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Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach


Wittelsbach
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1 ora fa, Madiel dice:

Un bel problema! Immaginati cosa succede con le partiture novecentesche... Certi musicisti mi hanno riferito che durante le prove neanche il compositore di turno era sicuro di ciò che aveva scritto e non sapeva bene come farlo eseguire (non alludo a musica aleatoria o semi-aleatoria).

Si dice che Ligeti abbia fatto uscire dai gangheri il buon Salonen durante l'incisione del Grand Macabre e che i due siano stati più volte sul punto di mandarsi reciprocamente a fare cose innominabili. E stiamo parlando di uno dei direttori più dotati in assoluto sul piano tecnico.

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1 ora fa, Snorlax dice:

A Messiaen andavano bene tutti. Non ho un suo disco che non abbia una foto che lo ritragga sorridente con gli esecutori. E non sempre sono registrazioni imprescindibili...:mellow:

Suppongo che facesse così per un sanissimo senso cameratesco: anche lui era a sua volta esecutore e la moglie pianista e dunque conosceva assai bene le problematiche dell'"artigianato" del suono, così che riusciva a mettersi nei panni degli esecutori di turno senza pretendere da loro l'impossibile.

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1 ora fa, Madiel dice:

Un bel problema! Immaginati cosa succede con le partiture novecentesche... Certi musicisti mi hanno riferito che durante le prove neanche il compositore di turno era sicuro di ciò che aveva scritto e non sapeva bene come farlo eseguire (non alludo a musica aleatoria o semi-aleatoria). E posso testimoniare, per esperienza diretta, che a volte i compositori hanno dei gusti abbastanza discutibili riguardo alle preferenze accordate a specifiche registrazioni in disco. Mi ricordo sempre una discussione che ebbi con X: io lodavo una specifica incisione fatta con una orchestra di provincia, lui un'altra con un direttore e orchestre più famosi. Lui diceva che era suonata meglio, proprio nel senso di esecuzione, io obiettavo che quella esecuzione non coglieva affatto l'essenza del pezzo e che appariva "gelida" nel suo perfezionismo. Insomma, la guerra tra il cuore e la ragione. La cosa buffa è che potremmo aver avuto ragione (o torto) entrambi! :cat_lol:

Per non dire della famosa incisione della Sinfonia di Berio di Boulez, che si scoprì variamente manomessa.

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12 minuti fa, Wittelsbach dice:

Per non dire della famosa incisione della Sinfonia di Berio di Boulez, che si scoprì variamente manomessa.

Esatto! Guardando le due pagine di Ferneyhough sopra postate, mi è tornata in mente la testimonianza di un eccellente musicista che suonò questo autore e che avevo interrogato a riguardo. Mi confessò che per l'esecuzione si era arrangiato! Nel senso che aveva semplificato o "inventato", perché sono notazioni così complicate da essere praticamente ineseguibili. Nel magma orchestrale certi trucchetti possono anche essere inevitabili, specie se lo stesso direttore è in difficoltà e li lascia fare ai suoi esecutori. Di lamentele a riguardo delle partiture contemporanee ne ho sentite parecchie da parte dei musicisti - e, ti assicuro, non è un problema d'ignoranza tecnica, ma è intrinseco al testo e a chi lo ha concepito.

Per paradosso, la musica complicatissima sfocia suo malgrado nell'alea, cioè nell'estremo opposto!

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23 minuti fa, giobar dice:

Si dice che Ligeti abbia fatto uscire dai gangheri il buon Salonen durante l'incisione del Grand Macabre e che i due siano stati più volte sul punto di mandarsi reciprocamente a fare cose innominabili. E stiamo parlando di uno dei direttori più dotati in assoluto sul piano tecnico.

E Ligeti è sempre parso un buon uomo! La questione dev'essere stata gravissima! :cat_lol:

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Il boxino Bohmesco della Membran, potendone disporre, vista la scadenza dei diritti ha avuto l'ottima idea di ripubblicare l'Elektra incisa dall'austriaco nel 1960 a Dresda, per le testine della DGG. Una registrazione che ha un primato: è stata la prima in assoluto dell'opera in studio. Ed è molto interessante per varie ragioni.

Karl Bohm è, oggi, uno dei nomi più ricorrenti nella discografia dell'opera. Ma all'epoca? Il suo live da Monaco con Christel Golz chiaramente non era ancora stato riversato su supporto audio commerciale, così come le successive, numerose testimonianze da Vienna e New York (e sicuramente ce ne sono altre ancora), per non dire del video di fine carriera. L'Elektra di Bohm, fino all'apparizione, sette anni dopo, di quella di Solti, costituì per un po' l'unica possibilità dell'appassionato di sentire l'opera su grammofono casalingo. Per elaborare e analizzare il lascito complessivo di Bohm in Elektra sarebbe occorso il passaggio di decenni e la pubblicazione di molti cd, che consentono di appurare come il Maestro sostanzialmente dirigesse diversamente in ogni ripresa dell'opera, in ognuna dando risalto a dettagli differenti. Questa Elektra "grado zero" ci mostra una drammaticità asciutta e scabra, spontanea e diretta, diversa dall'espressionismo di Solti e anche dalle magie del Karajan dal vivo con la Varnay (altra registrazione di pubblicazione molto successiva). In certi momenti c'è il sospetto di un eccessivo didascalismo, ma la concezione sobria e mai esagerata di Bohm emerge con autorità, e col corollario di bellissimi momenti: la scena di Aegisth è splendida, a partire dalle parodistiche battute introduttive. La Staatskapelle di Dresda obbedisce come non mai agli adorati meandri della musica di Strauss.

Protagonista: Inge Borkh. Ecco: mi sento di dire che per apprezzare davvero l'Elektra della Borkh, questi dischi non sono la scelta giusta. E' meglio orientarsi su Mitropoulos dal vivo, per dirne uno. Il monologo d'ingresso della Borkh mi ha addirittura deluso: l'ho trovato cupo e scarsamente espressivo. Ovviamente, però, la cantante poi prende quota, e ci fa vedere come mai lei, con Varnay e Nilsson, fosse la figura di riferimento per quanto concerne la protagonista. I fraseggi si fanno via via più grandiosi e coinvolgenti, unendosi a una linea vocale d'indubbio impatto. Però, con Mitropoulos era ancora più visionaria, oltre che vocalmente formidabile (qui emerge qualche durezza). Comunque, era giusto che si pensasse a lei per la prima discografica.

Di alto livello vocale la Chrysothemis di Marianne Schech: timbro bello, argenteo, giovanile ed espressione franca e stupefatta. Alle volte, sembra un po' troppo spensierata e riguardosa però, ed è un peccato, perché avrebbe potuto rappresentare una succosa alternativa alla ben nota e giustamente osannata Rysanek.

Jean Madeira si trova a fare Clytemnestra, come farà spesso in carriera. Ecco, se non altro ci è risparmiata l'orrida performance che si ode nel live americano del '71. Peccato però che se là facesse la fattucchiera bavosa, qui la Madeira sia invece una specie di precettrice un po' bisbetica, salvo provare ad alzare la temperatura con le solite risate isteriche. La voce stavolta è ben messa, ma è da mezzosoprano molto acuto, con imbottigliamenti nel grave un po' brutti da sentirsi.

Molto personale il contorto Orest di Dietrich Fischer-Dieskau, che evita la carnalità del personaggio, conferendogli piuttosto una vocazione psicanalitica che si declina in un mare di fraseggi ultramodellati. Forse travisa lo spirito del personaggio, ma è una chiave di lettura inedita, e difatti quasi mai più tentata nella storia del disco.

Viceversa Fritz Uhl, che mi sto convincendo fosse un mezzo prezzemolino di quei tempi, come Aegisth non esprime quasi nulla, con un grigiore impiegatizio che vanifica l'eccellente accompagnamento di Bohm.

Sono viceversa eccelsi anche dal punto di vista espressivo i personaggi minimi.

Una nota: il suono stereofonico della Dg non è stato troppo malmenato dal riversamento Membran. Non sarà sempre così: la Frau ohne Schatten che recensirò è stata manomessa e in certi punti suona in maniera quasi indecente. Per fortuna, non è questo il caso.

@Madiel @Majaniello @Snorlax

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Dentro il secondo cofanetto che membran ha dedicato al binomio Strauss-Bohm, c'è questo autentico caposaldo della discografia:

die-frau-ohne-schatten.jpg

Un'incisione entrata nella vera e propria mitologia. Probabilmente, fu Bohm a battersi per realizzarla: l'opera all'epoca (ma anche oggi, tutto sommato), non era affatto popolare, e inciderla fu un discreto atto di coraggio, anche se il cast in quello stesso periodo, e con lo stesso Bohm, era impegnato in fortunate recite alla Staatsoper di Vienna. Oltretutto, i tagli non sono affatto draconiani, e comunque lo sono assai meno di quelli di Keilberth e del Sawallisch live: il Terzo Atto non è affatto mutilato gravemente. L'incisione originale si giovava di uno stereo Decca nuovo di pacca. Peccato che la Membran sia autrice di un vero e proprio stupro: tante pagine del Primo e del Secondo Atto soffrono di opacizzazioni sensibili, vere e proprie sdruciture sonore che immiseriscono il timbro di vari cantanti, specialmente la Goltz ma anche la Rysanek e la Hongen. Un vero peccato, e non si capisce nemmeno la ragione del perché certe pagine siano opache mentre altre invece risultino brillanti. Un peccato, perché l'interpretazione musicale è di prim'ordine.

La direzione di Karl Bohm è un'orgia quasi rabelaisiana di colori, da far invidia a un Karajan d'annata. Fin dalle prime battute, i Wiener, sotto la sua guida, intessono un caleidoscopio inesausto di sonorità policrome e vivacissime, d'una propulsione teatrale per giunta massima. Sembra proprio che Bohm si divertisse moltissimo! Altro che sonnolento battisolfa inoffensivo da pomeriggio alla pasticceria Demel, come molti lo derubricarono.

E l'intesa coi cantanti è la migliore possibile.
Leonie Rysanek è gloriosa. E' incredibile come riesca a piegare la sua voce spessa e imponente alle tessiture iperuraniche dell'Imperatrice, chiamata a sovracuti impossibili, da esalare pure con ultraterrena leggerezza. La Rysanek ottempera al compito, unendoci anche il ben noto istinto da diva di palcoscenico, creando una Kaiserin che è umana e carnea fin dall'inizio, anche quando dovrebbe essere immateriale. Un pezzo grandissimo, poi, è un momento non cantato ma recitato: quello del melodram al cospetto dell'Imperatore pietrificato. Ma in genere, un personaggio davvero galvanizzante.

Di rara scolpitura anche la Frau di Christel Goltz. Si percepisce qualche deficienza tecnica in acuti che sono ancora formidabili ma tendono a essere spinti e assottigliati. Per giunta, nel Primo Atto i pasticci dell'audio le regalano dei suoni fischianti che non le appartenevano. Però, quanta generosità! Quanto spirito straussiano nel lanciare la voce così, senza lacci e lacciuoli, cercando un'espressività senza trucchi, no-nonsense, diretta eppure umanissima, anzi umanissima proprio perché diretta.

Terzo genio del teatro, la Nutrice di Elisabeth Hongen. Le ultime Nutrici che ho sentito erano streghe o comunque vecchie cantanti dell'Università della Terza Età. Scordatevele. La Hongen ha un timbro d'argento, calibratissimo nella linea vocale. E l'accento evita qualunque superfetazione, per essere calmo, malvagio ma senza esagerazioni, anzi con qualche scampolo di umanità adombrata.

E gli uomini? Il semplice e commosso Barak non era forse l'ideale per Paul Schoffler. Pure, il grande artista fa vedere pure qui la vera classe che gli competeva, e che gli fa comporre un ritratto un po' pensoso e introverso, anche lui con qualche brandello di umanità fatto intravvedere in filigrana. Qualche difficoltà sopraggiunge solo in qualche acuto sul finire dell'Ultimo Atto.

E l'Imperatore di Hans Hopf? Sormonta una tessitura difficilissima con professionismo e senza brutte note. Non sconvolge, se vogliamo: è un po' grossolano e muscolare nel fraseggio, ed è alquanto povero dell'allure onirico e misterioso, ma lo si può accettare, malgrado qualche pesantezza vocale.

Eccellente ognuno dei singoli comprimari: sono completamente ricalcati sullo stesso cast che appariva nelle concomitanti recite a teatro. Val la pena di lodare il Falcone della Hellwig, il Messaggero di Kurt Bohme (addirittura!), l'Apparizione del Giovanetto che è il grande tenore Karl Terkal, e ogni singolo altro componente del fantastico cast.

@Madiel@Keikobad (ovvio) @Rinaldino @Majaniello

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Prendo appunti dato che da troppo tempo sto rimandando la conoscenza del teatro straussiano post-Elektra (l'unico peraltro che rischia di interessarmi oggi), prima o poi mi ci dedicherò.

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5 ore fa, Wittelsbach dice:

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Dentro il secondo cofanetto che membran ha dedicato al binomio Strauss-Bohm, c'è questo autentico caposaldo della discografia:

die-frau-ohne-schatten.jpg

Un'incisione entrata nella vera e propria mitologia. Probabilmente, fu Bohm a battersi per realizzarla: l'opera all'epoca (ma anche oggi, tutto sommato), non era affatto popolare, e inciderla fu un discreto atto di coraggio, anche se il cast in quello stesso periodo, e con lo stesso Bohm, era impegnato in fortunate recite alla Staatsoper di Vienna. Olretutto, i tagli non sono affatto draconiani, e comunque lo sono assai meno di quelli di Keilberth e del Sawallisch libe: il Terzo Atto non è affatto mutilato gravemente. L'incisione originale si giovava di uno stereo Decca nuovo di pacca. Peccato che la Membran sia autrice di un vero e proprio stupro: tante pagine del Primo e del Secondo Atto soffrono di opacizzazioni sensibili, vere e proprie sdruciture sonore che immiseriscono il timbro di vari cantanti, specialmente la Goltz ma anche la Rysanek e la Hongen. Un vero peccato, perché non si capisce nemmeno la ragione del perché certe pagine siano opache mentre altre invece risultino brillanti. Un peccato, perché l'interpretazione musicale è di prim'ordine.

La direzione di Karl Bohm è un'orgia quasi rabelaisiana di colori, da far invidia a un Karajan d'annata. Fin dalle prime battute, i Wiener, sotto la sua guida, intessono un caleidoscopio inesausto di sonorità policrome e vivacissime, d'una propulsione teatrale per giunta massima. Sembra proprio che Bohm si divertisse moltissimo! Altro che sonnolento battisolfa inoffensivo da pomeriggio alla pasticceria Demel, come molti lo derubricarono.

E l'intesa coi cantanti è la migliore possibile.
Leonie Rysanek è gloriosa. E' incredibile come riesca a piegare la sua voce spessa e imponente alle tessiture iperuraniche dell'Imperatrice, chiamata a sovracuti impossibili, da esalare pure con ultraterrena leggerezza. La Rysanek ottempera al compito, unendoci anche il ben noto istinto da diva di palcoscenico, creando una Kaiserin che è umana e carnea fin dall'inizio, anche quando dovrebbe essere immateriale. Un pezzo grandissimo, poi, è un momento non cantato ma recitato: quello del melodram al cospetto dell'Imperatore pietrificato. Ma in genere, un personaggio davvero galvanizzante.

Di rara scolpitura anche la Frau di Christel Goltz. Si percepisce qualche deficienza tecnica in acuti che sono ancora formidabili ma tendono a essere spinti e assottigliati. Per giunta, nel Primo Atto i pasticci dell'audio le regalano dei suoni fischianti che non le appartenevano. Però, quanta generosità! Quanto spirito straussiano nel lanciare la voce così, senza lacci e lacciuoli, cercando un'espressività senza trucchi, no-nonsense, diretta eppure umanissima, anzi umanissima proprio perché diretta.

Terzo genio del teatro, la Nutrice di Elisabeth Hongen. Le ultime Nutrici che ho sentito erano streghe o comunque vecchie cantanti dell'Università della Terza Età. Scordatevele. La Hongen ha un timbro d'argento, calibratissimo nella linea vocale. E l'accento evita qualunque superfetazione, per essere calmo, malvagio ma senza esagerazioni, anzi con qualche scampolo di umanità adombrata.

E gli uomini? Il semplice e commosso Barak non era forse l'ideale per Paul Schoffler. Pure, il grande artista fa vedere pure qui la vera classe che gli competeva, e che gli fa comporre un ritratto un po' pensoso e introverso, anche lui con qualche brandello di umanità fatto intravvedere in filigrana. Qualche difficoltà sopraggiunge solo in qualche acuto sul finire dell'Ultimo Atto.

E l'Imperatore di Hans Hopf? Sormonta una tessitura difficilissima con professionismo e senza brutte note. Non sconvolge, se vogliamo: è un po' grossolano e muscolare nel fraseggio, ed è alquanto povero dell'allure onirico e misterioso, ma lo si può accettare, malgrado qualche pesantezza vocale.

Eccellente ognuno dei singoli comprimari: sono completamente ricalcati sullo stesso cast che appariva nelle concomitanti recite a teatro. Val la pena di lodare il Falcone della Hellwig, il Messaggero di Kurt Bohme (addirittura!), l'Apparizione del Giovanetto che è il grande tenore Karl Terkal, e ogni singolo altro componente del fantastico cast.

@Madiel@Keikobad (ovvio) @Rinaldino @Majaniello

mannaggia, possiedo solo il primo dei due volumi di questo cofanetto, non tanto perché io sia uno straussiano o perché sia un cultore di quest'opera e ne abbia cinquanta incisioni, nonostante il mio nickname, ma perché l'ho trovato per puro caso a pochissimi soldi, 3 o 4 euro, in una libreria di Francoforte (proprio nel cassettone all'esterno del negozio, sul marciapiede) assieme all'integrale delle opere per orchestra di Ravel e all'integrale delle opere di Wagner. Non sapevo nemmeno di che etichetta fosse :lol: dopo la tua recensione non posso che ascoltarla, cosa che temo di non aver mai fatto...

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La discografia operistica storica ha alcuni "misteri" che probabilmente non sono stati risolti.
Tra questi, le tre incisioni firmate da Bohm durante la guerra, nel suo primo periodo alla testa della Staatsoper di Vienna: un Fidelio (che ho anche recensito), un Meistersinger e appunto questa Daphne. Il mistero sta nelle modalità di captazione. Sicuramente non sono dal vivo: l'audio è ottimo, non si sentono applausi e i tradizionali rumori del pubblico, e neanche suoni di scena. Dunque, è ipotizzabile che siano state registrate a porte chiuse, forse dalla radio.
Come che sia, si tratta di tre documenti molto importanti. E questa Daphne probabilmente è quello più interessante in assoluto: la registrazione di un'opera andata in scena solo sei anni prima, vivente l'autore e per giunta eseguita da colui che era stato il suo dedicatario, Karl Bohm. Il risultato è sovrapponibile a quello conseguito nel famoso live DG dal teatro An der Wien, anzi forse superiore.

L'ultima Daphne che avevo sentito, era quella di Haitink: un crogiolo di sofisticazione coloristica elegantissima, stilizzata, affascinante. All'impostazione apollinea di Haitink, si contrapponeva la visione più movimentata di Bohm del '64. Vent'anni prima, l'orchestra di Bohm è ancora più dionisiaca: i Wiener Philharmoniker vengono istruiti in una direzione intensissima, decisamente carnale, con momenti di autentica passionalità. Bohm fa di quest'atto unico una vera e propria tempesta sentimentale, concreta, ben poco filosofica. I tormenti di Daphne vengono fuori con un'evidenza dirompente in ogni momento.

E Maria Reining, viennese come poche, crea un altro capolavoro. La maggiore Marescialla dell'epoca, che proprio in quei mesi cantava una stupenda Ariadne sui palchi della sua città, è una Daphne di pari rilievo. La voce, meravigliosamente sostenuta e proiettata, è innervata con un accento di regale rilassatezza, che si contrappone con magnifico effetto ai colori orchestrali magmatici di Bohm. Lo sfinimento della dea diventa qualcosa di grandiosamente straniante. Stupendo tutto il finale dell'opera.

Tra i tenori, Karl Friedrich, cantante di seconda scelta, non possiede il fascino vocale di James King, e nemmeno il gusto per la mezzavoce messo in opera dal meno scintillante Reiner Goldberg. Anzi, sul finale risulta un pochino greve e prosaico. Vocalmente, comunque, ci lascia uno spettacolo assai migliore di quello deplorato nelle sue modeste registrazioni di repertorio italiano: timbro possente, non a disagio nel registro acuto, piuttosto bello seppure non particolarmente memorabile. Aggiungo anche che la sua dizione è di una nitidezza singolare, e la scena della festa pastorale si giova di un'energia un po' sommaria ma senz'altro benvenuta.

Il giovane Anton Dermota, nel ruolo di Leukippos, non si limita a farne un anacronismo mozartiano, ma sa renderlo vivo e palpitante, sempre con una patina di aristocrazia che non scade mai nel freddo distacco. Nel '44 potete poi immaginare quanto cantasse bene.

Melanie Frutschnigg, nella veramente paradossale parte di Gea, è anche lei messa in difficoltà dalle note gravi (anzi: abissali) dell'entrata, che risultano artificiose. Nel resto è comunque corretta, pur senza lasciare troppo il segno. D'altro canto, l'autorità timbrica e accentale di Herbert Alsen, vero basso profondo (e si sente, all'inizio), consente al suo Peneioss di emergere con un rilievo un tantino troppo barbarico, ma di sicuro impatto teatrale.

Per finire: i vari Pastori e le Fanciulle compongono un'insieme di rara unitarietà idiomatica e vocale.

@Madiel @Majaniello @Keikobad @giobar

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2 ore fa, Wittelsbach dice:

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La discografia operistica storica ha alcuni "misteri" che probabilmente non sono stati risolti.
Tra questi, le tre incisioni firmate da Bohm durante la guerra, nel suo primo periodo alla testa della Staatsoper di Vienna: un Fidelio (che ho anche recensito), un Meistersinger e appunto questa Daphne. Il mistero sta nelle modalità di captazione. Sicuramente non sono dal vivo: l'audio è ottimo, non si sentono applausi e i tradizionali rumori del pubblico, e neanche suoni di scena. Dunque, è ipotizzabile che siano state registrate a porte chiuse, forse dalla radio.
Come che sia, si tratta di tre documenti molto importanti. E questa Daphne probabilmente è quello più interessante in assoluto: la registrazione di un'opera andata in scena solo sei anni prima, vivente l'autore e per giunta eseguita da colui che era stato il suo dedicatario, Karl Bohm. Il risultato è sovrapponibile a quello conseguito nel famoso live DG dal teatro An der Wien, anzi forse superiore.

L'ultima Daphne che avevo sentito, era quella di Haitink: un crogiolo di sofisticazione coloristica elegantissima, stilizzata, affascinante. All'impostazione apollinea di Haitink, si contrapponeva la visione più movimentata di Bohm del '64. Vent'anni prima, l'orchestra di Bohm è ancora più dionisiaca: i Wiener Philharmoniker vengono istruiti in una direzione intensissima, decisamente carnale, con momenti di autentica passionalità. Bohm fa di quest'atto unico una vera e propria tempesta sentimentale, concreta, ben poco filosofica. I tormenti di Daphne vengono fuori con un'evidenza dirompente in ogni momento.

E Maria Reining, viennese come poche, crea un altro capolavoro. La maggiore Marescialla dell'epoca, che proprio in quei mesi cantava una stupenda Ariadne sui palchi della sua città, è una Daphne di pari rilievo. La voce, meravigliosamente sostenuta e proiettata, è innervata con un accento di regale rilassatezza, che si contrappone con magnifico effetto ai colori orchestrali magmatici di Bohm. Lo sfinimento della dea diventa qualcosa di grandiosamente straniante. Stupendo tutto il finale dell'opera.

Tra i tenori, Karl Friedrich, cantante di seconda scelta, non possiede il fascino vocale di James King, e nemmeno il gusto per la mezzavoce messo in opera dal meno scintillante Reiner Goldberg. Anzi, sul finale risulta un pochino greve e prosaico. Vocalmente, comunque, ci lascia uno spettacolo assai migliore di quello deplorato nelle sue modeste registrazioni di repertorio italiano: timbro possente, non a disagio nel registro acuto, piuttosto bello seppure non particolarmente memorabile. Aggiungo anche che la sua dizione è di una nitidezza singolare, e la scena della festa pastorale si giova di un'energia un po' sommaria ma senz'altro benvenuta.

Il giovane Anton Dermota, nel ruolo di Leukippos, non si limita a farne un anacronismo mozartiano, ma sa renderlo vivo e palpitante, sempre con una patina di aristocrazia che non scade mai nel freddo distacco. Nel '44 potete poi immaginare quanto cantasse bene.

Melanie Frutschnigg, nella veramente paradossale parte di Gea, è anche lei messa in difficoltà dalle note gravi (anzi: abissali) dell'entrata, che risultano artificiose. Nel resto è comunque corretta, pur senza lasciare troppo il segno. D'altro canto, l'autorità timbrica e accentale di Herbert Alsen, vero basso profondo (e si sente, all'inizio), consente al suo Peneioss di emergere con un rilievo un tantino troppo barbarico, ma di sicuro impatto teatrale.

Per finire: i vari Pastori e le Fanciulle compongono un'insieme di rara unitarietà idiomatica e vocale.

@Madiel @Majaniello @Keikobad @giobar

Sì, direi sia proprio così! Peccato per un Friedrich non troppo esaltante, sarebbe stata l'edizione perfetta al netto dell'incisione "antica". Forse la registrazione in studio fu effettuata per motivi bellici e poi trasmessa alla radio.

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