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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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On 15/6/2019 at 21:03, Wittelsbach dice:

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Ok, Jussi Bjorling. Bjorling, rispetto al se stesso di altre occasioni, dice poco. Ossia, non fa vedere molto più del suo bel colore timbrico e della sua ottima tecnica, risultando spento, impersonale, facilone. Forse all'epoca era già malato, non lo so. Fatto sta che fin dal "Deserto sulla terra", urlato a voce piena come un canto napoletano, abbiamo i punti cardinali della faccenda. Il suo Manrico è tutto così: non è nemmeno un declamatore delmonachizzante, semplicemente canta tutto o quasi tutto forte, a parte il Quarto Atto, che però è ben lungi dallo strepitoso, delicatissimo capolavoro delineato al Met nel '42. Anche l' "Ah sì, ben mio", malgrado un discreto recitativo, scapita al confronto con la pudica, intima, nobile pateticità di 18 anni prima: è una pagina cantata con sana tenorilità, e basta. Quanto alla "Pira", è abbassata di un tono intero (!), il cantante spiana tutte le quartine, tace durante il coro ed emette due si bemolle non proprio eccelsi, l'ultimo anzi aperto e forzato. Questo Bjorling sembra temere gli acuti, tanto che alla fine del Terzetto evita il sovracuto di tradizione (riguardo che non si prende, purtroppo, il soprano): ma in genere, in tutta la prestazione sembra decisamente un cantante appannato, ombra di quello che era.

@Pinkerton @Majaniello

Ecco, principe, il vero Bjorling, ecco il vero Manrico!

La perfetta dosatura di una dinamica amplissima concorre a creare quel clima trasognato, insieme patetico ed eroico, che caratterizza questa celebre ode amorosa verdiana.

L'attacco a 2:43 e la smorzatura a 3:19 sono autentiche perle.

 

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On 24/6/2019 at 08:57, alfiocarrettiere dice:

E che bella voce che teneva ...

La bella voce non basta Alfio. Bisogna anche saperla usare.

Qui, in questo live del '39, Bjorling entra nella leggenda: per la dovizia dell'impasto timbrico, per il perfetto controllo dell'emissione, per la linea di canto impeccabile che coniuga la patetica dolcezza dei ripiegamenti lirici alla impetuosa, luminosa pienezza delle espansioni eroiche, qui ascoltiamo il Manrico ideale.

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@Wittelsbach, dato che qualche tempo fa eri alle prese con dei Fidelio non proprio mainstream, spero che un giorno mi potrai recensire questa amenità:D:

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...un Beethoven tutto in salsa oltralpina - e tradotto pure in francese - di cui ho scoperto l'esistenza proprio in questi giorni, data l'insonnia. A me incuriosisce più che altro per il direttore, che a me è spesso piaciuto, ma che ho rarissimamente sentito alle prese con autori non francofoni. Tra l'altro l'orchestra della Radio Francese, l'aveva fondata proprio lui, una ventina d'anni prima. Guarda, per risparmiarti eventuali perdite di tempo, ti posto pure il link sul Tubo (che cose si trovano, a volte!):o:

 

Questo il cast vocale (di cui conosco solo qualche nome):

Michel Roux
Andre Vessieres
Joseph Peyron
Michel Hamel
Marcel Vigneron
Geneviève Moizan
Maud Sabatier
Henri Becourt
Henri Medus

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La conoscenza di questa edizione dei Racconti di Hoffmann, registrata nel 1988 a Bruxelles, credo sia irrinunciabile per almeno due ragioni.
Anzitutto, è la prima e unica a impiegare l'edizione critica di Fritz Oeser nella sua integralità, prima che diventasse obsoleta: dunque, è diversa da tutte le altre, compresa la successiva di Ozawa, che usa solo parzialmente questa versione della partitura. Aggiungo che si tratta di un'incisione più che completa: in fondo al terzo cd sono inclusi i couplet di Nicklausse "Une poupée" in una versione non definitiva (la versione finale sarà integrata da Kaye e Keck), nonché la celebre, bellissima e apocrifa "Scintille, diamant" di Dapertutto, e il Settimino dell'Atto di Venezia (che qui torna al suo posto, giustamente, dopo che Choudens l'aveva invertito con l'Atto di Monaco), altro brano apocrifo.
Un'altra ragione è che si tratta di dischi di grandissima riuscita musicale e interpretativa.

Una volta tanto, l'incostante Sylvain Cambreling si mostra convincente, con una direzione leggera ma tesissima, lucida, mercuriale, capace di grandi abbandoni come di penetranti sottolineature drammatiche. L'orchestra, va detto, non è tra le più grandi d'Europa, e qualche secchezza timbrica la fa udire: però, è comunque di alto livello professionale, mentre il coro, molto impegnato, è davvero senza difetti.

Neil Shicoff trova con Hoffmann il personaggio della vita. Il tenore americano, quarantenne, svolge un timbro che in più di un punto ricorda il calore di quello di un Domingo, pur con meno fascino in certe mezzevoci che il gran collega tirava fuori con Bonynge. In compenso, il registro acuto è notevolmente più squillante e incisivo, specchio di un passaggio di registro ottimamente impostato. L'accento ha quel pizzico di follia da eroe romantico che secondo me Hoffmann deve assolutamente dimostrare, ed è ben evidente nella canzone di Kleinzach e in certi momenti arroventati dell'Atto veneziano soprattutto, ma anche altrove. Pure gli abbandoni melodici sono pieni di verità.

Accanto a lui, rende anzitutto benissimo Luciana Serra, scelta dopo ottime prove teatrali nel ruolo della bambola Olympia. I sovracuti, i picchettati e le agilità sono la sua perfetta tazza di tè. In aggiunta, la cantante italiana escogita un accento freddo e beffardo di grande effetto.

Quanto ad accento, purtroppo, dice poco l'Antonia di Rosalind Plowright. Non si discute la voce, di timbro bello e morbido, ben svolta e sostenuta, capace di pregevole legato, anche se sovente gli acuti tendono allo stridulo, quantomeno quelli estremi. Però, nel fraseggio mancano i guizzi, manca la liliale incoscienza, manca l'approfondimento. Così, risulta fredda e piuttosto impersonale, anche se capace di bei suoni.

Tutto il contrario per Jessye Norman, da sempre grande appassionata di opera francese, e in grado di scolpire una Giulietta le cui sfumature sono sovente eccezionali. L'atto veneziano, di questa registrazione, sinceramente trovo sia il punto più alto: e a questa riuscita ben concorre la Norman, il cui timbro è per giunta di una morbida, seducente ombrosità.

Assieme alla Norman, il pezzo più famoso dell'opera, la Barcarola di Venezia, è cantato da Ann Murray nei panni di Nicklausse. Nicklausse con Oeser è un bel casino: si trova tra i piedi ovunque, è una specie di personaggio-tormentone che rompe le scatole di continuo, senza contare che Oeser, all'inizio, ripresenta il monologo della Musa, com'è giusto. Ebbene: la Murray porge ogni frase con un gusto e un brio impagabili, eseguendo poi con correttezza e musicalità, anche se con fuggevoli durezze. La Barcarola vede una magnifica simbiosi timbrica con la vellutata Norman, per inciso.

Quanto ai quattro demoni, Josè Van Dam ne offre una raffigurazione paradigmatica. Il belga ne era, ai tempi, l'interprete più accreditato: e a gran ragione. Sentire la morbidezza dell'emissione, continuamente piegata al volere di un teatrante che costruisce quattro ritratti signorili, pericolosi, insinuanti. Di particolare eccellenza il Trio nell'atto di Parigi, ove tra l'altro i difficili acuti di Miracle sono risolti con dinamismo. Curiosamente, lo stesso non avviene con le medesime note della "Scintille, diamant" posta in chiusura, appena appena strozzate. Anche qui, comunque, il cantante sale in cattedra.

Gli altri ruoli non sono allo stesso livello. Il quartetto Andrès-Cochenille-Frantz-Pitichinaccio è ricoperto da Robert Tear con discreta capacità vocale (il Minuetto di Frantz, nell'Atto di Monaco, viene bene) ma con una dose di eccessiva petulanza, propiziata da un francese non ideale. Tutt'altro che entusiasmanti il Luther e il Crespel del pesante e ingolato Kurt Rydl, mentre lo Schlemil di Dale Duesing, senza essere chissà cosa, è quantomeno capace di fraseggiare. Vecchia e usurata la Voce del Fantasma della Madre d'Antonia di Jocelyne Taillon, vecchia gloria francofona ormai a fine benzina.
Malgrado questo, un'edizione che gli appassionati non possono mancare. Occhio: è lunga, molto lunga.

@giobar @Ives @Snorlax @Pinkerton @Majaniello

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On 23/6/2019 at 00:45, Pinkerton dice:

Ecco, principe, il vero Bjorling, ecco il vero Manrico!

La perfetta dosatura di una dinamica amplissima concorre a creare quel clima trasognato, insieme patetico ed eroico, che caratterizza questa celebre ode amorosa verdiana.

L'attacco a 2:43 e la smorzatura a 3:19 sono autentiche perle.

 

Su Spotify c'è pubblicata integralmente, questa recita.

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16 ore fa, Wittelsbach dice:

51EDZSFTQvL._SX466_.jpg

La conoscenza di questa edizione dei Racconti di Hoffmann, registrata nel 1988 a Bruxelles, credo sia irrinunciabile per almeno due ragioni.
Anzitutto, è la prima e unica a impiegare l'edizione critica di Fritz Oeser nella sua integralità, prima che diventasse obsoleta: dunque, è diversa da tutte le altre, compresa la successiva di Ozawa, che usa solo parzialmente questa versione della partitura. Aggiungo che si tratta di un'incisione più che completa: in fondo al terzo cd sono inclusi i couplet di Nicklausse "Une poupée" in una versione non definitiva (la versione finale sarà integrata da Kaye e Keck), nonché la celebre, bellissima e apocrifa "Scintille, diamant" di Dapertutto, e il Settimino dell'Atto di Venezia (che qui torna al suo posto, giustamente, dopo che Choudens l'aveva invertito con l'Atto di Monaco), altro brano apocrifo.
Un'altra ragione è che si tratta di dischi di grandissima riuscita musicale e interpretativa.

Una volta tanto, l'incostante Sylvain Cambreling si mostra convincente, con una direzione leggera ma tesissima, lucida, mercuriale, capace di grandi abbandoni come di penetranti sottolineature drammatiche. L'orchestra, va detto, non è tra le più grandi d'Europa, e qualche secchezza timbrica la fa udire: però, è comunque di alto livello professionale, mentre il coro, molto impegnato, è davvero senza difetti.

Neil Shicoff trova con Hoffmann il personaggio della vita. Il tenore americano, quarantenne, svolge un timbro che in più di un punto ricorda il calore di quello di un Domingo, pur con meno fascino in certe mezzevoci che il gran collega tirava fuori con Bonynge. In compenso, il registro acuto è notevolmente più squillante e incisivo, specchio di un passaggio di registro ottimamente impostato. L'accento ha quel pizzico di follia da eroe romantico che secondo me Hoffmann deve assolutamente dimostrare, ed è ben evidente nella canzone di Kleinzach e in certi momenti arroventati dell'Atto veneziano soprattutto, ma anche altrove. Pure gli abbandoni melodici sono pieni di verità.

Accanto a lui, rende anzitutto benissimo Luciana Serra, scelta dopo ottime prove teatrli nel ruolo della bambola Olympia. I sovracuti, i picchettati e le agilità sono la sua perfetta tazza di tè. In aggiunta, la cantante italiana escogita un accento freddo e beffardo di grande effetto.

Quanto ad accento, purtroppo, dice poco l'Antonia di Rosalind Plowright. Non si discute la voce, di timbro bello e morbido, ben svolta e sostenuta, capace di pregevole legato, anche se sovente gli acuti tendono allo stridulo, quantomeno quelli estremi. Però, nel fraseggio mancano i guizzi, manca la liliale incoscienza, manca l'approfondimento. Così, risulta fredda e piuttosto impersonale, anche se capace di bei suoni.

Tutto il contrario per Jessye Norman, da sempre grande appassionata di opera francese, e in grado di scolpire una Giulietta le cui sfumature sono sovente eccezionali. L'atto veneziano, di questa registrazione, sinceramente trovo sia il punto più alto: e a questa riuscita ben concorre la Norman, il cui timbro è per giunta di una morbida, seducente ombrosità.

Assieme alla Norman, il pezzo più famoso dell'opera, la Barcarola di Venezia, è cantato da Ann Murray nei panni di Nicklausse. Nicklausse con Oeser è un bel casino: si trova tra i piedi ovunque, è una specie di personaggio-tormentone che rompe le scatole di continuo, senza contare che Oeser, all'inizio, ripresenta il monologo della Musa, com'è giusto. Ebbene: la Murray porge ogni frase con un gusto e un brio impagabili, eseguendo poi con correttezza e musicalità, anche se con fuggevoli durezze. La Barcarola vede una magnifica simbiosi timbrica con la vellutata Norman, per inciso.

Quanto ai quattro demoni, Josè Van Dam ne offre una raffigurazione paradigmatica. Il belga ne era, ai tempi, l'interprete più accreditato: e a gran ragione. Sentire la morbidezza dell'emissione, continuamente piegata al volere di un teatrante che costruisce quattro ritratti signorili, pericolosi, insinuanti. Di particolare eccellenza il Trio nell'atto di Parigi, ove tra l'altro i difficili acuti di Miracle sono risolti con dinamismo. Curiosamente, lo stesso non avviene con le medesime note della "Scintille, diamant" posta in chiusura, appena appena strozzate. Anche qui, comunque, il cantante sale in cattedra.

Gli altri ruoli non sono allo stesso livello. Il quartetto Andrès-Cochenille-Frantz-Pitichinaccio è ricoperto da Robert Tear con discreta capacità vocale (il Minuetto di Frantz, nell'Atto di Monaco, viene bene) ma con una dose di eccessiva petulanza, propiziata da un francese non ideale. Tutt'altro che entusiasmanti il Luther e il Crespel del pesante e ingolato Kurt Rydl, mentre lo Schlemil di Dale Duesing, senza essere chissà cosa, è quantomeno capace di fraseggiare. Vecchia e usurata la Voce del Fantasma della Madre d'Antonia di Jocelyne Taillon, vecchia gloria francofona ormai a fine benzina.
Malgrado questo, un'edizione che gli appassionati non possono mancare. Occhio: è lunga, molto lunga.

@giobar @Ives @Snorlax @Pinkerton @Majaniello

Wittels, sai che mi stai facendo venire proprio voglia di comperare quel boxino Warner dedicato a Offenbach?! Sto desistendo molto a fatica...:rolleyes:

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22 ore fa, Wittelsbach dice:

Su Spotify c'è pubblicata integralmente, questa recita.

Irrinunciabile.

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5 ore fa, Snorlax dice:

Wittels, sai che mi stai facendo venire proprio voglia di comperare quel boxino Warner dedicato a Offenbach?! Sto desistendo molto a fatica...:rolleyes:

Non diro', Snorlax, che Wittel supera il mitico Celletti, mio idolo indiscusso, ma certo per me il nostro Principe e' molto meglio di Giudici, spesso incompetente di vocalita'. Le recensioni del Nobile Bavarese sono insieme acute e ordinate, rigorose e frizzanti e, in fatto di voci, non parla a vanvera. Attendo trepidante il suo libro.

Pink dixit.

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Adesso, Pinkerton dice:

Non diro', Snorlax, che Wittel supera il mitico Celletti, mio idolo indiscusso, ma certo per me il nostro Principe e' molto meglio di Giudici, spesso incompetente di vocalita'. Le recensioni del Nobile Bavarese sono insieme acute e ordinate e, in fatto di voci, non parla a vanvera. Attendo trepidante il suo libro.

Pink dixit.

Carissimo, queste tue affermazioni mi lusingano. Le mie prestazioni scrittorie artigianali sono il frutto della mia passione, è una gioia scrivere per voi.

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Sono piacevoli da ascoltare e da godere questi Contes, che seguono l'edizione tedesca berlinese di Peters, ossia in pratica la Choudens: edizione dunque arcaica, ma i Contes è impossibile renderli davvero brutti, anche perché il Settimino e l'aria "Scintille, diamant", pur consistenti in rielaborazioni di altre musiche offenbachiane, sono pezzi a dir poco stupendi. All'inizio, all'atto di mettere sul piatto questi dischi, mi aspettavo molto peggio. E devo ricredermi su certi pregiudizi.

La direzione di Heinz Wallberg, alla guida dell'eccezionale orchestra radiofonica di Monaco e di un coro di rara bravura e compattezza timbrica, ha il profumo della vecchia scuola. Il maestro tedesco imposta una narrazione di respiro decisamente romantico, con atmosfere contrastate, dinamica varia e increspata, agogica libera e ariosa. La drammaticità, con Wallberg, prevale sulla fatua leggerezza, ma è attuata senza alcun appesantimento di sonorità, mantenute piuttosto brillanti e incisive. E questo non contraddice la resa di certi momenti languidi: la Barcarola e l'ultimo Entracte sono delineati con colori notturni, inebrianti, misteriosi, sommamente suggestivi.

Il cast vede la presenza di un giovane Siegfried Jerusalem come protagonista. E occorre dire che, purtroppo, si rivela l'anello debole. Bella e fresca la voce, giovanile, ma di colore spesso un tantino algido e biancastro. La tecnica poi ha magagne cospicue, tanto da potersi dire che la parte di Hoffmann tende un po' troppo a sovrastare le capacità vocali (ma anche espressive) di Jerusalem. Gli acuti, per esempio, sono opachi, tendenzialmente stridenti e striminziti, e questo si sente in tante pagine, fin troppe. Il teatrante ogni tanto elargisce qualche accento genuino (specialmente, quando la tessitura non lo costringe a gridare troppo, nell'Atto di Monaco, sicuramente il momento più alto della partitura e qui, per fortuna, anche della registrazione), ma altrimenti è abbastanza generico, come spaesato e senza troppo carisma. Un antico recensore diceva addirittura che Jerusalem scambia Hoffmann per un ruolo wagneriano: sinceramente, mi domando come si possa anche solo pensare una cosa del genere.

Le tre donne sono assai migliori. Jeannette Scovotti azzecca con molta sicurezza acuti, sovracuti e gingilli vari. Canta bene la canzone della bambola, e nel resto vien fuori con solidità vocale e professionismo, anche senza lasciare chissà quale ricordo in Olympia.
Giulietta, nell'edizione Choudens, è la meno pregnante delle tre, dal punto di vista musicale. Norma Sharp, malgrado la correttezza, si rivela insipida: qualche acuto fisso, un timbro vocale di generica gradevolezza e poco altro. Piuttosto impalpabile.
Il capolavoro è Antonia. Antonia è giovane, adolescente, liliale. Guai a trasformarla in una matrona. Come la Manon di Puccini, questa caratteristica di gioventù deve confrontarsi con una tessitura impossibile, giocoforza terreno di caccia di cantanti mature e scaltrite. Julia Varady è la grande sorpresa. La sua voce, in sé e per sé non particolarmente preziosa, viene schiarita con grandissima intelligenza. La stessa intelligenza suggerisce alla cantante inflessioni di stupefatta semplicità, che ne rendono il carattere come ben poche volte si è ascoltato. Dal canto suo, l'esecutrice è rimarchevole per la strenua difesa che offre a una parte acutissima, dominata con slancio, grinta e suoni notevoli, se si esclude il sovracuto conclusivo, piuttosto fisso e duro (ma è così con quasi tutte le cantanti che vi si sono misurate).

Il genio della situazione è Dietrich Fischer-Dieskau. Baritono puro, non si mostra a disagio con la tessitura grave, dimostrando al contempo grande disinvoltura nelle zone più alte del pentagramma. La nota acutezza teatrale fa il resto: i quattro malvagi ricevono altrettante caratterizzazioni di sorniona perfidia, in cui il sorriso sardonico prevale sul ghigno plateale, delineando un'ironica pericolosità e un'eleganza velenosa che sono puro, purissimo ésprit francais, sia pure in tedesco. Unica parziale eccezione, "Scintille, diamant": lì Fischer-Dieskau sceglie la variante acuta, purtroppo risultando in maledetta difficoltà su certe note. Ma poi si riabilita con tutto il resto, specialmente con un'incredibile impersonificazione di Miracle, reso con mezzevoci quasi tenorili. Grande.

Gli altri rendono benissimo, dimostrandosi spesso superiori ai colleghi dell'edizione Cambreling.
Ciò non vale per Nicklausse, qui Nicklaus, che l'edizione Choudens confina a ruolo oltremodo marginale e dunque non confrontabile al cimento sostenuto dalla Murray alle prese con la partitura Oeser: in ogni caso Ilse Gramatzki canta con piacevolezza, interpreta con spigliatezza e insomma vien fuori.
Eccellente Friedrich Lenz, 15 anni prima Monostato nel Flauto di Bohm, che scolpisce i quattro servitori con estroso brio e tenuta vocale invidiabile, come il Minuetto di Franz evidenzia.
Klaus Hirte, grande artista come al solito, è uno Spallanzani tarantolato e travolgente, e Gunter Wewel mostra la sua classe nel ruolo di Schlemil, che in questa versione è piccolo piccolo.
Crespel ha più peso, e riceve immenso rilievo da un Kurt Moll morbido, sottile, talvolta perfino commovente nella sua immensa profondità vocale, di cui si serve per tratteggiare una figura paterna molto efficace e "recitata".
Hanna Schwarz, destinata a fulgidi traguardi, surclassa senza problemi la Taillon nelle battute destinate alla Madre di Antonia.
Una curiosità: l'edizione è coi recitativi musicati, ma le poche frasi di Stella sono parlate, e a ricoprirle è chiamata nientemeno che Gisela Schunk, la dialoghista della cui regia la Emi si serviva per le sue registrazioni d'operetta.

@Pinkerton @Snorlax @Glenn Gould

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Questa edizione dei Contes ha ampi crismi di storicità.
Anzitutto, è una registrazione diversa da tutte le altre. Bonynge, con le fonti di cui disponeva nel 1971, ha fatto una sua personale revisione dei Contes, i cui intendimenti sono perfettamente spiegati nelle lunghe note che lui stesso ha scritto nel grossissimo libretto. Anzitutto sono impiegati i dialoghi recitati, per la prima volta dopo l'antica testimonianza del '48 di Cluytens. In secondo luogo, appaiono brani rielaborati da Bonynge e, soprattutto, appare la Musa all'inizio del Prologo, col suo monologo in cui annuncia di trasformarsi in Nicklausse per guidare Hoffmann sulla via dell'arte poetica. Così congegnata, l'opera è un ottimo compromesso di tradizione e autenticità, anche se oggi, coi ritrovamenti che ci sono stati, si rivela obsoleta.

La direzione orchestrale si situa nell'olimpo della storia del disco. L'Orchestra della Svizzera Romanda era un'ottimo strumento plasmato dalle cure di Ansermet, e Bonynge se ne serve per navigare nel suo tipico elemento, quello dell'opera fantastica francese, che era il suo humus preferito. Da qui, una conduzione di rapsodica varietà, con ironiche rievocazioni grand-operistiche, squisite minuzie, cambi d'atmosfera repentini, grandissima eleganza e sublimi accompagnamenti.

Nel cast, Joan Sutherland è la gloria. E' una delle poche a interpretare tutte e tre le figure femminili di peso, con l'aggiunta di Stella, che nell'Epilogo non è confinata ad anonima comparsa ma ha in dotazione un brano coronato da un arduo sovracuto. Ebbene: è straordinaria. Più ancora che con le sublimi eroine italiane, la Sutherland era immensa con quelle francesi, in cui faceva tra l'altro emergere un gusto per la nuance e la sfumatura interpretativa che in italiano non palesava. Basti dire che è bravissima finanche nella recitazione dei dialoghi, e di più non posso dire. Vocalmente, è un'Olympia che sormonta ogni possibile difficoltà con un virtuosismo trascendentale, profondendo anche gustosissimi ammicchi di sopracciglio. Giulietta (il cui atto arriva dopo quello di Olympia) all'epoca non le consentiva di brillare, ma è risolta con dolce patetismo. E come Antonia, nessun'altra saprà offrire una così abbagliante resa della difficilissima scrittura, coronata da un sovracuto radioso ma anche illuminata da una réverie senza dubbio soggiogante.

Quanto a Placido Domingo, è capace di stupende mezzevoci, come quella alla fine del Prologo, da antologia. La voce è quella degli inizi, seducente, pastosa, spontanea. Gli acuti sono ben dominati, forse quelli estremi hanno un sospetto di tensione ma in genere la compattezza del suono eclissa in grande stile il successivo Jerusalem. Domingo è poi un Hoffmann guascone, innamorato, di divertente timidezza e goffaggine. E' pure molto volonteroso e convincente nei dialoghi, anche se qualche disagio è avvertibile.

Chi domina nei dialoghi è Gabriel Bacquier, che recita in modo del tutto formidabile quando deve parlare. Dissento, viceversa, da certe lodi tributategli nell'interpretazione dei brani cantati delle quattro figure diaboliche che gli sono affidate: il ghigno, sovente eccessivo, e la rozzezza malvagia prevalgono decisamente troppo spesso, oltretutto propiziate da una pesantezza vocale che si prestava, indubbiamente, a caratterizzazioni grossier di questo tipo. Però "Scintille, diamant", malgrado i durissimi acuti, è ben caratterizzata, con ombrosa scontrosità e una linea accettabile.

Huguette Tourangeau si presenta con un monologo della Musa declamato da perfetta oratrice francese. Come sempre, il mezzosoprano canadese, prediletto da Bonynge, canta poi con estremo gusto e vivacità, lasciando solo un po' a desiderare in certe gutturali discese in basso, peraltro non numerose.

Gli altri ruoli vedono anzitutto un Paul Plishka come Crespel morbido, immedesimato e pieno di buon cuore. Hugues Cuenod aveva all'epoca 69 anni (sarebbe vissuto fino ai 108!), ma canta il Minuetto di Frantz con una voce che ne dimostra 20 di meno. E poi, nei panni dei quattro inservienti, è tremendamente bravo nel differenziarli, dalla semplicità di Andrès all'invadente balbuzie di Cochenille, fino alla ghignante cattiveria di Pitichinaccio.
Le altre parti, essendo scomparsi i recitativi sostituiti dai dialoghi, possono essere tranquillamente affidati ad attori. Schlemil è, ad esempio, André Neury, e fa tutto quello che deve fare. Ma il trono spetta al simpaticissimo commediante cinematografico Jacques Charon, il cui Spallanzani è letteralmente senza freni, dimostrando anche di saper cantare con notevole musicalità e scelta del tempo.

Tirando le somme: Contes da conoscere.

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