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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Allora. L'edizione di Marinuzzi è interessante per: Alvaro (Masini), Carlo (Tagliabue), Padre Guardiano (Pasero).

Al negativo: la Caniglia, che come fa capire Giordanoted tramuta Leonora in un personaggio da telefoni bianchi.

E poi Marinuzzi, a cui qualcuno ha voluto attribuire patenti di grandezza e profondità smentite da qualunque ascolto dei suoi dischi, e che semmai era un battisolfa più fine della norma.

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Allora. L'edizione di Marinuzzi è interessante per: Alvaro (Masini), Carlo (Tagliabue), Padre Guardiano (Pasero).

Al negativo: la Caniglia, che come fa capire Giordanoted tramuta Leonora in un personaggio da telefoni bianchi.

E poi Marinuzzi, a cui qualcuno ha voluto attribuire patenti di grandezza e profondità smentite da qualunque ascolto dei suoi dischi, e che semmai era un battisolfa più fine della norma.

Wittels è molto severo con Marinuzzi. Senza avere altre testimonianze, e avendo letto anch'io di elogi spropositati nei suoi riguardi ad esempio da Paolo Isotta (e mi domando da cosa li ha ricavati, non essendoci che pochissime incisioni in circolazione) devo dire che la sua direzione della Forza mi incanta.

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E' abile, senz'altro. Alcune cose le fa bene. Ad esempio, il coro "Compagni, sostiamo", una delle pagine più geniali di Verdi, che molti altri direttori tagliavano spietatamente e insensatamente. In questo Marinuzzi era più avanti, non c'è dubbio alcuno. Aveva una maggiore sensibilità rispetto ad altri. Poi sapeva dirigere.

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Marinuzzi, Schippers, Levine... prendo nota, grazie. ;) Anche se la versione Sanpietroburghese di Gergiev continua ad intrigarmi più delle altre.

Se è per questo, Miasko, è buona anche la EMI diretta da Gardelli.

Però se vuoi provare il brivido della performance teatrale di un direttore energico e geniale e di voci belle, generose e impavide non puoi non ascoltare

il live fiorentino del '53:


/>http://www.youtube.com/watch?v=wJd0thL3luo&feature=related


/>http://www.youtube.com/watch?v=GEZs5K0OXng&feature=results_video&playnext=1&list=PL5CCB6F483999D901


/>http://www.youtube.com/watch?v=ugil3m_S-Ng


/>http://www.youtube.com/watch?v=cK1zWjWHEpw&feature=related

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Chissà cosa frulla in capo anche ai migliori discografici. Nella Verdi Edition, la Decca ha privilegiato i Masnadieri "suoi" rispetto a quelli della Philips. INvece, la Luisa Miller "sua" (quella di Peter Maag con Pavarotti, Caballé e Milnes) è disdegnata, a favore di questa edizione DG la cui genesi per me è sempre stata un mistero. E' un'edizione incomprensibile, per quanto mi riguarda. Lo dico perché sembra assemblata surrettiziamente, con spizzichi e bocconi vari, e con un cast "di riporto" (doveva esserci Ghiaurov, invece c'è Gwynne Howell...).

Anzitutto, colpisce subito l'estrema secchezza della registrazione, veramente poco spaziata.

Poi, è inevitabile parlare di Lorin Maazel, che Iddio sa perché sia stato scritturato.

Maazel è un eccellente direttore, ma la costanza non è proprio il suo forte. E nemmeno, se vogliamo, la sensibilità di accompagnatore canoro. Qui firma una direzione a dir poco "cinica", indifferente al contenuto umano di un'opera che ne possiede a iosa. La Sinfonia, uno dei brani di Verdi più prossimi allo Scherzo di una sinfonia romantica tedesca, Peter Maag la faceva diventare stretta parente della Scozzese di Mendelssohn: Maazel invece la "tira via" in modo abbastanza sbrigativo, forse appariscente ma arido. Gli accompagnamenti sono belli come suono orchestrale, ma purtroppo rigidissimi e ben di rado apparentati al calibro vocale ed espressivo dei suoi cantanti. I ritmi diventano non di rado organettistici, roba da critici crociani che voglian sostenere la tesi di una faciloneria di Verdi. Spiace davvero dover fare critiche del genere proprio a Maazel, direttore così sensibile in Sibelius e in certo Novecento: qui la sensibilità lascia spazio a un'ostentata superficialità, un dovere d'ufficio, quasi una timbratura svogliata di cartellino.

E i cantanti, che di loro hanno notevoli problemi, ne escono ancor più mortificati.

Katia Ricciarelli, dopo prove molto buone del Verdi giovanile, in questa parte è molto ma molto alterna. Se la cava coi lirismi e la coquetterie del primo atto, in cui peraltro qualche stridore riesce a farlo udire, in aggiunta ai tipici attacchi veementi e stridenti molto stile Caballè (ma senza la tecnica della catalana). Con gli atti successivi, la tessitura diventa sempre più spinta, e le cose peggiorano, facendo udire un disagio crescente. L'interprete sembra pure partecipe, ma in realtà non va al di là della ritrosia pudibonda. Non un disastro completo, ma certo nemmeno una Luisa da ricordare. Senza contare che Maazel, indifferente, le sbalza attorno quinte e pannelli orchestrali degni come minimo di una Nilsson, e quindi la costringe a varie forzature.

Domingo è senz'altro molto più in regola tecnicamente, ma qui è stremato. Era il momento peggiore della sua carriera, e davvero spiace sentire un ultimo atto così legnoso, duro, sforzato e faticoso. Condizioni che naturalmente limitano parecchio le intenzioni interpretative. Ma tutto il resto della musica di Rodolfo, purtroppo, è inficiato dalla stanchezza tenorile, in modo particolare "Quando le sere al placido", la cui esecuzione è distante anni luce da Pavarotti e Bergonzi, per stare alle registrazioni integrali.

Renato Bruson naviga su tutt'altra imbarcazione. In forma smagliante, sfoggia voce pastosa e di magnifico timbro, con morbidezza e legato da manuale. Senza contare che una parte paterna come quella di Miller gli calzava a pennello, e quindi abbiamo fraseggi ispirati, che esplorano tutte le pieghe dell'affetto, del sussiego, dell'autorevolezza. Maazel lo mette un poco alla frusta, giacché la voce non è strapotente, specie nel settore acuto. E quindi, anche Bruson purtroppo ne esce limitato.

Gli altri sono da girone dei dannati.

Gwynne Howell magari fa un compitino vocale che si potrebbe definire sufficiente, se si soprassiede sulla dizione un po' opaca, sull'emissione alquanto ingolata e sullo spessore mingherlino della linea vocale, che si confonde addirittura con quella di Bruson. Però è un Walter pressoché inesistente. Fortuna che gl'inglesi sono sempre attenti all'aspetto teatrale: l'accento di questo Walter invece è a dir poco placido, dimesso, uniforme. Nel Finale Primo, sembra quasi liliale, senza un'ombra di implacabilità, di imperiosità, di autorità.

Wladimiro Ganzarolli fa valere un'eccellente dizione, e in certe scene, come quella della lettera di Luisa, fraseggia in modo oltremodo espressivo e convincente. Purtroppo, ormai l'emissione è del tutto incrinata dai guasti capitali che mai questo cantante cercò di correggere: ergo, la voce è un indescrivibile e inchiostroso impasto di nasalità e gutturalità (impresa non da poco, va detto), tale da ricordare qualche bizzarro corvo o avvoltoio in salsa disneyana. Il duetto con Walter, vi lascio immaginare cosa diventa (seppur Ganzarolli anche qui cerchi di fraseggiare).

Elena Obrastzova vede Federica come un volano tramite cui scagliare quanta più voce le sia possibile: gran voce, gran timbro ma dopo un minuto queste sonorità di petto così ostentate suscitano il mal di mare.

Discreti i comprimari, tra cui c'è il contadino della meteora della Valle d'Itria Luigi De Corato.

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Maazel è sempre stato (ed è) un direttore tecnicamente dotatissimo, un immane virtuoso dello strumento orchestrale, che conosce alla perfezione l'orchestra e dirige benissimo gran parte del "suo" repertorio sinfonico novecentesco (Sibelius, Ravel, Rachmaninov, Prokofiev qualche autore americano) ma con l'opera italiana, in particolare, proprio non c'entra nulla: e appunto, chi conosce già la sua pessima Luisa Miller di cui sopra, incisa con la Ricciarelli e Domingo, lo sa bene. Sempre gigione e malato di protagonismo, qui si compiace di fronte al suo gingillo orchestrale tutto suoni e timbri, sublime fin che si vuole, ma del tutto fuori luogo e fuori misura specialmente in Verdi. L'esibizionismo pirotecnico e il solito freddo e distaccato atteggiamento interpretativo denunciano ancora una volta che se ci si ferma a scavare sotto la superficie, oltre l'effetto e la tecnica, o il volume di suono, nel suo Verdi c'è il vuoto totale e un senso di routine costante (tra l'altro, sovrastando i cantanti in modo penoso). Bisogna aggiungere anche che è un direttore molto poco costante: cioè su 10 concerti ne azzecca 1 (e magari in quella serata è eccezionale). Eppure è un'opera, la Luisa Miller, che Maazel riprese svariate volte, a Monaco e a New York oltre che a La Scala nel 2000 con la Frittoli, mi pare. Non solo non vale minimamente Peter Maag (Decca con Pavarotti/Caballè), ma neppure Fausto Cleva (RCA con Bergonzi/Moffo).

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il solito freddo e distaccato atteggiamento interpretativo

Anche in Puccini, Ives, Lorin Maazel non sfugge al suo cliché: suono orchestrale impeccabile ma a sè stante, avulso dal momento drammatico e narrativo e impermeabile all'espressività dei cantanti.

Qui nello struggente duetto dal Tabarro, malgrado il canto vibrante e il coinvolgimento emotivo della Scotto e di Domingo, l'orchestra di Maazel accompagna le appassionate espansioni melodiche pucciniane stando in punta di piedi, suonando con composta eleganza, senza slancio, senz'anima, ignorando la situazione scenica, lo spirito della musica e l'impegno degli interpreti:


/>http://www.youtube.com/watch?v=JZXyCDHAkSo

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Interrompo un attimo l'infilata della Verdi Edition perché mi sono dedicato all'ascolto di questa Boheme di cui ho sentito parlare innumerevoli volte.

Io a dire il vero ce l'ho in questo cofanetto:

bravissimobrv9905.jpg

E' una trasmissione della Rai del 1969, eseguita dal vivo.

Ebbene, non credevo che avrei potuto preferire qualche Boheme a quella di Karajan. In questo caso è accaduto: questa è la MIA Boheme di riferimento.

Anzitutto, il suono, come a volte poteva capitare dagli anni Sessanta in poi in RAI, è uno stereofonico pienamente godibile.

Poi, l'insieme.

Thomas Schippers dirige magnificamente. Non ho mai sentito la sua stroncatissima edizione EMI precedente, ma qui firma un capolavoro assoluto. Una direzione ricca di pulsazioni, di gradazioni d'intensità che si accendono e si spengono in una manciata di secondi. Non c'è lo stupendo decadentismo di Karajan, sostituito da un fauvismo quanto mai accattivante e gagliardo nelle scene di amicizia, ma che sa incresparsi di lirismo nei momenti d'amore e farsi livido e raggelato al divampare della tragedia.

Il cast poi è forse superiore a quello della stessa edizione di Karajan.

Pavarotti firma un Rodolfo magnifico, anzi perfetto. In una parte che era "sua" forse più di qualunque altra, sfoggia vocalità raggiante, fenomenale, ancor più facile e rifinita di quella che mostrerà con Karajan. Il fraseggio è giovanile, spensierato ma capace di stupende espansioni amorose. E al "Mimì è tanto malata" non sfodera l'espressione manierata e lacrimevole che si sentirà nella Decca. Un Rodolfo nato.

Così come la Freni, lanciatasi internazionalmente con Mimì, si rivela la più autorevole interprete del ruolo. La voce è una meraviglia di timbro cristallino e giovanile, di legato stupendo, di acuti argentei e squillanti. Ma l'accento è di una poesia deliziosa, cogliendo intimamente l'essenza di questo meraviglioso personaggio, una ragazza semplice che vive per l'amore. Sublime.

E Sesto Bruscantini, secondo me, supera perfino Panerai nel personaggio di Marcello. Gli apporta identica simpatia, incredibile dizione, stupefacenti inflessioni scettiche, ironiche, gioviali. E il canto è forse quello che di tutti i Marcello discografici più si riallaccia alla scuola antica, con voce tonda ma non ponderosa, leggerissima, capace delle più funamboliche smorzature come degli acuti più nitidi e squillanti.

Nicolai (o Nicola) Ghiuselev non è rifinito certamente quanto Ghiaurov, ma aveva pur sempre una voce grande e ricca, tale da portarci di fronte agli occhi un marcantonio ragazzone di uno e novanta, con la barba folta che vuole tagliarsi. Questo anche perché l'interprete è davvero irresistibile, nella sua simpaticissima goffaggine piena però di grande umanità. Più ancora della "Vecchia zimarra" (comunque molto ben cantata), di questo Colline emerge il talento di eccezionale conversatore nei passi d'insieme.

Passi in cui lo Schaunard di Gianni Maffeo, specializzato nel ruolo, emerge con bizzosa e contagiosa evidenza. E' un po' caricato nel primo atto, ma niente di scandaloso. E in tutto il resto, è adeguatissimo.

Rita Talarico è una delle non molte Musette davvero di spicco, a suo agio nei si naturali quanto nella civetteria confacente al ruolo, e di grande sensibilità nel colorare l'ultima scena.

Comprimari tutti italiani. Benoit è cantato benissimo e con bella voce di basso da Alessandro Maddalena, che lo interpreta poi in modo credibilissimo. Lo stesso per il pomposo e borioso Alcindoro di Franco Calabrese. Orchestra e Coro Rai di Roma in piena forma.

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Concordo Wittel, parola per parola.

Conosco questa Bohème da tanti anni e, almeno vocalmente, l'ho sempre considerata la migliore.

Come tu rilevi tutti i tre protagonisti cantano benissimo ma Pavarotti, in particolare, è in stato di grazia.

Qui, nel finale I°, dopo aver liberato splendidamente la voce sull'espansione "..fremon già nell'anima..." è grandissimo, a 0:51, sulla frase " le dolcezze estreme " che canta con timbro intenso e accento trepidante. Un capolavoro, una meraviglia! Non è forse questa la voce della giovinezza?


/>http://www.youtube.com/watch?v=mW0oWQUByxk

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C'è anche il video! Che bello.

E Pavarotti all'epoca usava le barbe finte, a cui poi si sarebbe dichiarato allergico.

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Conosco anche io questa incisione del 1969 e m'è sempre piaciuta. Dopo avere rivalutato ma in senso negativo l' incisione Di Stefano-Callas del 1956 (più che altro perchè Pippo nel 1956 iniziava a non essere più un Rodolfo come si deve), devo però dire che stando alla sola prestazione del tenore, per me il top è l' incisione del 1939 di Gigli che dà veramente l' impressione di risolvere la parte con una facilità incredibile tenendo conto che aveva già quasi 50 anni. Poi, se vogliamo andare a vedere il cast di supporto, sicuramente questa incisione del 1969 è superiore, ma a livello di Rodolfo per me il migliore che abbia mai sentito rimane sempre Gigli

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Rodolfo per me il migliore che abbia mai sentito rimane sempre Gigli

Da un punto di vista strettamente fonatorio, Alfio, è proprio così. La sapienza tecnica che Gigli esibisce nell'arioso del I° Atto non ha uguali in tutta la storia delle registrazioni di Bohème. Le note sono sempre facili, piene, lucenti e la padronanza dei tre tipi di emissione ( testa, misto e petto) è assoluta. permettendogli di spiegare un'ampia gradazione dinamico-coloristica. Sapendo emettere in modo magistrale qualunque tipo di suono, dai soavi attacchi a mezzavice a robusti suoni di petto, a qualunque altezza e intensità, non stupisce che il controllo delle modulazioni e il "legato" siano perfetti.

Diverso è il discorso per il fraseggio e per il gusto.

Rodolfo è un poeta, sensibile e sognatore, ma possiede anche l'appassionata esuberanza della giovinezza e la scanzonata spontaneità della vita bohémienne.

Queste caratteristiche emergono nell'interpretazione di Pavarotti mentre in Gigli il canto è banalizzato da inflessioni ora manierate, ora querule, ora lacrimose e talora anche un po' sbrigative e a buon mercato ( v. gli accenni di riso su " Aspetti signorina, le dirò con due parole" oppure "Che cosa faccio? Scrivo!| E come vivo? Vivo!") o anche, nella seconda parte, da certe espansioni forse un po' troppo altisonanti ( "..ed i bei sogni usati, ed i bei sogni miei..."). Sono dettagli, intendiamoci, in un'esecuzione straordinaria, da antologia, ma hanno il loro peso.

Insomma Alfio : una grande lezione di canto ma un gusto qua e là discutibile e non sempre finissimo:

http://www.youtube.com/watch?v=MommRx2Sj40

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Però caro Pinkerton, come hai scritto tu "un'ampia gradazione dinamico-coloristica" così variegata come quella di Gigli-Rodolfo l' ho ritrovata solo nella incisione di Bergonzi con la Tebaldi. Ti dico solo che dopo avere ascoltato la Boheme di Gigli ho ridimensionato e di molto anche le Boheme del Di Stefano più giovane perchè troppo a senso unico rispetto a quella del Beniamino

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Però caro Pinkerton, come hai scritto tu "un'ampia gradazione dinamico-coloristica" così variegata come quella di Gigli-Rodolfo l' ho ritrovata solo nella incisione di Bergonzi con la Tebaldi.

Bergonzi, Alfio, non ha il colore vocale previlegiato di Gigli ma il suo timbro è più spontaneo e virile e inoltre impiega meglio le sue risorse tecniche e le capacità di modulazione: il suo Rodolfo è più espressivo, più personale, più comunicativo, insomma, più vero.

E poi, a 1:09, emette una nota straordinaria, anzi unica, che possiede una carica comunicativa di rara suggestione: il La naturale acuto smorzato in "stentando" con cui attacca la frase, legata e dolcissima, "Chi sono e che faccio...." non è solo una prodezza fonatoria, un virtuosismo assoluto ( in nessun'altra registrazione di nessun altro tenore si ascolta, a quel punto, qualcosa di simile) ma è un messaggio irresistibile per Mimì, un soffio d'anima che entra nel suo cuore:


/>http://www.youtube.com/watch?v=xOhnII0381s

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Che poi a dirla tutta la cosa incredibile è che Bergonzi ti fa una incisione così fantastica per un ruolo che non frequentò poi più di tanto in teatro. Ma non è che Wittelsbach s'è ascoltato anche l' altra Boheme, cioè quella sfortunata di Leoncavallo?

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Opera molto arzigogolata e particolare. Ha ragione chi sostiene che i suoi migliori atout siano le finezze dello strumentale, in effetti davvero ricercato.

Era un Verdi voglioso di sperimentare. L'opera non è rimasta in repertorio: di grandi espansioni "alla Verdi" non ce ne sono molte, questo ne ha sicuramente frenato la diffusione.

Il cast ha alti e bassi.

Tra questi ultimi, Carreras. Hanno scritto che è una parte bassa per lui, e che il suo timbro è troppo giovanile per la parte. Eppure, nel 1979 Carreras riusciva comunque a essere stanco e sfibrato. Così i suoi acuti (che non sono affatto pochi) sono note al torcibudella, spinte e sgradevoli. L'accento è tendenzialmente veristicheggiante, anche se onestamente occorre rilevare qualche momento liricheggiante e ben riuscito. In sintesi, uno Stiffelio piuttosto superficiale e vocalmente a dir poco imperfetto.

Meglio Sylvia Sass nel ruolo di Lina, pur non essendo mai riuscito a comprendere il deliquio con cui certa critica ha sempre trattato questa cantante. Gli acuti sono sovente molto oscillanti, in effetti, e la dizione è piuttosto nebulosa. Tuttavia canta bene, e dispiega una vasta scelta di smorzature, rinforzi, sfumature. Insomma, una Lina molto convincente.

Ancor meglio è lo Stankar di Matteo Manuguerra, forse un poco nasalizzante ma cantato con dovizia vocale e accento oltremodo verdiano. L'aria del terzo atto è cantata veramente bene, tra la mordbidezza delle mezzevoci e lo squillo autentico di acuti eccellenti.

Wladimiro Ganzarolli ha ormai l'emissione disastrata degli ultimi suoi anni di carriera, e se pure si sforza di essere morbido ed espressivo, il risultato del suo Jorg è molto modesto.

Ezio Di Cesare compita un Raffaele se non altro corretto, ma tra le parti minime spicca Thomas Moser, gramo urlatore dilettante che qualche sventurato ha oggi chiamato addirittura a fare Tristano a Vienna, mentre risulta pessimo trent'anni fa anche in una parte ridicola come quella di Federico.

Senza scintille, ma con molte miniature strumentali ben calibrate, la direzione di Gardelli.

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Non conosco quest'edizione di Gardelli con Carreras, che cantò l'opera anche dopo la malattia al Covent Garden con la Malfitano (c'è pure in dvd), ma viene pur sempre indicata come di riferimento (forse perchè l'unica).

Io ho l'edizione in dvd della DGG, dal Met con Domingo, Chernov e la Sweet diretta da Levine. Mi sembra riuscita, nel complesso:

0734288.jpg

Verdi riutilizzò molta della musica di Stiffelio in Aroldo, se non sbaglio alterando fisicamente la partitura di Stiffelio e sovrascrivendoci Aroldo. Solo recentemente e con una certa fatica si è riusciti a ricostruire lo Stiffelio originale. Visto lo scarso entusiasmo con cui l'opera era stata accolta, Verdi si decise dopo alcuni anni (mi pare circa sette) a cambiare ambientazione, trasferendola al tempo delle crociate (gli argomenti scabrosi in questa veste "passano" più facilmente), e a fare del protagonista non più un "prete", ma un crociato. La vicenda comunque è identica, e anche la musica, se si eccettuano alcune modifiche. Indubbiamente la musica dell'Aroldo è più matura, come sostengono alcuni critici, ma quella dello Stiffelio è più immediata, più "fresca", più "convinta".

°°°°°°

L'Oedipus Rex con Moser e la Norman (disco Orfeo diretto da Colin Davis) è splendido. Ma non lo conosco per altro, se non le sue sciagurate ultime prove wagneriane.

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Quella registrazione non la conosco, ma è ben reputata.

A me spiace tantissimo per come viene maltrattato Manuguerra, spesso e volentieri.

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A me spiace tantissimo per come viene maltrattato Manuguerra, spesso e volentieri.

Anche a me. Matteo Manuguerra aveva voce gradevole, dai riverberi tenorili, che manovrava con buona tecnica e anche con un certo gusto. La storia di certe note un po' nasali è vera ma non si tratta di nulla di scandaloso e comunque, in fatto di nasalità, s'è sentito ben di peggio.

Il suo fraseggio mancava un poco di incisività e, alle volte, i suoi recitativi, pur scorrevoli, suonavano insipidi.

Eccelleva però nei cantabili, sempre di bella linea, ben legati e misurati, come in questo video di Trovatore dove Manuguerra, piuttosto scialbo e a disagio nel recitativo, si riscatta nel cantabile "Il balen del suo sorriso", ben sostenuto e chiaroscurato, con leggerezza, fluidità, eloquenza:


/>http://www.youtube.com/watch?v=tNZncFqgOb8&feature=results_video&playnext=1&list=PL79DE42E221A8EC40

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Dello Stiffelio di Levine ecco qui il duetto del primo atto dove Domingo si difende come può, non brillando

né per voce né per completa comprensione della parte: è incerto e generico nel fraseggio, monotono per colore e accento,

avaro di sfumature, aperto e forzato negli acuti.

Assai meglio di lui Sharon Sweet:

http://www.youtube.com/watch?v=BgP71YC24p0

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Io vorrei sentire un po' di Manuguerra anni Sessanta.

Credo ci sia un cd Bongiovanni della serie "Il mito dell'opera", ma niente di studio.

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Meglio Sylvia Sass nel ruolo di Lina, pur non essendo mai riuscito a comprendere il deliquio con cui certa critica ha sempre trattato questa cantante. Gli acuti sono sovente molto oscillanti, in effetti, e la dizione è piuttosto nebulosa. Tuttavia canta bene, e dispiega una vasta scelta di smorzature, rinforzi, sfumature. Insomma, una Lina molto convincente.

Pur avendo spaziato, callassianamente, in un repertorio vasto ed eterogeneo, Sylvia Sass era, per gusto e temperamento, una soprano verista.

Non stupisce quindi che la critica l'abbia stigmatizzata quando si cimentava nel repertorio protoromantico e romantico. Non ne aveva lo stile.

Ma sapeva cantare e, quando era in forma e agiva sul terreno a lei congeniale, era molto espressiva e esibiva una tecnica di tutto rispetto, con suoni solidi, ben immascherati e un buon controllo delle modulazioni.

Come appare evidente da questo video del '79:


/>http://www.youtube.com/watch?v=Y8PpBqbVQ5U&feature=related

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La Verdi Edition della Decca include questo Rigoletto. Edizione piuttosto squilibrata, ma non malissimo, a ragionarci sopra.

Il migliore del cast è Leo Nucci, che del resto canta Rigoletto ancora oggi, seppure con alterne risultanze. Qui, al pieno dei suoi mezzi ragguardevoli, è un Rigoletto maiuscolo. Intanto, canta benissimo: voce chiara e incisiva, acuti squillanti e nitidi, mezzevoci assai meno nasali del solito, ricco gioco di sfumature. Poi l'interprete è quantomai vivo e convincente, dettagliando perfettamente le tre anime di Rigoletto: quella beffarda, quella paterna, quella sanguigna. Il Rigoletto beffardo delle prime scene si fregia di un fraseggio pungente, senza camuffamenti vocali. Il Rigoletto padre trae ottimo partito da mezzevoci benissimo sostenute e liricheggianti. Il Rigoletto "grandioso" poi è forse ancor meglio: "Solo per me l'infamia" è benissimo reso, molto più di quanto non riuscisse a Fischer Dieskau. L'invettiva ai cortigiani, ben differenziata nei suoi momenti, è tra le migliori in disco. E la scena finale è singolarmente composta.

Quasi sulla stessa lunghezza d'onda Luciano Pavarotti, a cui nuoce però il fatto di aver inciso il Duca di Mantova nel 1971, con ben altri risultati. Qui canta ancora bene, ma purtroppo la facilità della voce si è un poco ossidata. Già nella Ballata, di cui si apprezza l'irruenze di fraseggio, si odono note acute lievemente sforzate, come se il cantante ci si buttasse di peso. Stesso problema in "Parmi veder le lagrime", dove Pavarotti sembra accusare addirittura una vera fatica. Tuttavia, il personaggio gli calzava a pennello, e certa maniera di fraseggiare è veramente irresistibile. Senza contare che, comunque, la linea di canto è ancora luminosa e attraente. Un Duca ancor pienamente convincente, in ultima analisi.

Juna Anderson, che qualche fan ha voluto mettere accanto a Caballé e Sutherlande nel novero delle "grandi belcantiste", di grande ha obiettivamente pochino, almeno qui. Bella la voce, certo. Accurata la linea. Ma gli acuti, invece di essere morbidi e senza peso come quelli della Scotto o della Sutherland, sono tutti più o meno tesi e fibrosi. Il fraseggio è poco interessante. Il secondo duetto col padre è decente, ma il resto è solo corretto, e spesso non del tutto gradevole.

Da dimenticare le due voci gravi.

Maddalena per la Verrett è una parte troppo bassa, e la povera Shirley, che sembrava peraltro essere in cattiva forma, annaspa in modo piuttosto penoso: a volte sembra che si esprima col linguaggio dei segni, non si sente proprio. E quando si sente, l'apertura del registro basso la metamorfizza in una vecchia e bisbetica governante. Governante inglese per giunta, dato che la dizione della Verrett è sempre stata alquanto peculiare e anglicizzata, cosa che i suoi fan raramente ammettono (e non si capisce perché, un difetto simile non ne ha mai intaccato la vera grandezza). La vera voce della Verrett emerge in qualche frase più acuta, come "così tutto il prezzo goder si potrà", dove finalmente si riconosce la cantante. Ma la parte, ahinoi, di note così ne ha poche. Così, la scena col Duca e il Quartetto riescono poco.

Ghiaurov è meglio, se non altro perché si sente sempre. Ma a sessant'anni il suo Sparafucile, di frasi gutturali e sfocate, ne sfodera proprio tante. E a tratti finisce per far ridere pure lui, anche se il duetto con Rigoletto non è malissimo.

Di lusso i comprimari, con Roberto Scaltriti come Marullo, l'ultrasettantenne Piero de Palma come Borsa, Anna Caterina Antonacci come Contessa, Natale de Carolis come Monterone (non del tutto riuscito secondo me).

Lascio per ultimo Chailly. Fu accusato di "pesantezza". A mio vedere, la sua mi sembra piuttosto una lettura verdiana moderna, che dà risalto inusitato all'orchestra come avevano fatto, in maniera diversa, Muti e Sinopoli (massì, anche Giulini). Il suono è decisamente turgido, ma a me sinceramente non sembra un difetto.

L'orchestra del Comunale di Bologna eccelle.

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La Verdi Edition della Decca mantiene in carniere questo Trovatore sempre e comunque vituperato.

Ebbene, sapete una cosa? Dopo un attentissimo riascolto, non dico che lo rivaluto ma riesco ad apprezzarne i punti di forza, che onestamente non mancano.

Antonella Banaudi, per esempio, non si può dire che canti male.

Ha evidenti limiti tecnici, ma li aveva anche la Plowright dell'osannato Giulini, per non dire della Ricciarelli nella dimenticata edizione di Davis.

La Banaudi anzitutto ha una dizione eccellente, scolpita, incisiva. E un bel timbro vocale.

L'emissione è affetta da lieve vibrato stretto. Gli acuti sono sovente fibrosi e un poco tirati.

Ma complessivamente il canto è accettabile, e non mancano le sfumature, anche se l'interprete certo non dice molto.

Non mi sembra malaccio, per esempio, l'aria dell'ultimo atto, compresa la cabaletta.

Pavarotti non era al meglio, ma la sua resta indubitabilmente la voce di Manrico, giovanile, fresca e "amorosa".

I do acuti non sono più quelli di una volta, sono un poco più "sparati" anziché "librati" con facilità impressionante.

Tuttavia, anche se l'aria "Ah sì ben mio" non è più quella d'antan, è ancora un bel cantare, e certi fraseggi pavarottiani ("Fra quegli estremi aneliti") sono tuttora irresistibili.

Un Manrico, insomma, capace di imporsi ancora malgrado tutto.

Leo Nucci non ha nessun problema, e canta tutto con l'usuale robustezza e facilità.

Mancano un poco gli alleggerimenti e le sfumature, e il suo Conte è un pochino monocorde. Ciononostante, il suo linguaggio è quello di Verdi.

Shirley Verrett, al riparo delle note eccessivamente gravi della parte di Maddalena (disastrosa) affrontata con Chailly, qui ci regala un'Azucena del tutto convincente. Il settore medio-alto della voce è ancora di primaria qualità (il do acuto le riesce alla grande) e l'interprete si fa valere in modo oltremodo efficace, se si sorvola sulla consueta dizione all'americana. Segnalo che al "V'è un Dio pei miseri", in corrispondenza dei pianissimi notati da Verdi, ci sono strani sbalzi fonici nella registrazione, come se un tecnico abbassasse le manopole.

Francesco Ellero d'Artegna s'iscrive nel novero dei Ferrandi stile Nicola Zaccaria, dal vocione grosso e scuro ma piuttosto duro, malgrado leghi e moduli meglio che in altre occasioni.

Buoni i comprimari, col Ruiz dell'inossidabile De Palma, e, addirittura, Roberto Scaltriti che fa il vecchio zingaro.

Mehta sa indubbiamente muoversi in quest'opera di sua lunga frequentazione.

La direzione tuttavia è lievemente incostante: si passa dal lirismo dell' "Onda dei suoni mistici" a una "Pira" clamorosa, bombastica e saltellante, vagamente veristicheggiante.

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