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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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On 27/3/2019 at 16:00, Wittelsbach dice:

La-Battaglia-di-Legnano-Gencer-Savarese0

Joao Gibin, brasiliano, 34 anni, oggi è noto per la Fanciulla del West registrata con la Nilsson, in cui rappresentò una scrittura inaspettata. Piuttosto famosa è anche la sua peraltro piuttosto impropria impersonificazione tenorile nella Lucia di Lammermoor del '59 che al Covent Garden consacrò definitivamente Joan Sutherland. Qui si trova catapultato nell'estetica verdiana. Il timbro non ha nulla di particolarmente allettante, anzi è frigido e piuttosto legnoso. La voce, nondimeno, è solida, senza patteggiamenti, facile nell'involo all'acuto. Canta Arrigo insomma abbastanza bene, a parte suoni opacizzati nei tentativi di vocalità sommessa. L'espressività tende viceversa al monotono, anche se è da apprezzare la rinuncia a qualunque espediente veristico.

 

 

@Pinkerton @Majaniello

Joao Gibin è un tenore insolito. Non particolarmente espressivo, ha voce robusta, fondamentalmente chiara, con "una punta di lacrima" nel timbro e nell'accento e discreta uguaglianza nei registri, dove in acuto si stringe in poco ma rimane ferma e timbrata. Tuttavia, fatto salvo un certo slancio, le alternative dinamiche e coloristiche sono alquanto limitate. Gibin risulta sostanzialmente monocorde e anche un po' monotono in quel suo cantare sempre piuttosto forte e con gli stessi colori. Cosi, come osserva il Principe, le mezzevoci non possono che risultare opache e difficoltose e tutto il suo canto risente di un certo sforzo.

 

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On 27/3/2019 at 16:00, Wittelsbach dice:

Bel recupero! Battaglia è un'opera niente male, e a me la Gencer cantante verdiana (specie nel primo Verdi) piace moltissimo, nel '63 poi non si era ancora definitivamente "gencerizzata".

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13 ore fa, Pinkerton dice:

Joao Gibin è un tenore insolito. Non particolarmente espressivo, ha voce robusta, fondamentalmente chiara, con "una punta di lacrima" nel timbro e nell'accento e discreta uguaglianza nei registri, dove in acuto si stringe in poco ma rimane ferma e timbrata. Tuttavia, fatto salvo un certo slancio, le alternative dinamiche e coloristiche sono alquanto limitate. Gibin risulta sostanzialmente monocorde e anche un po' monotono in quel suo cantare sempre piuttosto forte e con gli stessi colori. Cosi, come osserva il Principe, le mezzevoci non possono che risultare opache e difficoltose e tutto il suo canto risente di un certo sforzo.

 

Un cantante di cui so pochissimo, devo dire. E non è che in rete le biografie siano approfondite.

44 minuti fa, Majaniello dice:

Bel recupero! Battaglia è un'opera niente male, e a me la Gencer cantante verdiana (specie nel primo Verdi) piace moltissimo, nel '63 poi non si era ancora definitivamente "gencerizzata".

E' un'opera che da qualche anno credo di amare molto. Qui Leyla Gencer è una protagonista credibilissima.

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MI0001071997.jpg

Sono in serio imbarazzo. Da tempo non mi misuravo con un'opera così urticante, perfino l'Ariane di Dukas mi aveva fatto meno pena e schifo.
Ma vogliamo parlare di Tolstoj ridotto ad antesignano dei filmacci lacrimevoli anni Quaranta-Cinquanta? Questo fa sostanzialmente il libretto dell'esecrabile Cesare Hanau, che dell'originale mantiene soltanto il notevole numero di personaggi.
Il tutto, poi, è rivestito da cascami musicali da bassofondo. Le parti meno spiacevoli sono quelle in cui Alfano tenta giochetti pseudocolti di cromatismo e impressionismo, che riescono così e così, ma sono sempre meglio dei tantissimi momenti strappalacrime  da romanzetto rosa, in cui l'orchestra si sfilaccia in spire che vorrebbero essere sentimentalmente decadenti, mentre le voci rincorrono una scrittura piatta e noiosa, senza voli.

A questa estrema bruttezza, questa grottesca esecuzione, ripresa dal vivo con suono modesto, aggiunge sofferenza a sofferenza. Non ho idea se l'opera sia tagliata o meno, certo che bisogna aver fegato o senso dell'umorismo per arrivare alla fine. Le professionali prestazioni dell'orchestra Rai torinese e del relativo coro sono condotte da Elio Boncompagni in una lettura all'insegna del pressapochismo e dell'approssimazione, con particolare enfasi sugli episodi melassosi e patetici, che diventano piuttosto vischiosi.

Ma davvero, dovreste prepararvi a sobbalzare, o (come ho fatto io) a ridere fantozzianamente, a fronte di un'esibizione (non oso definirla "interpretazione") come quella di una Magda Olivero sessantunenne, al tramonto delle capacità vocali e nient'affatto all'altezza di una parte purtroppo impegnativa com'è questa di Katiuscia. Per capire a che livello siamo, si faccia il confronto con la selezione della Francesca da Rimini di Zandonai che conclude il secondo cd, ripresa nel '59: lì c'è ancora la vera voce della Olivero, per quanto discutibile, col caratteristico vibratino (spia comunque dell'appoggio professionalissimo della sua emissione). Nel '71 il vibratino non c'è più, perché la cantante non sostiene più il fiato. Ci sono cose di altro tipo: colpi di glottide stile Gencer, raucedini varie, urla smodate quando si tratta di emettere acuti, purtroppo abbastanza frequenti nel Secondo e Terzo Atto. Se la cantante prova a cantare pianissimo e a filare, la voce riacquista un minimo di compattezza. Ma lo fa poche volte, nel resto preferisce altro. E questo perché l'interprete è davvero ridicola, sembra una parodia. Nel primo atto, qualcuno dice a Katiuscia qualcosa tipo "Ti sei fatta grande". Un sorriso lì me lo sono fatto: la Olivero trasforma questa liliale ragazza in un'orrida megera da salotto altoborghese, magari completata da una bella sigaretta col bocchino lungo. Nulla, nel timbro e nell'interpretazione, è in qualche modo adeguato al personaggio. La recitazione tira avanti con un repertorio infinito di isterismi, cincischiamenti, parlati (spesso con accento delirante alla filodrammatica), sospiri, gigionate, camuffamenti vocali, acuti cui viene dato un effetto strozzato per assimilarli a urla da film dell'orrore, scoppi in pianto. Sembra che il personaggio di Tolstoj sia diventato una poveraccia afflitta da disturbo bipolare. Il monologo del Secondo Atto e quello del Terzo (particolarmente ripugnante, quest'ultimo) sono abbondantemente illustrativi di questa misera prestazione. Posso provare simpatia umana per la Olivero, e infatti la provo, mi sembra di avere varie cose in comune con lei, stando alle interviste. Ma veramente, qui non s'affronta, come dicono a Bologna. Una Katiuscia vecchia, sdentata, orrenda, insopportabile.

Particolarmente bizzarro è poi l'accostamento tra il piccolo chimico interpretativo della Olivero e la sconvolgente faciloneria espressiva (ma anche esecutiva) del tenore Giuseppe Gismondo. Investito del ruolo di Dimitri Nekludoff, uno dei protagonisti maschili peggio musicati e più banali che abbia mai visto, di fronte alle contorsioni di viscere della sua partner replica con un fraseggio da posteggiatore veristeggiante, imbevuto di superficiale gallismo, ma senza mai vera forza. Il modello sembra essere Del Monaco, ma il messinese Gismondo risulta lontano anni luce, malgrado la buona dizione: gli acuti sono spinti all'impazzata, come il Finale dell'Atto Primo e, soprattutto, il Finale dell'opera (risolto da lui e dalla Olivero, prima della chiusa corale, in un festival del grido scomposto) ampiamente dimostrano.

Il terzo personaggio di una qualche importanza appare solo all'Ultimo Atto, e ha ben poca parte, almeno qui. Si tratta di Simonson, nuovo amante di Katiuscia: ruolo a dir poco sfocato, che musicalmente dice quasi nulla. Antonio Boyer detto Tonino lo affronta con un'emissione inchiostrata al birignao, tipo Tito Gobbi. Il risultato è di irritante banalità, ma non è che potesse farci molto.

Le altre parti sono forse una ventina, e sono sicuramente migliori dei cantanti principali. La governante Matrena e la zia Sofia, nel primo atto, sarebbero donne di una certa età, contrapposte alla ragazzina Katiuscia: ebbene, la freschezza vocale ed espressiva di Anna Di Stasio e Fernanda Cadoni, contrapposte alla senescente Olivero, le fa sembrare fanciulle. Decisamente buone, nel Terzo Atto, le prigioniere, in cui spicca la Gobba di Maria Grazia Allegri, mentre il Capo Carceriere di Marco Stefanoni ha poco da fare e dunque se la cava. Ma c'è il tremendo Secondo Atto, in cui la Olivero, al suo massimo di piagnistei e borborigmi, deve fronteggiare l'amica Anna, una Nucci Condò che cerca di rincorrere la famosa collega proprio sul terreno della visceralità. Potete immaginare, tra tutt'e due, l'effetto.
No, no ragazzi: non ci siamo.

Volevo postarvi il monologo di Katiuscia all'Atto Terzo, ma non l'ho trovato. Qui c'è il Secondo

 

Incredibili i commenti di giubilo al cospetto di questa autentica porcata.

@Majaniello @Pinkerton

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53 minuti fa, Wittelsbach dice:

MI0001071997.jpg

Sono in serio imbarazzo. Da tempo non mi misuravo con un'opera così urticante, perfino l'Ariane di Dukas mi aveva fatto meno pena e schifo.
Ma vogliamo parlare di Tolstoj ridotto ad antesignano dei filmacci lacrimevoli anni Quaranta-Cinquanta? Questo fa sostanzialmente il libretto dell'esecrabile Cesare Hanau, che dell'originale mantiene soltanto il notevole numero di personaggi.
Il tutto, poi, è rivestito da cascami musicali da bassofondo. Le parti meno spiacevoli sono quelle in cui Alfano tenta giochetti pseudocolti di cromatismo e impressionismo, che riescono così e così, ma sono sempre meglio dei tantissimi momenti strappalacrime  da romanzetto rosa, in cui l'orchestra si sfilaccia in spire che vorrebbero essere sentimentalmente decadenti, mentre le voci rincorrono una scrittura piatta e noiosa, senza voli.

A questa estrema bruttezza, questa grottesca esecuzione, ripresa dal vivo con suono modesto, aggiunge sofferenza a sofferenza. Non ho idea se l'opera sia tagliata o meno, certo che bisogna aver fegato o senso dell'umorismo per arrivare alla fine. Le professionali prestazioni dell'orchestra Rai torinese e del relativo coro sono condotte da Elio Boncompagni in una lettura all'insegna del pressapochismo e dell'approssimazione, con particolare enfasi sugli episodi melassosi e patetici, che diventano piuttosto vischiosi.

Ma davvero, dovreste prepararvi a sobbalzare, o (come ho fatto io) a ridere fantozzianamente, a fronte di un'esibizione (non oso definirla "interpretazione") come quella di una Magda Olivero sessantunenne, al tramonto delle capacità vocali e nient'affatto all'altezza di una parte purtroppo impegnativa com'è questa di Katiuscia. Per capire a che livello siamo, si faccia il confronto con la selezione della Francesca da Rimini di Zandonai che conclude il secondo cd, ripresa nel '59: lì c'è ancora la vera voce della Olivero, per quanto discutibile, col caratteristico vibratino (spia comunque dell'appoggio professionalissimo della sua emissione). Nel '71 il vibratino non c'è più, perché la cantante non sostiene più il fiato. Ci sono cose di altro tipo: colpi di glottide stile Gencer, raucedini varie, urla smodate quando si tratta di emettere acuti, purtroppo abbastanza frequenti nel Secondo e Terzo Atto. Se la cantante prova a cantare pianissimo e a filare, la voce riacquista un minimo di compattezza. Ma lo fa poche volte, nel resto preferisce altro. E questo perché l'interprete è davvero ridicola, sembra una parodia. Nel primo atto, qualcuno dice a Katiuscia qualcosa tipo "Ti sei fatta grande". Un sorriso lì me lo sono fatto: la Olivero trasforma questa liliale ragazza in un'orrida megera da salotto altoborghese, magari completata da una bella sigaretta col bocchino lungo. Nulla, nel timbro e nell'interpretazione, è in qualche modo adeguato al personaggio. La recitazione tira avanti con un repertorio infinito di isterismi, cincischiamenti, parlati (spesso con accento delirante alla filodrammatica), sospiri, gigionate, camuffamenti vocali, acuti cui viene dato un effetto strozzato per assimilarli a urla da film dell'orrore, scoppi in pianto. Sembra che il personaggio di Tolstoj sia diventato una poveraccia afflitta da disturbo bipolare. Il monologo del Secondo Atto e quello del Terzo (particolarmente ripugnante, quest'ultimo) sono abbondantemente illustrativi di questa misera prestazione. Posso provare simpatia umana per la Olivero, e infatti la provo, mi sembra di avere varie cose in comune con lei, stando alle interviste. Ma veramente, qui non s'affronta, come dicono a Bologna. Una Katiuscia vecchia, sdentata, orrenda, insopportabile.

Particolarmente bizzarro è poi l'accostamento tra il piccolo chimico interpretativo della Olivero e la sconvolgente faciloneria espressiva (ma anche esecutiva) del tenore Giuseppe Gismondo. Investito del ruolo di Dimitri Nekludoff, uno dei protagonisti maschili peggio musicati e più banali che abbia mai visto, di fronte alle contorsioni di viscere della sua partner replica con un fraseggio da posteggiatore veristeggiante, imbevuto di superficiale gallismo, ma senza mai vera forza. Il modello sembra essere Del Monaco, ma il messinese Gismondo risulta lontano anni luce, malgrado la buona dizione: gli acuti sono spinti all'impazzata, come il Finale dell'Atto Primo e, soprattutto, il Finale dell'opera (risolto da lui e dalla Olivero, prima della chiusa corale, in un festival del grido scomposto) ampiamente dimostrano.

Il terzo personaggio di una qualche importanza appare solo all'Ultimo Atto, e ha ben poca parte, almeno qui. Si tratta di Simonson, nuovo amante di Katiuscia: ruolo a dir poco sfocato, che musicalmente dice quasi nulla. Antonio Boyer detto Tonino lo affronta con un'emissione inchiostrata al birignao, tipo Tito Gobbi. Il risultato è di irritante banalità, ma non è che potesse farci molto.

Le altre parti sono forse una ventina, e sono sicuramente migliori dei cantanti principali. La governante Matrena e la zia Sofia, nel primo atto, sarebbero donne di una certa età, contrapposte alla ragazzina Katiuscia: ebbene, la freschezza vocale ed espressiva di Anna Di Stasio e Fernanda Cadoni, contrapposte alla senescente Olivero, le fa sembrare fanciulle. Decisamente buone, nel Terzo Atto, le prigioniere, in cui spicca la Gobba di Maria Grazia Allegri, mentre il Capo Carceriere di Marco Stefanoni ha poco da fare e dunque se la cava. Ma c'è il tremendo Secondo Atto, in cui la Olivero, al suo massimo di piagnistei e borborigmi, deve fronteggiare l'amica Anna, una Nucci Condò che cerca di rincorrere la famosa collega proprio sul terreno della visceralità. Potete immaginare, tra tutt'e due, l'effetto.
No, no ragazzi: non ci siamo.

Volevo postarvi il monologo di Katiuscia all'Atto Terzo, ma non l'ho trovato. Qui c'è il Secondo

 

Incredibili i commenti di giubilo al cospetto di questa autentica porcata.

@Majaniello @Pinkerton

Insomma, un disco a cui non rinunciare!:cat_lol:

Sto ascoltando l'estratto dal Tubo, convincendomi che i commenti che facciano parte di un pesce d'aprile...:wacko:

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"Electrifying Magda Olivero"... nel senso che è una prestazione da sedia elettrica... Che tristezza sentire simili cantanti in performance del genere. La Olivero talvolta mi pare peccasse un po' d'eccesso, ma qui siamo veramente a livelli di filodrammatica di quart'ordine. Sembra davvero una parodia...

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La Olivero, testimone di un periodo storico e di una civiltà vocale di tutto rispetto e oggi forse perduta (si spera non per sempre), non avrebbe dovuto continuare fino a livelli del genere. Che ad alcuni, come vedi, peraltro piacciono. Io preferirò sempre la sua Liù anni Trenta, pur con tutta una serie di difettini.

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4 ore fa, Wittelsbach dice:

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Sono in serio imbarazzo. Da tempo non mi misuravo con un'opera così urticante, perfino l'Ariane di Dukas mi aveva fatto meno pena e schifo.

 

Tu pensa che io vidi tantissimi anni fa, poco più che bambino, una rappresentazione di quest'opera e ne ho conservato da sempre un buon ricordo, sebbene fin da quel tempo non avessi in grande simpatia molta parte dell'operismo italiano. Mai riascoltata in seguito e perciò non so se quel mio imberbe giudizio fosse o meno fondato. Da un annuario ho ripescato che protagonista di quell'edizione fu Olivia Stapp, direttore Ottavio Ziino e regista il basso Nicola Rossi Lemeni. Invece ho risentito da poco tempo, in più occasioni, Elio Boncompagni, ormai  85enne, in prestazioni sorprendenti per vivacità, acume interpretativo, padronanza assoluta dell'orchestra. Avevo sentito anche lui molti anni fa traendone invece impressioni simili alle tue per Resurrezione.

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Boncompagni opera anche in campo musicologico. La sua "giovinezza" ha lasciato tracce in vari altri testimoni, come si può leggere su web. Credo avesse una sua originalità, dedicandosi anche alla revisione di partiture, tra cui mi pare anche il Dom Sebastian di Donizetti.

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6 ore fa, Wittelsbach dice:

 

Sono in serio imbarazzo. Da tempo non mi misuravo con un'opera così urticante, perfino l'Ariane di Dukas mi aveva fatto meno pena e schifo.
Ma vogliamo parlare di Tolstoj ridotto ad antesignano dei filmacci lacrimevoli anni Quaranta-Cinquanta? Questo fa sostanzialmente il libretto dell'esecrabile Cesare Hanau, che dell'originale mantiene soltanto il notevole numero di personaggi.
Il tutto, poi, è rivestito da cascami musicali da bassofondo. Le parti meno spiacevoli sono quelle in cui Alfano tenta giochetti pseudocolti di cromatismo e impressionismo, che riescono così e così, ma sono sempre meglio dei tantissimi momenti strappalacrime  da romanzetto rosa, in cui l'orchestra si sfilaccia in spire che vorrebbero essere sentimentalmente decadenti, mentre le voci rincorrono una scrittura piatta e noiosa, senza voli.

Questo però è tipico di Alfano, non l'essere noioso :D  quanto la scrittura piatta e poco aperta... I miei ascolti risalgono a molti anni fa, io non ne ho un cattivo ricordo, oggi non saprei...

 

6 ore fa, Wittelsbach dice:

A questa estrema bruttezza, questa grottesca esecuzione, ripresa dal vivo con suono modesto, aggiunge sofferenza a sofferenza. Non ho idea se l'opera sia tagliata o meno, certo che bisogna aver fegato o senso dell'umorismo per arrivare alla fine. Le professionali prestazioni dell'orchestra Rai torinese e del relativo coro sono condotte da Elio Boncompagni in una lettura all'insegna del pressapochismo e dell'approssimazione, con particolare enfasi sugli episodi melassosi e patetici, che diventano piuttosto vischiosi.

Ma davvero, dovreste prepararvi a sobbalzare, o (come ho fatto io) a ridere fantozzianamente, a fronte di un'esibizione (non oso definirla "interpretazione") come quella di una Magda Olivero sessantunenne, al tramonto delle capacità vocali e nient'affatto all'altezza di una parte purtroppo impegnativa com'è questa di Katiuscia. Per capire a che livello siamo, si faccia il confronto con la selezione della Francesca da Rimini di Zandonai che conclude il secondo cd, ripresa nel '59: lì c'è ancora la vera voce della Olivero, per quanto discutibile, col caratteristico vibratino (spia comunque dell'appoggio professionalissimo della sua emissione). Nel '71 il vibratino non c'è più, perché la cantante non sostiene più il fiato. Ci sono cose di altro tipo: colpi di glottide stile Gencer, raucedini varie, urla smodate quando si tratta di emettere acuti, purtroppo abbastanza frequenti nel Secondo e Terzo Atto. Se la cantante prova a cantare pianissimo e a filare, la voce riacquista un minimo di compattezza. Ma lo fa poche volte, nel resto preferisce altro. E questo perché l'interprete è davvero ridicola, sembra una parodia. Nel primo atto, qualcuno dice a Katiuscia qualcosa tipo "Ti sei fatta grande". Un sorriso lì me lo sono fatto: la Olivero trasforma questa liliale ragazza in un'orrida megera da salotto altoborghese, magari completata da una bella sigaretta col bocchino lungo. Nulla, nel timbro e nell'interpretazione, è in qualche modo adeguato al personaggio. La recitazione tira avanti con un repertorio infinito di isterismi, cincischiamenti, parlati (spesso con accento delirante alla filodrammatica), sospiri, gigionate, camuffamenti vocali, acuti cui viene dato un effetto strozzato per assimilarli a urla da film dell'orrore, scoppi in pianto. Sembra che il personaggio di Tolstoj sia diventato una poveraccia afflitta da disturbo bipolare. Il monologo del Secondo Atto e quello del Terzo (particolarmente ripugnante, quest'ultimo) sono abbondantemente illustrativi di questa misera prestazione. Posso provare simpatia umana per la Olivero, e infatti la provo, mi sembra di avere varie cose in comune con lei, stando alle interviste. Ma veramente, qui non s'affronta, come dicono a Bologna. Una Katiuscia vecchia, sdentata, orrenda, insopportabile.

L'Olivero è sempre stata un'interprete caricata e plateale, anche all'inizio della sua seconda carriera (della prima Olivero che tanto piaceva a Celletti non è che ci sia rimasto granchè); a fine carriera non le restava che puntare su doti "attoriali" attraverso quel campionario di effetti che descrivi. Ci sono ruoli minori in cui quest'artefazione può essere addirittura funzionale (nell'operina La Guerra, dove in un'atmosfera neorealista interpreta un'anziana mamma nevrotica e in sedia a rotelle), in molti altri suona solo ridicola (la sua "mitica" Jenufa ne è un esempio abbastanza celebre).

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3 ore fa, Majaniello dice:

Questo però è tipico di Alfano, non l'essere noioso :D  quanto la scrittura piatta e poco aperta... I miei ascolti risalgono a molti anni fa, io non ne ho un cattivo ricordo, oggi non saprei...

 

L'Olivero è sempre stata un'interprete caricata e plateale, anche all'inizio della sua seconda carriera (della prima Olivero che tanto piaceva a Celletti non è che ci sia rimasto granchè); a fine carriera non le restava che puntare su doti "attoriali" attraverso quel campionario di effetti che descrivi. Ci sono ruoli minori in cui quest'artefazione può essere addirittura funzionale (nell'operina La Guerra, dove in un'atmosfera neorealista interpreta un'anziana mamma nevrotica e in sedia a rotelle), in molti altri suona solo ridicola (la sua "mitica" Jenufa ne è un esempio abbastanza celebre).

Mi dicono che Sakuntala invece sarebbe opera ben più originale e meritevole, testimonio adeguato del livello dimolto migliore conseguito da Alfano nella musica strumentale.

La Olivero anche ai suoi bei dì non era il mio genere: preferisco interpreti più alla mano e meno sofisticate, tipo la Callas, che creava ritratti umani veri e non palesemente falsi come quelli della cantante saluzzese, a cui va comunque dato atto di crederci davvero in tutto quello che faceva.

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6 ore fa, Wittelsbach dice:

Mi dicono che Sakuntala invece sarebbe opera ben più originale e meritevole, testimonio adeguato del livello dimolto migliore conseguito da Alfano nella musica strumentale.

La Olivero anche ai suoi bei dì non era il mio genere: preferisco interpreti più alla mano e meno sofisticate, tipo la Callas, che creava ritratti umani veri e non palesemente falsi come quelli della cantante saluzzese, a cui va comunque dato atto di crederci davvero in tutto quello che faceva.

La differenza tra la Callas e tutti gli altri cantanti d'opera del repertorio italiano e che questi ultimi, quand'anche bravi e di buon gusto (Bergonzi, Sutherland ecc) sono di una superficialità interpretativa spaventosa, nella maggior parte dei casi si parla di esecuzioni del testo corredate da generici atteggiamenti di ira, gioia, abbandono amoroso ecc., mere rappresentazioni di stereotipi. Persino interpreti che amo come la Scotto, che si sforzano di essere analitici ad un livello più profondo, scadono spesso nel manierismo e nell'egocentrismo. Poi ogni tanto qualche adesione casuale e inconsapevole tra carattere dell'interprete e ruolo capita (ogni cantante troverà almeno un ruolo che rispecchia la propria personalità in maniera naturale e che gli sta a pennello), ma sono casi risolti con l'istinto e quasi mai il frutto di un approccio ragionato alla psicologia del personaggio (e poi bisogna anche avere il talento per tradurre i ragionamenti in una recitazione persuasiva). Così resta tutto all'immaginazione dell'ascoltatore, come in un teatro di marionette. È uno dei motivi per cui nella sinfonica ho mille references mentre con l'opera resto perennemente insoddisfatto. 

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On 1/4/2019 at 13:55, Wittelsbach dice:

 

Volevo postarvi il monologo di Katiuscia all'Atto Terzo, ma non l'ho trovato. Qui c'è il Secondo

 

Incredibili i commenti di giubilo al cospetto di questa autentica porcata.

@Majaniello @Pinkerton

Se ho spesso avuto sincere parole di elogio per le recensioni del Principe Wittel, questa volta non posso. E non perché contesto la stroncatura in sé stessa ( la Olivero qui è una Katiuscia problematica, decisamente  senile, che insiste su un registro grave timbricamente deteriorato, spesso l'appoggio diaframmatico latita, il famoso "vibratino" è diventato un vibrato pressoché continuo al limite dell'oscillazione, i brutti suoni accessori di gusto verista non si contano, e altro, altro ancora...) ma per il tono del suo commento, che è troppo aggressivo e caricato, inappropriato a un nobile suo pari.. A Wittel la Olivero non piace per come intende il canto, ma la Olivero non ha mai nascosto di prediligere il repertorio che esprimeva un certo gusto liberty e decadente. Da questa sua predilezione  deriva il suo canto, se vogliamo lezioso, ma variatissimo e variegatissimo, capace di modulazioni inaudite e di slanci carichi di tensione , e comunque fine e aristocratico. Anche se questa registrazione ha molte falle, i bagliori di questo gusto canoro superiore di tanto in tanto emergono.

Insomma Wittel, te la faccio breve: la Olivero, anche in questa sua infelice performance, non meritava di essere trattata cosi. 

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Eh che ci voi fa', quando sono sconvolto da qualcosa che sento non guardo in faccia a nessuno... Ho cercato di chiarire solo l'impressione che ha fatto a me. Ammetto anche che speravo di sentire qualcosa di molto migliore da lei. Ma così, non ce l'ho fatta proprio. Rimarremo amici, spero! ^_^

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24 minuti fa, Wittelsbach dice:

Rimarremo amici, spero! ^_^

Ci mancherebbe altro!....

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On 1/4/2019 at 20:35, Majaniello dice:

L'Olivero è sempre stata un'interprete caricata e plateale, [........]......quest'artefazione [...........]                               [

Inappropriati, Maja, i due aggettivi. Più accettabile il sostantivo "artefazione".

Al di là dei suoi requisiti di cantante in senso stretto ( requisiti, d'altra parte, non comuni...) Magda Olivero rappresenta un gusto, un'estetica, mentalità artistica ben precisi, quelli di una signorilità, di un' "aristocratica distinzione borghese" che era ben percepita in tutto il primo novecento italiano.

I termini "caricata" e "plateale", Maja, vanno inseriti in questo contesto e, solo in questo contesto, assumono il loro valore specifico, una valenza che non è necessariamente negativa.

 

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Io dico piuttosto che in periodi di miglior forma vocale le intenzioni interpretative della cantante si concretavano in maniera ben più probante. Qui è evidente che certi eccessi interpretativi vengono usati come contrappeso a una voce in accentuato declino.

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33 minuti fa, Wittelsbach dice:

Io dico piuttosto che in periodi di miglior forma vocale le intenzioni interpretative della cantante si concretavano in maniera ben più probante. Qui è evidente che certi eccessi interpretativi vengono usati come contrappeso a una voce in accentuato declino.

Che poi è quello che successe alla Gencer, a Del Monaco, a Gobbi ecc. Si trattava pure di calcare ancor più una cifra stilistica per rimanere sul mercato che nel frattempo cambiava i suoi idoli alla velocità della luce.

La Freni secondo me maturò davvero come artista al declinare della sua voce, io la trovo più interessante negli anni '80.

La Olivero migliore secondo me è quella di Tosca e Manon Lescaut, due personaggi irritanti, falsi e contraddittori... a me la sua celebre Adriana (per ragioni puramente interpretative) non piace. L'Olivero anni '30? qualche stralcio mi pare poco per farsi un'idea completa dell'interprete (sull'eccellenza della cantante non ci sono dubbi).

Ah una cosa volevo aggiungere: mi ha sempre divertito ascoltare le interviste della divina Magda, lei era retorica e manierata pure nella vita, era proprio quel che portava in scena!

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Piacciono anche a me quelle interviste, sono a modo loro commoventi.

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1 ora fa, Wittelsbach dice:

Piacciono anche a me quelle interviste, sono a modo loro commoventi.

Sì è vero, perchè ti accorgi che quel che appare come finzione o cerimoniosità era il suo modo di essere, mi ricorda mia zia Anastasia, che quando deve farti degli auguri ti abbraccia poi ti stringe fortissimo le mani e ti sussurra nell'orecchio, come se dovesse rivelarti il terzo segreto di Fatima: "ti auguro ogni bene e qualsiasi cosa il tuo cuore possa desiderare"... insomma quel tipo là :D 

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Dopo tante tragedie, passiamo a qualcosa di totalmente differente: l'operetta "Lo studente mendicante", di Karl Millocker, andata in scena la prima volta a Vienna nel 1882. Il mondo dell'operetta "prima maniera", quella Ottocentesca, è molto più legato alla musica sinfonica di quanto non sarà con Kalman, Lehar e via dicendo. Nella fattispecie, ci sono persistenze walzerate, marce, arie a couplet (ossia con brevi strofe) e grandi pezzi d'insieme sui finali d'atto.

La trama? Ve la prendo in inglese, spero lo leggiate tutti

Cita

Act 1

Colonel Ollendorf seeks revenge against Laura Nowalska, who rebuffed him with her fan, offended by his advances. Laura's mother declares that only a Pole and nobleman can be her son-in-law. He releases a seemingly penniless student and his friend (Symon and Jan Janicki) to pose as a millionnaire and his aide, to entice the bankrupt but venerable Nowalska family. Laura agrees to marry Symon, and Janicki falls in love with Laura's sister, Bronislawa.

Act 2

The money that the colonel supplied to Symon is just about gone and he is no longer able to keep up the appearance of nobility. He and Laura have developed genuine feelings for each other and he struggles with the decision to tell her the truth. He writes a letter confessing the ruse. The colonel senses that the letter will end the plot, and convinces Laura's mother not to open it. When the wedding ceremony is over, the colonel reveals the truth about Symon, who is subsequently driven from the palace.

Act 3

Symon is contemplating suicide, when his friend Janicki reveals that he is a Polish officer and is part of a group of patriots who are planning to capture the citadel and to reinstate King Stanislaus. The Governor-General discovers that Janicki knows the whereabouts of the Polish grand duke and bribes him with 200,000 thalers to reveal his location to the Austrians. Janicki asks Symon to impersonate the grand duke until the money for his capture can be paid. The plot succeeds. In return, he is knighted by King Stanislaus and accepted by his wife and mother-in-law.

La trama è riassunta molto alla buona, ecco.

La presente esecuzione fa parte del ciclo di operette tedesche intrapreso da Electrola a metà anni Sessanta. L'incisione, ignoro il perché, ha avuto luogo in due sessioni, a distanza di sei anni: 1967 e 1973. La differenza non si sente all'ascolto. L'edizione, per quanto ne so, presenta tutti i numeri musicali e anche i dialoghi, che pure sembrano piuttosto accorciati ma comunque ben recitati dal cast. Ottima qualità audio, logicamente.

In buca c'è l'Orchestra Graunke, un ensemble sinfonico fondato a Monaco nel 1945 dal compositore Kurt Graunke, autore di varie sinfonie dal sapore vagamente straussiano e mahleriano. Questa orchestra si dedicò a repertori "di fianco", come la musica da film (oltre 500 colonne sonore, sembra), e appunto varie registrazioni di operette per la Emi. Nel 1990, cambiò il nome di Munchener Symphoniker. A guidarla, qui, il boemo Franz Allers (1905-1995), da giovane violinista dei Berliner Philharmoniker e poi, dopo un inizio di carriera da direttore sinfonico, emigrato in America nel 1938. Lì diventerà una vera e propria gloria di Broadway, avendo fatto società artistica col compositore Frederick Loewe: dagli anni '40 al '62, Allers diresse svariati musical nel teatro più famoso a essi dedicato. Il sodalizio con Loewe si interruppe, come si diceva, nel 1962. Da lì in poi, Allers dichiarò di voler "ricaricare le batterie artistiche" e di tornare al repertorio classico. Diresse spesso in Europa, e molto spesso al Met gli furono affidate Fledermaus, Rosenkavalier e altro. Un personaggio simile era ideale per quest'operetta. Difatti, forse Allers difetta in certi punti di leggerezza, ma è quasi sempre spumeggiante e divertente nelle sonorità, arricchite dai rubati che ogni direttore mitteleuropeo della vecchia scuola metteva in pratica in questo repertorio. Ottimo il coro della Radio Bavarese, a cui sono affidati i soliti, godibili tricchetracche operettistici.

Il cast radunato è di quelli tosti. Comincerei con lo studente del titolo, Symon Rymanowicz: un grande Nicolai Gedda. Gedda, oltre ad alati eroi romantici, gradiva molto incarnare questi brillantoni da operetta, a cui è richiesta perizia vocale e accento adeguatamente ribaldo e ammiccante, oltre beninteso a qualche momento di genuino abbandono amoroso. Gedda si mostra totalmente all'altezza, plasmando un personaggio di spessore e simpatia notevoli, come ben si avverte nel Finale del Secondo Atto. E i couplets del Terzo, "Ich hab' kein Geld, bin vogelfrei", quasi banali nella loro semplicità, si avvalgono di un accento pugnace e di una linea vocale coronata da un imperioso Do acuto conclusivo.

Straripante Hermann Prey, che sembra divertirsi ancora di più nei panni del Colonnello Ollendorff, uno di quei ruoli comici baritonali che caratterizzavano tanta musica operistica tedesca dell'Ottocento. Il grande baritono mostra il suo ben noto timbro vellutato e ampio, la solita disinvoltura nel canto e un fraseggio scatenato, col diavolo in corpo sia nei parlati che nei pezzi chiusi.

Fa degna corona a questi due satanassi un Gerhard Unger un po' affiochito, ma del tutto all'altezza di disimpegnarsi nel ruolo di Jan, tipica parte da "secondo tenore", a cui non sono richiesti vocalismi impossibili ma soprattutto musicalità e capacità di cesellare un personaggio.

Meno singolare il comparto femminile. Laura è Rita Streich, che dopo gli anni Cinquanta non appariva più molto nei cast discografici. Il timbro, lo si nota, si è un po' opacizzato, e la smaltatura non è più adamantina come un tempo. Però l'eleganza del canto e l'accento civettuolo funzionano sempre. Più polposa la sorella Bronislawa, una Renate Holm con qualche disagio nelle note acute ma pur sempre simpatica e spigliata. Meglio di tutte canta la Contessa di Gisela Litz, che però non ha grandissimo spazio.

I ruoli minori sono tutti (benissimo) recitati tranne il buco nero di questa edizione: il carceriere Enterich, appioppato a tale Karl H. Bennert, una specie di tenore che canta tutto con una voce nasale e artefatta che non fa per nulla ridere. Curiosamente, è l'unico nei dialoghi a essere doppiato da un attore.

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On 3/4/2019 at 14:49, Majaniello dice:

Sì è vero, perchè ti accorgi che quel che appare come finzione o cerimoniosità era il suo modo di essere, mi ricorda mia zia Anastasia, che quando deve farti degli auguri ti abbraccia poi ti stringe fortissimo le mani e ti sussurra nell'orecchio, come se dovesse rivelarti il terzo segreto di Fatima: "ti auguro ogni bene e qualsiasi cosa il tuo cuore possa desiderare"... insomma quel tipo là :D 

Qualcuno disse di D'Annunzio : " Qualunque cosa Gabriele ti dica lo fa come se ti stesse rivelando un segreto".

Tu, Maja, hai la fortuna di avere una zia che è  come D'Annunzio,  e invece di esserne felice, la definisci con sufficienza " cerimoniosa e manierata". Lei, con un gesto e una parola, ti apre un mondo, e tu non te ne accorgi nemmeno e la prendi in giro.

Che uomo miope, che nipote ingrato!

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On 2/4/2019 at 07:44, Majaniello dice:

La differenza tra la Callas e tutti gli altri cantanti d'opera del repertorio italiano e che questi ultimi, quand'anche bravi e di buon gusto (Bergonzi, Sutherland ecc) sono di una superficialità interpretativa spaventosa, nella maggior parte dei casi si parla di esecuzioni del testo corredate da generici atteggiamenti di ira, gioia, abbandono amoroso ecc., mere rappresentazioni di stereotipi. Persino interpreti che amo come la Scotto, che si sforzano di essere analitici ad un livello più profondo, scadono spesso nel manierismo e nell'egocentrismo. Poi ogni tanto qualche adesione casuale e inconsapevole tra carattere dell'interprete e ruolo capita (ogni cantante troverà almeno un ruolo che rispecchia la propria personalità in maniera naturale e che gli sta a pennello), ma sono casi risolti con l'istinto e quasi mai il frutto di un approccio ragionato alla psicologia del personaggio (e poi bisogna anche avere il talento per tradurre i ragionamenti in una recitazione persuasiva). Così resta tutto all'immaginazione dell'ascoltatore, come in un teatro di marionette. È uno dei motivi per cui nella sinfonica ho mille references mentre con l'opera resto perennemente insoddisfatto. 

Grande intervento Maja! ( anche se forse sottovaluti l'acume interpretativo di qualcuno.....Senza dimenticare poi che bisogna anche considerare le intenzioni e gli obbiettivi  delgli autori e il contesto storico in cui componevano).

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MI0003899789.jpg

In questi giorni, un po' a spizzichi, mi è salita la curiosità di ascoltare, non so perché, questo Ernani della Myto. Si tratta di una serata importante: la Prima della stagione 1961-1962 del Teatro dell'Opera di Roma, con pubblico mondano comprensivo anche di Gronchi e forse Fanfani e altri. Il suono è di una dignitosa modestia, ma il tutto è discernibile. I due cd (che peraltro ho sentito su Spotify) sono ingegnosamente congegnati per ospitare nel secondo una selezione di un Otello Rai con Del Monaco, Capecchi e la Fineschi (già lo conoscevo) e soprattutto una decina di minuti di divertenti interviste radiofoniche dopo la rappresentazione dell'Ernani, in cui una giornalista chiacchierona interpella un po' tutto il cast che sciorina banalità varie, con una Cavalli estasiata per aver incontrato Gronchi, e il fiorentino Del Monaco che sfoggia un insospettabile accento milanese (che è lo stesso di quando canta, anche se gente come Giudici continua a ritenerlo toscano).

L'esecuzione è illustrativa, purtroppo, del livello routinario, per non dire mediocre, in cui il massimo teatro romano stava cominciando a piombare. L'orchestra, per esempio, è davvero imbarazzante. Gabriele Santini si schermisce nell'intervista, pare molto amabile, umile e modesto: peccato che qui lo sia anche come direttore. La sua conduzione è rinunciataria, moscia nelle sonorità, letargica nei tempi (sentire il coro dei briganti), talvolta musicalmente scorretta. Del resto, l'orchestra, ancor più impoverita dalla registrazione non proprio felice, è rigida, scompaginata nel timbro e nella tenuta. In certi punti ha un suono smilzo e chitarroso (come nell'aria "Oh! De' verd'anni miei"), in altri stona. Dopo l'aria di sortita del tenore, gli orchestrali approfittano del lungo applauso per riaccordare furtivamente gli strumenti (!), ma nella successiva scena di Elvira, incredibilmente, riescono stonati lo stesso. Il coro richiede poi un capitolo a sé, essendo malconcio, approssimativo nella musicalità, spesso latore di sonorità bofonchiate e comiche, che nei momenti più impegnati si mutano in grida abbastanza pesanti e scomposte.

Il cast non è un granché. Per avere idea dell'Ernani di Mario Del Monaco, conviene riferirsi alle sue testimonianze del decennio precedente, oltretutto sostenute da un ben più persuasivo Mitropoulos. Gli anni Sessanta, per Del Monaco, significarono l'inizio di un inarrestabile declino. Il cantante, che stava perdendo la sua fenomenale voce, per mantenere il volume iniziò ad aprire sempre più i suoni e a usare il naso. Lo sfacelo esploderà anni dopo. Qui siamo solo agli inizi, ma si sente che è un Del Monaco imperfetto. Il timbro è più chiaro dell'ordinario, all'inizio quasi non lo riconoscevo. Certi suoni sono spalancati in modo poco gradevole. I legati sono piuttosto impuri, e così i momenti che richiederebbero un'esecuzione più sommessa. La forza spontanea del declamato di certi passi, tipo "Oro, quant'oro ogni avido" (che era uno dei suoi cavalli da battaglia), risulta singolarmente attenuata e affaticata. La cattiva respirazione gli gioca a volte qualche tiro mancino. Qualche lampo della sua fama vien fuori in "Io son conte, duca sono" e in pochi altri frammenti.

Tuttavia, Del Monaco si muove in un personaggio che, per quanto discutibile, conosceva a menadito. Floriana Cavalli, meteora anni Sessanta, si mostra invece completamente fuori posto, a dir poco inadeguata. Ha una voce di soprano lirico-leggero che si dimostra del tutto a mal partito con questa parte. Per Elvira, è vero, non ci vuole un "vocione". Ma una voce sorretta dalle giuste basi tecniche, questa sì, è necessaria. E la Cavalli ha solo un bel timbro, che però diventa brutto in corrispondenza di qualunque acuto, dal primo all'ultimo gridati e spinti al punto da far beccheggiare la linea. L'interprete tira a campare, con una banalità sconfortante.

Cornell MacNeil è il migliore, poco da fare. Verdi era il suo autore, e l'americano era uno dei baritoni che, all'epoca, meglio sapevano padroneggiarne la grammatica vocale. Anche per lui, comunque, questa non è la serata ideale. Esegue tutto magnificamente, e con voce risonante e gagliarda. Però, nei primi due atti apre veramente troppo le note del passaggio di registro, che suonano piuttosto sguaiate, anche se è evidente che non si tratta di un espediente, visto che il cantante le canta comunque sul fiato. Semmai, è scarso d'autorità interpretativa, anche se il magistero vocale vien fuori in brani come "Vieni meco", seppur non troppo ricco d'abbandono. Nel Terzo Atto, viceversa, MacNeil decide di raccogliere molto di più l'emissione, e di tenerla tonda e forbita. Così, malgrado un'orchestra da barzelletta, ricama una splendida aria iniziale, anche se non si astiene dal concluderla con un inutile ma superbo La acuto fuori ordinanza, che al termine di frasi nobili e soffuse ci sta come i cavoli a merenda, anche se gli procura una spellata di mani a dir poco fragorosa da parte del pubblico, che continuerà le sue ovazioni e richieste di bis (non concesso) per un minuto buono, anche quando Santini ha ripreso con la scena della congiura: gli spettatori si calmeranno solo all'entrata del coro! Molto bello anche "O sommo Carlo", che arrichisce un finale d'atto purtroppo immiserito da Santini e dalle urla della Cavalli.

Il povero Nicola Rossi-Lemeni purtroppo è il peggiore. A quarantuno anni, si ritrova con una voce e un'emissione che di Silva sembrano ritrarre solo l'età avanzata, e in certi momenti ci sono problemi cospicui anche solo a udirlo. E' costretto ad arrangiarsi, urlando i pochi acuti ed elargendo sbraitaggi e borbottii ovunque, alternandoli a un tono piagnone nei momenti più patetici. L'intonazione non è poi mai stata il suo forte, e qui è al capolinea. Che brutta fine per un cantante mai stato convenzionale, e che qui non riesce a essere l'interprete che era di solito! Santini per fortuna gli taglia la cabaletta "Infin che un brando vindice", sicuramente non perché apocrifa ma perché il basso non ne sarebbe mai venuto a capo.

I comprimari, che sarebbero Anna Di Stasio, Athos Cesarini e Mario Rinaudo, se non altro sono buoni, ma non valgono a risollevare un'esecuzione che resta ascoltabile solo per qualche buon momento di Carlo.

@Pinkerton @Snorlax

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19 ore fa, Wittelsbach dice:

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In questi giorni, un po' a spizzichi, mi è salita la curiosità di ascoltare, non so perché, questo Ernani della Myto. Si tratta di una serata importante: la Prima della stagione 1961-1962 del Teatro dell'Opera di Roma, con pubblico mondano comprensivo anche di Gronchi e forse Fanfani e altri. Il suono è di una dignitosa modestia, ma il tutto è discernibile. I due cd (che peraltro ho sentito su Spotify) sono ingegnosamente congegnati per ospitare nel secondo una selezione di un Otello Rai con Del Monaco, Capecchi e la Fineschi (già lo conoscevo) e soprattutto una decina di minuti di divertenti interviste radiofoniche dopo la rappresentazione dell'Ernani, in cui una giornalista chiacchierona interpella un po' tutto il cast che sciorina banalità varie, con una Cavalli estasiata per aver incontrato Gronchi, e il fiorentino Del Monaco che sfoggia un insospettabile accento milanese (che è lo stesso di quando canta, anche se gente come Giudici continua a ritenerlo toscano).

L'esecuzione è illustrativa, purtroppo, del livello routinario, per non dire mediocre, in cui il massimo teatro romano stava cominciando a piombare. L'orchestra, per esempio, è davvero imbarazzante. Gabriele Santini si schermisce nell'intervista, pare molto amabile, umile e modesto: peccato che qui lo sia anche come direttore. La sua conduzione è rinunciataria, moscia nelle sonorità, letargica nei tempi (sentire il coro dei briganti), talvolta musicalmente scorretta. Del resto, l'orchestra, ancor più impoverita dalla registrazione non proprio felice, è rigida, scompaginata nel timbro e nella tenuta. In certi punti ha un suono smilzo e chitarroso (come nell'aria "Oh! De' verd'anni miei"), in altri stona. Dopo l'aria di sortita del tenore, gli orchestrali approfittano del lungo applauso per riaccordare furtivamente gli strumenti (!), ma nella successiva scena di Elvira, incredibilmente, riescono stonati lo stessi. Il coro richiede poi un capitolo a sé, essendo malconcio, approssimativo nella musicalità, spesso latore di sonorità bofonchiate e comiche, che nei momenti più impegnati si mutano in grida abbastanza pesanti e scomposte.

Il cast non è un granché. Per avere idea dell'Ernani di Mario Del Monaco, conviene riferirsi alle sue testimonianze del decennio precedente, oltretutto sostenute da un ben più persuasivo Mitropoulos. Gli anni Sessanta, per Del Monaco, significarono l'inizio di un inarrestabile declino. Il cantante, che stava perdendo la sua fenomenale voce, per mantenere il volume iniziò ad aprire sempre più i suoni e a usare il naso. Lo sfacelo esploderà anni dopo. Qui siamo solo agli inizi, ma si sente che è un Del Monaco imperfetto. Il timbro è più chiaro dell'ordinario, all'inizio quasi non lo riconoscevo. Certi suoni sono spalancati in modo poco gradevole. I legati sono piuttosto impuri, e così i momenti che richiederebbero un'esecuzione più sommessa. La forza spontanea del declamato di certi passi, tipo "Oro, quant'oro ogni avido" (che era uno dei suoi cavalli da battaglia), risulta singolarmente attenuata e affaticata. La cattiva respirazione gli gioca a volte qualche tiro mancino. Qualche lampo della sua fama vien fuori in "Io son conte, duca sono" e in pochi altri frammenti.

Tuttavia, Del Monaco si muove in un personaggio che, per quanto discutibile, conosceva a menadito. Floriana Cavalli, meteora anni Sessanta, si mostra invece completamente fuori posto, a dir poco inadeguata. Ha una voce di soprano lirico-leggero che si dimostra del tutto a mal partito con questa parte. Per Elvira, è vero, non ci vuole un "vocione". Ma una voce sorretta dalle giuste basi tecniche, questa sì, è necessaria. E la Cavalli ha solo un bel timbro, che però diventa brutto in corrispondenza di qualunque acuto, dal primo all'ultimo gridati e spinti al punto da far beccheggiare la linea. L'interprete tira a campare, con una banalità sconfortante.

Cornell MacNeil è il migliore, poco da fare. Verdi era il suo autore, ed era uno dei baritoni che, all'epoca, meglio sapevano padroneggiarne la grammatica vocale. Anche per lui, comunque, questa non è la serata ideale. Esegue tutto magnificamente, e con voce risonante e gagliarda. Però, nei primi due atti apre veramente troppo le note del passaggio di registro, che suonano piuttosto sguaiate, anche se è evidente che non si tratta di un espediente, visto che il cantante le canta comunque sul fiato. Semmai, è scarso d'autorità interpretativa, anche se il magistero vocale vien fuori in brani come "Vieni meco", seppur non troppo ricco d'abbandono. Nel Terzo Atto, viceversa, MacNeil decide di raccogliere molto di più l'emissione, e di tenerla tonda e forbita. Così, malgrado un'orchestra da barzelletta, ricama una splendida aria iniziale, anche se non si astiene dal concluderla con un inutile la acuto fuori ordinanza, che al termine di frasi nobili e soffuse ci sta come i cavoli a merenda, anche se gli procura una spellata di mani a dir poco fragorosa da parte del pubblico, che continuerà le sue ovazioni e richieste di bis (non concesso) per un minuto buono, anche quando Santini ha ripreso con la scena della congiura: gli spettatori si calmeranno solo all'entrata del coro! Molto bello anche "O sommo Carlo", che arrichisce un finale d'atto purtroppo immiserito da Santini e dalle urla della Cavalli.

Il povero Nicola Rossi-Lemeni purtroppo è il peggiore. A quarantuno anni, si ritrova con una voce e un'emissione che di Silva sembrano ritrarre solo l'età avanzata, e in certi momenti ci sono problemi cospicui anche solo a udirlo. E' costretto ad arrangiarsi, urlando i pochi acuti ed elargendo sbraitaggi e borbottii ovunque, alternandoli a un tono piagnone nei momenti più patetici. L'intonazione non è poi mai stata il suo forte, e qui è al capolinea. Che brutta fine per un cantante mai stato convenzionale, e che qui non riesce a essere l'interprete che era di solito! Santini per fortuna gli taglia la cabaletta "Infin che un brando vindice", sicuramente non perché apocrifa ma perché il basso non ne sarebbe mai venuto a capo.

I comprimari, che sarebbero Anna Di Stasio, Athos Cesarini e Mario Rinaudo, se non altro sono buoni, ma non valgono a risollevare un'esecuzione che resta ascoltabile solo per qualche buon momento di Carlo.

@Pinkerton @Snorlax

Concordo punto per punto con la tua recensione di questo Ernani problematico.

Altra cosa i due live con Mitropoulos direttore del '56 (Met) e del '57 (Maggio Musicale Fiorentino).

Altra cosa questa registrazione DECCA del' 54 di un Siepi al suo meglio. Per l'uguaglianza della gamma, per la morbidezza e il sontuoso colore grave del timbro e per l'aristocratica, sofferta souplesse del canto, certo questa, concorderai , una delle migliori prove del grande basso milanese.

 

 

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