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Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach


Wittelsbach
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On 27/9/2021 at 23:00, Wittelsbach dice:

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Questa particolare opera abbisogna di una cura particolarissima da parte del direttore d'orchestra, ma anche da parte dei cantanti, seppure le grane peggiori tocchino allo strumentale. Compito precipuo del concertatore è far trapelare il lievito segreto di questa partitura, tanto facilmente equivocabile e addirittura con più di un rischio di noia, se il "manico" manca.

Beh, direi che questa leggendaria edizione, dalla curiosissima custodia in rilievo, assolve il compito in modo altamente probante.
Mi domando: ma com'è possibile che tanti direttori del passato, ivi compreso il coltissimo André Cluytens, trasformassero quest'opera in un continuo fluire di incensi traslucidi e tutto sommato inoffensivi, enfatizzando così tanto il simbolismo di fondo da renderlo svagato, svaporato, evanescente? Il Pelleas è un'opera cupissima, invece. Desolata, drammatica, tormentata. Fate caso alla musica. Abbado l'ha fatto. Così, ecco svilupparsi l'essenza poetica più alta distillata da Debussy. Un solo esempio: l'Interludio del Quarto Atto, uno dei più sublimi dei tanti che si sentono nell'opera. L'intensità emotiva che si ascolta qui fa vagamente pensare al Preludio dell'Ultimo Atto del Tristano di Carlos Kleiber: le atmosfere sono molto simili. Ma in genere, le variazioni dinamiche sono ampie e frastagliate, senza comunque lasciar perdere una certa qual analisi del dettaglio della scrittura. Il Pelleas di Abbado non annoia mai: e questo può essere un grande elemento a favore, per chi ascolti questo capolavoro per la primissima volta.

Il cast contribuisce, con un insieme di grande coesione, ma soprattutto di intensa partecipazione espressiva, che confina tra le curiosità del passato quel particolare "declamato sussurrato" appannaggio di Jacques Jansen e di altri illustri protagonisti del tempo che fu.
Sentite semmai il fraseggio di Francois Le Roux: un Pelleas che passa dall'ingenuità stupefatta al tormento più rovente nell'arco di una manciata di battute, rendendo in modo mirabile l'instabilità psicologica di questa figura davvero straordinaria. Pelleas ha un solo punto fermo: l'amore, il suo sentimento. Le Roux non ne fa un filosofo esistenzialista, ma al contrario è puro, disarmante, quasi carnale. Da un punto di vista esecutivo, è un baritenore o tenore grave, ossia un esempio palmare di quel "baritono Martin" per cui la parte era stata scritta. La linea vocale fluisce liquida e leggera, senza asperità, con un buon dominio della scrittura acuta, tesa e drammatica del Quarto Atto.

Maria Ewing non era di madrelingua, ma ciò non le impedisce di fare di Melisande uno dei personaggi della vita. Non ne fa una creatura disincarnata, ma viceversa palpitante, intensa, spesso più razionale del suo partner Pelleas, il tutto con l'ausilio di una linea vocale modulata in infinite gradazioni, sempre al servizio di un accento autentico.

Forse, però, a superare tutti è José van Dam, habituée del personaggio di Golaud: la sua raffigurazione con Karajan, anni prima, l'aveva rivelato come interprete di caratura superiore. Qui fa lo stesso: angoscioso, chiaroscurato, pieno di pena e di spasimi, riesce a farne un personaggio negativo ma in fin dei conti simpatico, anzi empatico per lo spettatore, utilizzando una voce tuttora ricchissima di morbidezza e velluto.

Il velluto vocale non manca nemmeno all'Arkel di Jean-Philippe Courtis, a cui semmai nuoce lievemente un timbro un po' troppo giovanile. Accorgendosene, il cantante ammorbidisce e allarga la linea vocale, dandole accenti pensosi, di saggia gravità, ma mai per fortuna pontificanti. Ben riuscito l'assolo del Quarto Atto. Courtis poi si sdoppia anche nei panni del Pastore, all'inizio dell'Ultimo Atto.

E il pestifero bambino Yniold? Patrizia Pace, all'epoca ottima Susanna mozartiana, rende lievemente fissa l'emissione, per simulare un timbro fanciullesco, e ci riesce alla grande, cesellando un fraseggio semplice e stupefatto, senza manierismi da dama travestita.

E Genevieve con Christa Ludwig trova un'interprete sensibile, mai a disagio con la prosodia nella difficile pagina della lettura della lettera di Pelleas, con un aplomb dell'intonazione che fa onore alla sua fama di fuoriclasse per nulla appannata.
Il cast è completato dal funzionale Medico di Rudolf Mazzola.

Sintesi: un'esperienza da fare, per chi ha paure e pregiudizi sul Pelleas et Melisande.

@Ives @Majaniello @Snorlax @Rinaldino

Grazie per la dedica, Wittels. Pensa che per quel che riguarda il Pelléas io sono ancora legatissimo a questa vecchia incisione:

81VZP0acwCL._SL1024_.jpg...il cast parla da solo, ma a lasciarmi sempre di stucco è quel raffinatissimo artista che è stato Camille Maurane, cantante che io trovo di sensibilità unica e irripetibile, in questo ruolo forse ancor più persuasivo del grande Jansen con Désormière...

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17 ore fa, Snorlax dice:

Grazie per la dedica, Wittels. Pensa che per quel che riguarda il Pelléas io sono ancora legatissimo a questa vecchia incisione:

81VZP0acwCL._SL1024_.jpg...il cast parla da solo, ma a lasciarmi sempre di stucco è quel raffinatissimo artista che è stato Camille Maurane, cantante che io trovo di sensibilità unica e irripetibile, in questo ruolo forse ancor più persuasivo del grande Jansen con Désormière...

Non credevo la conoscessi! 😮

Io non la conosco comunque, non di persona almeno.

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'nsomma :stun: La direzione è slentatissima, l'orchestra un disastro. Cast interessante solo dal punto di vista storico per i vociomani, Roux era un bel baritono. Mi terrei alla larga dalle edizioni storiche, quelle pre-Boulez, che ne fanno troppo un totem simbolista, sfumato e diafano. La sorpresa per fare gli alternativi? Kubelik...

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Oppure una delle rarissime sortite di Dutoit nell'opera lirica:

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4 ore fa, Wittelsbach dice:

Io in discoteca, senza averle ancora sentite, ho appunto Boulez (descritto come molto chiaro ma anche freddino) e le due di Ansermet (di cui si dicono essere invece piantate nella tradizione).

Non ho mai sentito Boulez, però ne ho letto parecchio su questa incisione. Penso sia quella edizione cui accenna Stravinsky nel 1969 nelle sue memorie senza citare il direttore e criticandola molto. Più che fredda, dicono sia "spietata" e geometrica, per l'epoca fu una specie di rivoluzione perché abbandona ogni sonorità morbida e decadente.

4 ore fa, Ives dice:

Oppure una delle rarissime sortite di Dutoit nell'opera lirica:

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Direttore usato pochissimo in teatro e a volte pure male. Una volta ascoltai una diretta alla radio francese del Re Ruggero in forma oratoriale, una edizione magnifica! Peccato non abbia mai insisto oltre con Szymanowski (a parte un cd inciso a fine carriera discografica), secondo me un autore nelle sue corde. Pélleas mi pare pane per i suoi denti, in effetti quel disco ha ottima critica.

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6 ore fa, Ives dice:

'nsomma :stun: La direzione è slentatissima, l'orchestra un disastro. Cast interessante solo dal punto di vista storico per i vociomani, Roux era un bel baritono.

Come slentata?!:o

Fournet ha un passo drammaturgico felicissimo, e sta alla larga dal solito Debussy pastellato e aereo a cui ci hanno abituato interpreti più moderni. Come già ho ripetuto, io amo moltissimo la peculiare timbrica delle orchestre francesi - per dirla con le parole di @Madiel, altro che suono morbido e decadente! - e, diciamola tutta, stavolta malgré moi sono io più HIP di te, perché credo proprio che il carattere delle orchestre d'oltralpe ai tempi di Debussy fosse del tutto simile a quello che si ritrova in queste registrazioni. :rolleyes:

Un'altro da ascoltare assolutamente è Inghelbrecht:

 

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4 ore fa, Snorlax dice:

Come slentata?!:o

Fournet ha un passo drammaturgico felicissimo, e sta alla larga dal solito Debussy pastellato e aereo a cui ci hanno abituato interpreti più moderni. Come già ho ripetuto, io amo moltissimo la peculiare timbrica delle orchestre francesi - per dirla con le parole di @Madiel, altro che suono morbido e decadente! -

Sopra spero di non aver scritto una scemenza, anche perché sono la persona meno indicata per parlare di Debussy, autore che mi sta cordialmente antipatico, e di Pélleas in particolare - che non sono mai riuscito a finire, confesso la mia impotenza di ascoltatore e la mia totale ignoranza. Detto questo, quanto scrive Ives però sembra essere vero. In effetti, ho sempre letto anche io che la tradizione esecutiva concepiva Debussy fin dall'inizio con qualcosa di decadente, morbido, caldo e avvolgente - lo scrivo in soldoni per farmi capire - in una parola sola, noioso. Il primo a uscire da questo cliché fu proprio Boulez alla fine degli anni sessanta e poi con le successive incisioni degli anni settanta. All'epoca fu considerata un'autentica rivoluzione concettuale, e dev'esserlo stata senz'altro se il suo clamore è arrivato fino ad oggi - una cosa analoga avvenne per il coevo Parsifal. Poi, che ci siano stati dei casi isolati in precedenza che avevano indicato una via diversa, tutto può essere... Fournet è stato un direttore di un certo ingegno. Riguardo alle vecchie orchestre francesi, mi sento di concordare con Ives in linea di massima, a volte erano proprio scalcagnate.

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13 ore fa, Madiel dice:

Non ho mai sentito Boulez, però ne ho letto parecchio su questa incisione. Penso sia quella edizione cui accenna Stravinsky nel 1969 nelle sue memorie senza citare il direttore e criticandola molto.

 

L'incisione di Boulez fu registrata fra il dicembre 1969 e il gennaio 1970. Difficile che Stravinsky potesse scriverne nel 1969. A meno che non sapesse (come ben può essere) del progetto dell'incisione e avesse già sentito la versione di Boulez al Convent Garden o per radio e quindi nel parlasse comunque con cognizione di causa.

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13 ore fa, Snorlax dice:

Come già ho ripetuto, io amo moltissimo la peculiare timbrica delle orchestre francesi - per dirla con le parole di @Madiel, altro che suono morbido e decadente! - e, diciamola tutta, stavolta malgré moi sono io più HIP di te, perché credo proprio che il carattere delle orchestre d'oltralpe ai tempi di Debussy fosse del tutto simile a quello che si ritrova in queste registrazioni. :rolleyes:

 

 

8 ore fa, Madiel dice:

Riguardo alle vecchie orchestre francesi, mi sento di concordare con Ives in linea di massima, a volte erano proprio scalcagnate.

Nella sua entusiastica recensione del box con le incisioni di Markevitch per la Philips, Hurwitz fa un panegirico dell'orchestra Lamoureux (evidentemente miracolata dalla "cura Markevitch" :rolleyes:)

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40 minuti fa, giobar dice:

 

Nella sua entusiastica recensione del box con le incisioni di Markevitch per la Philips, Hurwitz fa un panegirico dell'orchestra Lamoureux (evidentemente miracolata dalla "cura Markevitch" :rolleyes:)

Io rimango del parere di Bülow, non esistono cattive orchestre, ma cattivi direttori.

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Comunque qualcuno di voi mi sta dando un bell'assist: al giorno d'oggi, se è accettabile ascoltare il Pelléas di Boulez o di Abbado, allora dovrebbe essere altrettanto accettabile ascoltare il Bach di Mengelberg o di Furtwangler. E la mia non vuol essere assolutamente una provocazione.

Si sta dicendo: teniamoci alla larga dalle registrazioni storiche, quando quelle registrazioni sono proprio le ultime testimonianze della prassi e dell'estetica dei tempi del compositore in questione, e, in qualche caso, sono pure dirette da artisti che con Debussy ci hanno strettamente collaborato (vedi Inghelbrecht, che assistette pure alla prima del Pelléas, e che intorno al quale scrisse pure una sorta di guida all'esecuzione). E non c'è dubbio che gli strumenti usati dalle orchestre francesi fino agli inizi degli anni '70 siano stati piuttosto simili - se non identici - a quelli usati alla fine del secolo decimonono.

A me la cosa non fa problema - perché io trovo le vecchie registrazioni francesi semplicemente più persuasive alle mie orecchie - ma, al contrario, la cosa dovrebbe instillare qualche dubbio per chi ragiona secondo presupposti di tipo filologico, perché di fatto, sta rigettando quanto di più fedele a quelle che sono le intenzioni (e non solo) - chiamamole così per semplicità - dello stesso compositore.

A meno che non si intenda il movimento HIP non come la prioritaria ricerca di un'antica verità, o, più modestamente, di una verosomiglianza storica, ma come un'altra cosa, che va ben al di là di questa (falsa?) priorità.

P.s. Mi scuso con @Wittelsbach per l'off topic.:sorry:

P.p.s. @Madiel, prima ti ho citato non in maniera polemica, ma soltanto perché quelle tue parole riassumevano al meglio quello che mi interessava dire...

 

 

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Le edizioni retrò sono pure interessanti dal punto di vista storico, ma fortemente limitate a una concezione dell'opera di Debussy come oratorio impressionista/liberty che più non si può, come musica a programma con voci. Ovviamente, i vecchi direttori francesi ci andavano a nozze: declamazione rigidissima dove nessuno esprime qualcosa, vaghezza strutturale, orchestre prive di contrasti e sonorità avvolte da colori nebbiosi e atmosfere decadenti. Insomma, noia mortale. E' vero che Debussy avalla queste scelte, ma a fine carriera è pure stufo di questo impressionismo smorto. Boulez è il primo a farne qualcosa di più vivo, chiaro e analitico (ancora meglio in DVD). L'orchestra finalmente canta e i cantanti pure. Quasi una rivoluzione. Poi arriva Karajan che si riallaccia alla tradizione (cosi come Kubelik) ma lo fa nel solco del teatro: senza mai indugiare in edonismo sonoro, c'è il preziosismo ma è tutto magicamente vivo. Abbado fa il capolavoro: coniuga il micro-dettaglio alla Boulez, il senso del teatro e del canto vivo, investendo i protagonisti di una luce ancora più moderna e complessa, sono veramente personaggi potentementi reali.

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9 minuti fa, Snorlax dice:

Allora è una questione di gusto!:rolleyes:I tuoi giudizi sono opposti ai miei, ma mi vanno benissimo, dato che si tratta di mere impressioni personali.

Anche, ma non solo. E' quello che la musicologia ha accertato. Poi, ovviamente, l'ascoltatore sente quello che più gli piace. Anche Mengelberg che fa Bach, ci mancherebbe. I francesi, generalmente, e nonostante gli sforzi artistici economici volti a coinvolgere grandi direttori, non hanno mai avuto grandissime orchestre. Che non vuol dire in assoluto che non possa piacere quel sound (o quel suono con un direttore particolare come Markevitch, Martinon o Bernstein).

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37 minuti fa, Snorlax dice:

Scusa se sono pedante Ives, ma cosa avrebbe accertato la musicologia?

Che per almeno 30 anni si è innestata una tradizione esecutiva (anche sulle lettere contradditorie di Debussy) che voleva Pelleas fatto in quel modo: nebbie, sdilinquimenti, decadentismo, pallore, fissità. Si può enunciare qualcosa di similare anche per Carmen, fatta per 40 anni come se fosse una cartolina musicale iberica. E' cosa nota, non credevo di dire qualcosa di nuovo.

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5 ore fa, giobar dice:

L'incisione di Boulez fu registrata fra il dicembre 1969 e il gennaio 1970. Difficile che Stravinsky potesse scriverne nel 1969. A meno che non sapesse (come ben può essere) del progetto dell'incisione e avesse già sentito la versione di Boulez al Convent Garden o per radio e quindi nel parlasse comunque con cognizione di causa.

Sì, infatti hai ragione, la descrizione che ne fa ricorda Boulez, poi chi sa... Il fatto che non sia citato il direttore fa sospettare molto :cat_lol:

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4 ore fa, giobar dice:

Nella sua entusiastica recensione del box con le incisioni di Markevitch per la Philips, Hurwitz fa un panegirico dell'orchestra Lamoureux (evidentemente miracolata dalla "cura Markevitch" :rolleyes:)

Amen ! 

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On 2/10/2021 at 13:21, Ives dice:

Che per almeno 30 anni si è innestata una tradizione esecutiva (anche sulle lettere contradditorie di Debussy) che voleva Pelleas fatto in quel modo: nebbie, sdilinquimenti, decadentismo, pallore, fissità. Si può enunciare qualcosa di similare anche per Carmen, fatta per 40 anni come se fosse una cartolina musicale iberica. E' cosa nota, non credevo di dire qualcosa di nuovo.

E' cosa risaputa, quanto arbitraria e lontana dalla cosiddetta certezza. I musicologi sono come noi, sentono quello che vogliono sentire, e nelle loro ondivaghe certezze sono figli del proprio tempo.

Se dobbiamo tener da conto della fedeltà alle intenzioni - perdonami, semplifico ancora - ha ragione Hurwitz a questo punto: contano di più pochi minuti interpretati da uno stretto collaboratore del compositore che mille pagine di elucubrazioni del musicologo di turno.

Il fatto di trovare questa lettura convincente è un altro discorso, come possono essere più persuasive letture lontane mille miglia dall'orizzonte culturale e artistico di Debussy. E mi pare che le letture proposte da Boulez, Karajan e Abbado non appartengano a quel mondo, ma si siano imposte proprio ricercando nuove vie. Vie infedeli, ma che sicuramente hanno saputo rinverdire la tradizione esecutiva del capolavoro teatrale debussyano, convincendo alcuni, lasciando perplessi altri. Ma l'innesto è loro, mica è di Inghelbrecht.

 

 

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19 minuti fa, superburp dice:

Discorso interessante. Tempo fa pensavo a Vita d'eroe di Strauss, che esiste sia registrato dallo stesso Strauss che da Mengelberg (a cui era stato dedicato), con risultati molto diversi. A chi si dovrebbe dare retta?

Un bel problema! Immaginati cosa succede con le partiture novecentesche... Certi musicisti mi hanno riferito che durante le prove neanche il compositore di turno era sicuro di ciò che aveva scritto e non sapeva bene come farlo eseguire (non alludo a musica aleatoria o semi-aleatoria). E posso testimoniare, per esperienza diretta, che a volte i compositori hanno dei gusti abbastanza discutibili riguardo alle preferenze accordate a specifiche registrazioni in disco. Mi ricordo sempre una discussione che ebbi con X: io lodavo una specifica incisione fatta con una orchestra di provincia, lui un'altra con un direttore e orchestre più famosi. Lui diceva che era suonata meglio, proprio nel senso di esecuzione, io obiettavo che quella esecuzione non coglieva affatto l'essenza del pezzo e che appariva "gelida" nel suo perfezionismo. Insomma, la guerra tra il cuore e la ragione. La cosa buffa è che potremmo aver avuto ragione (o torto) entrambi! :cat_lol:

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22 minuti fa, superburp dice:

Discorso interessante. Tempo fa pensavo a Vita d'eroe di Strauss, che esiste sia registrato dallo stesso Strauss che da Mengelberg (a cui era stato dedicato), con risultati molto diversi. A chi si dovrebbe dare retta?

...ah io appartengo al Team Willem di sicuro!:party:

3 minuti fa, Madiel dice:

E posso testimoniare, per esperienza diretta, che a volte i compositori hanno dei gusti abbastanza discutibili riguardo alle preferenze accordate a specifiche registrazioni in disco.

A Messiaen andavano bene tutti. Non ho un suo disco che non abbia una foto che lo ritragga sorridente con gli esecutori. E non sempre sono registrazioni imprescindibili...:mellow:

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19 minuti fa, Madiel dice:

Un bel problema! Immaginati cosa succede con le partiture novecentesche... Certi musicisti mi hanno riferito che durante le prove neanche il compositore di turno era sicuro di ciò che aveva scritto e non sapeva bene come farlo eseguire (non alludo a musica aleatoria o semi-aleatoria). E posso testimoniare, per esperienza diretta, che a volte i compositori hanno dei gusti abbastanza discutibili riguardo alle preferenze accordate a specifiche registrazioni in disco. Mi ricordo sempre una discussione che ebbi con X: io lodavo una specifica incisione fatta con una orchestra di provincia, lui un'altra con un direttore e orchestre più famosi. Lui diceva che era suonata meglio, proprio nel senso di esecuzione, io obiettavo che quella esecuzione non coglieva affatto l'essenza del pezzo e che appariva "gelida" nel suo perfezionismo. Insomma, la guerra tra il cuore e la ragione. La cosa buffa è che potremmo aver avuto ragione (o torto) entrambi! :cat_lol:

Basti pensare che un grande compositore come Mahler qualche correzione la apportava alla partitura dopo averla provata dal vivo (e lui sapeva più che destreggiarsi nella direzione).

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48 minuti fa, Snorlax dice:

A Messiaen andavano bene tutti. Non ho un suo disco che non abbia una foto che lo ritragga sorridente con gli esecutori. E non sempre sono registrazioni imprescindibili...:mellow:

Anche a Dutilleux ! :cat_lol: Non è da escludere che il vecchio Olivier abbia cambiato idea nel tempo, ma ho qualche ragionevole dubbio....

 

34 minuti fa, superburp dice:

Basti pensare che un grande compositore come Mahler qualche correzione la apportava alla partitura dopo averla provata dal vivo (e lui sapeva più che destreggiarsi nella direzione).

Infatti! Le partiture moderne d'avanguardia sono complicatissime e posso anche capire i problemi che sollevano durante l'esecuzione. Però, diamine, se neanche il compositore sul podio sa dare indicazioni precise ai musicisti c'è da preoccuparsi... :ninja:

Un paio di esempi dei problemi correnti con certa musica (Ferneyhough, "Nuova complessità"): 

Cassandra's dream song from Brian Ferneyhough | buy now in the Stretta  sheet music shop

 

Lemma-Icon-Epigram from Brian Ferneyhough | buy now in the Stretta sheet  music shop

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