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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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La generazione dei cantanti nati negli anni 30/40 ha sostanzialmente prodotto i 3 famosi tenori Pavarotti/Domingo e Carreras. Ebbene, a questi si sarebbero potuti accostare a mio avviso sia Bonisolli (se fosse stato meno "matto" e quindi più affidabile) e Aragall (se fosse stato più costante)

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Bonisolli avrebbe potuto essere un buon tenore se a un certo punto della sua carriera non avesse deciso di smettere di curare la linea di canto e il legato, solo per emettere qualche acuto, tra l'altro col passare degli anni sempre meno appetitoso.

Ma se tu vedi, i fan di Bonisolli sono una tipologia molto tipica: sono del tutto avulsi dalla realtà, ragionano con le viscere, sull'appagamento di qualche DO sparato all'impazzata. E' il tipo di fan (fanatico) peggiore che ci sia, è la degenerazione di certo patetico loggionismo di una volta (quello che urlava "Tajoli!" a Bergonzi mentre faceva il pianissimo del Celeste Aida, per poi dire "Se Verdi ha scritto 'pianissimo', allora Verdi ha sbagliato"), quello di persone che non vanno a sentire l'opera (ossia a godere di un organismo teatrale e musicale) ma ad appaggare (più o meno) i timpani nell'hic et nunc dell'esibizione del loro divo (o presunto tale) di riferimento.

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Leggere un commento come questo per credere:

"Un meritatissimo e glorioso tributo al più grande tenore degli ultimi 40 anni.

Un uomo, una voce, un artista, un GENIO, una LEGGENDA :

FRANCO BONISOLLI, il leggendario Cavaliere dagli acuti facili."

Come si fa a discutere con gente che parte da questi presupposti?

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Anche a me piace ad esempio molto Filippeschi però devo dire che per quel poco che ho sentito del Bonisolli tarda maniera, anche il Filippeschi acutista era più rifinito nel canto. Invece considero però un "fiore non completamente sbocciato" il primo Bonisolli: quello della donna del algo, del barbiere...lì se non si fosse autoeliminato dalla gara per via del suo carattere pazzariello, avrebbe potuto dare molto fastidio ai tenori che stavano scalando le classifiche in quel momento

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Filippeschi aveva linea di canto molto più morbida e omogenea, assolutamente. Era molto diverso.

Il carattere di Bonisolli ha giocato parecchio, certo è che ha avuto comunque un sacco di soddisfazioni e una carriera decisamente non defilata.

Poi non so dirti perché non abbia continuato a cantare con la sua vera voce (morbida e fresca) anziché baritonalizzarla, spingerla a più non posso. Sarebbe stato almeno un eccellente tenore.

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Ma sì alla fine della fiera anche questa incisione dei Masnadieri sta a dimostrare che la sua carriera fu comunque importante. Son però sicuro che con un' altra testa avrebbe dato parecchio fastidio in quanto a popolarità a coloro che poi diventarono i 3 tenori perchè come doti vocali naturali credo che il solo Pavarotti fosse al suo livello o anche qualcosa di più

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Ma sì alla fine della fiera anche questa incisione dei Masnadieri sta a dimostrare che la sua carriera fu comunque importante. Son però sicuro che con un' altra testa avrebbe dato parecchio fastidio in quanto a popolarità a coloro che poi diventarono i 3 tenori perchè come doti vocali naturali credo che il solo Pavarotti fosse al suo livello o anche qualcosa di più

Bonisolli aveva tutto per diventare un grande tenore: buon timbro, estensione e, all'inizio, seppur non trascendentale, anche una discreta tecnica. Inoltre sulla scena figurava bene, era disinvolto e spavaldo.

Nasceva come tenore lirico puro ma il temperamento e la sommaria sensibilità lo portarono a riproporsi come tenore spinto di impronta verista.

A quel punto cantò tutto con irruenza e generosità, dilatando e iscurendo i centri e spingendo forsennatamente sugli acuti, col risultato di irrigidire e opacizzare le mezzevoci e , in alto, di impoverire lo squillo originario.

Si vantava, fra le altre cose, di non temere nessuna opera. "I Puritani e il Tell per me sono acqua fresca", soleva dire, come se le opere fossero solo questione di acuti ( se per questo gli acuti li aveva anche Filippeschi, ma di ben altra tempra), e questa affermazione, ahimè, dà l'esatta misura dei suoi limiti come interprete.

Fu comunque un tenore di rilievo.

Qui in questo video di Traviata, forse stimolato dalla presenza di MIrella Freni, dimostra le sue reali possibilità, trovando un colore

limpido e carezzevole nella mezzavoce dell'attacco di "Parigi o cara". Da notare, a 0:51, la perfetta esecuzione del "diminuendo":

http://www.youtube.com/watch?v=9lz0KOroZ6w

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419TJNDXY2L.jpg

E finalmente ce l'ho fatta, a sentire questa opera di Verdi, davvero bella e interessante.

In pratica, si tratta dei Lombardi alla Prima Crociata, riveduti e corretti secondo le convenzioni teatrali del grand opera francese.

A sortirne, un prodotto di grande spessore. L'istinto teatrale di Verdi emerge in questa specie di film cappa e spada di ambientazione medievale: lo spessore narrativo supera i pachidermi di Meyerbeer, e pure il trattamento dell'orchestra è quantomai suggestivo e atmosferico.

Qui simili qualità sono esplicate in maniera davvero magnifica dalla direzione di Fabio Luisi, grandiosa, imponente, sanguigna, piena di sublime oratoria verdiana dalla prima nota all'ultima, con rara sapienza nel gestire certi usi strumentali (i tromboni per esempio) che creano un colore straordinario.

Il cast non è tutto allo stesso livello, ma è decente.

Il tenore Marcello Giordani, per esempio, è alterno. Ha voce discretamente gessosa, a causa di un'emissione tutt'altro che manualistica. Ergo, forza un poco nella zona di passaggio, e i suoni sono spessissimo abbastanza sgradevoli. Se i primi acuti sono schiacciati e duri, per chissà quali ragioni riesce però a sfoderare, viceversa, un discreto do nella sua famosa aria, e a farne subito un secondo che gli riesce piuttosto squillante, anche se secondo la partitura dovrebbe emetterlo con dolcezza (e noblesse oblige non lo fa). Tuttavia, l'esecuzione della parte di Gaston (che sarebbe l'Oronte dei Lombardi) non è deplorevole, e qualche declamato riesce pure piuttosto bene.

Ho letto una recensione di Elvio Giudici che stronca senza pietà la Mescheriakova. Ingeneroso, senza dubbio. Magari non sarà sublime, ma negare che canti bene è pura malafede. E' vero, qualche stridore in altro si avverte, ma Giudici ha fatto passare ben altri orrori verdiani sotto la sua assoluzione, senza contare che non è il Vangelo. Quindi abbiamo una voce abbastanza ampia e morbida. E' vero, il suo terreno d'elezione sono le note emesse piano, come nel caso della Ricciarelli: ma la tecnica della Mescheriakova è molto superiore. Così abbiamo una Helene che viene a capo con estrema dignità di quasi tutte le difficoltà della parte.

Roberto Scandiuzzi sfoggia qui timbro stupendo, ricco, pastoso, con colore di autentico basso nobile. Certo, gli acuti non sono all'altezza delle impressionanti note gravi, ma è davvero bello sentire un cantante che viene a capo con tale bravura di una parte così tremendamente ardua. Senza contare che l'accento è vario, cangiante, sempre appropriato alle situazioni teatrali, molto intelligente. Una grande prova da basso.

Lo stesso non si può dire di Philippe Rouillon, che semplicemente massacra i declamati del Conte di Tolosa col suo vocione imbottigliato, grosso ma gutturale perché del tutto privo di appoggio, in un ululato continuo e grottesco. Daniel Borowski, altro gramo dilettante, altra voce di basso baritono aperta e stomacale, rende inascoltabile Adhemar, ossia il Legato Pontificio. Slobodan Stankovich, già apparso nell'Alzira come pessimo Alvaro, qui ha addirittura due ruoli: non è affatto migliore, ma quantomeno fa meno danni, vista la brevità delle parti.

Gli altri si fanno accettare.

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Jérusalem è, nella parabola creativa di Verdi, non solo la trasformazione francese dei Lombardi, ma un'opera complessivamente nuova, e un'opera di cerniera. Verdi sognava il sontuoso palcoscenico parigino, ma, in qualche modo, prese le distanze dal modello francese, proprio perché il suo vero interesse è concentrato, assai più che sullo "spettacolo", che comunque non manca, sul "personaggio". E' l'opera in cui Verdi prende coscienza di questa nuova prospettiva, ma anche dei mezzi tecnici per conseguire una continuità narrativa che per questa nuova prospettiva è indispensabile. In questo consiste, a mio avviso, l'interesse dell'opera, nonostante le molte disomogeneità che in qualche modo le appartengono, sia perché intrinseche al genere francese sia perché espressione del momento di passaggio dell'autore. Avevo l'edizione con Carreras/Ricciarelli/Nimsgern e ne ho un buon ricordo, ma è un disco che è rimasto forse a casa dei miei genitori, da decenni inascoltato.

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Edizione di cui nemmeno conoscevo l'esistenza tra l'altro!

Comunque grande scoperta, rimane la musica bella dei Lombardi e in più c'è tanta musica nuova.

La battaglia sembra un'anticipazione di quella che si sentirà nella Forza del Destino.

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E' un live del 1975 con i complessi della Rai diretti da Gavazzeni:

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Gaston...José Carreras

Hélène...Katia Ricciarelli

Roger...Siegmund Nimsgern

Conde de Toulouse...Alessandro Cassis

Adhemar de Monteil...Leonardo Monreale

Raymond...Giampaolo Corradi

Soldado...Franco Calabrese

Heraldo...Vinicio Cocchieri

Oficial del Emir ...Eftimios Michalopoulos

Isaure...Licia Falcone

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In due cd, mi sa tanto che conterrà gli usuali tagli amatissimi da Gavazzeni.

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Precisamente, non saprei dirti, ma temo proprio di sì. D'altronde, era quello che passava il convento all'epoca e Gavazzeni "tagliuzzava" un pò tutto. Nel topic su Rossini, si parlava dei pro e dei contro delle esecuzioni d'epoca, confrontate con quelle contemporanee. Beh, dal punto di vista della consapevolezza delle edizioni critiche, mi pare di poter dire, "molto meglio oggi".

Comunque, eccone un estratto:

[media]http://www.youtube.com/watch?v=Qih9O9dx5vw

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Ed eccoci al cospetto del Verdi minore, seppur certo non sgradevole.

L'opera è di quelle "gnucche", teatralmente parlando: il pur bel libretto è tratto da un poema in versi, non da una fonte teatrale. E questo pesa nella relativa penuria di azione e colpi di scena. I personaggi non sono molto caratterizzati. La musica va a rimorchio: ben congegnata, ma priva di quel "quid", di quel lievito segreto che rende frizzanti alcune altre opere poco note del maestro di Busseto.

Come che sia, siamo di fronte a un'esecuzione quasi miracolosa.

Provate, ad esempio, a ipotizzare che oggi un coro come l'Ambrosian possa venir impiegato nella pagina a cappella che apre l'opera: impossibile. Nel 1975, questo si verificò, e la pagina, di per sé non eccezionale ma nemmeno brutta, ha quasi le ali ai piedi.

José Carreras, protagonista, a 29 anni sfodera una delle sue prove verdiane più compiute. Il personaggio è quello che è, ma qui è davvero ben cantato, a partire dalla cavatina di sortita per finire alla scena del carcere. Ci sono momenti in cui Carreras addirittura, probabilmente per caso oltre che per forma fisica eccezionale, riesce ad azzeccare il posizionamento degli acuti, mostrando cos'avrebbe potuto fare se non avesse adottato la maniera canora tardo-distefanesca. L'accento è espansivo ma anche liricheggiante quand'occorre. Di più e meglio, con un simile personaggio, era difficile fare.

La "favorita" Gulnara vede schierata una superlativa Caballè. Una Caballè oltretutto inedita per l'altera veemenza di certi fraseggi, alternati ai momenti più lirici, in cui l'abbandono è tutto da ascoltare. La non bella ma difficilissima cabaletta della sua prima aria è cantata in modo magistrale, e con un pizzico di melodrammatica follia. Grande.

Quasi altrettanto memorabile è il canto pieno e luminosissimo di Jessye Norman, nei panni più limitati ma non per questo più facili di Medora: il carnoso registro centrale è ben saldato ad acuti facili e sicuri. L'accento non sarà travolgente, ma il ritratto vocale è convincentissimo.

Il lucchese Gian Piero Mastromei (ma si trova scritto anche in altro modo) nacque a Camaiore nel 1932, e si trasferì in Argentina dopo la guerra. Lì compì gli studi musicali, e tra gli anni Sessanta e Settanta fu pressoché stabile al Colon di Buenos Aires, dove cantò al fianco dei più sperimentati divi dell'epoca. Qui siamo nell'unica (se non sbaglio) registrazione di studio della sua carriera: la voce è ampia, gagliarda, di bel timbro, sorretta da una tecnica più che discreta, scaltrita anche sui più duri acuti. Seid è un personaggio abbastanza monolitico, tuttavia l'accento e la voce incisiva di Mastromei lo vivificano parecchio.

Il tenore caratterista inglese Alexander Oliver disimpegna bene i due ruoli dell'Eunuco e dello Schiavo, e pure i pochi altri personaggi sono ben ricoperti (c'è addirittura Clifford Grant come Pirata Giovanni).

La Philharmonia sfodera sonorità stupende sotto la bacchetta di Gardelli, non troppo scintillante ma sicura e competente.

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José Carreras, protagonista, a 29 anni sfodera una delle sue prove verdiane più compiute. Il personaggio è quello che è, ma qui è davvero ben cantato, a partire dalla cavatina di sortita per finire alla scena del carcere. Ci sono momenti in cui Carreras addirittura, probabilmente per caso oltre che per forma fisica eccezionale, riesce ad azzeccare il posizionamento degli acuti, mostrando cos'avrebbe potuto fare se non avesse adottato la maniera canora tardo-distefanesca. L'accento è espansivo ma anche liricheggiante quand'occorre. Di più e meglio, con un simile personaggio, era difficile fare.

Concordo con te, Wittel, che all'epoca Carreras fosse in forma smagliante. Questo, accanto alla tessitura centralizzante della parte, gli permetteva di esibire il bel timbro, la dizione chiara ma anche di sostenere una linea di canto omogenea, improntata a un fraseggio animoso, eroico e scandito.

Ma qui finiscono gli elogi nei riguardi di Pepito Carreras perchè già allora la sua tecnica di emissione ( valida forse per le canzoni amoroso-confidenziali ma inadeguata per cantare l'Opera e specialmente Verdi) lo costringeva a limitare la dinamica e i colori, a spegnere in falsetti inconsistenti quasi tutti i tentativi di mezzavoce,

a congestionare gli acuti e a "legare" con approssimazione.

In questo video di qualche anno dopo si evidenzia quanto detto. Carreras emette un solo suono veramente brutto ( l'acuto legnoso e fibroso a 1:35) ma il suo canto, al di là dell'epidermica estroversione, è monotono oltre che lievemente forzato:


/>http://www.youtube.com/watch?v=uq0UGtJCGpg

Per esemplificare di come quest'aria vada cantata ( cioè con incisività ma anche con morbidezza di emissione, ampiezza di respiro, larghezza di "legato", varietà di modulazioni dinamiche e ritmiche), ascoltiamo un quasi sessantenne Carlo Bergonzi che ancora riesce ad essere un grande tenore verdiano. Notare, a 3:40 la frase "...dell'innocenza il dì" che, allargando il tempo e graduando l'intensità. risolve in rasserenata dolcezza un'ampia arcata melodica:


/>http://www.youtube.com/watch?v=loKAQWsQ2dk&feature=related

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0028947834656.jpg

E di questa famosa incisione di Gergiev che ne pensate? Da poco è ritornata in catalogo, confesso che vorrei sentirla.

E' l'edizione di S. Pietroburgo, Miasko, con vari punti e il finale differenti da quella entrata in repertorio.

Questa è la sua attrattiva maggiore, accanto alla direzione di Gergiev, che io trovo più che discreta.

Il cast invece è modesto.

La Gorchakova ha tanta voce ma modula con difficoltà, Grigorian è un Alvaro piuttosto rozzo ma abbastanza sicuro in acuto e comunque si sforza di essere vario nel fraseggio. Anche il baritono Putilin si sforza di essere un Carlo de Vargas credibile ma emette troppi suoni strangolati e non ci risparmia neppure qualche nota stonata.

Il basso Kit è passabile anche se un po' duro e la Borodina, nel complesso, accettabile. La regia convenzionale ma efficace.


/>http://www.youtube.com/watch?v=oiBKyqHTGlc&feature=related

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E' l'edizione di S. Pietroburgo, Miasko, con vari punti e il finale differenti da quella entrata in repertorio.

Questa è la sua attrattiva maggiore, accanto alla direzione di Gergiev, che io trovo più che discreta.

Il cast invece è modesto.

La Gorchakova ha tanta voce ma modula con difficoltà, Grigorian è un Alvaro piuttosto rozzo ma abbastanza sicuro in acuto e comunque si sforza di essere vario nel fraseggio. Anche il baritono Putilin si sforza di essere un Carlo de Vargas credibile ma emotte troppi suoni strangolati e non ci risparmia neppure qualche nota stonata.

Il basso Kit è passabile anche se un po' duro e la Borodina, nel complesso, accettabile. La regia convenzionale ma efficace.


/>http://www.youtube.com/watch?v=oiBKyqHTGlc&feature=related

Grazie mille Pink, mi manca un'edizione discografica della Forza e sarei orientato a prendere proprio questa di Gergiev che mi sembra interessante, il cast vocale come mi confermi è passabile quindi alla fine nihil obstat...

Non sapevo ci fosse l'edizione completa su youtube. :o

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Grazie mille Pink, mi manca un'edizione discografica della Forza e sarei orientato a prendere proprio questa di Gergiev che mi sembra interessante, il cast vocale come mi confermi è passabile quindi alla fine nihil obstat...

Il problema è che dovresti procurarti anche un'edizione della versione definitiva, molto ma molto più bella.

Consiglio la RCA di Schippers, all'uopo.

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Il problema è che dovresti procurarti anche un'edizione della versione definitiva, molto ma molto più bella.

Consiglio la RCA di Schippers, all'uopo.

Io trovo bellissima la storica incisione di Marinuzzi, con Tancredi Pasero che è un Padre Guardiano meraviglioso e la mia amata Maria Caniglia, l'Eleonora Duse della lirica. I birignao come li faceva lei, nessuna.

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Discreta edizione di un'opera considerata anni fa solo "Verdi decisamente minore" (Rodolfo Celletti) e oggi giustamente rivalutata per le innegabili finezze strumentali e armoniche francesizzanti, che ne fanno quasi un grand opéra più breve e in italiano.

Il protagonista qui è un Carreras di bella voce, e di canto tutto sommato gradevole, malgrado forzature abbastanza evidenti in alto. Il suo è comunque un personaggio dall'accento generoso e sanguigno, ma anche capace di ripiegamenti liricizzanti.

Lida è Katia Ricciarelli, all'epoca ancora in grado di cantare in modo accettabile. In particolare, questa parte la esenta di grosse difficoltà di scrittura, e ciò consente alla bella voce della Ricciarelli di emergere con effetto spesso notevole. Questo tenendo conto che i brani in cui questa cantante risalta meglio sono quelli di intensità mezzoforte o piano, in cui la voce emerge con perlacea luminosità.

Tecnicamente superiore a entrambi è Matteo Manuguerra nel ruolo di Rolando. Forse nel famoso (relativamente) terzetto qualche acuto è lievemente sfocato, ma tendenzialmente la gamma alta di questo baritono è squillante e nutrita, malgrado le antipatiche nasalità che all'epoca caratterizzavano il suo canto. Il fraseggio poi è vario ed eloquente, e i momenti più lirici ricevono bel risalto dal naturale abbandono di questa voce.

Nicolai Ghiuselev era evidentemente in forma sub-ottimale, e il suo Federico Barbarossa è di voce imponente ma anche parecchio pesante e gutturale. Jonathan Summers, di dizione sfocata ed emissione piuttosto fissa, è un Marcovaldo alquanto sgradevole. Tuttavia il Podestà di Franz Handlos riesce a essere assai peggio, anche se fortunatamente canta poco. Bravissima invece l'Imelda della giovanissima Ann Murray.

Gardelli dirige bene, con grande interesse per le minuzie musicali e buona tenuta drammatica complessiva. L'orchestra radiofonica d'Austria si disimpegna più che bene, e bravo è anche il coro.

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Consiglio la RCA di Schippers, all'uopo.

Bellissima, con una accoppiata Tucker-Merrill in gran spolvero. Per tacere della meravigliosa Price. Oppure l'altra RCA con Domingo/Price/Milnes/Cossotto/Giaiotti e la LSO diretta da James Levine (secondo me, più pimpante e rifinito di Schippers). Peraltro, è stata recentemente ristampata in edizione economica.

°°°°°°

La Battaglia di Legnano, opera forse tra le più politiche di Verdi, non è un certo un capolavoro, anzi tutt'altro. Spesso mediocre, si avvale di un libretto bruttissimo, in un italiano pieno zeppo di incongruenze. Si potrebbe dire che l'opera, come lavoro complessivo, non sia un'opera riuscita, ma al suo interno si possono isolare spunti e quadri di notevole interesse. Fra questi, citerei la sinfonia, mentre il coro introduttivo a cappella, mi sembra alquanto convenzionale, nel suo ritmo di marcia. Da citare anche il recitativo di Linda seguito dalla cavatina di sortita e, dopo il riconoscimento di Arrigo, dalla cabaletta. In questo caso la cabaletta ha il senso drammaturgico di esprimere l'agitazione della donna. Altre cose, secondo me, da ricordare sono la scena del giuramento della compagnia della morte, e, soprattutto, la cosa che mi è piaciuta di più tutta la scena del congedo di Rolando dalla moglie. L'opera riveste, poi, un certo interesse, perchè fa parte di quel piccolo gruppo di opere nelle quali Verdi ha cominciato a risentire dell'influenza francese e del Grand-opera (l'altra opera è stata Jerusalem, composta piu' o meno nelle stesso periodo come rifacimento dei Lombardi alla prima crociata, di cui già si è detto).

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