hanno un'idea molto personale, e non gaudiosa, della lingua italiana. La pronuncia va dal quasi corretto (Stratas) allo strafalcionesco (Prey, Wunderlich) all'indecente (i comprimari, quasi senza eccezione): col che, immaginate il casino che si crea. Sembra la riunione degli extraterrestri, mi ha fatto pensare a certo Mozart dapontiano degli anni Cinquanta. Un assurdo.

Teresa Stratas merita un discorsetto. Non mi è mai piaciuta negli anni successivi, ma anche qui mi sembra un assoluto pesce fuor d'acqua. Anzitutto, non ha senso della parola. Va bene che era ancora abbastanza giovane (26 anni) e che ha la pronuncia meno scorretta di tutti, ma la dizione è nebulosa, indistinta, spesso non si capisce proprio niente. Poi, c'è il problema vocale: una Violetta soprano leggero si può accettare se è all'altezza delle difficoltà della parte. E la Stratas non lo è. Non sa fare le agilità della cabaletta del Primo Atto, gli acuti sono tutti striduli e francamente sgradevoli (si astiene da quelli aggiuntivi, se non altro). L'interprete poi è ancora troppo immatura. Si rifugia in una mestizia piagnucolosa molto generica, a cui si contrappone qualche raro momento di stranezza psicopatica. L' "Amami Alfredo" è decisamente bruttissimo. All'attivo della Stratas c'è l'attacco di "Dite alla giovine" e qualche frase di "Addio del passato": un po' poco. Una scrittura teatrale della Staatsoper di cui è difficile comprendere i motivi.

Fritz Wunderlich come Alfredo mi interessava moltissimo. E alla fine, la delusione è stata grande. In qualche momento, il tenore germanico riesce a rendere l'affettuosità di Alfredo con fraseggi soavi, ma sono solo sprazzi. Prevale l'espressività da sceneggiata napoletana, con singhiozzi alla Corelli dei poveri e momenti grotteschi (il tremendo "Partirò, ma giura innante" a casa di Flora). Il Brindisi è arruffatissimo, superficiale e molto trasandato. E con la voce, semplicemente, non riesce nell'adattare la sua emissione alla posizione delle vocali italiane. Così, la sua linea così limpida e luminosa nell'opera tedesca diventa filamentosa, fibrosa, spresso francamente sgradevole: la progressione "Dell'universo immemore" nella sua aria è uno strazio, e in generale il passaggio superiore e il registro acuto sono duri, faticosi e "indietro", come se il cantante avesse il raffreddore.

Hermann Prey per certi aspetti è pure peggio, malgrado una tenuta vocale lievemente superiore. Prey anni dopo avrebbe lavorato con profitto sull'articolazione italiana e sulla calibratura dell'emissione sui suoi fonemi, ottenendo risultati apprezzabili come Figaro sia mozartiano che rossiniano. Qui è ancora in alto mare, ed è messo nei guai da acuti stretti, nasalissimi e molto sforzati, che infastidiscono. Ma la cosa che disturba di più è un tono che tramuta Germont in un personaggio verista, fin dalla sua entrata, talmente esagerata nella scansione da saturare le orecchie. Orrendi anche i latrati che si sentono nel proseguio di "Un dì quando le veneri". Ma in genere nel Duettone con Violetta abbiamo un Germont pressoché inudibile. Il "Di Provenza" poi mostra un sovrano disinteresse per i segni d'espressione. Un Germont alla Mario Merola come espressione, e pronunciato dal professor Kranz.

Nelle parti di fianco si annida forse il personaggio migliore (!), cioè Brigitte Fassbaender, anche lei ventiseienne, nel ruolo di Annina. Tra gli altri, è difficile chi sia il peggiore tra i tremendi Marchese d'Obigny e Barone Douphol, mentre il Grenvil di Gunther Missenhardt è ben scarso, e persino Friedrich Lenz, apprezzato e apprezzabile Monostatos e Pedrillo, si mostra a disagio come Gastone, con dizione da querela.
L'edizione contempla tutti i tagli usuali: ciliegina sulla torta, l'abominevole omissione dell' "E' spenta!" del Dottor Grenvil.
In aggiunta, il coro della Staatsoper è bravo, ma tende a gridare un po' troppo.
Ragazzi, no.

@Majaniello @Pinkerton

 

Brani scelti

 

Gran scena di Violetta:

 

Aria di Alfredo:

Duetto Violetta-Germont:

 

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On 13/11/2021 at 17:57, Wittelsbach dice:

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La Traviata degli alieni! A Monaco, Staatsoper, ecco mettere in scena la Traviata. E che c'è di strano? Direi niente. L'opera è data in lingua italiana, ormai il Verdi in tedesco era pressoché tramontato. Il problema è che in questa serata del 1965 gli interpreti maggiori sono tedeschi (e pure "di cartello"), con l'eccezione dell'americana Stratas. Nessuno dei cantanti convenuti ha una gran concezione della "parola scenica" verdianamente intesa: e non è un problema da poco. La chiave espressiva dell'opera viene avvicinata, a causa della faciloneria dei cantanti (soprattutto uomini) a un mélo in stile Raffaello Matarazzo, una sorta di caricatura della "melodrammaticità" italica da stereotipo. Il risultato è un disastro quasi completo.

Il discontinuo Giuseppe Patanè era abituato a lavorare anche in Germania, e sapeva dare serate grandi e altre meno grandi. Qui sta sul versante positivo. L'eccellenza dell'orchestra bavarese conduce a un commento orchestrale non originale, è vero, ma sempre ben "narrato", con ottimi tempi e sonorità indovinate: per esempio, eccellente l'accompagnamento del "Prendi, quest'è l'immagine", che tante volte viene trasformato in una marcia funebre stile Sesta di Mahler. Si sentono peraltro alcuni scompaginamenti ritmici, ma la colpa è tutta di certe distrazioni dei cantanti.

I cantanti hanno un'idea molto personale, e non gaudiosa, della lingua italiana. La pronuncia va dal quasi corretto (Stratas) allo strafalcionesco (Prey, Wunderlich) all'indecente (i comprimari, quasi senza eccezione): col che, immaginate il casino che si crea. Sembra la riunione degli extraterrestri, mi ha fatto pensare a certo Mozart dapontiano degli anni Cinquanta. Un assurdo.

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Fritz Wunderlich come Alfredo mi interessava moltissimo. E alla fine, la delusione è stata grande. In qualche momento, il tenore germanico riesce a rendere l'affettuosità di Alfredo con fraseggi soavi, ma sono solo sprazzi. Prevale l'espressività da sceneggiata napoletana, con singhiozzi alla Corelli dei poveri e momenti grotteschi (il tremendo "Partirò, ma giura innante" a casa di Flora). Il Brindisi è arruffatissimo, superficiale e molto trasandato. E con la voce, semplicemente, non riesce nell'adattare la sua emissione alla posizione delle vocali italiane. Così, la sua linea così limpida e luminosa nell'opera tedesca diventa filamentosa, fibrosa, spresso francamente sgradevole: la progressione "Dell'universo immemore" nella sua aria è uno strazio, e in generale il passaggio superiore e il registro acuto sono duri, faticosi e "indietro", come se il cantante avesse il raffreddore.

Hermann Prey per certi aspetti è pure peggio, malgrado una tenuta vocale lievemente superiore. Prey anni dopo avrebbe lavorato con profitto sull'articolazione italiana e sulla calibratura dell'emissione sui suoi fonemi, ottenendo risultati apprezzabili come Figaro sia mozartiano che rossiniano. Qui è ancora in alto mare, ed è messo nei guai da acuti stretti, nasalissimi e molto sforzati, che infastidiscono. Ma la cosa che disturba di più è un tono che tramuta Germont in un personaggio verista, fin dalla sua entrata, talmente esagerata nella scansione da saturare le orecchie. Orrendi anche i latrati che si sentono nel proseguio di "Un dì quando le veneri". Ma in genere nel Duettone con Violetta abbiamo un Germont pressoché inudibile. Il "Di Provenza" poi mostra un sovrano disinteresse per i segni d'espressione. Un Germont alla Mario Merola come espressione, e pronunciato dal professor Kranz.

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Ragazzi, no.

@Majaniello @Pinkerton

 

Brani scelti

 

Gran scena di Violetta:

 

Aria di Alfredo:

Duetto Violetta-Germont:

 

Concordo Wittel sulla tua valutazione negativa dei protagonisti di questa Traviata.

Stratas a parte, deludono pesantemente Wunderlich, inspiegabilmente ruvido,  e soprattutto Prey che, sulla carta, poteva escogitare un Germont accettabile. Certo, Traviata richiede una dizione italiana corretta e i cantanti stranieri sono tutti, chi più  chi meno, penalizzati. Prey tuttavia massacra la parte soprattutto nell'agogica. Se anche non poteva padroneggiare la prosodia almeno poteva rivalersi sulla morbidezza e sul "legato". Come fa Leonard Warren nella bella incisione RCA del '54 diretta da Monteux, con la Carteri e Valletti.

 

 

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2 ore fa, Pinkerton dice:

Concordo Wittel sulla tua valutazione negativa dei protagonisti di questa Traviata.

Stratas a parte, deludono pesantemente Wunderlich, inspiegabilmente ruvido,  e soprattutto Prey che, sulla carta, poteva escogitare un Germont accettabile. Certo, Traviata richiede una dizione italiana corretta e i cantanti stranieri sono tutti, chi più  chi meno, penalizzati. Prey tuttavia massacra la parte soprattutto nell'agogica. Se anche non poteva padroneggiare la prosodia almeno poteva rivalersi sulla morbidezza e sul "legato". Come fa Leonard Warren nella bella incisione RCA del '54 diretta da Monteux, con la Carteri e Valletti.

Un Warren meno eccezionale di altre volte forse, ma artista e cantante di una classe a parte. A me piace molto anche la versione di Carlo Tagliabue con Rosetta Noli, naturalmente più per merito del baritono over 50 che del nemmeno trentenne soprano ligure. Te la feci sentire anni fa, e fosti d’accordissimo con me, spendendo parole d’elogio.

Hai messo in luce un aspetto di cui m’ero scordato: il legato pochissimo curato di Prey. Un’altra cosa su cui, approfondendo il canto italiano, negli anni immediatamente successivi avrebbe perfezionato.

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On 16/11/2021 at 01:11, Wittelsbach dice:

Un Warren meno eccezionale di altre volte forse, ma artista e cantante di una classe a parte. A me piace molto anche la versione di Carlo Tagliabue con Rosetta Noli, naturalmente più per merito del baritono over 50 che del nemmeno trentenne soprano ligure. Te la feci sentire anni fa, e fosti d’accordissimo con me, spendendo parole d’elogio.

Hai messo in luce un aspetto di cui m’ero scordato: il legato pochissimo curato di Prey. Un’altra cosa su cui, approfondendo il canto italiano, negli anni immediatamente successivi avrebbe perfezionato.

Tagliabue non si discute. Io poi trovo molto buono, anzi eccellente, per la nitida rotondità del timbro e il rispetto delle indicazioni della partitua,anche il Germont di Matteo Manuguerra.

 

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Che gioia di vivere, che sinuosa allegria si respira nel capolavoro operistico di Smetana! Ne consiglio davvero l'ascolto se siete tristi o sfiduciati: la giornata diventerà meno brutta, senz'altro. E davvero, l'ascolto in questa edizione registrata tra il 1980 e il 1981, disponibile a prezzo molto conveniente su amazon, è ancora più consigliabile. Notevole, per dirne una, la confezione: è di quelle lussuose, o quasi, con il libretto in tre lingue, lunghi approfondimenti, biografie degl'interpreti coinvolti.

Il primo antecedente che mi viene in mente ascoltando Zdenek Kosler, è Karel Ancerl. Del grande maestro esiste una Sposa Venduta integrale, registrata negli anni Quaranta, quando lui stesso era appena uscito vivo dal campo di Theresienstadt. Io non la conosco. O meglio: ne conosco solo l'Overture, che è una girandola liberissima di volteggi ritmici. Ecco: l'ascolto di Kosler, che con Ancerl aveva studiato, alle prese con queste musiche, mi fa pensare molto allo spirito vitale del suo maestro. Le danze sono di una finezza che non ne rinnega l'afflato popolare; gli accompagnamenti delle arie più liriche sono straordinariamente ricchi di sentimento; i brani comici sono frizzantissimi. La Filarmonica Ceca ci prende proprio gusto, a suonare Smetana: ed è giusto che sia così, Smetana è "cosa loro".

Il cast poi difficilmente può prestare il fianco a critiche. Una soprano come la somma Gabriela Benackova, con la sua sconfinata umanità d'accento, è capace di farmi stare simpatiche perfino talune ostiche protagoniste femminili del teatro di Janacek. E figuriamoci cosa fa con Marenka, resa semplicemente deliziosa, con un canto pieno di infinite carezze ed ammicchi, con un timbro bellissimo.

Accanto a lei, la miglior testimonianza di un Peter Dvorsky molto più a suo agio qui che non come Nemorino o Edgardo. La luminosità argentea del timbro, sostenuto da un'emissione sana e priva di trucchetti, mi ha fatto pensare nientemeno che a Wunderlich. E in generale, l'impostazione del suo Jenik è quello dell'amoroso di mezzo carattere del primo Ottocento, pieno di dignità in un accento che sa farsi anche passionale e palpitante. E' un balsamo per le orecchie e per il cervello, il Dvorsky-Jenik che sentiamo qui.

Pure molto bravo è Richard Novak, un basso molto versatile che seppe scolpire interpretazioni memorabili. Quella del sensale Kecal è figura problematica: gli è richiesta padronanza del canto di sillabazione, articolazione rapida, dominio del registro acuto. Novak possiede tutte queste qualità in sommo grado, e si apprezzano in tutte le sue difficili arie. Ma per giunta, il suo Kecal ha il gusto innato da Deus ex Machina che in assoluto dovrebbe avere, dimostrandosi un burattinaio cinico ma sempre a dimensione umana.

Ho semmai qualche piccolo rilievo da fare a Miroslav Kopp, che però è alle prese col personaggio più enigmatico di tutti: cioè Vasek, in bilico tra l'eccesso grottesco propiziato dalla balbuzie e i momenti francamente da soap opera in cui si butta sul patetico. Kopp forse è vocalmente più opaco e pesante di Dvorsky, ma alla fine canta bene, e il suo accento riesce a mantenere questa difficile figura in bilico tra gli eccessi.

Tutti gli altri, come la Esmeralda di Jana Jonasowa (voce squisita), la Ludmila di Marie Vesela, il Krusina di Jindrich Jindrak (ottimo interprete, anche lui, di Janacek) o il Micha del poderoso Jaroslav Horacek, sono eccellentemente distribuiti, a formare una compagnia teatrale del massimo coinvolgimento.

@Snorlax @giobar @superburp @Majaniello

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Possibile che di quest'autore io conosca solo la Moldava?? forse... o forse ho ascoltato qualche altra cosetta fuggevolmente e non ricordo, di certo non ho mai ascoltato una sua opera. Il suono della CPO mi piace moltissimo, largo ma non leccato.

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1 ora fa, Wittelsbach dice:

Il primo antecedente che mi viene in mente ascoltando Zdenek Kosler, è Karel Ancerl. Del grande maestro esiste una Sposa Venduta integrale, registrata negli anni Quaranta, quando lui stesso era appena uscito vivo dal campo di Theresienstadt. Io non la conosco. O meglio: ne conosco solo l'Overture, che è una girandola liberissima di volteggi ritmici. Ecco: l'ascolto di Kosler, che con Ancerl aveva studiato, alle prese con queste musiche, mi fa pensare molto allo spirito vitale del suo maestro.

 

Per dirla tutta: come una sorta di miracolato, Ancerl uscì vivo da Auschwitz, dove era stato portato nel 1944 da Theresienstadt. E nelle camere a gas di Auschwitz furono uccisi a moglie e il figlioletto. Quella Sposa venduta del 1947 fu, se non erro, la sua prima incisione dopo quell'esperienza mostruosa e molti critici l'hanno letta come una risposta catartica, una sorta di inno alla vita che ricomincia nonostante tutto. Conoscendo quel vissuto di Ancerl l'ascolto è addirittura commovente, tanti sono il tripudio, la freschezza, la gioia, la speranza che trasudano dall'esecuzione. E' un'incisione veramente bellissima. Te ne consiglio vivamente l'ascolto integrale.

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Kosler, già allievo di Ancerl e assistente di Bernstein, aveva una passione per il sinfonismo francese, fu artefice di un mini-ciclo berlioziano per l'omonima etichetta nazionale e di vari dischi dedicati a Roussel, Bizet, Faurè, Chausson, tutto sempre Supraphon. E fece anche l'integrale delle sinfonie di Prokofiev. Eccelleva soprattutto in Martinu. Non sempre direttore di mano leggera, anzi. Mai sentita l'opera di Smetana, se non la famosa ouverture (il cui tema fugato ha strane assonanze con l'inizio della Butterfly) e le danze.

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21 ore fa, Majaniello dice:

Possibile che di quest'autore io conosca solo la Moldava?? forse... o forse ho ascoltato qualche altra cosetta fuggevolmente e non ricordo, di certo non ho mai ascoltato una sua opera. Il suono della CPO mi piace moltissimo, largo ma non leccato.

Il ciclo completo Ma Vlast è eseguito molto più oggi che 30 anni fa, per dire. Ormai le esecuzione in disco sono parecchie, anche di direttori non ceki. Si privilegiano Moldava, Dai prati e dai boschi di Boemia e forse Sarka. Gli altri sono di raro ascolto, presi singolarmente. Per il resto ha scritto pezzi d'occasione, marce, brani festivi e soprattutto poemi sinfonici di chiaro stampo lisztiano ispirati alla storia boema, molto spesso celebrativi, monumentali, ieratici e pomposi (Hakon Harl, Riccardo III, Wallenstein) ma orami caduti nel dimenticatoio. Belli i due quartetti. Nelle opere liriche pare che il linguaggio sia più felice, fresco e diretto, perchè d'ispirazione popolare e contadina.

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14 ore fa, Ives dice:

Il ciclo completo Ma Vlast è eseguito molto più oggi che 30 anni fa, per dire. Ormai le esecuzione in disco sono parecchie, anche di direttori non ceki. Si privilegiano Moldava, Dai prati e dai boschi di Boemia e forse Sarka. Gli altri sono di raro ascolto, presi singolarmente. Per il resto ha scritto pezzi d'occasione, marce, brani festivi e soprattutto poemi sinfonici di chiaro stampo lisztiano ispirati alla storia boema, molto spesso celebrativi, monumentali, ieratici e pomposi (Hakon Harl, Riccardo III, Wallenstein) ma orami caduti nel dimenticatoio. Belli i due quartetti. Nelle opere liriche pare che il linguaggio sia più felice, fresco e diretto, perchè d'ispirazione popolare e contadina.

Bravo, hai fatto bene a ricordare i quartetti.

Comunque mi state incuriosendo sia per la Sposa di Kosler che per quella di Ancerl. Io ho quella in tedesco di Kempe, molto bella. In generale concordo con Wittel, è un'opera magnifica, dà allegria come il miglior Rossini.

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On 21/11/2021 at 16:23, giobar dice:

Per dirla tutta: come una sorta di miracolato, Ancerl uscì vivo da Auschwitz, dove era stato portato nel 1944 da Theresienstadt. E nelle camere a gas di Auschwitz furono uccisi a moglie e il figlioletto. Quella Sposa venduta del 1947 fu, se non erro, la sua prima incisione dopo quell'esperienza mostruosa e molti critici l'hanno letta come una risposta catartica, una sorta di inno alla vita che ricomincia nonostante tutto. Conoscendo quel vissuto di Ancerl l'ascolto è addirittura commovente, tanti sono il tripudio, la freschezza, la gioia, la speranza che trasudano dall'esecuzione. E' un'incisione veramente bellissima. Te ne consiglio vivamente l'ascolto integrale.

E' vero: a Terezin non moriva nessuno. Venivano mandati altrove.
Sulle qualità di quei dischi, quella Sinfonia d'apertura è un buon antipasto per capire cosa mi aspetta!
Mi serve solo il tempo per approfondire un po' la lingua e il repertorio.

On 22/11/2021 at 09:25, Ives dice:

Kosler, già allievo di Ancerl e assistente di Bernstein, aveva una passione per il sinfonismo francese, fu artefice di un mini-ciclo berlioziano per l'omonima etichetta nazionale e di vari dischi dedicati a Roussel, Bizet, Faurè, Chausson, tutto sempre Supraphon. E fece anche l'integrale delle sinfonie di Prokofiev. Eccelleva soprattutto in Martinu. Non sempre direttore di mano leggera, anzi. Mai sentita l'opera di Smetana, se non la famosa ouverture (il cui tema fugato ha strane assonanze con l'inizio della Butterfly) e le danze.

Caspita, la cosa della Butterfly non l'ho proprio considerata! Me la risento.

On 22/11/2021 at 09:54, Ives dice:

Il ciclo completo Ma Vlast è eseguito molto più oggi che 30 anni fa, per dire. Ormai le esecuzione in disco sono parecchie, anche di direttori non ceki. Si privilegiano Moldava, Dai prati e dai boschi di Boemia e forse Sarka. Gli altri sono di raro ascolto, presi singolarmente. Per il resto ha scritto pezzi d'occasione, marce, brani festivi e soprattutto poemi sinfonici di chiaro stampo lisztiano ispirati alla storia boema, molto spesso celebrativi, monumentali, ieratici e pomposi (Hakon Harl, Riccardo III, Wallenstein) ma orami caduti nel dimenticatoio. Belli i due quartetti. Nelle opere liriche pare che il linguaggio sia più felice, fresco e diretto, perchè d'ispirazione popolare e contadina.

 

On 21/11/2021 at 14:46, Majaniello dice:

Possibile che di quest'autore io conosca solo la Moldava?? forse... o forse ho ascoltato qualche altra cosetta fuggevolmente e non ricordo, di certo non ho mai ascoltato una sua opera. Il suono della CPO mi piace moltissimo, largo ma non leccato.

Ecco, a tutt'e due: Ma Vlast l'ho risentito proprio ieri, spinto dalla vostra discussione. Conosco praticamente a memoria la Moldava, abbastanza bene Vysehrad (dedicato al castello di Praga, e caratterizzato dal tema solenne e pensoso che poi si sentirà verso la fine di Moldava, chiamato a descrivere lo scorrere del fiume che entra finalmente in città), lo stesso per Prati e Boschi, e anche per Sarka, che ha un clima tutto particolare. Conosco curiosamente poco Tabor e Blanik, gli ultimi due poemi, anche se probabilmente Blanik lo preferisco. Il primo lavoro "serio" su quelle musiche l'ho fatto personalmente al liceo, quando Amadeus aveva venduto Ma Vlast inciso da Philips, Concertgebouw direzione Antal Dorati. Il cd era corredato di quelle fenomenali guide all'ascolto col minutaggio che hanno sempre caratterizzato le pubblicazioni dell'encomiabile rivista. Così, mi ero fatto un quadro molto probante.

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13 ore fa, superburp dice:

Bravo, hai fatto bene a ricordare i quartetti.

Comunque mi state incuriosendo sia per la Sposa di Kosler che per quella di Ancerl. Io ho quella in tedesco di Kempe, molto bella. In generale concordo con Wittel, è un'opera magnifica, dà allegria come il miglior Rossini.

Ti ho saltato, accidenti!
Prosegui questo percorso con Smetana, io ho intenzione di farlo anche con le altre opere.

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Questo cofanetto da 3 cd giaceva ammonticchiato su uno scaffale particolarmente lontano del mio studio. L'avevo comprato anni fa, approfittando da vero sciacallo della svendita conclusiva che suggellò la chiusura del negozio online Discolandmail (parce sepulto). L'ho tirato fuori proprio nei giorni scorsi. Che colpa, l'essermelo scordato!

Quest'opera è un curiosum nella prolifica produzione di Jakob Meyerbeer. E' un'opera comique che in origine presentava i dialoghi. Poi il compositore ci tornò sopra, aggiunse qualche aria e sostituì i dialoghi con recitativi musicati. L'edizione prescelta dell'Opera Rara è appunto questa: nel vasto saggio introduttivo, il competente Michael Scott spiega le cose per filo e per segno. L'opera ebbe qualche fuggevole popolarità nell'Ottocento, specie in lingua italiana. E poi, anche dopo, alcuni soprani come Amelita Galli-Curci se ne fecero portabandiera, perché la protagonista Dinorah ha un'aria molto bella, "Ombre legere", che fu eseguita anche da Callas e Sutherland.

Qui la trama, dal sempre esauriente sito Magia dell'Opera, che ha dedicato a Meyerbeer un lungo approfondimento:

Cita

In Bretagna, nel paese di Ploërmel, alla vigilia del pellegrinaggio annuale in onore della Vergine.
Protagonista è la giovane Dinorah, il cui matrimonio con Hoël, esattamente un anno prima, è stato impedito da un violento temporale che le ha distrutto la casa, riducendola in povertà. Ella crede che Hoël l’abbia abbandonata e, impazzita, vaga per i boschi alla ricerca della sua amata capretta Bellah, scomparsa anch’essa in quel giorno.
Il giovane, invece, su consiglio del mago Tonik, è partito alla ricerca del tesoro degli gnomi, sperando così di restituire all’amata l’agiatezza. Egli dovrà vagare per un anno, e poi tornare in paese, dove un segno
misterioso gli indicherà la strada al tesoro. Questo l’antefatto: quando l’opera ha inizio, un anno è passato e in paese giunge il giovane pastorello Corentin per prendere possesso della sua eredità, la casa del vecchio Alain; Corentin rivela subito la sua paura degli spiriti ("Dieu nous donne à chacun"). Giunge anche Hoël: il suo vagabondaggio è terminato, ed egli attende il segno che lo condurrà alla ricchezza. Ma il tesoro è stregato: chi lo toccherà per primo morirà. Hoël, reso spietato dal miraggio dell’oro, vorrebbe condurre con sé il vecchio Alain
e stornare su di lui il maleficio. Alla notizia della morte di questi il giovane, sempre più esaltato ("O puissante magie"), ha facile gioco nel convincere l’ingenuo Corentin a seguirlo, promettendogli metà delle
ricchezze ("Un trésor"). Il segno misterioso appare: la capretta di Dinorah e i due s’incamminano sulle sue tracce. Anche Dinorah, ormai completamente fuori di senno ("Ombre légère"), è alla sua ricerca, e giunge nottetempo nella valle maledetta che ospita il tesoro; lì svela al sempre più impaurito Corentin la leggenda ("Grand Dieu, quelq’un"). Hoël crede dapprima che ella sia una visione, poi riconosce la collana che le è caduta; e quando Dinorah, inseguendo la sua Bellah, precipita dall’alto di un ponticello distrutto da un fulmine, corre a salvarla. In preda ai rimorsi ("Ah, mon remords te venge"), comprende che l’amore conta ben più delle ricchezze e, dopo che Dinorah ha ripreso i sensi, la convince che ciò che è avvenuto è stato solo un sogno ("Vois... regard ces lieux").
La casa è stata ricostruita, la capretta è tornata, e i due protagonisti possono finalmente condurre a termine la cerimonia nuziale interrotta l’anno precedente, come se nulla fosse accaduto.

L’idea di ‘annullare’ gli avvenimenti dell’anno trascorso è suggerita dalla musica. L’opera si apre infatti con una originale ouverture, inframmezzata dal canto del coro, che consente la narrazione dell’antefatto sintetizzando gli avvenimenti dell’anno trascorso: i pellegrini in preghiera, la tempesta, la disperazione e la pazzia di Dinorah, infine il ritorno del sereno; con la stessa preghiera dell’ouverture, ‘Sainte Marie’, si conclude l’opera, con perfetta
circolarità.

Il fascicoletto di Scott racconta anche dettagli divertenti: per esempio, la difficoltà di trovare una vera capra idonea a restare buona buona sulla scena!

Comunque, trattasi di opera oltremodo piacevole. Meyerbeer, una volta tanto, riesce a temperare la sua tendenziale voglia di divagare e di diluire l'azione con elementi scenici "estranei". L'unica occasione in cui lo fa è l'inizio del Terzo Atto, in cui assistiamo a un Cacciatore e a un Mietitore che si incontrano, cantano ciascuno un'aria e poi duettano, in uno di quei quadretti agresti che tanto spesso piacevano in Francia, musicalmente oltretutto niente affatto disprezzabile. Comunque, malgrado qualche lungaggine, l'opera non è affatto noiosa. Per giunta, si respira un certo gusto per la melodia, e soprattutto rifulge la sapienza di Meyerbeer nell'usare l'orchestra: c'è chi dice che tra i musicisti della sua generazione, in Francia, forse solo Berlioz gli stava avanti al riguardo.

E' un bene che in questa realizzazione Opera Rara del 1979 l'orchestra sia elemento di spicco: è la Philarmonia, all'epoca guidata dal nostro Riccardo Muti, qui prestata al trentenne James Judd, che dimostra la stessa bravura di cui darà prova, nei decenni successivi, alle prese con un repertorio non banale registrato per Naxos in Nuova Zelanda. Il giovane maestro inglese già mi aveva stupito nella conduzione della donizettiana "Ugo conte di Parigi" (recensirò), e qui si mostra latore di ottimo gusto, grande abbandono e senso del patetico, a cui fanno da contraltare i tempi mossi e serrati dei momenti più vivaci. I popolani sono impersonati dal coro Geoffrey Mitchell, che consegna un'ottima prova.

Particolarmente felice la scelta dei personaggi. Il soprano Deborah Cook non è mai stata un elemento famoso. Eppure, ha bella voce, sa cantare, si mostra scaltrita negli acuti e nelle agilità, oltre che nel legato. Soprattutto, però, sa conferire a Dinorah la polpa che le compete, senza scadere nella fanciulla svampita e lobotomizzata. "Ombre legere" riesce dunque ottimamente, non solo per l'esecuzione ma anche per il significato. E lo stesso si può dire delle altre arie, e dei recitativi.

L'impulsivo Hoël trae ottimo partito dalle capacità di Christian Du Plessis. Il baritono sudafricano non mi aveva colpito quando, tanti anni prima, fu un Marullo non troppo memorabile nel Rigoletto di Bonynge con Pavarotti. Anche lui, l'ho trovato migliorato, anzi ottimo, nell' "Ugo conte di Parigi", e lo stesso fa qui. Il fraseggio è temperamentoso, caldo e giovanile, ed è capace di rendere con l'accento la complessità problematica di un uomo come Hoël, un innamorato decisamente non troppo canonico. Come voce, poi, abbiamo un timbro morbido e sostenuto con grande finezza, perfettamente idoneo a parti liriche (seppur appassionate) come queste.

Chi supera tutti in verve è l'inglese Alexander Oliver. Ma che bello, un inglese che sa pronunciare il francese! Oliver era tenore di carattere dal gusto non sempre impeccabile nelle sue apparizioni. Qui, tiene Corentin perfettamente in equilibrio tra ingenuità e grottesco, senza mai eccedere, e per giunta cantando molto bene, anche se la scrittura non consente chissà quali virtuosismi.

Il Guardiano delle Capre è Della Jones en travesti: una cantante inglese da sempre molto fine, e lo dimostra snocciolando la sua bellissima aria, che in pratica esaurisce il personaggio, con dolcezza e sentimento.

Le parti minori sono buone, e lo screen time del Cacciatore e del Mietitore è ben valorizzato da Roderick Earle e dal tenore Ian Caley.
Registrazione perfettamente riuscita anche sotto il profilo tecnico.

@Majaniello e chi altri? A chi interessa?

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5 ore fa, Wittelsbach dice:

Per giunta, si respira un certo gusto per la melodia, e soprattutto rifulge la sapienza di Meyerbeer nell'usare l'orchestra: c'è chi dice che tra i musicisti della sua generazione, in Francia, forse solo Berlioz gli stava avanti al riguardo.

Io lo dico! :rolleyes::D

4 ore fa, Majaniello dice:

 

@Snorlax è un fan di Mayerbeer...

Lo sono senza ombra di dubbio. Convintissimo che Le Prophète sia una delle più alte vette operistiche del XIX secolo...;)

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On 26/11/2021 at 14:44, Ives dice:

Io, semplicemente, lo trovo milioni di spanne sotto Berlioz e Wagner.

E vabbè, lo paragoniamo ai massimi, certo che sfigura!
Trovo semmai che non avesse eccessivo senso del teatro, volendo obbedire alle concezioni del grand opera che quasi imponevano di allungare i brodi all'inverosimile.

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