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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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2 ore fa, giobar dice:

Affermazione che mi era sfuggita alla prima lettura della recensione. Se ti manca Rusalka, rimedia al più presto perché è proprio bella.

 

9 minuti fa, Wittelsbach dice:

È nei radar...

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Renée 🥰

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Gorge dei sogni, o Gorge il sognatore: questo è il senso del titolo dell'opera di Zemlisnky, dalla storia esecutiva alquanto travagliata. Fu pronta già nel 1906, e Mahler, all'epoca direttore musicale dell'Opera viennese e non ancora sedotto dalla fidanzata di Zemlinsky (la famigerata Alma Schindler), l'aveva messa in cartellone per farla debuttare. Mahler però diede poco dopo le dimissioni, e il successore, Weingartner, riscrisse il cartellone di sana pianta, escludendo Tramgorge. L'opera allora sembrò essere dimenticata anche dallo stesso autore, tanto che tornò alla luce solo nel 1980, a Norimberga, dopo essere stata casualmente rinvenuta in un archivio.
C'è di che essere grati, a chi la ripescò.
E' un'opera che, musicalmente, è un mezzo manifesto della società viennese di quell'epoca, uno dei crogioli culturali più interessanti che io conosca.
L'intreccio viene da un paio di fonti della fiabistica romantica, e qui è riassunto a grandissime linee:

Cita

Atto primo. Nonostante le pressioni di Grete, sua promessa sposa, il giovane Görge non riesce a vincere il suo temperamento comtemplativo e vive immerso nei libri e nei sogni a occhi aperti.

Atto secondo. Deciso a ritrovare un’immagine apparsagli durante le sue fantasticherie, Görge parte per il vasto mondo, dove incontrerà la dolce Gertraud, ingiustamente accusata di stregoneria.

Epilogo. La coppia di idealisti torna nel paese natale di Görge, si sposa e fonda una scuola, mentre Grete, che con Görge si annoiava un po’ troppo, si è riconciliata da tempo con il suo primo amore, Hans.

Una vera fiaba alla fratelli Grimm, solo un poco più seriosa. Ed è davvero notevole come Zemlinsky decide di musicarla. Tutti i versi sono avvolti da sonorità, armonie e timbri che rievocano pienamente lo Jugendstil viennese: cromatismi, impasti preziosi, atmosfere stranissime, che calzano particolarmente ai momenti di delirio onirico del protagonista. L'opera oltretutto è molto teatrale, agile nell'impianto, mai e poi mai noiosa. Chissà cosa ne trarrebbe un regista moderno...

Qui se non altro abbiamo la musica, sovranamente interpretata.
James Conlon, all'epoca (1999), era con tutta probabilità il massimo interprete vivente a interessarsi non episodicamente in Zemlinsky: coi complessi della Gurzenich di Colonia, per Emi ha registrato l'integrale delle musiche orchestrali, vocali e corali, e in più tre delle sue opere liriche. Quest'esecuzione dal vivo ne conferma l'affinità. La sua direzione è tutta una successione finissima di fili dorati e damascati, rievocazione quasi ideale del colorismo di un Klimt, ma mai appesantita. Si crea così un clima di rarefatta distanza, capace di trasportarci nella dimensione atemporale che hanno sempre le vere fiabe, seppure senza mancare di incandescenza quando la partitura lo richiede. Eccellenti i complessi di Colonia.

Il cast ha la gran ventura di essere formato da eccellenti cantanti e ottimi attori. David Kuebler, americano di 52 anni, era tenore dal vasto repertorio e dai molteplici interessi, dallo Jaquino di Fidelio (suo battesimo discografico con Solti, 1979) a Rossini e al repertorio statunitense moderno. Qui si rivela perfetto per il vaneggiare di Gorge, a cui presta accento sensibilissimo e sfumato e buona capacità di cantare in modo sommesso, seppure la vibrazione di suono e l'incisività dei momenti più arroventati non sia da meno.

Ma ancora meglio è l'ardente Gertraud di un'altra americana, Patricia Racette: esaltata, vigorosa ma anche capace di subitanei ripiegamenti, la sua interpretazione è scavata al millesimo, ma sempre spontanea. E la scrittura vocale, abbastanza ardua, è superata con suoni pieni, luminosi e molto belli, con un volume di tutto rispetto.

Di minor impegno la parte della più liliale ma un po' viperina Grete: la bella costaricana Iride Martinez la rende tutta in chiave lirica, anche lei in grado di chiaroscurare le frasi con abilità, assistita da una voce dolcissima.

Le altre parti, numerose, sono tutte di minor conto. Tuttavia, si ascolta volentieri il cesello di Andreas Schmidt nei panni del "rivale" (ma di buon cuore) Hans. Michael Volle, che è l'Hans Sachs degli anni 2010, un decennio prima staglia una torreggiante e inquietante raffigurazione di Kaspar, quello che accusa spietatamente Gertraud di stregoneria. Tutti gli altri sono ottimi, con l'eccezione del Mugnaio, babbo di Grete: Zelotes Edmund Toliver, altro americano, ha una voce inchiostrosa da basso che ricorda quella di Simon Estes, e teatralmente è piuttosto semplicista. Niente di grave!

@Ives @Madiel @Snorlax @Majaniello

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Conosco (ho il disco di Albrecht, anche lui interprete di vaglia del viennese) anche se non amo molto il genere favolistico di primo 900, però la ricordo come un'opera molto raffinata, in cui si riconosce subito la finezza strumentale e la sinuosa vena melodica di Zemlinsky.

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On 15/10/2020 at 16:30, Ives dice:

Conosco (ho il disco di Albrecht, anche lui interprete di vaglia del viennese) anche se non amo molto il genere favolistico di primo 900, però la ricordo come un'opera molto raffinata, in cui si riconosce subito la finezza strumentale e la sinuosa vena melodica di Zemlinsky.

 

Compositore per me da approfondire parecchio, tantopiù che amo alla follia quel momento storico.

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Fu questa la prima opera di grande successo di Stanislaw Moniuszko. Senz'altro positiva la presenza a catalogo di questa registrazione, che a oggi su jpc è reperibile a prezzo conveniente, e che riproduce una serata del 14 ottobre 1986 a Varsavia, con la Cortina di ferro che sarebbe caduta dopo pochi anni. Chissà se l'immaginavano... Comunque sentirete un pubblico applaudire ed esaltarsi, e per due buone ragioni. La prima è che Moniuszko è considerato autore nazionale per eccellenza: in quasi tutte le sue opere sono presenti messaggi più o meno trasfigurati di ribellione alle autorità russe che si erano insediate in Polonia dopo il Congresso di Vienna, rendendola in pratica uno stato vassallo del regno zarista. La cosa ai polacchi piaceva poco o nulla, va da sé. La seconda è che questa recita è davvero bella per i valori esecutivi e teatrali messi in campo.

Nell'opera succede questo:

Cita

In casa del nobile Stolnik si celebra il fidanzamento della figlia Zofia con il giovane e nobile Janusz. Il giovane ode una voce lontana: è Halka, una contadina che egli ha sedotto e abbandonato. Rimasto solo, giunge Halka e gli chiede quali siano le sue intenzioni; Janusz tergiversa, e promette un incontro nel quale spiegherà tutto. Halka, nel giardino di casa Stolnik, attende Janusz. Arriva intanto Jontek – un montanaro di lei innamorato – che la mette in guardia sulla falsità di Janusz, e la prega di ritornare al villaggio; giunge Janusz, e Halka gli comunica d’essere il padre del bambino. Si raduna la folla, ma Janusz sostiene che Halka è matta, e ordina al servo Dziemba di portarla altrove. Nella piazza del villaggio giunge il corteo nuziale, per le nozze di Janusz e Zofia; Jontek tenta ancora di convincere Halka a dimenticare Janusz, ma ella si dichiara ancora innamorata. Mentre la cerimonia è in corso, Halka decide di dar fuoco alla chiesa, ma viene meno al suo proposito: ricorda il suo bambino morto d’inedia e, sconvolta dal dolore, si getta da un precipizio raccomandando la propria anima a Dio. Il finale è ambiguo, poiché mentre Jontek racconta a Janusz la morte di Halka, il servo Dziemba invita i villici a intonare una preghiera per i propri padroni; non è chiaro se si tratti di volontà dell’autore o del censore.

Probabilmente, i "padroni" erano proprio i russi. L'opera andò in scena la prima volta a Vilnius nel 1854. Due anni dopo, o poco più, l'autore l'ampliò, aggiungendo parecchie danze e ballabili. E sono questi a dare il carattere polacco principale: la Polacca e la Mazurka del Primo Atto e la danza dei Gorali (guardate qui chi sono) al Terzo sono tra i momenti più belli e vividi di un'architettura che ha chiare fondamenta italiane. Vero è che queste danze non sono ancora oggetto del ripensamento e della vera e propria trasfigurazione a cui le sottopose uno Chopin, ma Moniuzsko semplicemente traspose la musica che sentiva da piccolo, a casa e fuori, con orecchio fedele e amore smisurato. Siamo circa trent'anni prima di Dvorak, e dunque la drammaturgia è meno avanzata, non è ancora arrivata ai modelli "continui" tardo-ottocenteschi. Dunque ci sono recitativi, arie e cavatine del tutto tradizionali. Tutto è musicato con robusta presa teatrale. Una notazione: questa trama che ho ricuperato su internet parla del "giardino di casa Stolnik". Ciò è errato: "stolnik" non è un nome proprio, ma un titolo nobiliare, come conte o marchese.

L'esecuzione polacca in oggetto si giova d'una orchestra, quella del Teatro di Varsavia, che esegue tutto con impeto, brillantezza e cantabilità sotto la direzione di Robert Satanowski, un ex graduato militare che si convertì alla musica, facendo una brillante carriera in patria. Qualche occasionale imprecisione degli strumenti si può perdonare, visto e considerato che siamo dal vivo e oltretutto in una sola serata, dunque con l'impossibilità di fare montaggi di più materiale. Di spessore il coro guidato da Bogdan Gola.

Il cast contempla vari mostri sacri della Polonia dell'epoca. Ne deriva che Janusz, ruolo baritonale, è ricoperto da una gloria come Andrei Hiolski. Il che comporta qualche problema: Janusz sarebbe un giovane, mentre Hiolski non lo era affatto. Dunque, le coordinate interpretative vengono in parte mutate: lo Janusz di Hiolski, qui, pone molto più l'accento su un'umanità da padre nobile verdiano che è molto bella da sentire e da intendere, ma non so quanto sia appropriata, anche se innegabilmente dona profondità al personaggio. Dal lato vocale, viceversa, nessun dubbio: la voce è ancora in salute, lievemente nasale a volte, ma solida a tutte le quote e di colore tuttora bello.

Nessun equivoco invece per il montanaro Jantek: a prendersene carico è il caro Wieslaw Ochman, che ne fa l'ennesimo bel ritratto di una galleria personale molto nutrita. Intanto, canta bene, con solidità, con sicurezza negli acuti e con grande morbidezza ovunque: in tal caso, le arie del Secondo e del Quarto atto sono tutte pezzi squisiti. Poi, la dimensione umana e sentimentale del giovane viene fuori con autenticità da un accento particolarmente probante.

L'accento è la chiave che Barbara Zagorzanka ha per emergere. Lo dico perché la voce è bella e generosissima, oltre che di un colore idoneo alla parte. Tuttavia, gli acuti sono affetti da un vibrato alquanto eccessivo. Lì rimedia l'interprete: la Halka della cantante polacca non è mai remissiva o generica, bruciando viceversa di un fuoco interiore che ne illumina anche le parentesi più riflessive e patetiche.

Ricca, ampia e senza difetti, forse fin troppo, si rivela la voce di Ryszarda Racewicz, la malcapitata Zofia. Autorevole e sicuro il basso Jerzy Ostapiuk come Stolnik perfettamente credibile. Ottimo il cast minore, in cui faccio bene a citare l'ambiguo Dziemba, il maggiordomo dello stolnik, di Marek Woichiechowski.

Curata come al solito l'edizione della Cpo, che presenta saggi, trama e libretto integrale: quest'ultimo, con la stranezza dell'assenza del testo originale polacco, sostituito dai soli tedesco e inglese, tra l'altro non a fronte ma uno in fila all'altro.

@giobar probabilmente ti piacerebbe, ma chiamo in causa anche @Majaniello e @Snorlax, che credo non conoscano l'autore

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38 minuti fa, Wittelsbach dice:

Compositore per me da approfondire parecchio, tantopiù che amo alla follia quel momento storico.

Ascolta la puntata di Wikimusic su Zemlinsky trasmessa da Radiotre proprio oggi, è anche scaricabile: https://www.raiplayradio.it/audio/2020/10/WIKIMUSIC-Alexander-Zemlinsky-5f455636-d69b-49e6-98f5-2abcba5434d6.html

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5 minuti fa, Wittelsbach dice:

@giobar probabilmente ti piacerebbe

Credo anch'io. Di Moniuszko ho un bel disco, sempre CPO, con un po' di ouvertures, anche quella di Halka, ancora con Satanowski ma alla guida di un'orchestra di Bydgoszcz

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8 minuti fa, giobar dice:

Ascolta la puntata di Wikimusic su Zemlinsky trasmessa da Radiotre proprio oggi, è anche scaricabile: https://www.raiplayradio.it/audio/2020/10/WIKIMUSIC-Alexander-Zemlinsky-5f455636-d69b-49e6-98f5-2abcba5434d6.html

Lo farò senza meno. Incredibile, mi leggono nel pensiero! 😮

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Der Schatzgraber, ossia il Cercatore di Tesori: è questa l'ultima opera di Schreker che ho ascoltato.
Ed è quella di uno Schreker alquanto "normalizzato" rispetto a quello che di lui conoscevo.
Andata in scena a Francoforte nel 1920, questa simpatica fiaba, benché come sempre arricchita di qualche scena scabrosetta, musicalmente si mostra piuttosto superciliosa e sofisticata rispetto alle contorsioni malsane di Irrelohe o Flamme.

L'intreccio è il seguente:

Cita

Prologo. La regina giace ammalata, poiché le sono stati sottratti i suoi gioielli, che le garantiscono bellezza e fertilità; il buffone consiglia al re di rivolgersi al cantore girovago Elis, in grado di trovare tesori nascosti col suo liuto; se Elis avrà successo, il buffone avrà come premio una donna.

Atto primo. Els chiede al giovane nobile con cui suo padre, l’oste, vuole maritarla l’indomani, di procurarle una collanina d’oro con cinque smeraldi da un gioielliere della città; odiando lo sposo, Els lo fa assassinare, come i suoi due predecessori, da Albi, che la ama disperatamente, onde entrare in possesso anche dell’ultima parte del tesoro della regina, di cui ha frattanto ottenuto i gioieli tramite i suoi fidanzati. Giunge Elis alla festa all’osteria; ma la sua canzone piace solo a Els, innamoratasi di lui; egli le dona allora una collanina, che aveva trovato nel bosco. Albi finge di aver scoperto il cadavere del giovane nobile; il balivo, innamorato anch’egli di Els, arresta Elis, sospettato dell’assassinio.

Atto secondo. Il buffone, che non è ancora riuscito a trovare Elis, lo incontra sotto la forca cui egli è stato condannato; saputo del pericolo, il buffone avverte il re, il cui messaggero salva il cantore nell’ultimo minuto. Els viene a sapere che Elis è stato incaricato di trovare il tesoro della regina; disperata, poiché sarà scoperta, chiede ad Albi di rubare a Elis il liuto magico.

Atto terzo. Elis torna da Els, che è triste a causa della perdita del suo strumento; per amore Els gli consegna il tesoro da riconsegnare alla regina, a condizione che egli non le chieda nulla della sua provenienza e di fidarsi di lei, che gli si concede.

Atto quarto. Durante la festa a corte per la riacquistata salute della regina, Elis, richiesto di raccontare come è riuscito a impossessarsi del tesoro senza il suo liuto, allude alla fiaba di Ilse; ma ricordandosi della notte d’amore passata con Els, ora una donna distrutta a causa della perdita dei gioielli, chiede violentemente indietro il tesoro. Prima che la situazione possa precipitare, il balivo, che ha arrestato Albi, estorcendogli la confessione circa la mandante dei delitti, accusa Els. Ma il buffone chiede al re di consegnargli una donna, come promesso, scegliendo Els; Elis non li trattiene. Nell’epilogo Elis, chiamato dal buffone, giunge da Els, morente, cui canta un’ultima ballata.

Questo pudico riassunto omette di dire che Els, quando "si concede", si spoglia completamente, indossando solo i famigerati gioielli. Bene o male, comunque, la storia è questa, ambientata in epoca medievale.
In luogo del decadentismo, qui Schreker sceglie la via della iperraffinatezza: accordi intellettualoidi, impasti strumentali sofisticatissimi ed elitari, pseudoimpressionismi per ogni dove. Insomma: potremmo dirsi che gioca a fare il radical chic, abbandonando l'autenticità sfatta e decadente che illuminava i suoi lavori precedenti e che costituiva la sua cifra personale. Ma il clima in Europa stava cambiando: probabilmente il decadentismo non "tirava" più tanto. Sembra che quest'opera, all'epoca, fosse piaciuta parecchio. Viceversa, più avanti venne quasi negletta.

Tra le sparute riproposte, ci fu quella dell'opera di Amburgo del 1989. Proprio da due recite della serie, il 24 maggio e il 2 giugno, arriva il materiale sonoro che compone questa registrazione edita dalla Capriccio e da qualche tempo ristampata con questa nuova Copertina, purtroppo ancora una volta senza libretto. Edizione dal vivo dunque: cosa che si percepisce dai numerosi rumori di scena, e dal personaggio della Regina, a cui il compositore non assegna un ruolo musicale ma che si vede in scena nell'ultimo atto, e qui se ne avverte la presenza perché elargisce ridicole sghignazzate in tutta la sua prima scena. Il livello tecnico è comunque buono.

Musicalmente, occorre ringraziare Gerd Albrecht anche solo per averci consentito di fruire di questa musica: lui, come sempre, era in prima fila nel recupero di partiture desuete e dimenticate. Pure, la sua direzione è, nel Primo Atto, grigia, grammaticale, cupa e spenta. Con le scene di massa (l'impiccagione) del Secondo Atto, la temperatura aumenta e qualche buon momento è conseguito. Tuttavia, quella di Albrecht è una lettura troppo compassata per una musica così, che avrebbe bisogno di un'energia meno superficiale e di un gusto per la miniatura cromatica che il pur appassionato direttore non mostra di avere. L'orchestra e il coro, comunque, si comportano bene, con bel suono, con precisione, con ragguardevole tenuta.

Parlando dei personaggi, ho provato a leggere quel che scrisse Elvio Giudici sulla Els di Gabriele Schnaut: parla di "consueto fraseggio monotono e privo di fantasia". Al che mi dico: doveva essere distrattissimo. Questo perché viceversa la Schnaut è molto varia, ispirata, ricca di gradazioni di accento e intensità nel dipanare le pieghe quasi psicopatiche della sua insana "personaggia". Dove sono più d'accordo, è sulla vocalità: davvero tanti acuti sono risolti con suoni stirati e piuttosto duri. Comunque la voce è morbida, bella e ampia, di bell'impatto.

Più comune la voce del tenore liederista Josef Protschka, che negli anni Ottanta-Novanta ebbe qualche credito teatrale e discografico in Germania. Il timbro non sarà di quelli che si impongono al primo ascolto, ma emissione e tecnica sono pienamente all'altezza di quello che deve fare, con una linea nitida e robusta. In più, l'interprete supera anche la Schnaut per pertinenza sentimentale: il culmine è il convulso Quarto Atto, a cui segue una notevole resa della triste ballata che conclude l'Epilogo.

Il cast maggiore vede Harald Stamm come autoritario e "autocratico" Re dal declamato aspro e possente; e Peter Haage, ben reputato Mime, un po' sfocato ad alta quota, ma capace di essere un Buffone di Corte svagato, intelligentissimo, guizzante.

Tra gli altri, un po' troppo generico il sicario Albi del pur buon tenore schrekeriano Heinz Kruse. Ottimi invece il Balivo (funzionario) Hans Helm, il Giovane Nobile di Franz Ferdinand Nentwig e soprattutto il Conte e l'Araldo del luminoso baritono Urban Malmberg.

@Madiel @Snorlax

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24 minuti fa, Wittelsbach dice:

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Der Schatzgraber, ossia il Cercatore di Tesori: è questa l'ultima opera di Schreker che ho ascoltato.
Ed è quella di uno Schreker alquanto "normalizzato" rispetto a quello che di lui conoscevo.
Andata in scena a Francoforte nel 1920, questa simpatica fiaba, benché come sempre arricchita di qualche scena scabrosetta, musicalmente si mostra piuttosto superciliosa e sofisticata rispetto alle contorsioni malsane di Irrelohe o Flamme.

L'intreccio è il seguente:

Questo pudico riassunto omette di dire che Els, quando "si concede", si spoglia completamente, indossando solo i famigerati gioielli. Bene o male, comunque, la storia è questa, ambientata in epoca medievale.
In luogo del decadentismo, qui Schreker sceglie la via della iperraffinatezza: accordi intellettualoidi, impasti strumentali sofisticatissimi ed elitari, pseudoimpressionismi per ogni dove. Insomma: potremmo dirsi che gioca a fare il radical chic, abbandonando l'autenticità sfatta e decadente che illuminava i suoi lavori precedenti e che costituiva la sua cifra personale. Ma il clima in europa stava cambiando: probabilmente il decadentismo non "tirava" più tanto. Sembra che quest'opera, all'epoca, fosse piaciuta parecchio. Viceversa, più avanti venne quasi negletta.

Tra le sparute riproposte, ci fu quella dell'opera di Amburgo del 1989. Proprio da due recite della serie, il 24 maggio e il 2 giugno, arriva il materiale sonoro che compone questa registrazione edita dalla Capriccio e da qualche tempo ristampata con questa nuova Copertina, purtroppo ancora una volta senza libretto. Edizione dal vivo dunque: cosa che si percepisce dai numerosi rumori di scena, e dal personaggio della Regina, a cui il compositore non assegna un ruolo musicale ma che si vede in scena nell'ultimo atto, e qui se ne avverte la presenza perché elargisce ridicole sghignazzate in tutta la sua prima scena. Il livello tecnico è comunque buono.

Musicalmente, occorre ringraziare Gerd Albrecht anche solo per averci consentito di fruire di questa musica: lui, come sempre, era in prima fila nel recupero di partiture desuete e dimenticate. Pure, la sua direzione è, nel Primo Atto, grigia, grammaticale, cupa e spenta. Con le scene di massa (l'impiccagione) del Secondo Atto, la temperatura aumenta e qualche buon momento è conseguito. Tuttavia, quella di Albrecht è una lettura troppo compassata per una musica così, che avrebbe bisogno di un'energia meno superficiale e di un gusto per la miniatura cromatica che il pur appassionato direttore non mostra di avere. L'orchestra e il coro, comunque, si comportano bene, con bel suono, con precisione, con ragguardevole tenuta.

Parlando dei personaggi, ho provato a leggere quel che scrisse Elvio Giudici sulla Els di Gabriele Schnaut: parla di "consueto fraseggio monotono e privo di fantasia". Al che mi dico: doveva essere distrattissimo. Questo perché viceversa la Schnaut è molto varia, ispirata, ricca di gradazioni di accento e intensità nel dipanare le pieghe quasi psicopatiche della sua insana "personaggia". Dove sono più d'accordo, è sulla vocalità: davvero tanti acuti sono risolti con suoni stirati e piuttosto duri. Comunque la voce è morbida, bella e ampia, di bell'impatto.

Più comune la voce del tenore liederista Josef Protschka, che negli anni Ottanta-Novanta ebbe qualche credito teatrale e discografico in Germania. Il timbro non sarà di quelli che si impongono al primo ascolto, ma emissione e tecnica sono pienamente all'altezza di quello che deve fare, con una linea nitida e robusta. In più, l'interprete supera anche la Schnaut per pertinenza sentimentale: il culmine è il convulso Quarto Atto, a cui segue una notevole resa della triste ballata che conclude l'Epilogo.

Il cast maggiore vede Harald Stamm come autoritario e "autocratico" Re dal declamato aspro e possente; e Peter Haage, ben reputato Mime, un po' sfocato ad alta quota, ma capace di essere un Buffone di Corte svagato, intelligentissimo, guizzante.

Tra gli altri, un po' troppo generico il sicario Albi del pur buon tenore schrekeriano Heinz Kruse. Ottimi invece il Balivo (funzionario) Hans Helm, il Giovane Nobile di Franz Ferdinand Nentwig e soprattutto il Conte e l'Araldo del luminoso baritono Urban Malmberg.

@Madiel @Snorlax

Ce l'ho ! Registrazione poco entusiasmante, a mio giudizio, un live molto secco, sotto la media tecnica della Capriccio. D'accordo con il resto, gli interpreti principali sono tutti più o meno capaci. Ho l'edizione originale con il libretto -_- Confesso che apprezzo poco e nulla questa opera, la peggiore che conosco di Schreker. Riflette un momento di incertezza dell'autore che, temendo di ripetersi dopo gli straordinari successi di Der Ferne Klang e Die Gezeichneten, tenta una stranissima terza via: trama decadente un po' fuori tempo massimo (siamo nel 1915/1918 !), indagine psicologica di carattere espressionista dei personaggi, musica piena di rimandi concettuali a Wagner e a Debussy, armonia portata alle estreme conseguenze ma tenendosi ancora al sicuro prima di finire nel burrone atonale, orchestrazione pulviscolare e ancora più scintillante di quella di Die Gezeichneten. Nonostante la consueta abilità stregonesca di Schreker, stavolta ci sono troppi elementi opposti che convivono male. Lo stesso autore se ne dev'essere accorto, tanto che nella successiva Irrelohe, che hai già recensito, c'è una radicale semplificazione sintomo di una profonda crisi. 

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2 minuti fa, Madiel dice:

Ce l'ho ! Registrazione poco entusiasmante, a mio giudizio, un live molto secco, sotto la media tecnica della Capriccio. D'accordo con il resto, gli interpreti principali sono tutti più o meno capaci. Ho l'edizione originale con il libretto -_- Confesso che apprezzo poco e nulla questa opera, la peggiore che conosco di Schreker. Riflette un momento di incertezza dell'autore che, temendo di ripetersi, tenta una stranissima terza via: trama decadente un po' fuori tempo massimo (siamo nel 1915/1918 !), indagine psicologica di carattere espressionista dei personaggi, musica piena di rimandi concettuali a Wagner e a Debussy, armonia portata alle estreme conseguenze ma tenendosi ancora al sicuro prima di finire nel burrone atonale, orchestrazione pulviscolare e ancora più scintillante di quella di Die Gezeichneten. Nonostante la consueta abilità stregonesca di Schreker, stavolta ci sono troppi elementi opposti che convivono male. Lo stesso autore se ne dev'essere accorto, tanto che nella successiva Irrelohe, che hai già recensito, c'è una radicale semplificazione sintomo di una profonda crisi. 

Ne convengo! la realtiva brevità dell'opera mi ha aiutato, ma il Primo Atto l'ho trovato discretamente micidiale, paludoso. Alla fin fine, l'onesto Albrecht non credo abbia chissà quali colpe. Non sapevo che nella vecchia pubblicazione ci fosse il libretto!

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On 20/10/2020 at 17:49, Wittelsbach dice:

Ne convengo! la realtiva brevità dell'opera mi ha aiutato, ma il Primo Atto l'ho trovato discretamente micidiale, paludoso. Alla fin fine, l'onesto Albrecht non credo abbia chissà quali colpe. Non sapevo che nella vecchia pubblicazione ci fosse il libretto!

C'è in tutte le vecchie edizioni Capriccio. Della stessa serie "antica" ho anche Der Ferne Klang, sempre con Albrecht.

Sì, credo anche io che pur con diversi interpreti ci sia poco altro da valorizzare. Secondo me è un lavoro di transizione, con tutti i (pochi) pregi e i (molti) difetti. Penso che Schreker avesse capito che continuando per la strada intrapresa nel 1912, una via di mezzo tra Wagner, Puccini e Debussy, sarebbe finito in territori per lui difficili. Pur frequentando Schoenberg e altri avanguardisti tedeschi, era intimamente ostile a quel tipo di modernità e non voleva trarre determinate conseguenze armoniche dal suo linguaggio - pure avanzatissimo per l'epoca. Era un decadente a tutto tondo. La mazzata, però, gli arrivò subito dopo il 1920 quando cambiò radicalmente il gusto del pubblico tedesco e iniziarono a farsi strada linguaggi più audaci (il Wozzeck, per esempio, che tanto lo turbò). A quel punto fu inevitabile abbandonare il vecchio linguaggio, o almeno tentare di modificarlo. Ci fu l'esperimento modernista della geometrica "kammeroper" Christophorus (1928), forse la sua opera concettualmente più geniale, e poi il riassunto di un'epoca nella nostalgica e "straussiana" fiaba Der Schmid von Gent (1932). Interessante notare che al momento della scomparsa stava scrivendo un Memnon, su soggetto classico! 

P.S. Menziono ancora una volta queste due opere tarde di Schreker non per ripetermi, ma per spronarti a fare un paio di recensioni appetitose :cat_lol:

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