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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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3 ore fa, Ives dice:

Mi intrometto solo per segnalare un altro Lohengrin "outsider":

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Non tutto perfetto, anzi, però da sentire. Quantomeno per il protagonista.

Ne hai parlato anche altre volte, è un'edizione bella, con un grande protagonista!

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Nella registrazione di Tristano e Isotta realizzata nel 1994 nell'ambito del grande progetto di Teldec, Barenboim ha avuto a disposizione i Berliner Philharmoniker, orchestra di cui del resto è sempre stato amico, fin da quando ha iniziato a lavorare nella capitale tedesca. Al suo servizio, un cast fatto di "nomi", protagonisti della vita teatrale dell'epoca oppure ancora in fase di emersione (Struckmann), comunque composto con criteri di realismo.

Beh, anche nel Tristano l'orchestra di Barenboim è una protagonista assoluta. Lo è nella marcata impronta decadente, certamente wagneriana ma con già un occhio a Strauss, Mahler, forse addirittura Schreker e Zemlinsky, come dire l'humus in cui germinò lo Schonberg dei Gurrelieder. L'atmosfera dunque è profonda, disfatta, sensualmente torbida, capace, a tratti, di vere e proprie tempeste emotive. I Berliner rispondono con una ricchezza sonora addirittura sontuosa, pur nella diversità di suono a loro richiesta rispetto allo sfumato poema del Karajan che li aveva condotti oltre vent'anni prima nel disco con Vickers. Se c'è un appunto che si può fare, è che i cantanti talvolta sono in imbarazzo, investiti di turgori acustici che spesso li sommergono: il direttore, a quanto pare, non vuol venir meno alla sua visione, anche a costo di lasciare il canto a se stesso. Fatto salvo questo dettaglio non sempre simpatico, un Tristano singolarmente proiettato al futuro.

I due protagonisti, come avrete capito dalla mia allusione, sono a tratti problematici. Waltraud Meier la conoscete, sapete che bella voce abbia. E sapete anche che è un mezzosoprano. Un mezzosoprano, per Isolde, non è che vada troppo bene. In questa prestazione della Meier, si nota il contrasto tra il roccioso registro centrale, un passaggio di registro superiore in cui la voce diviene tremula e oscillante, e i veri e propri urlacci con cui sono risolti i do acuti e gli acuti estremi in genere. Ora, questo è piuttosto fastidioso: il beccheggio vocale di un po' tutto il secondo atto è davvero rilevante, Isolde tende ad affondare e Barenboim se ne frega altamente, costruendo edifici sempre più grandiosi che la schiacciano. Però, innegabilmente, la Isolde della Meier è un personaggio vivo, palpitante, di sentimenti ovunque brucianti, nell'angoscia, nell'amore, perfino nella sensualità che secondo molti qui non sarebbe richiesta. Il Liebestod finale è decisamente bello.

Siegfried Jerusalem vocalmente sta su posizioni simili, con l'aggravante di essere interprete molto meno interessante. Il calibro vocale è sempre stato ridotto, e ancor più lo era nel 1994, dopo tanti Siegfried e, appunto, vari Tristan killer dal vivo. In studio di incisione, la situazione è diversa, potendo riposare: dunque, un po' di grinta vocale viene fuori soprattutto nel tremendo Secondo Atto, mentre il Terzo non risparmia suoni acuti stridenti e affanno in un timbro ormai fattosi grigiastro e poco attraente. Qualche fraseggio impetuoso è abbastanza convincente, ma quando prova a cantare piano (molto di rado) la voce si opacizza e diventa inintelligibile. Un Tristan di complemento, anche se non troppo fastidioso e non troppo sgradevole.

Il difetto della Brangane di Marjana Lipovsek, ancora una volta, non è una colpa sua: il timbro tende a confondersi con quello della Meier nelle rispettive scene. Lo distinguerete presto, però: l'emissione della Lipovsek vanta una maggiore uguaglianza dei registri, più morbidezza sul passaggio e più spontaneità sulle note acute. Quanto all'accento, questa cantante era quasi sempre capace di dire qualcosa, e lo fa anche qui, costruendo un personaggio particolarmente immedesimato.

Falck Struckmann, in fase crescente, all'epoca ancora non aveva risolto qualche problemino in un'emissione che risulta un poco gutturale e non priva di suoni centrali piuttosto spoggiati. Come si vedrà nel prosieguo di carriera, questo problema verrà superato ben presto. Qui in ogni caso è trasceso dalla qualità vocale complessiva (il timbro è quello scuro e robusto, ben noto) e dalla bravura recitativa, abile nel porgerci un Kurwenal irruente, umano, in fin dei conti molto simpatico.

Matti Salminen non mi è mai piaciuto, a causa principalmente di una tecnica vocale molto sommaria, che lo portava a emissioni bovine e intubate. Però, è innegabile che in questo caso si sforzi di colorare e variare il fraseggio nell'impegnativo monologo di Re Marke, e ci riesce al punto da farmi soprassedere su alcune sue mancanze. Viceversa, alla fine dell'opera i difetti vocali vengono maggiormente alla ribalta.

I personaggetti minimi sono di lusso, a cominciare dal Marinaio di Uwe Heilmann, il miglior tenore mozartiano di quei tempi, per continuare col Pilota di Roman Trekel, il dignitoso Pastore di Peter Maus e il vocione del Melot del futuro heldentenor Johan Botha, all'epoca 29 anni, stroncato dal cancro nel 2016.

Malgrado qualche difetto, mi sento di dire che questo Tristan vale la pena di essere ascoltato, per la coerenza che c'è dietro e per la generosità di certi interpreti.

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Voce eroica per consistenza, colore, impeto nelle accensioni e abbandono nei ripiegamenti lirici.
Notate poi la perfetta omogeneità della linea di canto.
Concludendo: l'ultimo grande Lohengrin ( con buona pace di Domingo, Seiffert e compagnia cantanti)
 

 

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Eccoci al quinto titolo wagneriano che ha per protagonista Daniel Barenboim, e stavolta ci viene da Bayreuth! Si tratta di un classico collage di recite di quei Maestri Cantori che il direttore gaucho stava conducendo nelle estati della Franconia, nel torrido Festspielhaus (che non ha il condizionatore!).

Siamo nel 1999: era l'ultimo anno che Barenboim aveva in carico i Maestri, dopo averli presi e monopolizzati dal 1996 in avanti. L'allestimento era quello classico di Wolfgang Wagner: da sempre, malgrado l'avvicendarsi di registi di tutti i tipi, Wolfgang preferiva tenere i Meister per sé, per poi cederli alla micidiale figliola, tra gli osanna della critica più conformista.
Una cosa c'è da dire, sugli ultimi 15 anni di Wolfgang Wagner, uno schizofrenico che faceva dei Meister quasi tradizionali facendoli convivere con le altre opere i cui direttori di scena avevano la facoltà invece di scorticare come potevano: l'attenzione assurda al fatto scenico aveva procurato la scrittura di cast di profilo tendente al bassino. Il primo anno di questi Meister, il '96, c'era la Eva di Renée Fleming, che sarebbe stata interessante da udire. Dall'anno dopo no: ecco Emily Magee, rossa americana che non le arrivava neanche alla cintola ma poffarbacco sapeva recitare (dicunt), e dunque tutto bene madama marchesa.

Come che sia, l'edizione dei Maestri Cantori in questione non è proprio di quelle da portare sull'isoletta.
Daniel Barenboim, per una volta, non è proprio travolgente dal punto di vista teatrale. Si concentra sui valori musicali, ottenendo a volte momenti stupendi: la chiusa del secondo atto, dopo la zuffa, fa sentire un profumo di tiglio inebriante. La baruffa stessa ha un'articolazione ritmica e una precisione da paura, ma i cantanti risultano a volte coperti. La grande adunata conclusiva ha gradazioni infinitesimali in ogni famiglia strumentale, consentendo di apprezzare al meglio l'atmosfera che Wagner ha pensato attraverso la sua scrittura. Ma il ritmo è in generale lievemente annacquato, il procedere è piuttosto ampolloso e autocompiaciuto. L'orchestra di Bayreuth peraltro è splendida, e così il meraviglioso coro.

Alla generale svogliatezza si adegua un cast ampiamente deficitario.
Robert Holl di solito è modestissimo qualunque cosa canti, ma come Hans Sachs è talmente minuscolo come personalità da scomparire. Non si tratta, anzitutto, di questo o quell'acuto mancato, peraltro tutti sgolati e durissimi: è l'emissione in generale a essere sbiascicata, al punto da ricordare gli ultimi, imbarazzanti anni di carriera del suo collega Luigi Roni, che però era ben più vecchio. Ha una voce da Pogner, il che tra l'altro lo rende spesso indistinguibile dal vero Pogner, che qui è l'immondo Matthias Holle. Come interprete è incommentabile. E' un Sachs tendenzialmente grigio e tedioso (la scena con Beckmesser al Terzo Atto è assolutamente micidiale al riguardo), che ogni tanto increspa la noia con varianti sul genere di emissioni cavernose da orso bruno (l'attacco del monologo del lillà o della scena con Eva al Secondo Atto), oppure con stucchevoli manierismi ed effetti di "parlando" che sembrano presi di peso da un vecchio Beckmesser (parte del Secondo Atto, la scena con Eva al Terzo). E' indescrivibile la pizza dei due monologhi, e quello della Follia, con tutte quelle "w" pronunciate come se stesse cantando in inglese (e sì che era olandese!), ve lo raccomando. La mazzata finale è data da un inno alla Sacra Arte Tedesca quantomai melmoso, gutturale, con acuti che escono con la strozza.

Canta molto meglio il Beckmesser di Andreas Schmidt, ma bisogna pur convenire come il baritono tedesco era passato dall'essere un'eterna promessa allo status di decente esecutore che non l'ha mai mantenuta davvero. La voce non è proprio caratterizzata, è piuttosto comune nel timbro anche se non brutta, sostenuta mediamente bene. E' il tono a lasciare perplessi. Il suo merker alterna intere frasi impersonali a leziosaggini di marca vagamente liederistica, e in secondo luogo ad accenni di buffonata (solo accenni) simili ai fasti del Kusche del tempo che fu. Del tutto privo di sale. Figura meglio nella scena con Sachs del Terzo Atto, ove è piuttosto convenzionale, ma letteralmente si mangia il povero Holl, concludendo con un notevole la acuto.

Però, il cavalier Walther von Stolzing è il migliore in campo, e uno dei migliori sentiti nel ruolo. Peter Seiffert mostra difatti la voce argentina che ben conosciamo, e che era particolarmente adatta al suo ruolo. Quindi, un Walther di lucente freschezza, anche se la foga delle tavole del palcoscenico gli fa lievemente calcare la mano su un estremo acuto del suo "Fanget an!", peraltro assai bello. Anche nel suo caso, occorre rimarcare come la distribuzione timbrica gli giochi qualche tiro, anche se non per colpa sua.

Difatti, Endrik Wottrich, David, a volte tende a confondersi con Seiffert. E il perché è presto detto: voleva dimostrare di essere pronto per Tristan. All'epoca, credo, aveva anche una love story con Katharina Wagner, di 14 anni più giovane e allora rampante ventunenne, non ancora a capo del Festival. Il povero tenore, ucciso nel 2017 da un infarto, effettivamente qualche grossa parte la fece, ma venne definito all'unanimità inadeguato e addirittura difficile da udire. Fatto sta che il suo David fa la voce grossa quasi ovunque (approfittandone per simulare acuti da heldentenor, spinti allo spasimo per dare l'impressione di un vocione immenso), alternandola con pianissimi e curiose messe di voce, come a far intendere che il cantante si sta solo "abbassando" temporaneamente a fare un simile parte, di cui in ogni caso possiede poco lo spirito. Un momento in cui mi è piaciuto, tuttavia, è stato il breve Mottetto cantato a Sachs nel Terzo Atto: lì, per far vedere che è bravo, canta questa breve pagina con buona varietà coloristica e di spessori. Del resto, aveva pur sempre una bella voce.

Ho già accennato a Matthias Holle, di cui conviene dire tutto il male possibile: un Pogner addirittura macilento e sdentato, che pare il bisnonno di Eva. L'emissione sembra copiata di sana pianta da quella di Salminen, risultando muggente e intubata, con acuti abbaiati in modo vergognoso e un tono da vecchione obeso del tutto insopportabile.

Quanto a Eva, è un'altra che non si accontenta mai: Emily Magee. Le hanno detto che ha una voce che ricorda quella della Nilsson, e lei con entusiasmo decide di avvalorare il confronto con bordate assassine che però restano ben distanti dal modello, nei loro suoni taglienti. Anche l'accento ripudia la relativa soavità del Lohengrin (molto relativa) per abbracciare invece una non-interpretazione del tipo grifagno e serioso, come fosse una Ligendza rediviva.

La Magdalena di Birgitta Svenden comunque è ancora peggio, ha la voce di una sessantenne e modi da strega che non convengono affatto a una ragazza da poco non più impubere. Le urla che lancia sui modesti acuti (in particolare si sentono nella baruffa, sommersa da un mare orchestrale in cui ogni tanto fanno capolino le sgallinate della Svenden) ve le consiglio proprio... E sì che aveva solo 47 anni all'epoca.

Quanto al resto, abbiamo un Kothner particolarmente stanco e scostante in Hans-Joachim Ketelsen, e uno stuolo di maestri con ottimi mestieranti (Pampuch), futuri fenomeni da baraccone (Torsten Kerl), buoni liederisti in fieri (Roman Trekel), vecchi arnesi (Sandor Solyom-Nagy): tutti comunque bravi ed espressivi. E soprattutto, abbiamo un notevole Guardiano di Notte nell'ugola di Kwangchul Youn, che aveva 33 anni, sarebbe diventato un prezzemolino superpagato, ed è assolutamente meraviglioso per morbidezza ed espressione nelle sue due comparsate.

Troppo poco, un Walther, un mezzo Beckmesser e un Nachtwachter.

@Snorlax @Ives

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Interrompiamo un attimo la rassegna-Barenboim ma non Wagner, con un documento di quasi ottant'anni fa: la seconda incisione in studio di Tristan, portata avanti nel corso di tre giorni in un maggio 1943 a Berlino, dunque con un'atmosfera a dir poco pesante. E' la prima incisione in studio che può definirsi completa  in base ai canoni dell'epoca: quella di Bayreuth del 1928 era piuttosto un'ampia selezione, mentre questa riporta soltanto il tradizionale taglio di un grosso pezzo del duettone del Secondo Atto, come da usanza.
E' un Tristan secondo me davvero pazzesco per una molteplicità di motivi. La qualità audio è variabile: in certi punti è notevole, come per fortuna tutta la prima parte del Terzo Atto, che probabilmente è il vertice dell'esecuzione. In altri, come nella parte finale di "O sink hernieder", ci sono delle discrete distorsioni. Nulla che rovini l'ascolto.
Si percepisce, comunque, un'atmosfera elettrica, agitata, di marcato spicco teatrale. Il perché è presto detto: questa incisione è stata imbastita sulla base di coeve recite teatrali all'Opera di Berlino. Per dire, Heger e tutto il cast andarono anche in tournée in Italia, e fecero questo Tristano all'opera di Roma il 27 febbraio del 1943. In pratica, è la ripetizione pedissequa di una rappresentazione rodatissima su palcoscenico. Questo spiega molte cose, a parer mio, circa la sua bellissima riuscita.

Robert Heger, il Serafin tedesco, mostra di che pasta era fatto con una direzione che è un modello di racconto. Si situa, diciamo, a metà strada tra Furtwangler e Bohm. Se i grandi momenti procellosi e tempestosi non hanno nulla da invidiare al primo, il ritmo e la narrazione sono in tutto e per tutto quelli del secondo. Ne sortisce un'atmosfera cinematografica, da vecchia Hollywood, non troppo prona ai sottotesti filosofici quanto piuttosto desiderosa di dare uno sviluppo e un dinamismo a un'opera in cui, a ben guardare, non succede niente. E ci riesce molto spesso. Tra le numerose chicche, citerei di nuovo il Terzo Atto: i momenti più tragici di Tristan, accompagnati da un'orchestra lampeggiante, si intervallano con le pause consolatorie dell'amico Kurwenal, che viceversa ricevono uno strumentale leggero, disteso, weberiano, che perfettamente dipinge il personaggio. Il coro dell'Opera berlinese, dal canto suo, è ottimo al pari dell'eccellente orchestra. Una gran bella direzione, molto bella da ascoltare anche adesso.

Il cast è uno di quei miracoli che ogni tanto capitano: sanno cantare tutti, o almeno venire a capo delle loro parti, e in più ci mettono un coinvolgimento espressivo da recita dal vivo.
Per esempio, Paula Buchner è un'Isolde di voce seducente. Si sa poco di questo soprano austriaco: era nata a Vienna nel 1900, e vivrà fino al '63. Dopo il debutto nel '26, la sua carriera ebbe una svolta con la scrittura alla Staatsoper di Berlino nel 1938. Fece parte di quell'ensemble fino al '49, cantanto di preferenza Wagner e Strauss, con anche, però, personaggi di Verdi, di Puccini (Turandot naturalmente) e di Weber. Il background è evidente anche all'ascolto. Abbiamo un vocalismo di grande potenza ed estensione, oltre che di timbro assai bello. C'è qualche problema di vibrato nelle frasi ascendenti, e questo si evidenzia soprattutto al Primo Atto. Le note acutissime, in ogni caso, sono tutte presenti all'appello e appaiono anche facili. Importante, comunque, è anche il fatto che la voce della Buchner è ampia e pastosa anche al centro e in basso, in cui anzi è rotondissima senza disagi. L'interprete è viva. Non è un'analista, ma siamo pur sempre nel '43, quando certe cose erano di là da venire e si sarebbero viste con la Modl dieci anni dopo. Comunque, questa Isolde è una donna piena di passione e di sacro fuoco. Da certe frasi centrali, poi, emerge qualcosa di benvenuto: un tratto di cordiale ed empatica affettuosità, che è antitetico al fraseggio di certe declamatrici scure, atticciate e dal fiero cipiglio. Non è grifagna, la Isolde della Buchner: e questa è una cosa che mi piace non poco. Uniamoci che ha una dizione di una nitidezza spettacolare. Porta a casa la recita con onore e anche con qualche bella emozione.

Max Lorenz però è grande. Nel 1943 era al culmine della sua parabola aurea, e lo capirete da soli: voce d'acciaio temprato, fiati interminabili, centri rocciosi ma levigati, acuti ancora squillantissimi. Si capisce bene come fosse diventato beniamino anche in una Germania che perseguitava ebrei (sua moglie lo era) e omosessuali (pare che lo fosse lui, sia pure in segreto): dall'alto piovvero perentori ordini di non toccarlo mai e poi mai. In questo contesto, odiamo un Tristan vecchia maniera, ma sinceramente elettrizzante. Più moderno di Melchior nel declamato, Lorenz non evita comunque mai di cantare davvero, a parte un paio di frasi del Terzo Atto che comunque ci stanno bene. Tra lui e la Buchner, il cattivissimo duettone del Secondo Atto è superato con una gloria di suono che lascia ammirati. Ma il Terzo Atto di questo Tristan è un capolavoro per questo grande tenore. Il risveglio comincia con frasi soffocate, cantate piano, non del tutto timbrate ma adeguate al momento scenico, e soprattutto molto umane nell'inflessione e nell'accento. Man mano che si rende conto di quello che succede, il Tristano di Lorenz si arroventa sempre di più, arrrivando all'acme espressivo del "Verfluchter Tag mit deinem Schein!", maledetto giorno con la tua luce, con un'intensità e una verità che mi hanno fatto fare un salto, superando poi alcune frasi-killer con un metallo e una lucentezza che, sommate all'accento tragico e survoltato e col fondale della tumultuosa orchestra di Heger, mi sono rimaste in mente. E nei successivi, grandi e deliranti monologhi, Lorenz segue la stessa lunghezza d'onda. Non avevo ancora sentito un Tristano comportarsi in questo modo: Melchior cantava sempre con le parti molto tagliate e in ogni caso non aveva un accento del genere, e Windgassen era molto bravo ma, malgrado tutto (ossia malgrado una riuscita tutto sommato meravigliosa), non dava questa sensazione di immedesimazione totale oltre che di onnipotenza vocale.

Alla riuscita di questo grande Terzo Atto (in cui pure il Liebestod viene bene, malgrado qualche eccessivo beccheggio della Buchner) contribuisce anche il Kurwenal di Jaro Prohaska, habitué del ruolo di Wotan e Sachs e qui formidabilmente bravo. Qualche durezza e scompostezza vocale, peraltro espresse nell'ambito di una linea solida, non danno fastidio in Kurwenal, anzi sono persino appropriate. Ma soltanto se c'è un interprete a sfruttarle. E Prohaska ci fa un vero amico del cuore, uno che convincerebbe chunque e non solo Tristan: difficile trovare una simile commistione tra cordialità e commozione, combinata, ogni tanto, a quell'irruenza che davvero ci vuole in certi frangenti di questo personaggio.

Margarethe Klose è una delle grandi Brangane della storia del disco: timbro personalissimo e riconoscibile, vocalità rocciosa, recitazione contrastata e variatissima, con un pizzico di tocchi umbratili da Ortrud (di cui, ricordiamo, fu notevole interprete). Il suo "Einsam wachend" fa storia.

Quanto a Re Marke e al suo pontificante incedere, Ludwig Hofmann è davvero persuasivo. Lo ricordavo piuttosto incolore in altre prestazioni wagneriane dal vivo dell'epoca, ma qui sembra trasformato. Il terribile monologo parte giustamente commosso, ma non scade nella lagna, anzi è increspato da continue variazioni d'accento e d'intensità che lo rendono assai meno noioso. Belle le frasi con cui il cantante conclude questo notevolissimo momento, e buono anche il suo riapparire all'Ultimo Atto.

Ma qui van tutti bene. E' bravo il Marinaio dell'incisivo tenore Benno Arnold ed è addirittura meraviglioso il Pastore di quel fine artista che fu Erich Zimmermann, il Mime d'eccellenza nella Bayreuth degli anni precedenti. Non gradevole e anzi ruvido il Melot di Eugen Fuchs: ma per fortuna il personaggio sembra essere stato scritto proprio per fare questo effetto.

Vi regalo uno dei pezzi del Terz'Atto che ho preferito

 

@Pinkerton @Snorlax @superburp

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On 26/11/2019 at 19:38, Wittelsbach dice:

Grazie. Mai sentito personalmente. Le recensioni dell'epoca confermano i tuoi giudizi. Altro "passo falso" di questa integrale wagneriana è il Ring.

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15 ore fa, Wittelsbach dice:

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Interrompiamo un attimo la rassegna-Barenboim ma non Wagner, con un documento di quasi ottant'anni fa: la seconda incisione in studio di Tristan, portata avanti nel corso di tre giorni in un maggio 1943 a Berlino, dunque con un'atmosfera a dir poco pesante. E' la prima incisione in studio che può definirsi completa  in base ai canoni dell'epoca: quella di Bayreuth del 1928 era piuttosto un'ampia selezione, mentre questa riporta soltanto il tradizionale taglio di un grosso pezzo del duettone del Secondo Atto, come da usanza.
E' un Tristan secondo me davvero pazzesco per una molteplicità di motivi. La qualità audio è variabile: in certi punti è notevole, come per fortuna tutta la prima parte del Terzo Atto, che probabilmente è il vertice dell'esecuzione. In altri, come nella parte finale di "O sink hernieder", ci sono delle discrete distorsioni. Nulla che rovini l'ascolto.
Si percepisce, comunque, un'atmosfera elettrica, agitata, di marcato spicco teatrale. Il perché è presto detto: questa incisione è stata imbastita sulla base di coeve recite teatrali all'Opera di Berlino. Per dire, Heger e tutto il cast andarono anche in tournée in Italia, e fecero questo Tristano all'opera di Roma il 27 febbraio del 1943. In pratica, è la ripetizione pedissequa di una rappresentazione rodatissima su palcoscenico. Questo spiega molte cose, a parer mio, circa la sua bellissima riuscita.

Robert Heger, il Serafin tedesco, mostra di che pasta era fatto con una direzione che è un modello di racconto. Si situa, diciamo, a metà strada tra Furtwangler e Bohm. Se i grandi momenti procellosi e tempestosi non hanno nulla da invidiare al primo, il ritmo e la narrazione sono in tutto e per tutto quelli del secondo. Ne sortisce un'atmosfera cinematografica, da vecchia Hollywood, non troppo prona ai sottotesti filosofici quanto piuttosto desiderosa di dare uno sviluppo e un dinamismo a un'opera in cui, a ben guardare, non succede niente. E ci riesce molto spesso. Tra le numerose chicche, citerei di nuovo il Terzo Atto: i momenti più tragici di Tristan, accompagnati da un'orchestra lampeggiante, si intervallano con le pause consolatorie dell'amico Kurwenal, che viceversa ricevono uno strumentale leggero, disteso, weberiano, che perfettamente dipinge il personaggio. Il coro dell'Opera berlinese, dal canto suo, è ottimo al pari dell'eccellente orchestra. Una gran bella direzione, molto bella da ascoltare anche adesso.

Il cast è uno di quei miracoli che ogni tanto capitano: sanno cantare tutti, o almeno venire a capo delle loro parti, e in più ci mettono un coinvolgimento espressivo da recita dal vivo.
Per esempio, Paula Buchner è un'Isolde di voce seducente. Si sa poco di questo soprano austriaco: era nata a Vienna nel 1900, e vivrà fino al '63. Dopo il debutto nel '26, la sua carriera ebbe una svolta con la scrittura alla Staatsoper di Berlino nel 1938. Fece parte di quell'ensemble fino al '49, cantanto di preferenza Wagner e Strauss, con anche, però, personaggi di Verdi, di Puccini (Turandot naturalmente) e di Weber. Il background è evidente anche all'ascolto. Abbiamo un vocalismo di grande potenza ed estensione, oltre che di timbro assai bello. C'è qualche problema di vibrato nelle frasi ascendenti, e questo si evidenzia soprattutto al Primo Atto. Le note acutissime, in ogni caso, sono tutte presenti all'appello e appaiono anche facili. Importante, comunque, è anche il fatto che la voce della Buchner è ampia e pastosa anche al centro e in basso, in cui anzi è rotondissima senza disagi. L'interprete è viva. Non è un'analista, ma siamo pur sempre nel '43, quando certe cose erano di là da venire e si sarebbero viste con la Modl dieci anni dopo. Comunque, questa Isolde è una donna piena di passione e di sacro fuoco. Da certe frasi centrali, poi, emerge qualcosa di benvenuto: un tratto di cordiale ed empatica affettuosità, che è antitetico al fraseggio di certe declamatrici scure, atticciate e dal fiero cipiglio. Non è grifagna, la Isolde della Buchner: e questa è una cosa che mi piace non poco. Uniamoci che ha una dizione di una nitidezza spettacolare. Porta a casa la recita con onore e anche con qualche bella emozione.

Max Lorenz però è grande. Nel 1943 era al culmine della sua parabola aurea, e lo capirete da soli: voce d'acciaio temprato, fiati interminabili, centri rocciosi ma levigati, acuti ancora squillantissimi. Si capisce bene come fosse diventato beniamino anche in una Germania che perseguitava ebrei (sua moglie lo era) e omosessuali (pare che lo fosse in segreto): dall'alto piovvero perentori ordini di non toccarlo mai e poi mai. In questo contesto, odiamo un Tristan vecchia maniera, ma sinceramente elettrizzante. Più moderno di Melchior nel declamato, Lorenz non evita comunque mai di cantare davvero, a parte un paio di frasi del Terzo Atto che comunque ci stanno bene. Tra lui e la Buchner, il cattivissimo duettone del Secondo Atto è superato con una gloria di suono che lascia ammirati. Ma il Terzo Atto di questo Tristan è un capolavoro per questo grande tenore. Il risveglio comincia con frasi soffocate, cantate piano, non del tutto timbrate ma adeguate al momento scenico, e soprattutto molto umane nell'inflessione e nell'accento. Man mano che si rende conto di quello che succede, il Tristano di Lorenz si arroventa sempre di più, arrrivando all'acme espressivo del "Verfluchter Tag mit deinem Schein!", maledetto giorno con la tua luce, con un'intensità e una verità che mi hanno fatto fare un salto, superando poi alcune frasi-killer con un metallo e una lucentezza che, sommate all'accento tragico e survoltato e col fondale della tumultuosa orchestra di Heger, mi sono rimaste in mente. E nei successivi, grandi e deliranti monologhi, Lorenz segue la stessa lunghezza d'onda. Non avevo ancora sentito un Tristano comportarsi in questo modo: Melchior cantava sempre con le parti molto tagliate e in ogni caso non aveva un accento del genere, e Windgassen era molto bravo ma, malgrado tutto (ossia malgrado una riuscita tutto sommato meravigliosa), non dava questa sensazione di immedesimazione totale oltre che di onnipotenza vocale.

Alla riuscita di questo grande Terzo Atto (in cui pure il Liebestod viene bene, malgrado qualche eccessivo beccheggio della Buchner) contribuisce anche il Kurwenal di Jaro Prohaska, habitué del ruolo di Wotan e Sachs e qui formidabilmente bravo. Qualche durezza e scompostezza vocale, peraltro espresse nell'ambito di una linea solida, non danno fastidio in Kurwenal, anzi sono persino appropriate. Ma soltanto se c'è un interprete a sfruttarle. E Prohaska ci fa un vero amico del cuore, uno che convincerebbe chunque e non solo Tristan: difficile trovare una simile commistione tra cordialità e commozione, mista, ogni tanto, a quell'irruenza che davvero ci vuole in certi frangenti di questo personaggio.

Margarethe Klose è una delle grandi Brangane della storia del disco: timbro personalissimo e riconoscibile, vocalità rocciosa, recitazione contrastata e variatissima, con un pizzico di tocchi umbratili da Ortrud (di cui, ricordiamo, fu notevole interprete). Il suo "Einsam wachend" fa storia.

Quanto a Re Marke e al suo pontificante incedere, Ludwig Hofmann è davvero persuasivo. Lo ricordavo piuttosto incolore in altre prestazioni wagneriane dal vivo dell'epoca, ma qui sembra trasformato. Il terribile monologo parte giustamente commosso, ma non scade nella lagna, anzi è increspato da continue variazioni d'accento e d'intensità che lo rendono assai meno noioso. Belle le frasi con cui il cantante conclude questo notevolissimo momento, e buono anche il suo riapparire all'Ultimo Atto.

Ma qui van tutti bene. E' bravo il Marinaio dell'incisivo tenore Benno Arnold ed è addiririttura meraviglioso il Pastore di quel fine artista che fu Erich Zimmermann, il Mime d'eccellenza nella Bayreuth degli anni precedenti. Non gradevole e anzi ruvido il Melot di Eugen Fuchs: ma per fortuna il personaggio sembra essere stato scritto proprio per fare questo effetto.

Vi regalo uno dei pezzi del Terz'Atto che ho preferito

 

@Pinkerton @Snorlax @superburp

Sappi, Wittels, che in un documentario su Lorenz, Dietrich Fischer-Dieskau diceva: «di fronte a lui, tutti gli altri tenori... (si parlava di Heldentenor) pufff!»

 

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1 ora fa, giordanoted dice:

Sappi, Wittels, che in un documentario su Lorenz, Dietrich Fischer-Dieskau diceva: «di fronte a lui, tutti gli altri tenori... (si parlava di Heldentenor) pufff!»

 

Questo nol so. Certo, nelle sue prove anni Quaranta è formidabile! Negli anni dopo, solo una pallida eco.

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16 ore fa, Ives dice:

Grazie. Mai sentito personalmente. Le recensioni dell'epoca confermano i tuoi giudizi. Altro "passo falso" di questa integrale wagneriana è il Ring.

Se tanto mi dà tanto, potresti avere grosse ragioni.
Ho infatti terminato di ascoltare il Prologo del Ring andato in scena a Bayreuth nel 1991 con l'arcinota messinscena intellettualoide di Kupfer, che rispetto a certe porcate odierne risulta quasi più dignitosa peraltro.

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Se il buongiorno si vede dal mattino, ossia se il resto della Tetralogia sarà come questo Rheingold, ecco, c'è da preconizzare un mezzo disastro. E sì che l'Oro del Reno è il pannello più "facile" del polittico nibelungico.

Cosa vale la pena di ascoltare qui?
Anzitutto, la direzione di Daniel Barenboim. Ricca di contrasti, dinamica nelle agogiche e nelle alternative di spessore, dettagliatissima ma molto narrativa. I momenti più grandiosi rievocano la vecchia scuola: la lenta e possente entrata dei Giganti, o l'immenso, trionfale e catartico ingresso degli dei nel Walhalla, che chiude il sipario, accompagnato da trombe di un colore stupendo. Anche l'arcobaleno modellato da Froh ha un'arcana suggestione. Non saprei come descrivere propriamente questo modo di dirigere: io lo trovo semplicemente "giusto", appropriato a Wagner e a ogni singolo momento, per il quale viene trovato inevitabilmente il panneggio adatto.

Un altro elemento che può giustificare l'ascolto è il notevole Alberich di Gunther von Kannen, probabilmente il più bravo di questo cast. Il cinquantaduenne basso germanico ne fa un debole per cui non è impossibile provare un pizzico di simpatia, un alienato quasi fuori dal mondo, comunque un vinto in qualche modo sofferente. E per farlo, svolge un canto morbido e vellutato fin dall'inizio, senza mai scadere nel caricaturale e nell'eccesso. La sua Maledizione è un bel momento.

Terzo atout: Graham Clarke come Loge. Il modello seguito è quello di Heinz Zednik: emissione diritta e affilata come una spada, con note nitide e saettanti e una musicalità da equilibrista. Il tutto, a seguito d'un fraseggio che in certi momenti sconfina nel petulante, ma esprime ovunque una vivida intelligenza, pari a quella di uno Stolze ma più lucida e meno pazzoide, oltre che enunciata da vocalismo ben più gradevole.

Aggiungerei alle ottime riuscite una Fricka come quella di Linda Finnie, giovanile nel timbro (del resto, chi ha mai detto che Fricka sia una megera?) e capace di porgere una recitazione spontanea, molto donna e pochissimo borghese altezzosa, comunque di personalità ben maggiore rispetto al suo sposo.

La parte di Mime, qui piccola, è ben disimpegnata da un Helmuth Pampuch per nulla macchiettistico, e le tre Figlie del Reno (Leidland, Kuttenbaum, Turner) sono di alto livello.

Peccato per il resto. Tanto per cominciare Wotan, massacrato da John Tomlinson, del quale alcuni scrivono che "canta benissimo". Ma nemmeno per sogno. Il brutto timbro è reso legnoso e sgradevole da un'emissione aperta e appiattita alla carlona, sicché i pure modesti acuti sono un vero strazio. Hanno anche parlato di grande interpretazione: immagino si riferissero al Wotan di Valchiria e Siegfried. Vero che è così? No, perché qui di interpretazione non c'è traccia. McIntyre, con Boulez, era mille volte più interessante oltre a cantare molto meglio. Questo Wotan comunica poco o niente, e il suo confrontarsi con l'Alberich di Von Kannen è impietoso.

Tra i Giganti, il Fasolt di Matthias Holle è della più pura bestialità trogloditeggiante, propiziata da un'emissione particolarmente propensa ad abbaiare. Un po' meglio il coreano Philip Kang, di voce alquanto brutta ma emessa con maggior criterio, in grado di delineare un Fafner abbastanza temibile e gelido.

Erda è Birgitta Svendsen, ancora in regola vocalmente ma parecchio sbiadita nel suo sublime "Weiche, Wotan, weiche!". Kurt Schreibmeyer fa parte di quelli che scambiano Froh per un heldentenor, ma non fa danni, anzi si gradisce. Mediocre il Donner scomposto di Bodo Brinkmann, e viceversa bravissima la Freia di Eva Johansson, che anni dopo, con scarso costrutto, si sarebbe buttata su personaggi ben più ardui.
Che dire alla fine? Un Rheingold senza Wotan non posso promuoverlo.

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Stavo quasi per cedere e acquistare il box omnicompresivo Wagner/Barenboim, ma già dopo i Meistersinger ho cominciato ad esitare. Capisco che in un numero così grande di opere non tutto può essere allo stesso livello, ma se anche con il Ring i deficit sono così gravosi, temo che mi acconterò di Spotify. Meglio, così risparmio un po'...

Invece il Tristan di Heger con Lorenz, non vedo l'ora di ascoltarmelo...

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On 1/12/2019 at 23:08, Wittelsbach dice:

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Interrompiamo un attimo la rassegna-Barenboim ma non Wagner, con un documento di quasi ottant'anni fa: la seconda incisione in studio di Tristan, portata avanti nel corso di tre giorni in un maggio 1943 a Berlino, dunque con un'atmosfera a dir poco pesante. E' la prima incisione in studio che può definirsi completa  in base ai canoni dell'epoca: quella di Bayreuth del 1928 era piuttosto un'ampia selezione, mentre questa riporta soltanto il tradizionale taglio di un grosso pezzo del duettone del Secondo Atto, come da usanza.
E' un Tristan secondo me davvero pazzesco per una molteplicità di motivi. La qualità audio è variabile: in certi punti è notevole, come per fortuna tutta la prima parte del Terzo Atto, che probabilmente è il vertice dell'esecuzione. In altri, come nella parte finale di "O sink hernieder", ci sono delle discrete distorsioni. Nulla che rovini l'ascolto.
Si percepisce, comunque, un'atmosfera elettrica, agitata, di marcato spicco teatrale. Il perché è presto detto: questa incisione è stata imbastita sulla base di coeve recite teatrali all'Opera di Berlino. Per dire, Heger e tutto il cast andarono anche in tournée in Italia, e fecero questo Tristano all'opera di Roma il 27 febbraio del 1943. In pratica, è la ripetizione pedissequa di una rappresentazione rodatissima su palcoscenico. Questo spiega molte cose, a parer mio, circa la sua bellissima riuscita.

Robert Heger, il Serafin tedesco, mostra di che pasta era fatto con una direzione che è un modello di racconto. Si situa, diciamo, a metà strada tra Furtwangler e Bohm. Se i grandi momenti procellosi e tempestosi non hanno nulla da invidiare al primo, il ritmo e la narrazione sono in tutto e per tutto quelli del secondo. Ne sortisce un'atmosfera cinematografica, da vecchia Hollywood, non troppo prona ai sottotesti filosofici quanto piuttosto desiderosa di dare uno sviluppo e un dinamismo a un'opera in cui, a ben guardare, non succede niente. E ci riesce molto spesso. Tra le numerose chicche, citerei di nuovo il Terzo Atto: i momenti più tragici di Tristan, accompagnati da un'orchestra lampeggiante, si intervallano con le pause consolatorie dell'amico Kurwenal, che viceversa ricevono uno strumentale leggero, disteso, weberiano, che perfettamente dipinge il personaggio. Il coro dell'Opera berlinese, dal canto suo, è ottimo al pari dell'eccellente orchestra. Una gran bella direzione, molto bella da ascoltare anche adesso.

Il cast è uno di quei miracoli che ogni tanto capitano: sanno cantare tutti, o almeno venire a capo delle loro parti, e in più ci mettono un coinvolgimento espressivo da recita dal vivo.
Per esempio, Paula Buchner è un'Isolde di voce seducente. Si sa poco di questo soprano austriaco: era nata a Vienna nel 1900, e vivrà fino al '63. Dopo il debutto nel '26, la sua carriera ebbe una svolta con la scrittura alla Staatsoper di Berlino nel 1938. Fece parte di quell'ensemble fino al '49, cantanto di preferenza Wagner e Strauss, con anche, però, personaggi di Verdi, di Puccini (Turandot naturalmente) e di Weber. Il background è evidente anche all'ascolto. Abbiamo un vocalismo di grande potenza ed estensione, oltre che di timbro assai bello. C'è qualche problema di vibrato nelle frasi ascendenti, e questo si evidenzia soprattutto al Primo Atto. Le note acutissime, in ogni caso, sono tutte presenti all'appello e appaiono anche facili. Importante, comunque, è anche il fatto che la voce della Buchner è ampia e pastosa anche al centro e in basso, in cui anzi è rotondissima senza disagi. L'interprete è viva. Non è un'analista, ma siamo pur sempre nel '43, quando certe cose erano di là da venire e si sarebbero viste con la Modl dieci anni dopo. Comunque, questa Isolde è una donna piena di passione e di sacro fuoco. Da certe frasi centrali, poi, emerge qualcosa di benvenuto: un tratto di cordiale ed empatica affettuosità, che è antitetico al fraseggio di certe declamatrici scure, atticciate e dal fiero cipiglio. Non è grifagna, la Isolde della Buchner: e questa è una cosa che mi piace non poco. Uniamoci che ha una dizione di una nitidezza spettacolare. Porta a casa la recita con onore e anche con qualche bella emozione.

Max Lorenz però è grande. Nel 1943 era al culmine della sua parabola aurea, e lo capirete da soli: voce d'acciaio temprato, fiati interminabili, centri rocciosi ma levigati, acuti ancora squillantissimi. Si capisce bene come fosse diventato beniamino anche in una Germania che perseguitava ebrei (sua moglie lo era) e omosessuali (pare che lo fosse lui, sia pure in segreto): dall'alto piovvero perentori ordini di non toccarlo mai e poi mai. In questo contesto, odiamo un Tristan vecchia maniera, ma sinceramente elettrizzante. Più moderno di Melchior nel declamato, Lorenz non evita comunque mai di cantare davvero, a parte un paio di frasi del Terzo Atto che comunque ci stanno bene. Tra lui e la Buchner, il cattivissimo duettone del Secondo Atto è superato con una gloria di suono che lascia ammirati. Ma il Terzo Atto di questo Tristan è un capolavoro per questo grande tenore. Il risveglio comincia con frasi soffocate, cantate piano, non del tutto timbrate ma adeguate al momento scenico, e soprattutto molto umane nell'inflessione e nell'accento. Man mano che si rende conto di quello che succede, il Tristano di Lorenz si arroventa sempre di più, arrrivando all'acme espressivo del "Verfluchter Tag mit deinem Schein!", maledetto giorno con la tua luce, con un'intensità e una verità che mi hanno fatto fare un salto, superando poi alcune frasi-killer con un metallo e una lucentezza che, sommate all'accento tragico e survoltato e col fondale della tumultuosa orchestra di Heger, mi sono rimaste in mente. E nei successivi, grandi e deliranti monologhi, Lorenz segue la stessa lunghezza d'onda. Non avevo ancora sentito un Tristano comportarsi in questo modo: Melchior cantava sempre con le parti molto tagliate e in ogni caso non aveva un accento del genere, e Windgassen era molto bravo ma, malgrado tutto (ossia malgrado una riuscita tutto sommato meravigliosa), non dava questa sensazione di immedesimazione totale oltre che di onnipotenza vocale.

Alla riuscita di questo grande Terzo Atto (in cui pure il Liebestod viene bene, malgrado qualche eccessivo beccheggio della Buchner) contribuisce anche il Kurwenal di Jaro Prohaska, habitué del ruolo di Wotan e Sachs e qui formidabilmente bravo. Qualche durezza e scompostezza vocale, peraltro espresse nell'ambito di una linea solida, non danno fastidio in Kurwenal, anzi sono persino appropriate. Ma soltanto se c'è un interprete a sfruttarle. E Prohaska ci fa un vero amico del cuore, uno che convincerebbe chunque e non solo Tristan: difficile trovare una simile commistione tra cordialità e commozione, combinata, ogni tanto, a quell'irruenza che davvero ci vuole in certi frangenti di questo personaggio.

Margarethe Klose è una delle grandi Brangane della storia del disco: timbro personalissimo e riconoscibile, vocalità rocciosa, recitazione contrastata e variatissima, con un pizzico di tocchi umbratili da Ortrud (di cui, ricordiamo, fu notevole interprete). Il suo "Einsam wachend" fa storia.

Quanto a Re Marke e al suo pontificante incedere, Ludwig Hofmann è davvero persuasivo. Lo ricordavo piuttosto incolore in altre prestazioni wagneriane dal vivo dell'epoca, ma qui sembra trasformato. Il terribile monologo parte giustamente commosso, ma non scade nella lagna, anzi è increspato da continue variazioni d'accento e d'intensità che lo rendono assai meno noioso. Belle le frasi con cui il cantante conclude questo notevolissimo momento, e buono anche il suo riapparire all'Ultimo Atto.

Ma qui van tutti bene. E' bravo il Marinaio dell'incisivo tenore Benno Arnold ed è addirittura meraviglioso il Pastore di quel fine artista che fu Erich Zimmermann, il Mime d'eccellenza nella Bayreuth degli anni precedenti. Non gradevole e anzi ruvido il Melot di Eugen Fuchs: ma per fortuna il personaggio sembra essere stato scritto proprio per fare questo effetto.

Vi regalo uno dei pezzi del Terz'Atto che ho preferito

 

@Pinkerton @Snorlax @superburp

Che questo Tristan sia imperdibile è certo, come è certo che tutto il cast sia in gran forma almeno quanto lo è Wittel nel recensire questa incisione ( basterebbe questa recensione per assicurargli un buon contratto con un'importante casa editrice)

Su tutti spicca Max Lorenz che unisce grandi qualità vocali e tecniche a una musicale naturalezza di fraseggio che lascia ammirati. Solo grande heldentenor? No davvero! Lorenz fu un grandissimo tenore sempre, qualunque cosa cantasse.

Ve lo ripropongo in Carmen, nella miglior romanza del fiore forse mai incisa.

 

 

A Wittel, Snorlax, Glenn, Ives, Super e alle signore Percy e noone.

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7 ore fa, Pinkerton dice:

Che questo Tristan sia imperdibile è certo, come è certo che tutto il cast sia in gran forma almeno quanto lo è Wittel nel recensire questa incisione ( basterebbe questa recensione per assicurargli un buon contratto con un'importante casa editrice)

Su tutti spicca Max Lorenz che unisce grandi qualità vocali e tecniche a una musicale naturalezza di fraseggio che lascia ammirati. Solo grande heldentenor? No davvero! Lorenz fu un grandissimo tenore sempre, qualunque cosa cantasse.

Ve lo ripropongo in Carmen, nella miglior romanza del fiore forse mai incisa.

 

 

A Wittel, Snorlax, Glenn, Ives, Super e alle signore Percy e noone.

Caro Pinkerton, un Lorenz inaspettato in questa rara registrazione! Non fa l'acuto in pianissimo ma santo cielo perdoniamolo, sembra un tenore di grazia, mai visto cantare lui così.
Intanto, grazie per le sperticate lodi al mio modesto e passionale scritto. Grazie anche solo per averlo letto.

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11 ore fa, Wittelsbach dice:

Caro Pinkerton, un Lorenz inaspettato in questa rara registrazione! Non fa l'acuto in pianissimo ma santo cielo perdoniamolo, sembra un tenore di grazia, mai visto cantare lui così.
Intanto, grazie per le sperticate lodi al mio modesto e passionale scritto. Grazie anche solo per averlo letto.

Sì Wittel, l'acutone finale è a gola spiegata ( Lorenz era pur sempre un heldentenor, che diamine! Noblesse obblige! ), ma tutti gli altri acuti sono in mezza voce e legati, a cominciare da "te revoir Carmen". E' curioso, non trovi?, che un tenore dalla voce grandiosa come lui insegni a cantare dolce e legato ai tenoruzzi lirici (( e non facciamo nomi!...) che  si improvvisano eroici scandendo, gonfiando e pompando a dismisura.

P.S. Non ringraziarmi Wittel.Sono io che devo ringraziare te.

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On 3/12/2019 at 13:47, Pinkerton dice:

Che questo Tristan sia imperdibile è certo, come è certo che tutto il cast sia in gran forma almeno quanto lo è Wittel nel recensire questa incisione ( basterebbe questa recensione per assicurargli un buon contratto con un'importante casa editrice)

Su tutti spicca Max Lorenz che unisce grandi qualità vocali e tecniche a una musicale naturalezza di fraseggio che lascia ammirati. Solo grande heldentenor? No davvero! Lorenz fu un grandissimo tenore sempre, qualunque cosa cantasse.

Ve lo ripropongo in Carmen, nella miglior romanza del fiore forse mai incisa.

 

 

A Wittel, Snorlax, Glenn, Ives, Super e alle signore Percy e noone.

Salve a tutti! Spero stiate bene! Purtroppo ho poco tempo per la musica e per interagire, ma quando ogni tanto butto l'occhio qui alla ricerca di qualche suggerimento d'ascolto non rimango mai delusa, ed oggi ho trovato anche questa bellissima dedica, grazie Pink! Che voce dolcissima ha Lorenz qui, sembra proprio un fiore.

Mi unisco ai complimenti per l'ultima recensione di Wittels, che definire grandiosa è dir poco.

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On 3/12/2019 at 13:47, Pinkerton dice:

Che questo Tristan sia imperdibile è certo, come è certo che tutto il cast sia in gran forma almeno quanto lo è Wittel nel recensire questa incisione ( basterebbe questa recensione per assicurargli un buon contratto con un'importante casa editrice)

Su tutti spicca Max Lorenz che unisce grandi qualità vocali e tecniche a una musicale naturalezza di fraseggio che lascia ammirati. Solo grande heldentenor? No davvero! Lorenz fu un grandissimo tenore sempre, qualunque cosa cantasse.

Ve lo ripropongo in Carmen, nella miglior romanza del fiore forse mai incisa.

 

 

A Wittel, Snorlax, Glenn, Ives, Super e alle signore Percy e noone.

Grazie di cuore Pink ! 

Una dedica molto gradita e una voce carezzevole e sapiente.

Ti auguro una buona serata 

Persy 🌹

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tristan-schmidt-isserstedt-lorenz-bauman

Non è tutto ora quel che luccica. La pubblicazione di questo Tristano del 1949 purtroppo non giova affatto a Max Lorenz e al ricordo che abbiamo di lui.
L'ascolto su Spotify mi ha deluso non poco.
Intanto, la Archipel dimostra la sua fama di pressapochismo con un macroscopico errore: l'indicazione della presenza di Gottlob Frick come Marke. Anche senza sapere chi è il vero esecutore (dopo breve ricerca, ho scoperto essere Theo Herrmann, che del resto appariva spesso ad Amburgo), dopo mezzo secondo si sente subito che non è Frick. Poi, cosa che importa di più, la resa complessiva dell'edizione non è proprio esaltante, anzi. E' una ripresa di una trasmissione radiofonica del dicembre del '49, quindi non un'incisione di studio spalmata su più giorni. Il suono, come sempre avveniva ad Amburgo, è decisamente ottimo, in certi momenti addirittura brillante.

Un bel suono acustico serve però a poco con simile orchestra. Quanto più ascolto Hans Schmidt-Isserstedt, tanto più mi convinco che la sua fama di grigio e burocratico esecutore fosse davvero fondata, e che in campo sinfonico rendesse maggiormente che non alle prese con la lirica. Una noia, difatti, questo Tristan, condotto con passo da elefante e un gioco di alternative dinamiche telefonatissimo, che alterna cupi fragori nei momenti tragici a un ossessivo grigiore in quelli più introspettivi o estatici. Il vecchio Heger dava ben altre emozioni, e raccontava molto meglio una vicenda che qui resta statica oltremisura. L'orchestra, che lo stesso Isserstedt aveva in pratica fondato, resta un ensemble eccellente, così come ottimo è il coro. Ma signori, che noia!

Max Lorenz, in soli sei anni, è passato dall'essere uno dei Tristan più ragguardevoli della storia a una prestazione all'incirca inascoltabile. E' semplicemente irriconoscibile. Aveva certamente risentito della stanchezza datagli dall'essere uno dei più attivi tenori wagneriani degli anni precedenti, ma qui c'è un'evidente mancanza di forma, se ricordiamo che il Siegfried scaligero dell'anno dopo fu senza dubbio migliore. Voce esausta, stremata. Il registro centrale e quello basso sono in pratica afoni, il cantante è costretto ad aprire l'emissione al punto da spoggiare totalmente il suono, che assume colori foschi e legnosi, del tutto imparagonabili allo spessore bronzeo del 1943. Ma poi, sensibile è lo scarto tra questi centri spompati e gli acuti in cui il motore letteralmente picchia in testa, durissimi e forzati come sono. In alcune note estreme il cantante, dopo l'emissione delle medesime, è costretto a un involontario e macroscopico portamento discendente. Se l'altra volta il Terzo Atto era un capolavoro, qui è un disastro, al punto che una parte non piccola è tagliata (quella in cui racconta del filtro), al pari del solito duetto al Secondo Atto. Il risveglio non ha l'empatia di sei anni prima, è soltanto stimbrato e addirittura cavernoso a momenti, mentre il "Verfluchter Tag" che mi aveva tanto emozionato con Heger qui è quasi totalmente ingoiato dall'orchestra: e sì che all'epoca sembrava onnipotente, mentre qui pare lo sbraitare scomposto di un camallo di Lubecca. Inoltre, molte frasi sono trasformate in un parlato alla filodrammatica, molto esclamativo ma poco wagneriano. Un documento che macchia il blasone di uno dei più singolari tenori del secolo.

Quanto alla sua Isolde, Paula Baumann si rivela essere una piccola sorpresa. Ha dei problemini anche lei, intendiamoci: qualche fissità negli estremi acuti (i do, anzi, sono decisamente duri) non è dissimulabile, e l'emissione non è in genere fermissima. Ma questo soprano tedesco, che era stata Senta a Bayreuth nel 1942, ci svela una Isolde in parte inedita, che rimembra certe soluzioni espressive delle colleghe più moderne. La voce non è immensa, ma è emessa con rotondità, una certa brillantezza, oserei dire in modo "italiano", come testimoniano i centri tondi e la luminosità con cui sale. Poi, se il Primo Atto non è miracoloso (ma una certa animosità va sottolineata), col Secondo udiamo un personaggio che ricorre sovente a piani e pianissimi, e che esprime con credibilità l'effetto del filtro d'amore con fraseggi, appunto, liricheggianti e amorosi. Quanto all'Ultimo Atto, riappare con frasi dolcissime e commosse, oltre che commoventi e pieni di palpiti. Il Liebestod non è calibratissimo in acuto, però prosegue sulla medesima lunghezza d'onda. Mica male, per una quasi sconosciuta.

Per nulla sconosciuta invece è Margarete Klose. Lei, a differenza di Lorenz, non ha perso un grammo della sua bella e personale voce negli anni trascorsi. E nuovamente, ci restituisce una Brangania di alto valore, passionale e movimentata, anche se l'orchestra di Isserstedt risulta meno appropriata di quella di Heger nel sostenerla. Però resta sempre molto brava e piena di verve.

Karl Kronenberg è un Kurwenal monotono, nasale, cantato tutto con la canna al vento in modo oltremodo sgradevole, tranne all'inizio del Terzo Atto, quando cerca di essere morbido e finisce per enfatizzare il resto della sua esecuzione così rozza e trascurata.

Quanto a Theo Herrmann, fa un Marke tremulo, malfermo, incerto nell'intonazione, con voce da ottuagenario e psicologia che procede di conseguenza. Tra lui e Isserstedt, la sua scena diventa una pizza pessimamente lievitata. Mi domando come si potesse confonderlo con Frick, che oltretutto è ben lontano da questo timbro tanto grigiastro e ai limiti del baritonale.

Gli altri camei vedono un corretto Marinaio in Walter Geisler, un Pilota su cui Gustav Neidlinger non può lasciare chissà che traccia, un buon pastore di Kurt Marschner e un Melot di un Peter Markwort che stavolta, a differenza di quanto farà alla Scala come Mime con Furtwangler, canta anziché parlare, sfoderando una tremenda nasalità ma riuscendo tutto sommato efficace.
Ma nel complesso, è un Tristano che si ascolta per apprezzare i discreti tentativi di un soprano un po' fuori dal giro, che ci dà una Isolde innamorata e molto più donna che wonder woman. Non c'è nient'altro, Brangania a parte.

@Pinkerton @Snorlax @superburp @giordanoted

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21 ore fa, Wittelsbach dice:

tristan-schmidt-isserstedt-lorenz-bauman

Max Lorenz, in soli sei anni, è passato dall'essere uno dei Tristan più ragguardevoli della storia a una prestazione all'incirca inascoltabile. E' semplicemente irriconoscibile. Aveva certamente risentito della stanchezza datagli dall'essere uno dei più attivi tenori wagneriani degli anni precedenti, ma qui c'è un'evidente mancanza di forma, se ricordiamo che il Siegfried scaligero dell'anno dopo fu senza dubbio migliore. Voce esausta, stremata. Il registro centrale e quello basso sono in pratica afoni, il cantante è costretto ad aprire l'emissione al punto da spoggiare totalmente il suono, che assume colori foschi e legnosi, del tutto imparagonabili allo spessore bronzeo del 1943. Ma poi, sensibile è lo scarto tra questi centri spompati e gli acuti in cui il motore letteralmente picchia in testa, durissimi e forzati come sono. In alcune note estreme il cantante, dopo l'emissione delle medesime, è costretto a un involontario e macroscopico portamento discendente. Se l'altra volta il Terzo Atto era un capolavoro, qui è un disastro, al punto che una parte non piccola è tagliata (quella in cui racconta del filtro), al pari del solito duetto al Secondo Atto. Il risveglio non ha l'empatia di sei anni prima, è soltanto stimbrato e addirittura cavernoso a momenti, mentre il "Verfluchter Tag" che mi aveva tanto emozionato con Heger qui è quasi totalmente ingoiato dall'orchestra: e sì che all'epoca sembrava onnipotente, mentre qui pare lo sbraitare scomposto di un camallo di Lubecca. Inoltre, molte frasi sono trasformate in un parlato alla filodrammatica, molto esclamativo ma poco wagneriano. Un documento che macchia il blasone di uno dei più singolari tenori del secolo.

 

Nulla dura per sempre, o Principe!

Ricordiamo Max Lorenz per prove come questa qui sotto. Lo splendore sorgivo della voce in questa incisione del '27 è strabiliante.

 

 

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45 minuti fa, Pinkerton dice:

Nulla dura per sempre, o Principe!

Ricordiamo Max Lorenz per prove come questa qui sotto. Lo splendore sorgivo della voce in questa incisione del '27 è strabiliante.

 

 

Dovrei riascoltarmi la successiva edizione dei Meistesinger di Furtwangler di Bayreuth del '43, che a un distratto ascolto non mi era tanto piaciuta. Certo che qui è proprio un giovane e appassionato cantore!

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Lorenz, nei Maestri Cantori di Bayreuth diretti da Furtwaengler (incisione mutila di alcune parti e dal suono cattivo) è bravo, un Walther molto credibile, ma non è il miglior Lorenz che abbia ascoltato. La stessa esecuzione complessiva non mi pare memorabile. 

Esistono anche altri Tristan interpretati da Lorenz (De Sabata e Erich Kleiber se non ricordo male) ma purtroppo l'audio è osceno.

Un'occasione per una tua recensione, @Wittelsbach, potrebbe essere Der Prozess di von Einem, dal romanzo di Kafka. Lorenz vi recita il protagonista.

Anche se, come dice @Madielin altre occasioni, "potresti farti male", credo sia un'opera che risente molto della mancanza della scena.

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Schmidt-Isserstedt è un "rimestapolenta" come pochi. Il suo Idomeneo è tra i più loffi della discografia. Direttore pedante e grigio. Anni fa provai la sua integrale beethoveniana coi Wiener registrata dalla Decca (celebre la Nona con un quartetto di lusso con la Sutherland e la Horne) dopo aver letto alcune ottime recensioni di Hurwitz (si proprio lui!): sinceramente non si va oltre il compitino scolastico. E pure il gran suono dei Wiener anni '70 si perde nel melmoso incedere. Non so cosa ci abbia trovato di buono il critico americano.

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3 ore fa, giordanoted dice:

Un'occasione per una tua recensione, @Wittelsbach, potrebbe essere Der Prozess di von Einem, dal romanzo di Kafka. Lorenz vi recita il protagonista.

Anche se, come dice @Madielin altre occasioni, "potresti farti male", credo sia un'opera che risente molto della mancanza della scena.

Bel disco quel live di Der Prozess (1953). Ci sono anche una magnifica Lisa della Casa, Walter Berry e altri nomi più o meno noti a Salisburgo in quel periodo. Riguardo alla "modernità" dell'opera, non credo con Wittelsbach si farà troppo male perchè come capita sovente con von Einem, è più apparenza che sostanza. La scena di Lotte e Josef K. nel primo atto ricorda pure Strauss, pur avendo qualche momento romantico nel complesso lo stile è sempre asciutto, oggettivo, neoclassico e piuttosto influenzato da quello di Blacher, il maestro di von Einem. Per intenderci, ricorda una via di mezzo tra lo Stravinsky neoclassico, Hindemith della maturità e Strauss degli anni trenta. C'è anche una manciata di serie dodecafoniche qua e là, ma giusto per rendere la materia più cromatica. Il taglio narrativo molto secco, spiccio, e l'architettura complessiva con continui rimandi tra un atto e l'altro ricorda Berg. All'epoca fu molto criticata dai puristi e lasciò diverse perplessità nella critica, in sostanza fu considerata un prodotto di pseudo avanguardia (direi pure con ragione), ma oggi resta un lavoro godibile se preso per il verso giusto. Lorenz ha un timbro un po' nasale e fastidioso, dato che non conosco le sue interpretazioni wagneriane presumo sia da considerare nella sua fase calante. Tenendo conto del fatto che la parte di Josef K. è affidata in larga parte allo sprechgesang, il canto spiegato è tutto sommato poco e limitato alle scene di maggiore slancio emotivo o ai personaggi femminili, alla fine potrebbe pure essere sopportabile per i puristi :D La rappresentazione si conclude con una ovazione del pubblico, evidentemente apprezzò molto sia l'opera che gli interpreti.

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10 ore fa, Ives dice:

Schmidt-Isserstedt è un "rimestapolenta" come pochi. Il suo Idomeneo è tra i più loffi della discografia. Direttore pedante e grigio. Anni fa provai la sua integrale beethoveniana coi Wiener registrata dalla Decca (celebre la Nona con un quartetto di lusso con la Sutherland e la Horne) dopo aver letto alcune ottime recensioni di Hurwitz (si proprio lui!): sinceramente non si va oltre il compitino scolastico. E pure il gran suono dei Wiener anni '70 si perde nel melmoso incedere. Non so cosa ci abbia trovato di buono il critico americano.

Ho avuto le tue stesse impressioni ascoltando la sua integrale dei concerti di Beethoven con Backhaus.

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