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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Io tempo fa inseguivo l’edizione con Kurt Moll nei panni di Morosus (forse quella diretta da Steinberg) ma era irreperibile e credo che la situazione non sia cambiata.

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No, mi spiace, ma questi titoli straussiani mi ammorbano. Qui c'è indubbiamente la qualità del libretto di Zweig e alcuni gioielli musicali.

Un altro pacco, per me, è Die Liebe der Danae. :wacko:

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19 ore fa, Madiel dice:

No, non è proprio tra le mie preferite, tanto che non avevo mai approfondito veramente al di là dell'edizione in cd che ho disponibile. L'ascolto raramente, l'ultima volta alcuni anni fa, a differenza di Friedenstag o Daphne che riprendo di continuo, le opere tarde straussiane che apprezzo di più. Dato che non ho mai sentito altre edizioni o dei live, ero convinto che Sawallisch avesse diretto una integrale :D Nella mia collezione straussiana non esistono i tagli!

Ah quindi dovrai rimediare! :girl_cray2:

18 ore fa, superburp dice:

La donna silenziosa l'ho ascoltata forse solo una volta, ma ne ho un ottimo ricordo. Purtroppo è l'edizione di Böhm che ho scoperto qui essere tagliuzzata... Dovrò rimediare.

Pure tu... Rimediano tutti!

 

8 ore fa, Ives dice:

No, mi spiace, ma questi titoli straussiani mi ammorbano. Qui c'è indubbiamente la qualità del libretto di Zweig e alcuni gioielli musicali.

Un altro pacco, per me, è Die Liebe der Danae. :wacko:

Di quest'ultima ne avevamo parlato insieme. Eri possibilista sulla pioggia di monete, io ero ben più critico... L'Amore di Danae non mi piace proprio.

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On 16/2/2020 at 19:22, Wittelsbach dice:

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Ci stiamo avvicinando alla fine della Strauss Opera Edition della Emi-Warner. E sono particolarmente felice di aver ascoltato e dunque di raccontarvi quest'edizione discografica dell'aforistica Friedenstag, opera dal messaggio profondamente pacifista, e anche per questo abbastanza invisa all'establishment della Germania nazista.
Questa incisione viene da un'esecuzione dal vivo, in forma di concerto, data a Monaco nel 1988. Suono ottimo in ogni sua componente, compreso l'applausone finale. E' un disco che ben merita di essere accostato a quello di Sinopoli.

Lo stile di Wolfgang Sawallisch è ben diverso da quello del collega: laddove Sinopoli procedeva d'analisi, è la sintesi la parola d'ordine del direttore bavarese. Una concertazione tradizionale, a tinte fosche, in cui il clima della Guerra dei Trent'Anni è ben evocato da un'orchestra mossa e drammatica, dai suoni stupendi. Così, il contrasto con la pacificazione finale risulta di grande effetto. L'orchestra della Radio Bavarese è la solita meraviglia, come sempre perfettamente a suo agio in panni straussiani. Anche il coro, è superiore a qualsiasi lode.

Grande gloria di questa incisione, è la prova maiuscola di Bernd Weikl e Sabine Hass. Quest'ultima, trentanovenne all'epoca, sarebbe morta nel '99, a cinquant'anni. Una grave perdita per il mondo artistico tedesco. La Hass era un'esecutrice di livello molto alto, ed era provvista di un temperamento particolare. Qui, la vediamo esibire una voce molto ampia, uguale nei registri, vellutata dal centro su fino ad acuti luminosi e incisivi. Su questa ragguardevole materia, l'interprete staglia un fraseggio passionale, a volte con affascinanti reticenze, ma soprattutto di una comunicativa assoluta, d'immedesimazione totale.

Quanto a Bernd Weikl, il calore della sua espressione fa corpo unico con una vocalità trascendentale, in cui non danno troppo fastidio talune aperture di suono sull'antipatica fascia del passaggio di registro. Questa coppia, insieme con Sawallisch, fa dell'autentico teatro da camera.

Gli altri personaggi sono di fatto parti di contorno. E' un po' duro, ma non disturba troppo, il Piemontese del tenore Eduardo Villa, ed è bravo il Borgomastro di Robert Schunk, altro tenore, meteora wagneriana di quei tempi. Ce ne sono molti, di questi personaggini (prelati, popolani, comandanti vari...): tra essi, un ancora poco noto Jaakko Ryhanen è il Sergente della Guardia, Rootering il Responsabile delle Munizioni, e l'immenso Kurt Moll è l'Ufficiale dell'Holstein, con cui verrà siglata la pace conclusiva.

@Madiel @Snorlax (ecco il tuo Strauss pessimista!) @giordanoted

Grazie Wittels, sai che apprezzo molto quest'opera - tutto sommato una scoperta alquanto recente - diventata fin dal primo ascolto uno dei miei lavori in assoluto preferiti del compositore bavarese. Una sorta di unicum nella produzione straussiana - ricordo l'enorme impressione che mi fecero i tetri accordi iniziali, i quali già stendono l'atmosfera che innerverà gran parte dell'opera - di cui per me Sinopoli dà una lettura che trovo difficilmente superabile. Ho sentito anche Sawallisch non molto tempo fa: sicuramente efficace, ma anche più convenzionalmente teatrale. Il direttore veneziano invece scava fino nei più meandri pù profondi di questa enigmatica partitura e ne viene fuori una lettura irripetibile, unica nel trasfigurare le tenebre di quest'opera nel giubilante finale. La gestione di tutti i caratteri, delle masse corali - le impressionanti grida di fame e di stenti! - mi fa venire sempre i brividi ogni qualvolta la ravviso. Quasi quasi stasera me la riascolto!

Che stimolanti le tue recensioni Wittels! ;)

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17 ore fa, Snorlax dice:

Grazie Wittels, sai che apprezzo molto quest'opera - tutto sommato una scoperta alquanto recente - diventata fin dal primo ascolto uno dei miei lavori in assoluto preferiti del compositore bavarese. Una sorta di unicum nella produzione straussiana - ricordo l'enorme impressione che mi fecero i tetri accordi iniziali, i quali già stendono l'atmosfera che innerverà gran parte dell'opera - di cui per me Sinopoli dà una lettura che trovo difficilmente superabile. Ho sentito anche Sawallisch non molto tempo fa: sicuramente efficace, ma anche più convenzionalmente teatrale. Il direttore veneziano invece scava fino nei più meandri pù profondi di questa enigmatica partitura e ne viene fuori una lettura irripetibile, unica nel trasfigurare le tenebre di quest'opera nel giubilante finale. La gestione di tutti i caratteri, delle masse corali - le impressionanti grida di fame e di stenti! - mi fa venire sempre i brividi ogni qualvolta la ravviso. Quasi quasi stasera me la riascolto!

Che stimolanti le tue recensioni Wittels! ;)

Grazie Snorly, sei sempre un mito. Se cerchi con attenzione, troverai che ho scritto sull'edizione di Sinopoli una breve recensione.

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A chi piaceva la Daphne, tra voi? Sapete che non ricordo?
Questo è il classico esempio di opera considerata minore, minorissima. Ci volle la dedizione di un Karl Bohm, a cui il compositore l'aveva dedicata e che non cessava di promuoverla in giro per il mondo, per convincere gli spettatori della bellezza di questo lancinante idillio sull'amore e sulla natura.
Dai primi anni Ottanta ci viene questa incisione, che al timone dell'Orchestra della Radio Bavarese stranamente non schiera Sawallisch ma un inedito Bernard Haitink. Non so spiegarmi il perché di questa scelta, ma funziona.

Haitink punta all'atmosfera decadente: c'è un giuoco calibratissimo di sfumature, di colori, di nuances. Nessuna tentazione tardoromantica, quanto piuttosto la voglia di accostare Strauss a Debussy o a certo simbolismo. E' una chiave di lettura che quest'opera senz'altro consente, accanto a scelte dinamiche e agogiche come quelle messe in atto da Bohm, che era più conciso e drammatico. A volte la tensione teatrale si allenta un po', ma complessivamente abbiamo, in questa pittura di Haitink, un clima arcadico, misterioso, suggestivo.

Lucia Popp si beccò la foto di copertina. E in effetti, la merita. La sua è una Daphne ritrosa, timida, reticente, affascinante. Se c'è un appunto che posso fare, è che la scena finale della metamorfosi in albero è lievemente distaccata, come presa nella contemplazione. Ma alla fine è una scelta che non fa a pugni con l'atmosfera generale. E non dimentichiamo il canto preso in sé e per sé, a dir poco squisito coi suoi suoni cristallini e impalpabili.

Il suo innamorato respinto, Leukippos, è Peter Schreier. Al momento di sfidare Apollo, deve fare due acuti che il tenore sassone non ha la minima idea di come emettere, e difatti risultano due gran brutte note. Tuttavia, sarebbe un peccato sottovalutare l'altrimenti efficace talento teatrale di questo grande artista, che disegna un personaggio delicato, sensibile, vittima degli eventi e di un potere superiore che non sopporta.

Più vigoroso vocalmente Reiner Goldberg, malgrado l'uso intensivo del naso in note acute che sono gagliarde, ma anche parecchio spinte e disseccate. Anche nel suo caso, comunque, c'è un talento di palcoscenico tale da fargli portare a casa il cimento con dinamismo, e anche col lusso di buone mezzevoci sul finale e anche prima.

Le parti secondarie vedono il solenne Kurt Moll nel ruolo di Peneioss, al quale regala la sua sontuosità timbrica, e una Ortrun Wenkel giusto a disagio nelle note più profonde e abissali di Gea, peraltro fraseggiata con cura.
Pastori, coro e orchestra sono del tutto eccellenti.

@Snorlax @Madiel

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5 minuti fa, Wittelsbach dice:

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A chi piaceva la Daphne, tra voi? Sapete che non ricordo?
Questo è il classico esempio di opera considerata minore, minorissima. Ci volle la dedizione di un Karl Bohm, a cui il compositore l'aveva dedicata e che non cessava di promuoverla in giro per il mondo, per convincere gli spettatori della bellezza di questo lancinante idillio sull'amore e sulla natura.
Dai primi anni Ottanta ci viene questa incisione, che al timone dell'Orchestra della Radio Bavarese stranamente non schiera Sawallisch ma un inedito Bernard Haitink. Non so spiegarmi il perché di questa scelta, ma funziona.

Haitink punta all'atmosfera decadente: c'è un giuoco calibratissimo di sfumature, di colori, di nuances. Nessuna tentazione tardoromantica, quanto piuttosto la voglia di accostare Strauss a Debussy o a certo simbolismo. E' una chiave di lettura che quest'opera senz'altro consente, accanto a scelte dinamiche e agogiche come quelle messe in atto da Bohm, che era più conciso e drammatico. A volte la tensione teatrale si allenta un po', ma complessivamente abbiamo, in questa pittura di Haitink, un clima arcadico, misterioso, suggestivo.

Lucia Popp si beccò la foto di copertina. E in effetti, la merita. La sua è una Daphne ritrosa, timida, reticente, affascinante. Se c'è un appunto che posso fare, è che la scena finale della metamorfosi in albero è lievemente distaccata, come presa nella contemplazione. Ma alla fine è una scelta che non fa a pugni con l'atmosfera generale. E non dimentichiamo il canto preso in sé e per sé, a dir poco squisito coi suoi suoni cristallini e impalpabili.

Il suo innamorato respinto, Leukippos, è Peter Schreier. Al momento di sfidare Apollo, deve fare due acuti che il tenore sassone non ha la minima idea di come emettere, e difatti risultano due gran brutte note. Tuttavia, sarebbe un peccato sottovalutare l'altrimenti efficace talento teatrale di questo grande artista, che disegna un personaggio delicato, sensibile, vittima degli eventi e di un potere superiore che non sopporta.

Più vigoroso vocalmente Reiner Goldberg, malgrado l'uso intensivo del naso in note acute che sono gagliarde, ma anche parecchio spinte e disseccate. Anche nel suo caso, comunque, c'è un talento di palcoscenico tale da fargli portare a casa il cimento con dinamismo, e anche col lusso di buone mezzevoci sul finale e anche prima.

Le parti secondarie vedono il solenne Kurt Moll nel ruolo di Peneioss, al quale regala la sua sontuosità timbrica, e una Ortrun Wenkel giusto a disagio nelle note più profonde e abissali di Gea, peraltro fraseggiata con cura.
Pastori, coro e orchestra sono del tutto eccellenti.

@Snorlax @Madiel

Niente da fare, continuo a rimanere in compagnia dell'altra diretta da Bohm :D

 

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Adesso, Madiel dice:

Niente da fare, continuo a rimanere in compagnia dell'altra diretta da Bohm :D

 

E questo è niente! Ho in cantiere anche la precedente registrazione di Bohm di Vienna del 1944, con una Reining che, se tanto di dà tanto, dev'essere spettacolare.

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Una cosa da dire su questa storica edizione ce l'avrei: non è fatta in stereo sperimentale, è monofonica. E' stata incisa tra il 1957 e il 1958, e che una grande casa come l'HMV-Emi incidesse ancora così è scandaloso. Ma bisogna tener conto del fardello rappresentato da Walter Legge, uno che dopo la guerra contava di tornare assieme a Beecham a fare il bello e cattivo tempo al Covent Garden: ma a Beecham andò male, quindi Legge dovette trovarsi un nuovo lavoro. Finì alla Emi a fare il produttore. Da una parte fece eccellenti scelte d'interpreti, dall'altra decise di combattere una fiera battaglia contro gli ultimi ritrovati della tecnologia. Così, mentre Rca, Decca, DG registravano in stereo, Legge lo faceva in monofonia, togliendosi lo sfizio di edizioni stereofoniche "sperimentali" (un bell'esperimento quando le usano tutti...) come il Falstaff e il Rosenkavalier di Karajan, o il Barbiere di Galliera. Questo per dire che il suono con cui ci si presenta questo magnifico Capriccio è anchilosato da una qualità modesta, forse anche inferiore a certi mono della radio di Amburgo o di Colonia di 7-8 anni prima.

Detto questo, ci troviamo di fronte a una grande interpretazione. Sawallisch, con la Philharmonia, si trova a sottolineare i dettagli cameristici con grande finezza: per esempio, il meraviglioso sestetto iniziale. Per il resto, crea un gustosissimo detatchment settecentista, ove le chiacchiere tra i personaggi hanno sempre qualcosa di discorsivo, di fluido e coinvolgente.

Il cast risponde bene, a cominciare da Elisabeth Schwarkopf: una Contessa sofisticatissima, miniata in volute di fraseggio sempre più fini e minuziose, che scolpiscono un carattere molto complesso. La scena finale di fronte allo specchio è certo uno dei capolavori della storia discografica straussiana: il manierismo nemmeno troppo latente della Signora Legge si adatta come un abito di sartoria alla musica e alla psicologia del suo personaggio. E non occorre nemmeno rimarcare la perfezione del canto, immacolato e cristallino come pochi.

A contendersela, il Musico di Nicolai Gedda e il Poeta di Dietrich Fischer-Dieskau, che Elvio Giudici con un errore abbastanza marchiano attribuisce al ruolo del Conte. E invece no: fa Olivier, con una quantità di sottintesi e sfumature che comunque non risultano lambiccate. Altrettanto bravo è Nicolai Gedda, che mostra una fantasia d'interprete che non sempre palesava allorché cantava personaggi italiani, e che scolpisce ogni sillaba fin dalle sue primissime battute, cantando poi con voce forse non bellissima ma piena e facile.

Canta molto bene anche la giovane Christa Ludwig, che ha in appalto l'attrice Clairon: da lei trasformata in una diva capricciosa e affascinante, con un pizzico di cinismo a speziarla ancor di più.

Eberhard Wachter, contrariamente a quanto scritto da Giudici, non fa Olivier ma il Conte, fratello della Contessa: sentite che baldanza proviene dal suo timbro dongiovannesco, all'epoca chiaro, giovanile e seducente, travolto da un fraseggiare impetuoso e irruente, quasi l'opposto della sua sorellina.

Per finire, è notevole Hans Hotter, che nel comico amava autoironizzare. Così, il suo La Roche, impresario nostalgico dei "cari vecchi tempi" del teatro che fu, è giuocato su toni da finto trombone abbastanza irresistibili, come di un Wotan wagneriano che si prenda in giro. E il suo monologo sull'arte suona un po' come un'ironica rivisitazione del "Leb Wohl!" del Signore di Corvi.

Il vasto manipolo delle parti di fianco prevede, accanto al Carneade irlandese Dermot Troy, la giovanissima Anna Moffo quale Cantante Italiana. Poi, se la cava bene ma senza troppa storia il Monsieur Taupe di Rudolf Christ. Molto fine, al contrario, il ritratto del Maggiordomo così come lo schizza il sommo Karl Schmitt-Walter. E se a qualcuno interessasse, le battute del Servitore sono prese in carico da Sawallisch stesso...

@Madiel @giordanoted @Snorlax

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7 minuti fa, Wittelsbach dice:

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Una cosa da dire su questa storica edizione ce l'avrei: non è fatta in stereo sperimentale, è monofonica. E' stata incisa tra il 1957 e il 1958, e che una grande casa come l'HMV-Emi incidesse ancora così è scandaloso. Ma bisogna tener conto del fardello rappresentato da Walter Legge, uno che dopo la guerra contava di tornare assieme a Beecham a fare il bello e cattivo tempo al Covent Garden: ma a Beecham andò male, quindi Legge dovette trovarsi un nuovo lavoro. Finì alla Emi a fare il produttore. Da una parte fece eccellenti scelte d'interpreti, dall'altra decise di combattere una fiera battaglia contro gli ultimi ritrovati della tecnologia. Così, mentre Rca, Decca, DG registravano in stereo, Legge lo faceva in monofonia, togliendosi lo sfizio di edizioni stereofoniche "sperimentali" (un bell'esperimento quando le usano tutti...) come il Falstaff e il Rosenkavalier di Karajan, o il Barbiere di Galliera. Questo per dire che il suono con cui ci si presenta questo magnifico Capriccio è anchilosato da una qualità modesta, forse anche inferiore a certi mono della radio di Amburgo o di Colonia di 7-8 anni prima.

Detto questo, ci troviamo di fronte a una grande interpretazione. Sawallisch, con la Philharmonia, si trova a sottolineare i dettagli cameristici con grande finezza: per esempio, il meraviglioso sestetto iniziale. Per il resto, crea un gustosissimo detatchment settecentista, ove le chiacchiere tra i personaggi hanno sempre qualcosa di discorsivo, di fluido e coinvolgente.

Il cast risponde bene, a cominciare da Elisabeth Schwarkopf: una contessa sofisticatissima, miniata in volute di fraseggio sempre più fini e minuziose, che scolpiscono un carattere molto complesso. La scena finale di fronte allo specchio è certo uno dei capolavori della storia discografica straussiana: il manierismo nemmeno troppo latente della Signora Legge si adatta come un abito di sartoria alla musica e alla psicologia del suo personaggio. E non occorre nemmeno rimarcare la perfezione del canto, immacolato e cristallino come pochi.

A contendersela, il Musico di Nicolai Gedda e il Poeta di Dietrich Fischer-Dieskau, che Elvio Giudici con un errore abbastanza marchiano attribuisce al ruolo del Conte. E invece no: fa Olivier, con una quantità di sottintesi e sfumature che comunque non risultano lambiccate. Altrettanto bravo è Nicolai Gedda, che mostra una fantasia d'interprete che non sempre palesava allorché cantava personaggi italiani, e che scolpisce ogni sillaba fin dalle sue primissime battute, cantando poi con voce forse non bellissima ma piena e facile.

Canta molto bene anche la giovane Christa Ludwig, che ha in appalto l'attrice Clairon: da lei trasformata in una diva capricciosa e affascinante, con un pizzico di cinismo a renderla proprio bene.

Eberhard Wachter, contrariamente a quanto scritto da Giudici, non fa Olivier ma il Conte, fratello della Contessa: sentite che baldanza proviene dal suo timbro dongiovannesco, all'epoca chiaro, giovanile e seducente, travolto da un fraseggiare impetuoso e irruente, quasi l'opposto della sua sorellina.

Per finire, è notevole Hans Hotter, che nel comico amava autoironizzare. Così, il suo La Roche, impresario nostalgico dei "cari vecchi tempi" del teatro che fu, è giuocato su toni da finto trombone abbastanza irresistibili, come di un Wotan wagneriano che si prenda in giro. E il suo monologo sull'arte suona un po' come un'ironica rivisitazione del "Lieb Wohl!" del Signore di Corvi.

Il vasto manipolo delle parti di fianco prevede, accanto al Carneade irlandese Dermot Troy, la giovanissima Anna Moffo quale Cantante Italiana. Poi, se la cava bene ma senza troppa storia il Monsieur Taupe di Rudolf Christ. Molto fine, al contrario, il ritratto del Maggiordomo così come lo schizza il sommo Karl Schmitt-Walter. E se a qualcuno interessasse, le battute del Servitore sono prese in carico da Sawallisch stesso...

@Madiel @giordanoted @Snorlax

Questa incisione storica ce l'ho nella veste Naxos, però non l'ho ancora ascoltata! Tra l'altro era una delle opere predilette di Glenn Gould (che era un ammiratore sfacciato della Schwarzkopf, al punto da riuscire a instaurare una collaborazione per alcuni Lieder di Strauss, tuttavia la signora Legge non ne serbò un ricordo memorabile...).

Conosco però bene questa opera, avendola ascoltata nell'altra edizione celebre, secondo me ottima, diretta da Karl Böhm, con la Janowitz nel ruolo della Contessa.

La trovo un capolavoro, come tutto l'ultimo R. Strauss.

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Se i Meistersinger di Kempe sono diventati un mito nella versione Emi, in parte a causa della sua introvabilità, non è difficile rintracciare su cd Profil e su Spotify l'incisione precedente, risalente al 1951 e assai meno nota. Conosco poco e male la Emi 1956, ma posso dire senza timore che quest'altra che la precede si situa sui piani altissimi della discografia, surclassando agevolmente quasi tutte le pur ottime recite che si svolgevano a Bayreuth in quello stesso decennio. Da questi dischi dall'eccellente suono monofonico, promana una freschezza e un'autenticità di tutt'ordine.

L'orchestra è la Staatskapelle di Dresda, che Rudolf Kempe amava moltissimo: era l'orchestra della sua città natale, e all'epoca ne era il direttore stabile. Poco da dire sul suono strepitoso, di colore sfarzoso, dorato. Ma con Kempe, si va oltre. C'è una gioia di fare musica che emerge sia dal composto, iridescente preludio, sia dalle prime scene. I ritmi sono pronunciati, frizzanti quando occorre. In quasi nessuna edizione che io abbia sentito, i cori e coretti degli Apprendisti sono così scanzonati e pieni di voglia di vivere. E' raro udire tutto l'intrigo notturno del Secondo Atto in una cornice tanto atmosferica: prima dell'arrivo del Guardiano Notturno, il momento in cui Eva calma Walther prendendolo per mano è sostenuto da un'orchestra soffusa, dolcissima, che ha il profumo di una serata di primavera, come del resto ce l'avranno i cromatismi del secondo intervento del suddetto Guardiano, mentre quella stupenda scenetta alla Bud Spencer che è la baruffa collettiva si giova di un'articolazione e di una scioltezza virtuosistiche. Quanto poi alla gara di canto, è inquadrata con un'ampiezza ariosa e rustica, festosa e di magnifico respiro. Una grandissima direzione dei Meistersinger, tra le tre-quattro più belle in assoluto. Il coro della Staatsoper di Dresda è non meno che esemplare per pienezza, duttilità e capacità espressiva

Il cast segue. L'elemento forse più problematico è Tiana Lemnitz. Dopo il Flauto Magico del 1936, l'emissione e il timbro della grandissima cantante classe 1987 si sono alquanto ossidati e scuriti. Così, la voce non è esattamente giovanile e ha qualche sospetto di matronalità (scusa @giordanoted ma è vero stavolta!), così come la salita agli acuti è talvolta inquinata da sonorità metalliche. Si tratta comunque tuttora di una delle più grandi voci del primo Novecento. E lo charme dell'artista, una volta di più, è finissimo. Citerei il momento con Walther di cui parlavo prima, in cui la sua Eva riacquista quella soavità di suono che le compete. Ma in tutta l'opera, il fraseggio è quello di un'interprete acuta e quasi mai banale, restia a farsi confinare allo stereotipo di sorellina di Biancaneve.

Ferdinand Frantz non è un portento di analisi, ma ci regala comunque un Sachs di rimarchevole verità. Il fraseggio ha delle ombrosità e delle timidezze singolari, come di una goffaggine imbarazzata, che però, quando ci vuole, trasmigra nell'ironia sapida e nella saggezza mai sentenziosa. E' un Sachs che sembra una versione più semplice, cordiale e alla mano di Wotan, con bei risultati in un Monologo del Lillà che, partito quasi assorto, si fa via via sempre più poetico, oltretutto sotto un'orchestra così inebriante da farci sentire proprio il profumo del fiore. Stesso discorso per il "Wahn!", adeguatamente introverso e meditato. Ma anche la scena con Beckmesser, quella con Eva e quella con Walther sono dosate con buonsenso. E l'apostrofe finale è il trionfo di una commossa dignità, piena di forza e ben supportata da un canto ovunque morbido, tondo e imponente anche negli acuti. Anche qui, per inciso, l'orchestra è un caleidoscopio.

Il Beckmesser di Heinrich Pflanzl ha tratti, talora, di esagerazione molto tradizionali. Ma Kempe lo contiene bene, così i momenti di parlato sono abbastanza rari, sostituiti da un fraseggio acuminato, che dipinge una personalità malmostosa e frustrata, con tenuta vocale più che buona (e lodevolmente il cantante esegue la variante bassa invece del La acuto a conclusione della scena con Sachs al Terz'Atto). La sua Serenata, magistralmente accompagnata da Kempe, risulta assai bella nel suo studiato puntiglio, mentre lo "pseudo-Preislied" della gara ricerca un tono poetico che, nel suo ostentato "basso profilo", è decisamente efficace.

Bernd Aldenhoff è un Walther più interessante dei suoi colleghi anni Cinquanta. Il suo momento peggiore è il "Fanget An!", in cui sente il bisogno di spingere gli acuti nel naso (e Iddio sa perché, non ne aveva alcun bisogno), facendoli ballare non poco. Stesso discorso per il Preislied finale. Un peccato, perché altrimenti è incredibile il modo con cui questo cantante, in una voce biancastra, sa scavare una vera e propria miniera di colori. Né Suthaus né Windgassen né Hopf, difatti, sanno sfoderare all'epoca simile varietà di fraseggio, fin dalle "Strofette" del Primo Atto. Il Secondo vede una molteplicità di chiaroscuri e intuizioni anche sottovoce, al pari della lezione di canto svoltasi poi con Sachs, in cui si profonde nelle "prove" del Preislied con enunciati sfumati e molto belli, una volta di più con l'ausilio di un'orchestra d'eccezione.

I due ragazzotti in amore vedono anzitutto un Gerhard Unger che, come David, fu pressoché insorpassabile fin dall'inizio: i suoi sospiri per la sua Lene, all'inizio, sono realmente poetici, e non le sparate da tenore in libera uscita fatte da un Wottrich. Quando, appunto, a Magdalene, Emilie Walter-Sacks è una delle poche a non appartenere alla truppa delle patronesse in menopausa.

Kurt Böhme, per quello che lo concerne, è un Pogner molto più in forma e persuasivo rispetto a quello che avrebbe impersonato a Bayreuth, cantando tutto con voce ferma, sorriso e paterna bonomia.

Ottima la schiera di tutti gli altri, in cui si sottolinea l'intonazione perfetta (era ora!) dell'incisivo Kothner di Karl Paul, e la riconoscibile personalità dei fraseggi dei giovani Theo Adam (Ortel) e Gerhard Stolze (Moser). Werner Faulhaber, oltre a Foltz, si sdoppia anche in un buon Nachtwachter.

Dobbiamo ringraziare Peter Schreier: è lui, il famoso tenore, la mente dietro questa bellissima serie riguardante le migliori performance (anche in studio) dell'Opera di Dresda.

@superburp @Snorlax

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14 ore fa, Wittelsbach dice:

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Se i Meistersinger di Kempe sono diventati un mito nella versione Emi, in parte a causa della sua introvabilità, non è difficile rintracciare su cd Profil e su Spotify l'incisione precedente, risalente al 1951 e assai meno nota. Conosco poco e male la Emi 1956, ma posso dire senza timore che quest'altra che la precede si situa sui piani altissimi della discografia, surclassando agevolmente quasi tutte le pur ottime recite che si svolgevano a Bayreuth in quello stesso decennio. Da questi dischi dall'eccellente suono monofonico, promana una freschezza e un'autenticità di tutt'ordine.

L'orchestra è la Staatskapelle di Dresda, che Rudolf Kempe amava moltissimo: era l'orchestra della sua città natale, e all'epoca ne era il direttore stabile. Poco da dire sul suono strepitoso, di colore sfarzoso, dorato. Ma con Kempe, si va oltre. C'è una gioia di fare musica che emerge sia dal composto, iridescente preludio, sia dalle prime scene. I ritmi sono pronunciati, frizzanti quando occorre. In quasi nessuna edizione che io abbia sentito, i cori e coretti degli Apprendisti sono così scanzonati e pieni di voglia di vivere. E' raro udire tutto l'intrigo notturno del Secondo Atto in una cornice tanto atmosferica: prima dell'arrivo del Guardiano Notturno, il momento in cui Eva calma Walther prendendolo per mano è sostenuto da un'orchestra soffusa, dolcissima, che ha il profumo di una serata di primavera, come del resto ce l'avranno i cromatismi del secondo intervento del suddetto Guardiano, mentre quella stupenda scenetta alla Bud Spencer che è la baruffa collettiva si giova di un'articolazione e di una scioltezza virtuosistiche. Quanto poi alla gara di canto, è inquadrata con un'ampiezza ariosa e rustica, festosa e di magnifico respiro. Una grandissima direzione dei Meistersinger, tra le tre-quattro più belle in assoluto. Il coro della Staatsoper di Dresda è non meno che esemplare per pienezza, duttilità e capacità espressiva

Il cast segue. L'elemento forse più problematico è Tiana Lemnitz. Dopo il Flauto Magico del 1936, l'emissione e il timbro della grandissima cantante classe 1987 si sono alquanto ossidati e scuriti. Così, la voce non è esattamente giovanile e ha qualche sospetto di matronalità (scusa @giordanoted ma è vero stavolta!), così come la salita agli acuti è talvolta inquinata da sonorità metalliche. Si tratta comunque tuttora di una delle più grandi voci del primo Novecento. E lo charme dell'artista, una volta di più, è finissimo. Citerei il momento con Walther di cui parlavo prima, in cui la sua Eva riacquista quella soavità di suono che le compete. Ma in tutta l'opera, il fraseggio è quello di un'interprete acuta e quasi mai banale, restia a farsi confinare allo stereotipo di sorellina di Biancaneve.

Ferdinand Frantz non è un portento di analisi, ma ci regala comunque un Sachs di rimarchevole verità. Il fraseggio ha delle ombrosità e delle timidezze singolari, come di una goffaggine imbarazzata, che però, quando ci vuole, trasmigra nell'ironia sapida e nella saggezza mai sentenziosa. E' un Sachs che sembra una versione più semplice, cordiale e alla mano di Wotan, con bei risultati in un Monologo del Lillà che, partito quasi assorto, si fa via via sempre più poetico, oltretutto sotto un'orchestra così inebriante da farci sentire proprio il profumo del fiore. Stesso discorso per il "Wahn!", adeguatamente introverso e meditato. Ma anche la scena con Beckmesser, quella con Eva e quella con Walther sono dosate con buonsenso. E l'apostrofe finale è il trionfo di una commossa dignità, piena di forza e ben supportata da un canto ovunque morbido, tondo e imponente anche negli acuti. Anche qui, per inciso, l'orchestra è un caleidoscopio.

Il Beckmesser di Heinrich Pflanzl ha tratti, talora, di esagerazione molto tradizionali. Ma Kempe lo contiene bene, così i momenti di parlato sono abbastanza rari, sostituiti da un fraseggio acuminato, che dipinge una personalità malmostosa e frustrata, con tenuta vocale più che buona (e lodevolmente il cantante esegue la variante bassa invece del La acuto a conclusione della scena con Sachs al Terz'Atto). La sua Serenata, magistralmente accompagnata da Kempe, risulta assai bella nel suo studiato puntiglio, mentre lo "pseudo-Preislied" della gara ricerca un tono poetico che, nel suo ostentato "basso profilo", è decisamente efficace.

Bernd Aldenhoff è un Walther più interessante dei suoi colleghi anni Cinquanta. Il suo momento peggiore è il "Fanget An!", in cui sente il bisogno di spingere gli acuti nel naso (e Iddio sa perché, non ne aveva alcun bisogno), facendoli ballare non poco. Stesso discorso per il Preislied finale. Un peccato, perché altrimenti è incredibile il modo con cui questo cantante, in una voce biancastra, sa scavare una vera e propria miniera di colori. Né Suthaus né Windgassen né Hopf, difatti, sanno sfoderare all'epoca simile varietà di fraseggio, fin dalle "Strofette" del Primo Atto. Il Secondo vede una molteplicità di chiaroscuri e intuizioni anche sottovoce, al pari della lezione di canto svoltasi poi con Sachs, in cui si profonde nelle "prove" del Preislied con enunciati sfumati e molto belli, una volta di più con l'ausilio di un'orchestra d'eccezione.

I due ragazzotti in amore vedono anzitutto un Gerhard Unger che, come David, fu pressoché insorpassabile fin dall'inizio: i suoi sospiri per la sua Lene, all'inizio, sono realmente poetici, e non le sparate da tenore in libera uscita fatte da un Wottrich. Quando, appunto, a Magdalene, Emilie Walter-Sacks è una delle poche a non appartenere alla truppa delle patronesse in menopausa.

Kurt Bohm, per quello che lo concerne, è un Pogner molto più in forma e persuasivo rispetto a quello che avrebbe impersonato a Bayreuth, cantando tutto con voce ferma, sorriso e paterna bonomia.

Ottima la schiera di tutti gli altri, in cui si sottolinea l'intonazione perfetta (era ora!) dell'incisivo Kothner di Karl Paul, e la riconoscibile personalità dei fraseggi dei giovani Theo Adam (Ortel) e Gerhard Stolze (Moser). Werner Faulhaber, oltre a Foltz, si sdoppia anche in un buon Nachtwachter.

Dobbiamo ringraziare Peter Schreier: è lui, il famoso tenore, la mente dietro questa bellissima serie riguardante le migliori performance (anche in studio) dell'Opera di Dresda.

@superburp @Snorlax

Mi hai fatto venire voglia di ascoltarla. Su youtoube c'è un'edizione con i Berliner, è quella del '56 di cui parli all'inizio?

P.S.: Ho appena controllato su Operaclass, sì, è quella del '56.

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Che bello tornare al decadentismo malsano! Per questo particolare genere operistico, frequentato da Zemlinsky e Schreker, ammetto di avere una predilezione: amo come i suoi autori investano tali atmosfere di musica ambigua, cromatica, in disfacimento, specchio fedele del momento storico dei primi trent'anni del secolo.
Quindi, mi è piaciuto molto sentire quest'opera, spinto com'ero da un @Madiel apparentemente molto soddisfatto!

La trama, grosso modo, è quella della popolare fiaba di Perrault, col Cavaliere Barbablù, il suo castello misterioso che cela l'inquietante segreto delle mogli uccise per decapitazione, la seduzione prima di Judith e poi di sua sorella Agnes, figlie del conte Nikolaus e sorelle del giovane Werner. Le cose sono complicate dalla presenza di Josua, il servo cieco di Barbablù che alla fine dà fuoco al castello perché vuole impedire che Agnes faccia la stessa fine delle altre. Ma invano: Agnes si butta dal balcone, mentre Barbablù si lascia uccidere dal fuoco, delirando sempre più in preda a manie di grandezza.

Il barone Reznicek riveste tutto con musica spessa, cupa ma talvolta scintillante, orchestrata con sapienza mahleriana. Proprio Mahler viene in mente, nell'ascoltare certe deliranti accensioni dello strumentale, che poi è comunque in condizione di pagare debiti anche a Strauss e addirittura a Wagner. Citerei il tormentoso momento in cui Josua decide di dar fuoco al castello, liberando una personalità fin lì abbastanza sottaciuta. Oppure, appunto, il gigantesco vaneggiamento finale del protagonista.

Questo materiale è ben servito da Michail Jurowski, da sempre nel suo naturale elemento alle prese con musica di inizio secolo: con lui l'orchestra radiofonica berlinese dipinge una colonna sonora coinvolgente, dalle sonorità sempre cangianti, anche se prevale la drammaticità e la cupa predestinazione.

Di grande impatto la figura di Barbablù, così come la disegna David Pittman-Jennings, basso baritono dalla voce particolarmente personale. Dal suo strumento vocale escono note non sempre calibrate: solidissime tuttavia, dal bel colore e soprattutto sempre espressive. Il personaggio, con lui, ha quel gigantismo narcisistico che è assolutamente richiesto, e che letteralmente deflagra con un carattere dominatore, menefreghista e totalitario.

Celina Lindsley ha voce viceversa non troppo bella: in certi momenti, alcune sonorità chiocce del registro centrale fanno pensare alla più anziana Lucine Amara e alla sua vocalità sfibrata e inadeguata. Non è invece così: il registro acuto, spesso sollecitato, è dominato senza sforzo. E la personalità, seppure inferiore a quella di Pittman-Jennings, ha sufficiente sensibilità artistica da farle comporre una figura vulnerabile e suggestiva.

Più volitiva e pugnace, ma capace di oasi di spontanea sensualità, la Agnes della filippina Andion Fernandez canta bene, anzi con una voce più gradevole di quella della sorella, e nuota con sicurezza nella dimensione essenzialmente lirica a cui appartiene il suo ruolo.

Il russo Victor Sawaley ha qualche suono acuto soffocato. In ogni caso, la parte del servo Josua, piuttosto enigmatica per gran parte dell'opera, salvo accendersi nel momento in cui prende la decisione di appiccare l'incendio, è realizzata con consumata bravura espressiva, e ha appunto un climax emotivo riuscitissimo allo scocco dell'ora x.

Di minor peso gli altri, ma professionali. Non troppo espressivo ma di indubbia imponenza il vocione del basso Arutjun Kotchinian (Conte Nikolaus), armeno e allievo di Nesterenko. Luminoso il Werner di Robert Worle, tenore tedesco avvezzo a cantare ruoli decadenti. Funzionali tanto il Parroco di Carsten Sabrowski, quanto la coppia Johannes Schmidt-Peter Maus, che impersonano Hinz e Ratte, due ladri di tombe che prima dell'incendio penetrano nella cripta del castello, scappando impauriti quando si accorgono del terribile segreto che custodisce.

@giordanoted @Snorlax

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57 minuti fa, Wittelsbach dice:

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Che bello tornare al decadentismo malsano! Per questo particolare genere operistico, frequentato da Zemlinsky e Schreker, ammetto di avere una predilezione: amo come i suoi autori investano tali atmosfere di musica ambigua, cromatica, in disfacimento, specchio fedele del momento storico dei primi trent'anni del secolo.
Quindi, mi è piaciuto molto sentire quest'opera, spinto com'ero da un @Madiel apparentemente molto soddisfatto!

 

Mmmm...era arrivata con il penultimo ordine di JPC ma le avevo soltanto tolto il cellofan. Mi avete fatto venir voglia di toglierla dalla lista d'attesa :D

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Adesso, giobar dice:

Mmmm...era arrivata con il penultimo ordine di JPC ma le avevo soltanto tolto il cellofan. Mi avete fatto venir voglia di toglierla dalla lista d'attesa :D

Il punto è: ti piace il genere o no? A me sì!

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15 minuti fa, Wittelsbach dice:

Il punto è: ti piace il genere o no? A me sì!

A me il genere piace moltissimo. Più in generale, mi interessa moltissimo quasi tutto ciò che concerne il ribollente mondo della cultura mitteleuropea a cavallo fra 800 e 900. Ma, come ben sai, gli accumulatori seriali come noi non sempre riescono ad ascoltare i dischi mezz'ora dopo il loro arrivo :laughingsmiley:

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7 ore fa, Wittelsbach dice:

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Che bello tornare al decadentismo malsano! Per questo particolare genere operistico, frequentato da Zemlinsky e Schreker, ammetto di avere una predilezione: amo come i suoi autori investano tali atmosfere di musica ambigua, cromatica, in disfacimento, specchio fedele del momento storico dei primi trent'anni del secolo.
Quindi, mi è piaciuto molto sentire quest'opera, spinto com'ero da un @Madiel apparentemente molto soddisfatto!

La trama, grosso modo, è quella della popolare fiaba di Perrault, col Cavaliere Barbablù, il suo castello misterioso che cela l'inquietante segreto delle mogli uccise per decapitazione, la seduzione prima di Judith e poi di sua sorella Agnes, figlie del conte Nikolaus e sorelle del giovane Werner. Le cose sono complicate dalla presenza di Josua, il servo cieco di Barbablù che alla fine dà fuoco al castello perché vuole impedire che Agnes faccia la stessa fine delle altre. Ma invano: Agnes si butta dal balcone, mentre Barbablù si lascia uccidere dal fuoco, delirando sempre più in preda a manie di grandezza.

Il barone Reznicek riveste tutto con musica spessa, cupa ma talvolta scintillante, orchestrata con sapienza mahleriana. Proprio Mahler viene in mente, nell'ascoltare certe deliranti accensioni dello strumentale, che poi è comunque in condizione di pagare debiti anche a Strauss e addirittura a Wagner. Citerei il tormentoso momento in cui Josua decide di dar fuoco al castello, liberando una personalità fin lì abbastanza sottaciuta. Oppure, appunto, il gigantesco vaneggiamento finale del protagonista.

Questo materiale è ben servito da Michail Jurowski, da sempre nel suo naturale elemento alle prese con musica di inizio secolo: con lui l'orchestra radiofonica berlinese dipinge una colonna sonora coinvolgente, dalle sonorità sempre cangianti, anche se prevale la drammaticità e la cupa predestinazione.

Di grande impatto la figura di Barbablù, così come la disegna David Pittman-Jennings, basso baritono dalla voce particolarmente personale. Dal suo strumento vocale escono note non sempre calibrate: solidissime tuttavia, dal bel colore e soprattutto sempre espressive. Il personaggio, con lui, ha quel gigantismo narcisistico che è assolutamente richiesto, e che letteralmente deflagra con un carattere dominatore, menefreghista e totalitario.

Celina Lindsley ha voce viceversa non troppo bella: in certi momenti, alcune sonorità chiocce del registro centrale fanno pensare alla più anziana Lucine Amara e alla sua vocalità sfibrata e inadeguata. Non è invece così: il registro acuto, spesso sollecitato, è dominato senza sforzo. E la personalità, seppure inferiore a quella di Pittman-Jennings, ha sufficiente sensibilità artistica da farle comporre una figura vulnerabile e suggestiva.

Più volitiva e pugnace, ma capace di oasi di spontanea sensualità, la Agnes della filippina Andion Fernandez canta bene, anzi con una voce più gradevole di quella della sorella, e nuota con sicurezza nella dimensione essenzialmente lirica a cui appartiene il suo ruolo.

Il russo Victor Sawaley ha qualche suono acuto soffocato. In ogni caso, la parte del servo Josua, piuttosto enigmatica per gran parte dell'opera, salvo accendersi nel momento in cui prende la decisione di appiccare l'incendio, è realizzata con consumata bravura espressiva, e ha appunto un climax emotivo riuscitissimo allo scocco dell'ora x.

Di minor peso gli altri, ma professionali. Non troppo espressivo ma di indubbia imponenza il vocione del basso Arutjun Kotchinian, armeno e allievo di Nesterenko. Luminoso il Werner di Robert Worle, tenore tedesco avvezzo a cantare ruoli decadenti. Funzionali tanto il Parroco di Carsten Sabrowski, tanto la coppia Johannes Schmidt-Peter Maus, che impersonano Hinz e Ratte, due ladri di tombe che prima dell'incendio penetrano nella cripta del castello, scappando impauriti quando si accorgono del terribile segreto che custodisce.

@giordanoted @Snorlax

Ero sicuro, avresti apprezzato! :P Josua è un personaggio non solo sfuggente, ma pure inquietante per certi duetti pieni di sottintesi con il suo padrone: è complice oppure no ? A volte pare essere cieco proprio perché non vuole vedere le nefandezze di Barbablù, è il suo coté "buono", ordinato? Quest'ultimo ha bisogno proprio di un cantante dal carattere potente, in sostanza l'opera è nelle vicissitudini psicologiche protagonista perché gli altri personaggi sono di contorno o le situazioni sceniche si svolgono in sua funzione. Questa presenza ossessiva ha un qualcosa di opprimente, il continuo scandagliare della sua mente è puro espressionismo. Ottima la nota di apparentamento, almeno ideale, con Schreker perchè non escludo che von Reznicek avesse presente almeno i primi titoli del più giovane collega - Der Ferne Klang era molto famosa in Germania proprio in quegli anni e aveva aperto un fortunato filone decadente-psicologico.

Se ti piace il genere, allora dovrai provare Christophorus di Schreker. Opera alquanto difficile ad un primo ascolto, soprattutto per lo svolgimento onirico, irreale, della vicenda, ma se la prendi per il verso giusto è di estremo fascino a causa delle novità linguistiche e le libertà strutturali introdotte dall'autore nel suo tipico modus operandi. Uno Schreker inaspettato, niente a che fare con il naturalismo decadente di Der Ferne Klang o Irrelohe.

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Alceste-Collectif-1209538158_L.jpg

Cambiamo completamente genere, andando sull'opera del Settecento, epoca che da un po' di tempo non praticavo.
Nella fattispecie, ecco l'Alceste di tale Anton Schweitzer (1735-1787), autore pressoché dimenticato al giorno d'oggi. Avendo visto questo doppio cd in offerta su jpc.de a 1,99 euro, mi sono detto: ascoltiamolo su Spotify, senza neanche spendere i pochissimi soldi richiesti.
E allora? Si tratta della prima incisione mondiale, a cui ne sarebbe seguita un'altra, molto più recente ed eseguita con strumenti antichi.

Dell'opera che posso dire? Si tratta di un evidente tentativo di andare a rimorchio del cosiddetto "riformismo" drammaturgico-musicale di Gluck. Trattasi però di opera tedesca, e non italiana: l'agile libretto, che prevede la presenza di soli quattro personaggi, è dovuto a Christoph Martin Wieland, reputato letterato e illustre traduttore di Shakespeare. Anche il soggetto è un velato omaggio al capobanda Gluck.
In poche parole: Admeto, sposo di Alceste, è malato e in fin di vita. Implora gli dei di risparmiarlo, ma questi nicchiano: Admeto vivrà se qualcuno deciderà di morire al suo posto. Alceste, da brava donna di mito, decide di sacrificarsi per il suo amato, suscitando la fiera opposizione della sorella Parthenia. Admeto comunque sembra stare meglio, e scopre tutto, giusto in tempo per vedere Alceste in punto di morte. Naturalmente si dispera. Giunge Hercules a fargli visita: i due sono amici, lui e Admeto erano stati insieme sulla leggendaria nave degli Argonauti. Hercules, sconcertato dall'accaduto, tra lo scetticismo di Admeto e Parthenia, si offre di andare letteralmente a ricuperare Alceste dall'Ade. Admeto non ci crede, pensa a un atroce scherzo dell'amico. Parthenia intanto cerca di tirargli su il morale, invitandolo a continuare a vivere. Alla fine, durante la cerimonia funebre, arriva di gran carriera Hercules, annunciando di aver portato a termine la sua impresa. Admeto non gli crede fino all'ultimo, e minaccia di rompere l'amicizia. Interviene però Parthenia, e tutti scoprono che Alceste è tornata davvero. E tutti vissero felici e contenti.

Vicenda non troppo teatrale, fatta di lamenti, proclami e struggimenti d'amore, decisamente. La musica di Schweitzer non ha un sentire drammatico come lo intendiamo noi. E' composta da tutta una serie di fregi e campate che ricordano i templi greci, o meglio ancora il neoclassicismo severo del Canova. La piena orchestra non è quasi mai adoperata al completo, predilige all'inizio le colorature brune dei soli archi, a cui poi si aggiungono prima i flauti e il fagotto, poi gli oboi e, in certi punti, i corni. La volontà di seguire Gluck nella struttura è piuttosto evidente: è movimentata, con recitativi secchi mai lunghissimi, che traslano continuamente in recitativi accompagnati e anche in veri e propri ariosi. Ci sono un Terzetto, un paio di Duetti e varie arie solistiche a sé stanti, alcune anche di vaste proporzioni, quasi sempre piuttosto convenzionali. Il coro interviene brevemente solo nell'ultimo breve atto (sono cinque in tutto).

Questa esecuzione del 2001, registrata grazie a non meno di sei-sette sponsorizzazioni evidenti sul retro della cover, è uno di quegli apprezzabilissimi tentativi posti in essere dalla benemerita Marco Polo di Klaus Heymann, specialista nell'indagare le pieghe più riposte del (non-)repertorio. E' uno di quei casi in cui le classiche tre stelle sono meritate di slancio, grazie alla passione degli interpreti.

L'orchestra è la Filarmonica di Erfurt, non proprio una delle capitali tedesche. Suona strumenti moderni, ma la concertazione non è mai pesante o romanticizzata. Il poco noto direttore, Stephan E. Wehr, la manovra bene, traendone un suono morbido, duttile, in grado di mettere in luce, senza sottolinearle troppo, le non rare finezze di accompagnamento escogitate da Schweitzer. C'è il basso continuo al clavicembalo. Buono anche il coro del teatro locale istruito da Andres Ketehut.

Il cast è composto da seri professionisti, che con un'opera del genere fanno la cosa migliore possibile: provano a recitare.
Le due sorelle, Ursula Targler (Alceste) e Sylvia Koke (Parthenia), hanno l'handicap di un timbro che tende a confondersi vicendevolmente. La Targler è migliore, ha un impasto vocale brunito, morbido, ben risolto lungo una tessitura comunque non proibitiva. Ma soprattutto, la Targler è vivace e variata nei numerosi recitativi.
Quanto alla Koke, ha qualche stridore metallico sugli acuti intermedi da tenere a lungo, ma è nitida ed esatta nella coloratura dell'aria "Sie stirbt, ihr Götter!" posta a termine del Secondo Atto (sarebbe un'invocazione agli dei in morte della sorella, ma in realtà è un'aria infronzoluta in modo maggiore), ed è spericolata negli ottimi picchettati di "O der ist nicht vom Schicksal ganz verlassen", l'aria più grandiosa dell'opera, al Quarto Atto, anch'essa lievemente frivola (e con violino concertante) senza che ce ne sia ragione drammaturgica comprensibile.

E' senz'altro espressivo anche il tenore Christian Voigt, ma poco assistito dalla voce: pare quella di uno Schreier, solo più pletorica e voluminosa, provvista di suoni bianchi e soffocati sui modesti acuti. In ogni caso, di difficoltà vocali non deve sostenerne molte, lega bene, e come dicevo canta con espressione, non solo nei recitativi ma anche nelle arie.

Christoph Johannes Wendel, Hercules, più baritono che basso, non ha quel che si dice la voce più bella del mondo, e suona un po' limitato nel registro grave, comunque non molto sollecitato. Anche lui, canta in ogni caso con precisione, musicalità e sicura resa interpretativa, anche se appare meno immedesimato degli altri.

Non si può dire che sia particolarmente eccitante, quest'opera. Eppure, l'opuscolo del cd originale, che ho ricuperato su web, sostiene sia stata fondamentale nello stendere un ponte tra l'opera seria italiana e il singspiel. La cosa più interessante non sono le arie (risapute) ma le Scene coi loro recitativi mai uguali a se stessi.

@Alucard

@kraus @Ives @Snorlax

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48 minuti fa, Wittelsbach dice:

Alceste-Collectif-1209538158_L.jpg

Cambiamo completamente genere, andando sull'opera del Settecento, epoca che da un po' di tempo non praticavo.
Nella fattispecie, ecco l'Alceste di tale Anton Schweitzer (1735-1787), autore pressoché dimenticato al giorno d'oggi. Avendo visto questo doppio cd in offerta su jpc.de a 1,99 euro, mi sono detto: ascoltiamolo su Spotify, senza neanche spendere i pochissimi soldi richiesti.
E allora? Si tratta della prima incisione mondiale, a cui ne sarebbe seguita un'altra, molto più recente ed eseguita con strumenti antichi.

Dell'opera che posso dire? Si tratta di un evidente tentativo di andare a rimorchio del cosiddetto "riformismo" drammaturgico-musicale di Gluck. Trattasi però di opera tedesca, e non italiana: l'agile libretto, che prevede la presenza di soli quattro personaggi, è dovuto a Christoph Martin Wieland, reputato letterato e illustre traduttore di Shakespeare. Anche il soggetto è un velato omaggio al capobanda Gluck.
In poche parole: Admeto, sposo di Alceste, è malato e in fin di vita. Implora gli dei di risparmiarlo, ma questi nicchiano: Admeto vivrà se qualcuno deciderà di morire al suo posto. Alceste, da brava donna di mito, decide di sacrificarsi per il suo amato, suscitando la fiera opposizione della sorella Parthenia. Admeto comunque sembra stare meglio, e scopre tutto, giusto in tempo per vedere Alceste in punto di morte. Naturalmente si dispera. Giunge Hercules a fargli visita: i due sono amici, lui e Admeto erano stati insieme sulla leggendaria nave degli Argonauti. Hercules, sconcertato dall'accaduto, tra lo scetticismo di Admeto e Parthenia, si offre di andare letteralmente a ricuperare Alceste dall'Ade. Admeto non ci crede, pensa a un atroce scherzo dell'amico. Parthenia intanto cerca di tirargli su il morale, invitandolo a continuare a vivere. Alla fine, durante la cerimonia funebre, arriva di gran carriera Hercules, annunciando di aver portato a termine la sua impresa. Admeto non gli crede fino all'ultimo, e minaccia di rompere l'amicizia. Interviene però Parthenia, e tutti scoprono che Alceste è tornata davvero. E tutti vissero felici e contenti.

Vicenda non troppo teatrale, fatta di lamenti, proclami e struggimenti d'amore, decisamente. La musica di Schweitzer non ha un sentire drammatico come lo intendiamo noi. E' composta da tutta una serie di fregi e campate che ricordano i templi greci, o meglio ancora il neoclassicismo severo del Canova. La piena orchestra non è quasi mai adoperata al completo, predilige all'inizio le colorature brune dei soli archi, a cui poi si aggiungono prima i flauti e il fagotto, poi gli oboi e, in certi punti, i corni. La volontà di seguire Gluck nella struttura è piuttosto evidente: è movimentata, con recitativi secchi mai lunghissimi, che traslano continuamente in recitativi accompagnati e anche in veri e propri ariosi. Ci sono un Terzetto, un paio di Duetti e varie arie solistiche a sé stanti, alcune anche di vaste proporzioni, quasi sempre piuttosto convenzionali. Il coro interviene brevemente solo nell'ultimo breve atto (sono cinque in tutto).

Questa esecuzione del 2001, registrata grazie a non meno di sei-sette sponsorizzazioni evidenti sul retro della cover, è uno di quegli apprezzabilissimi tentativi posti in essere dalla benemerita Marco Polo di Klaus Heymann, specialista nell'indagare le pieghe più riposte del (non-)repertorio. E' uno di quei casi in cui le classiche tre stelle sono meritate di slancio, grazie alla passione degli interpreti.

L'orchestra è la Filarmonica di Erfurt, non proprio una delle capitali tedesche. Suona strumenti moderni, ma la concertazione non è mai pesante o romanticizzata. Il poco noto direttore, Stephan E. Wehr, la manovra bene, traendone un suono morbido, duttile, in grado di mettere in luce, senza sottolinearle troppo, le non rare finezze di accompagnamento escogitate da Schweitzer. C'è il basso continuo al clavicembalo. Buono anche il coro del teatro locale istruito da Andres Ketehut.

Il cast è composto da seri professionisti, che con un'opera del genere fanno la cosa migliore possibile: provano a recitare.
Le due sorelle, Ursula Targler (Alceste) e Sylvia Koke (Parthenia), hanno l'handicap di un timbro che tende a confondersi vicendevolmente. La Targler è migliore, ha un impasto vocale brunito, morbido, ben risolto lungo una tessitura comunque non proibitiva. Ma soprattutto, la Targler è vivace e variata nei numerosi recitativi.
Quanto alla Koke, ha qualche stridore metallico sugli acuti intermedi da tenere a lungo, ma è nitida ed esatta nella coloratura dell'aria "Sie stirbt, ihr Götter!" posta a termine del Secondo Atto (sarebbe un'invocazione agli dei in morte della sorella, ma in realtà è un'aria infronzoluta in modo maggiore), ed è spericolata negli ottimi picchettati di "O der ist nicht vom Schicksal ganz verlassen", l'aria più grandiosa dell'opera, al Quarto Atto, anch'essa lievemente frivola (e con violino concertante) senza che ce ne sia ragione drammaturgica comprensibile.

E' senz'altro espressivo anche il tenore Christian Voigt, ma poco assistito dalla voce: pare quella di uno Schreier, solo più pletorica e voluminosa, provvista di suoni bianchi e soffocati sui modesti acuti. In ogni caso, di difficoltà vocali non deve sostenerne molte, lega bene, e come dicevo canta con espressione, non solo nei recitativi ma anche nelle arie.

Christoph Johannes Wendel, Hercules, più baritono che basso, non ha quel che si dice la voce più bella del mondo, e suona un po' limitato nel registro grave, comunque non molto sollecitato. Anche lui, canta in ogni caso con precisione, musicalità e sicura resa interpretativa, anche se appare meno immedesimato degli altri.

Non si può dire che sia particolarmente eccitante, quest'opera. Eppure, l'opuscolo del cd originale, che ho ricuperato su web, sostiene sia stata fondamentale nello stendere un ponte tra l'opera seria italiana e il singspiel. La cosa più interessante non sono le arie (risapute) ma le Scene coi loro recitativi mai uguali a se stessi.

@Alucard

@kraus @Ives @Snorlax

Grazie Wittels :) Conosco l'autore solo di nome (Mozart ne parlò in qualche lettera al padre e diede un parere complessivamente positivo sulla sua musica); ascolterò volentieri quest'opera, disponibile anche sul tubo.

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4 minuti fa, kraus dice:

Grazie Wittels :) Conosco l'autore solo di nome (Mozart ne parlò in qualche lettera al padre e diede un parere complessivamente positivo sulla sua musica); ascolterò volentieri quest'opera, disponibile anche sul tubo.

Ci avrei giurato che ne sapevi qualcosa!

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Ecco, io mai sentito, invece. Con quel nome conosco l'organista e medico tedesco, noto interprete bachiano.

Comunque, un'altra cosa che mi annoia assai sono le opere gluckiane, pur riconoscendone l'importanza storica.

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4 ore fa, Ives dice:

Ecco, io mai sentito, invece. Con quel nome conosco l'organista e medico tedesco, noto interprete bachiano.

Comunque, un'altra cosa che mi annoia assai sono le opere gluckiane, pur riconoscendone l'importanza storica.

Sai, penso anch'io!
E pensare che tempo fa c'era un ottimo utente, Novalis, che sosteneva che l'opera di Gluck fosse superiore a quella di Mozart! 😮
Rispetto ogni opinione, ma drammaturgicamente siamo su diversi pianeti.

PS: avevo pensato al grande filantropo anch'io, senonché si chiamava Albert!

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8 ore fa, Ives dice:

Comunque, un'altra cosa che mi annoia assai sono le opere gluckiane, pur riconoscendone l'importanza storica.

 

3 ore fa, Wittelsbach dice:

Sai, penso anch'io!
E pensare che tempo fa c'era un ottimo utente, Novalis, che sosteneva che l'opera di Gluck fosse superiore a quella di Mozart! 😮
Rispetto ogni opinione, ma drammaturgicamente siamo su diversi pianeti.

Mi accodo anch'io al vostro giudizio. Di Gluck, l'unica cosa che mi ha sempre ammaliato è l'attenzione allo strumentale e alcune novità nell'uso della tavolozza orchestrale, roba alquanto notevole. Ma ammetto che arrivare fino alla fine di una delle sue opere - tranne qualche rarissimo caso - per me è sempre stato abbastanza faticoso.

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Tecnicamente e democraticamente, il mio rispetto e interesse per Gluck sono giunti fino a questo:

Risultato immagini per gluck operas

E questo, bàdisi bene, nonostante l'oscena combinazione cromatica della copertina che avrebbe convinto più d'un appassionato a desister da cotanto acquisto. Orfeo ed Euridice è uno degli apici e degli spigoli del '700 operistico, ma ci sono bellezze neoclassiche assai tornite pure negli altri drammi, per quel che rammento. Ricordo invece una sua opera buffa o su di lì, tale Le Cinesi (della DHM) che mi annoiò irrimediabilmente a causa dei suoi recitativi da maratoneti, fuori norma CEE.

Qualche anima di buon cuore ha pubblicato sul tubo l'opera senza recitativi:

 

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