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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Comunque, se volete sentire la versione meno verdiana in assoluto di questa aria, consiglio Bocelli...

Bocelli ha un fraseggio incerto e insipido, manca di fierezza, di scansione eroicizzante. Azzarda qualche accenno di inflessione patetica ma subito torna nel grigiore

di un'esecuzione metronomica, fiacca, avara di colori, povera di anima.

Inoltre la voce non appena è chiamata a modulare sul passaggio (v. "...scendeami voce al core", oppure " ...vien la mia vita infiora" fino a giungere, nella cabaletta a 4:44 e a 5:48, ai disastrosi Fa ribattuti di " ...il loco amor terrà", sfilacciati e al limite del comico) si inaridisce e si stimbra divenendo ben poca cosa.


/>http://www.youtube.com/watch?v=NaCamfw3_Tc

Per confronto Pavarotti in un live '83 del Met. Qualche suono, qua e là, è appena forzato (1:38, 5:15, 6:03)), qualche altro un po' ingorgato (4:59), ma il timbro è fresco e lucente, il recitativo è fervido e imperioso, il cantabile vivido, la tensione costante.

Dal confronto ( impietoso) con Bocelli appare evidente la differenza fra un tenore professionista e uno stornellatore sotto mentite spoglie:


/>http://www.youtube.com/watch?v=lGrHyQClY4Y

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Bocelli ha un fraseggio incerto e insipido, manca di fierezza, di scansione eroicizzante. Azzarda qualche accenno di inflessione patetica ma subito torna nel grigiore

di un'esecuzione metronomica, fiacca, avara di colori, povera di anima.

Inoltre la voce non appena è chiamata a modulare sul passaggio (v. "...scendeami voce al core", oppure " ...vien la mia vita infiora") si inaridisce e si stimbra divenendo ben poca cosa.

Per confronto Pavarotti in un live '83 del Met. Qualche suono, qua e là, è appena forzato (1:38, 5:15, 6:03)), qualche altro un po' ingorgato (4:59), ma il timbro è fresco e lucente, il recitativo è fervido e imperioso, il cantabile vivido, la tensione costante.

Dal confronto ( impietoso) con Bocelli appare evidente la differenza fra un tenore professionista e uno stornellatore sotto mentite spoglie:

Mi fa molto piacere leggere questo tuo commento. Bocelli non mi ha mai "preso": avrà anche una gran voce, ma avvertivo un elemento "disturbante" nelle sue interpretazioni che non avrei saputo identificare.

Un po' come Al Bano (ma meglio), che ha una voce "elettronica", come fosse piatta, senza vita.

Quanto a Bocelli comunque, resta il massimo rispetto per l'uomo che, nonostante l'infermità, è riuscito comunque ad arrivare.

Ti chiedo: è una sciocchezza che la cecità influisca sul canto o, quantomeno, rallenti o addirittura "falsi" gli studi? Io direi di sì, ma non essendo un esperto, potrebbe tranquillamente essere una cavolata :)

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[....] avrà anche una gran voce [....]

Ti chiedo: è una sciocchezza che la cecità influisca sul canto o, quantomeno, rallenti o addirittura "falsi" gli studi? [....]

Bocelli, caro Street, purtroppo non ha una gran voce. Ha una voce discreta di tenore, abbastanza estesa, ma poco educata al vero canto lirico e con poca polpa.

Sembra un vocione perchè è amplificata ma chi lo ha sentito in teatro senza microfoni ha detto che si sente a fatica.Non per niente il suo repertorio è molto particolare e la sua attività è essenzialmente incentrata sulla sala di incisione e su concerti pensati a sua misura.

Come interprete manca di vera personalità e in genere è monotono e incolore. Sostanzialmente è un ibrido, un cantante confidenziale che si atteggia a tenore eroico.

Rispondendo alla tua singolare domanda non saprei che dirti perchè non me la sono mai posta.

Non saprei se la cecità falsi gli studi ma, comunque sia, sono sicuro che gli studi di canto del celeberrimo Andrea sono stati sommarii e superficiali.

Dal punto di vista umano Bocelli merita considerazione per l'intraprendenza e il coraggio che ha dimostrato nel cercare e nel conseguire un successo straordinario

che però, ripeto, è andato ben oltre i suoi reali meriti artistici.

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Bocelli, caro Street, purtroppo non ha una gran voce. Ha una voce discreta di tenore, abbastanza estesa, ma poco educata al vero canto lirico e con poca polpa.

Sembra un vocione perchè è amplificata ma chi lo ha sentito in teatro senza microfoni ha detto che si sente a fatica.Non per niente il suo repertorio è molto particolare e la sua attività è essenzialmente incentrata sulla sala di incisione e su concerti pensati a sua misura.

Come interprete manca di vera personalità e in genere è monotono e incolore. Sostanzialmente è un ibrido, un cantante confidenziale che si atteggia a tenore eroico.

Rispondendo alla tua singolare domanda non saprei che dirti perchè non me la sono mai posta.

Non saprei se la cecità falsi gli studi ma, comunque sia, sono sicuro che gli studi di canto del celeberrimo Andrea sono stati sommarii e superficiali.

Dal punto di vista umano Bocelli merita considerazione per l'intraprendenza e il coraggio che ha dimostrato nel cercare e nel conseguire un successo straordinario

che però, ripeto, è andato ben oltre i suoi reali meriti artistici.

Grazie per il tuo parere, autorevole e sempre piacevole/istruttivo da leggere.

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Ma onestamente non so nemmeno perchè stiamo qua a parlare di Bocelli :-) A volte mi chiedo se Claudio Villa che giustamente non affrontò mai a teatro ruoli operistici anche perchè all' epoca tenori validi non ne mancavano, avesse una voce più risonante anche se sicuramente aveva studiato meno la tecnica. La cosa che continuo a non spiegarmi è il successo oceanico che ha avuto e ha al di là dell' oceano che se vogliamo è quasi quasi più noto in America che in Italia. Ormai comunque Bocelli è un pò una "potenza" che penso a scopo di marketing e pubblicità ai cantanti pop e anche ai cantanti lirici fa comodo prestarsi ai duetti con lui

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Verdi diventa sempre più Verdi, da Ernani in poi.

Nei Due Foscari, malgrado non si possa parlare di capolavoro, le arie del tenore ormai si sono quasi completamente affrancate dalla temperie del cantabile primo Ottocento.

Rimangono notevoli passi di agilità destinati a Lucrezia, nonché numerose pagine patetiche riservate al Doge Foscari. La drammaturgia verdiana ha comunque fatto passi da gigante.

La cosa traspare bene da questa edizione, una di quelle dell' "ultimo periodo" di Gardelli, che qui impugna l'orchestra della Radio Austriaca in luogo di quelle inglesi viste negli anni immediatamente precedenti. Orchestra dal bel suono, e coro abbastanza bravo, vengono condotti da Gardelli ad apprezzabili risultati di pittura ambientale. Magari manca qualche scintilla, ma è tutto accompagnato con sagacia e a regola d'arte.

Tra i cantanti, primeggia Piero Cappuccilli. I momenti lirici e introspettivi del Doge magari potevano sembrare non adatti a lui, eppure qui udiamo un canto sorvegliatissimo, incline al ripiegamento patetico di "O vecchio cor che batti" (mitica aria di cui Stracciari ci ha lasciato una grande incisione). Naturalmente i passi di canto spiegato con questa voce ricca e gagliarda (che indulge a mettere un poco in mostra gli acuti) emergono parecchio. Abbiamo dunque un Doge fiero e autorevole.

Più problematico suo figlio Jacopo. Carreras cominciava già ad avere un registro acuto ossidato e difficoltoso, specchio dell'emissione aperta e facilona. Tuttavia i disastri degli anni seguenti sono di là da venire, e abbiamo uno Jacopo ardente, giovanile, credibile.

Credibile è pure la Ricciarelli, e canta pure bene, malgrado i vizi capitali dell'emissione siano già avvertibili. Ad acuti un poco spinti e a bassi di carta velina fanno da contraltare suoni centrali abbastanza ben calibrati, un bel legato e, inattesa, pure una grande sicurezza nei passi melismatici.

Strepitoso il giovane Ramey, che nella parte di fianco di Loredano esibisce il ben noto timbro e un legato di perfezione strumentale. Buoni i comprimari, dove spicca la bellissima voce di Vincenzo Bello nei panni di Barbarigo.

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Tra i cantanti, primeggia Piero Cappuccilli.[.....] Naturalmente i passi di canto spiegato con questa voce ricca e gagliarda (che indulge a mettere un poco in mostra gli acuti) emergono parecchio. Abbiamo dunque un Doge fiero e autorevole.

Qui è qualche anno prima ('67) con un colore giovanile nel timbro schietto e generoso:


/>http://www.youtube.com/watch?v=pbWnvEDaW38

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Carreras cominciava già ad avere un registro acuto ossidato e difficoltoso, specchio dell'emissione aperta e facilona. Tuttavia i disastri degli anni seguenti sono di là da venire, e abbiamo uno Jacopo ardente, giovanile, credibile.

Vero quanto dice Wittel. Nel recitativo e anche nell'aria "Dal più remoto esilio" il tenore catalano risulta monocorde nel fraseggio e, a tratti, vocalmente fibroso.

Nondimeno nell'impetuosa cabaletta "Odio solo ed odio atroce" ( qui col "da capo") Carreras compensa i limiti di una voce squisitamente lirica e di un'emissione avventata con un accento incisivo e veemente:


/>http://www.youtube.com/watch?v=pab46--cvDE&feature=related

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E' una delle opere di Verdi che meno mi piace. La trovo una successione di arie lagnosissime: tutti si lamentano. Il foscari padre per via del figlio, il foscari figlio per via del padre, la foscari moglie per via di entrambi. Il tutto condito con periodiche grida di Giustizia-Giustizia da parte del coro. Drammaturgicamente, perchè vi sia drammaticità, occorre che vi sia una dinamica, dei contrasti, una lotta...Se vi è solo lamento, al posto della compassione, insorge la noia. I personaggi ci si presentano con una tinta molto uniforme. Di particolarmente bello, secondo me, vanno citati il duetto viola-violoncello che costituisce l'inizio del secondo atto, la prima cavatina di Lucrezia, e la barcarola del terzo atto, ma direi comunque abbastanza lontano dalle vette che il compositore raggiungerà alcuni anni dopo. Comunque, la vidi dal vivo agli Arcimboldi diretta da Riccardo Muti (con Nucci, Theodossiou, Casanova) che ne officiò una valorizzazione che a me, francamente, è sembrata eccessiva (peraltro non accompagnata da una esecuzione molto gradevole).

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Approntando la Verdi Edition da 74 cd, la Decca ha dovuto far fronte all'assenza di alcune opere dal suo catalogo.

Per i Vespri Siciliani, ha fatto un miracolo: è riuscita a farsi concedere da Sony-BMG-RCA l'incisione di Levine, colpo che francamente ritengo formidabile.

Per la Giovanna d'Arco, c'era l'edizione EMI, diretta sempre da Levine. La EMI evidentemente non ha voluto "prestarla" alla Decca, la quale ha dovuto arrangiarsi recuperando questa vetusta esecuzione RAI datata 1951, forse già uscita per Fonit Cetra, ma non ne sono sicuro.

Edizione tuttavia per certi aspetti memorabile, pur gravemente anchilosata da problemi anche cospicui.

Anzitutto, il suono. Il suono è qualcosa di scandaloso. Dischi da 78 giri incisi a metà anni Trenta suonano meglio di questi. Sulle sleeve cartacee, la Decca scrive giustamente "Courtesy of Rai Trade", per poi aggiungere una nota di ammirevole onestà, che dice più o meno: "Questa registrazione storica è stata remasterizzata in digitale. Eventuali difetti fonici sono da attribuire al master di partenza". Come dire: "Ci rendiamo conto che il suono fa schifo, ma più di così non abbiamo potuto fare". E il suono è realmente aberrante: paludoso, pieno di fruscii, spesso costellato di tonfi, graffi, imperfezioni di ogni tipo. A scapitarne è soprattutto il coro, che si intuisce bravo ma sembra cantare nelle sabbie mobili, al punto che non si capisce una parola di quel che dice. Quando canta piano, in certi punti, anziché un testo sembra eseguire dei "woooof woooof" cadenzati, come un coro di cani in un cartone disneyano.

Un altro problema, ma fino a un certo punto, è l'orchestra. Alfredo Simonetto era un direttore di casa alla RAI: qui accompagna bene, ma con una certa ruvidezza, e scarsa attenzione per l'elemento patetico, che ahinoi è dominante.

Tuttavia, forse è merito suo l'aver estorto un sacco di sfumature alla Tebaldi.

Appunto, la forza dell'incisione sta nel cast che, al di fuori dei funzionali Giulio Scarinci e Antonio Massaria nelle parti di fianco, schiera tre giovani all'epoca al di sotto dei trent'anni, ma capaci di darci un vero saggio di "recitar cantando" realmente verdiano.

La sorpresa maggiore viene da una Renata Tebaldi inaspettata. La nostra Renata, nelle incisioni Decca degli anni Cinquanta, solitamente si limita a sfoggiare la sua bellissima voce. Qui no. Magari è più rustica della Caballé dell'edizione Levine, ma ci regala una grande, magnifica Giovanna. La voce è la meraviglia di sempre, cremosa, dorata, brillante, con in più acuti squillanti e imperiosi che più avanti non mostrerà più. Ma c'è dell'altro: una quantità di sfumature realmente fuori dalla norma. Le sue arie del prologo e del primo atto sono un vero e proprio saggio di "dinamica sfumata": mezzevoci, smorzature, rinforzi, filati. E' così che si canta il primo Verdi. E Giovanna non la si risolve con un accento da pasionaria baldanzosa: è una figura trepidante e sognatrice, che palpita e vaneggia. Questa Tebaldi ne rende alla perfezione i tratti stilistici. E si astiene pure dall'aggiungere sovracuti inutili. Memorabile.

Bergonzi magari è meno appariscente, ma in una delle sue prime apparizioni disegna un bellissimo Carlo di Valois. A 27 anni, da poco tempo uscito dalla corda baritonale, ha un timbro "grasso" e corposo, molto bello. La tecnica è quella che conosciamo: morbidezza, morbidezza e morbidezza. E poco m'importa che alla fine di "Pondo è letal martirio" non faccia il re sovracuto che eseguì (non male tra l'altro) Domingo. Il fraseggio è la quintessenza della nobiltà verdiana: accento composto e vibrante, nitido, incisivo, pronto al ripiegamento melanconico. Una gran bella pagina di tenorismo ottocentesco, anche se l'opera non è granché.

Panerai si trovava nella sua miglior fase vocale. Il bellissimo timbro è più facile, pieghevole e vibrante di quanto non sarà in seguito, gli acuti sono calibrati e squillanti. E l'accento è un capolavoro di umanità e di semplicità commossa. Veramente ammirevole.

Un cast che, malgrado le difficoltà del suono, emerge con vera autenticità melodrammatica, senza improprietà stilistiche.

Vi regalo il Pondo è letal di Bergonzi:

[media]http://www.youtube.com/watch?v=iIVr5KJui5U

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E' una delle opere di Verdi che meno mi piace. La trovo una successione di arie lagnosissime: tutti si lamentano. Il foscari padre per via del figlio, il foscari figlio per via del padre, la foscari moglie per via di entrambi. Il tutto condito con periodiche grida di Giustizia-Giustizia da parte del coro. Drammaturgicamente, perchè vi sia drammaticità, occorre che vi sia una dinamica, dei contrasti, una lotta...Se vi è solo lamento, al posto della compassione, insorge la noia. I personaggi ci si presentano con una tinta molto uniforme. Di particolarmente bello, secondo me, vanno citati il duetto viola-violoncello che costituisce l'inizio del secondo atto, la prima cavatina di Lucrezia, e la barcarola del terzo atto, ma direi comunque abbastanza lontano dalle vette che il compositore raggiungerà alcuni anni dopo. Comunque, la vidi dal vivo agli Arcimboldi diretta da Riccardo Muti (con Nucci, Theodossiou, Casanova) che ne officiò una valorizzazione che a me, francamente, è sembrata eccessiva (peraltro non accompagnata da una esecuzione molto gradevole).

Ti dirò che neppure io ne sono un grandissimo fan.

Ernani è molto meglio riuscita.

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Ti dirò che neppure io ne sono un grandissimo fan.

Ernani è molto meglio riuscita.

Si, concordo.

La Giovanna d'Arco è molto orecchiabile e divertente e offre ottime occasione a bravi solisti di farsi valere (certo che i solisti devono impegnarsi, come sempre in Verdi). Non pretendeva ai suoi tempi di essere grande arte, ma buon intrattenimento e, nell'edizione eccellente citata della EMI (Caballé-Domingo-Milnes/Levine con la LSO che è uno stra-lusso in questo repertorio) ci riesce in pieno. Non va giudicata coi parametri del mancato capolavoro, ma, se mi è consentito un paragone cinematografico, del buon film di "cappa e spada" o "storico" (ricordate i film con Errol Flynn? Anche con le loro insensatezze storiche). Verdi dà, pagina per pagina, tutto quello che il pubblico abituato al genere "melodramma storico" si aspettava: la scena di tempesta, il coro patriottico, la cavatina sognante, la cabaletta impetuosa, il duetto d'amore, il concertato in piazza, la banda; ma tutto lo dà con qualche particolare nuovo, innovando dettagli all'interno di una tradizione seguita in sostanza ferreamente, e rivelando qua e là la sua vera statura di melodista che stava affinandosi (che dire della frase di re Carlo "E' puro l'aere, è limpido il cielo" nel duetto? O della sua aria "Quale più fido amico"?). Non è certo opera memorabile, con banalità e ruvidezze in buon numero, ma, se si trovano interpreti non soporiferi, ci si può divertire.

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[quote name='Wittelsbach' timestamp='1331137267' post='61862

[......] schiera tre giovani all'epoca al di sotto dei trent'anni, ma capaci di darci un vero saggio di "recitar cantando" realmente verdiano.[.......]

Bergonzi magari è meno appariscente, ma in una delle sue prime apparizioni disegna un bellissimo Carlo di Valois. A 27 anni, da poco tempo uscito dalla corda baritonale, ha un timbro "grasso" e corposo, molto bello. La tecnica è quella che conosciamo: morbidezza, morbidezza e morbidezza. E poco m'importa che alla fine di "Pondo è letal martirio" non faccia il re sovracuto che eseguì (non male tra l'altro) Domingo. Il fraseggio è la quintessenza della nobiltà verdiana: accento composto e vibrante, nitido, incisivo, pronto al ripiegamento melanconico. Una gran bella pagina di tenorismo ottocentesco, anche se l'opera non è granché.

Panerai si trovava nella sua miglior fase vocale. Il bellissimo timbro è più facile, pieghevole e vibrante di quanto non sarà in seguito, gli acuti sono calibrati e squillanti. E l'accento è un capolavoro[......]

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Passaggio incantevole, quello di questo duetto che davvero merita un attento ascolto.

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Io son personalmente molto attratto dalle opere diciamo al di fuori del repertorio canonico che la Tebaldi affrontò a inizio carriera e se non erro della Giovanna D' Arco esiste anche un live con Gino Penno

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Seconda edizione discografica ufficiale di quest'opera decisamente minore, drammaticamente sbilenca ma a volte musicalmente apprezzabile.

La cosa più interessante è sicuramente l'orchestra.

Luisi, dopo una promettente gavetta, ha accresciuto parecchio la sua statura direttoriale. Con un'orchestra della Svizzera Romanza semplicemente superlativa, la sua è una direzione pulsante, di taglio grandioso e ampio, di grande respiro drammatico, quasi "sinfonica" oserei dire. Pure gli accompagnamenti sono superbi.

Il cast? L'opera comincia maluccio, dovendo sopportare le frasi di Alvaro, interpretato da certo Slobodan Stankovic che è quantomai fastidioso da sentire: voce poca, qualunque, malissimo sostenuta, stimbrata, stomacale, smaccatamente aperta e volgare. Di Alvaro, Stankovic sembra ritrarre soltanto una sgradevole, macilenta senilità. Orribile.

Meglio gli altri. Anzitutto, Ramon Vargas, tenore di voce chiara e agile, oserei dire perfetta per un ruolo che pertiene ancora al protoromanticismo di primo Ottocento. Lo squillo del registro acuto è tutto da ascoltare, le arie sono eseguite e fraseggiate a regola d'arte, con legato ammirevole e accento equilibrato tra passionalità e patetismo. Sorprendente.

Di minor rilievo la Mescheriakova: gradevole quando canta piano nel registro centrale, la voce diventa piuttosto instabile in alto e sul forte. Tuttavia, niente di deplorevole.

Paolo Gavanelli gioca un campionato diverso. La voce è bella, da baritono scuro alla Cappuccilli (quando entra, sembra più scuro di Alvaro). L'emissione però è assai precaria, molto alla Tito Gobbi: mal sostenuta, affetta da vibratino stretto, mingherlina e alquanto legnosa e forzata in alto. Tuttavia, mi spiacerebbe stroncarlo senz'appello, giacché il suo Gusmano ha una struttura espressiva notevole. Certo è un personaggio particolare, questo "cattivo" a cui sono richieste tante, ma tante inflessioni nobili e patetiche. E Gavanelli si sforza di assecondare al massimo il dettato verdiano: la mezzavoce a volte è falsettante e mal sostenuta, ma c'è, tutte le volte che è richiesta. L'accento è molto più appropriato rispetto ad altri dischi incisi da questo cantante siciliano. In sintesi, un'idea piuttosto probante di questo bellissimo personaggio ce l'abbiamo.

Censurabili le parti minori: a parte il bravo Otumbo di Torsten Kerl, gli altri tirano (piuttosto male) a campare.

Eccellente il coro di Ginevra.

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Curiosità: esiste una registrazione della Schwarzkopf (che mi pare cantò l'opera intera anche in teatro, sostituendo all'ultimo momento una sua collega indisposta) del 1938 in tedesco dell'aria "Da Gusman su fragil barca", forse il vertice della partitura. Opera veramente minore, questa Alzira, si può tralasciare, a mio modo di vedere.

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Ho visto sul sito di Carlo Marinelli questa registrazione, direttore Heinrich Steiner. Mai ascoltata.

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Meglio gli altri. Anzitutto, Ramon Vargas, tenore di voce chiara e agile, oserei dire perfetta per un ruolo che pertiene ancora al protoromanticismo di primo Ottocento. Lo squillo del registro acuto è tutto da ascoltare, le arie sono eseguite e fraseggiate a regola d'arte, con legato ammirevole e accento equilibrato tra passionalità e patetismo. Sorprendente.

Ramon Vargas è un tenore lirico puro molto impostato sulle emissioni di petto ma, bisogna riconoscerlo, è impostato bene. Nelle note medio-gravi ha un colore brunito non particolarmente attraente. Però via via che sale la voce acquista lucentezza e nitore ( un po' il contrario di quanto accadeva a Di Stefano) e, grazie a un eccellente passaggio di registro ( è dai tempi di Gianni Raimondi che non se ne sentiva uno così), tutto il settore acuto risulta facile e squillante.

Come tutti i tenori molto impostati "di petto" anche Vargas ha mezzevoci un po' chiuse oppure falsettistiche e comunque non flessibilissime e non ricchissime di armonici.

Come interprete è espressivo, appropriato, misurato, all'occorrenza ora appassionato ora elegante. Il suo è uno stile non personalissimo ma composto e sostenuto da una vocalizzazione di prim'ordine ( Nel duetto da Rigoletto la difficile frase acuta " ...d'invidia agli uomini sarò per te!" (1:36. 2:17) è cantata come Dio comanda e nell'arioso di Bohème il Do 4 della speranza è facilissimo e lucente).


/>http://www.youtube.com/watch?v=LMMJgIBIRWY&feature=results_video&playnext=1&list=PL63917873EE579362


/>http://www.youtube.com/watch?v=-lRiEdhlLQE


/>http://www.youtube.com/watch?v=UyfVuvlhsyc

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attila.jpg

Prima registrazione dell'Attila diretta da Gardelli (ce n'è anche una successiva, della Hungaroton, protagonista Nesterenko), è complessivamente una magnifica edizione di un'opera che tornò in auge solo a partire dagli anni Cinquanta, per l'esattezza con una esecuzione in forma di concerto diretta da Giulini a Venezia nel 1951.

A dire il vero, proprio Ruggero Raimondi nei panni del protagonista mi pare un poco alterno, anche se in fin dei conti apprezzabile.

A differenza del Pagano inciso poco tempo prima, questo Attila fa udire molti passi in cui la voce di Raimondi va "indietro", e acquista un suono schiacciato, poco gradevole, bloccato tra naso e golsa, in tal modo che gli armonici naturali di questa bella voce sembrano prosciugarsi.

Per fortuna, non tutto è così, anzi spesso la vera voce di Raimondi, pastosa e morbida, emerge con voluttà. I gravi sono un poco stentati e piccoli. Complessivamente, un Attila ben cantato ma sostanzialmente povero di autorevolezza, anche se i momenti più lirici salgono sicuramente di livello.

Del tutto magnifica, invece, la Odabella della Deutekom, che una volta di più canta un Verdi al calor bianco, scintillante e immedesimato, con acuti al fulmicotone e incisività da vendere. Unico punto comico, sul finale dell'aria del secondo atto, è la scala discendente della cadenza, risolta con una vocalizzazione che è ben nota a chi abbia sentito la Deutekom nei panni della Regina della Notte con Solti: tra una nota e l'altra, la cantante interpola una consonante "l". Ignoro quali ragioni le avessero suggerito un simile "sistema", tuttavia ogni volta che sento la Deutekom fare questa cosa scoppio a ridere.

Sherril Milnes, baritono lirico seppure dal registro alto estesissimo, sulla carta non era proprio adatto a questa parte. Invece il canto emerge con plastica evidenza, con un poco di artificiosità di emissione alla Warren (senza il suo sostegno del fiato, purtroppo) ma con linea vocale luminosa, incisiva, animata da fraseggio partecipe anche se non fantasioso (ma il ruolo non è che consenta chissà quali indagini psicologiche).

Lascio per ultimo Bergonzi: uno spettacolo di stile, perfezione di canto, fraseggio nobile e oratorio. Sicuramente il migliore in campo, seppure con un personaggio non troppo appariscente.

Molto bravo Ricardo Cassinelli come Uldino; meno entusiasmante, ma sempre decente, Jules Bastin nel ruolo di leone.

Gardelli dirige come suo solito: grande attenzione alle particolarità musicali, con l'appoggio della sempre esaltante Royal Philharmonic. I momenti più accesi sono un poco sacrificati dalla sua visione.

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Del tutto magnifica, invece, la Odabella della Deutekom, che una volta di più canta un Verdi al calor bianco, scintillante e immedesimato, con acuti al fulmicotone e incisività da vendere.

L' aria ( "Allor che i forti corrono") e la cabaletta ("Da te questo or m'è concesso") che siglano l'entrata di Odabella nel Prologo di Attila, sono una delle pagine verdiane che meglio rappresentano lo spirito pattriottico e i fermenti prequarantotteschi di quegli anni. La soprano è chiamata a un fraseggio mordente, trascinante, a sfoderare acuti folgoranti, esplosivi ( v. a 1:11 " Ma noi donne italiche")

Cristina Deutekom riesce nella non facile impresa esibendo un timbro lucido e penetrante negli improvvisi "atout" in acuto e mantenendo sempre alta la tensione dell'accento.

Qualche suono, qua e là, sottile e e qualche grave un po' sbiancato non compromettono un'esecuzione di alto livello espressivo:


/>http://www.youtube.com/watch?v=w8c_0bGNZSI

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Eccellente l'idea della Decca di "scritturare" il Macbeth di Chailly nella Verdi Edition.

Questo perché si tratta di un'edizione superba, degna di stare accanto a quella di Abbado, e per certi tratti meramente vocalistici anche superiore.

Chailly firma una direzione che realmente eleva Verdi ad altezze shakespeariane (non che ne abbia bisogno, ci riesce da solo, ma spesso certi direttoracci gli tarpano le ali): l'atmosfera medievale, cupa, angosciosa è tratteggiata in maniera straordinariamente evocativa, con la predestinazione funebre del protagonista che emerge fin dalle note del breve preludio.

L'orchestra è quella del Comunale di Bologna degli anni più gloriosi, sembra una delle grandi orchestre sinfoniche nazionali tanto suona bene e con un colorito uniforme e smagliante. Eccezionale pure il coro, anche se, abituato a quello dell'edizione di Abbado, fatico a mandar giù gli accenti petulanti delle streghe nelle prime scene. Bazzecole comunque.

Gloria di quest'edizione è un Leo Nucci superlativo. Un Leo Nucci che sicuramente aveva ben presente il Macbeth di Cappuccilli, ma che va addirittura oltre nello scolpire un personaggio allucinato, tormentato e tragico, anche lui pienamente degno dell'originale shakespeariano. E il canto è eccezionale, con acuti facili, linea vocale pieghevole e duttile, robustezza a tutta prova. Le mezzevoci gli riescono meglio che a Cappuccilli, e gli scadimenti nella sonorità nasale avvengono solo una o due volte in tutto. L'accento, di cui ho già parlato, è semplicemente perfetto per aderenza drammatica e varietà di tinte. Un Macbeth pienamente verdiano.

Pure alla migliori pagine verdiane di sempre appartiene la Lady di Shirley Verrett. Vogliamo partire coi difetti? Rispetto all'edizione di Abbado, il registro basso è più gutturale. Identica è rimasta la dizione molto peculiare e anglosassonizzata, che nella lettura della lettera è ancora una volta involontariamente comica (sembra una bambinona malcresciuta che impari a leggere a cinquant'anni), ma anche in altri momenti non scherza, come il "Voi siete demente" che si muta in "DIMINTI". Ma per il resto, siamo di fronte a una grande interpretazione, con accenti spesso memorabili, e una linea vocale ancora brillante e capace di luminose scintille in alto.

Samuel Ramey è un Banco sovranamente cantato, sotto questo aspetto il migliore mai ascoltato. Il problema è quello solito di Ramey: il personaggio è piuttosto monotono e poco caratterizzato sul piano dell'accento. Veriano Luchetti è uno dei Macduff migliori che si ricordino, nella sua voce morbida e incisiva, anche lei forse generica d'accento ma mille volte meglio del duro Domingo abbadiano.

Di altissimo livello i comprimari: in particolare Gastone Sarti come Sicario, Anna Caterina Antonacci come Dama, il tenorino Antonio Barasorda come Malcolm.

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La Verdi Edition della Decca qui ci gioca una tiro: anziché mettere i Masnadieri Philips di Gardelli, con gli straordinari Bergonzi, Caballè, Cappuccilli e Raimondi, ha pensato di includere questa strana edizione di Bonynge, abbastanza incomprensibile.

Dite che han voluto includere un disco del catalogo Decca anziché Philips? Può essere, ma allora non si spiega l'inclusione della brutta Luisa Miller di Maazel (Deutsche Grammophon) in luogo della Decca di Maag e Pavarotti. Misteri del disco.

Come che sia, questa edizione non è al livello dell'altra, ma si fa apprezzare.

Anzitutto, perché l'opera è molto bella, una delle non molte a vedere Verdi alle prese col grande tema del romanticismo tedesco, sia pure filtrato dal Maffei.

Bonynge, forse ringalluzzito dalla tematica dell'opera, firma una direzione letteralmente irriconoscibile rispetto al futuro Ernani: la pesantezza organettistica qui si muta in sinfonica pienezza, mista a grande fantasia nel "pitturare" gli ambienti e nello stagliare atmosfere da cappa e spada molto stilizzate e coinvolgenti. Il coro e l'orchestra, per essere esatti, son proprio ottimi.

Il cast presenta diseguaglianze. Si può dire che la Sutherland fosse in declino: eppure, in questa registrazione si fa valere ancora, anche qui ben diversamente dal successivo Ernani. La voce è piena, morbida, carezzevole. Certi estremi acuti non sono sopraffini e accusano qualche durezza, così magari la coloratura non è eccellente come avrebbe potuto esserlo dieci o venti anni prima. Ma questi sono rilievi da poco, a fronte di una grande esecuzione, che oltretutto disegna un personaggio stilizzato e patetico, da primo Ottocento, davvero interessante da ascoltare e da intendere.

Viceversa, Bonisolli è una completa delusione. Carlo Moor è personaggio intenso e romantico, che richiederebbe un'oratoria misurata e trascinante. Bonisolli è proprio agli antipodi di tutto questo. Il recitativo di entrata, in cui il protagonista rievoca le sue letture di Plutarco, al posto dell'accento nobile di Bergonzi sfodera una banale altisonanza, un "alzar la voce" veristicheggiante e volgarotto.

Qui l'esempio:

[media]http://www.youtube.com/watch?v=b957afN-eqk

Tra l'altro non è nemmeno incisivo, perché la voce baritonaleggiante, pur grossa com'è, è piuttosto "indietro" e non imperiosa e fluida come dovrebbe (notare tra l'altro, su youtube, i deliranti commenti dei soliti fan di Bonisolli).

Onestamente, occorre rilevare come nel duetto con Amalia Bonisolli provi a cantare piano e ad ammorbidire, a volte gradevolmente. Quando però fa lo stesso tentativo nella cabaletta, ottiene una voce soffocata e intubata, per niente bella da sentire. Chiosa finale: trovando evidentemente bassa questa parte, Bonisolli, con la colpevole complicità di Bonynge, pensa bene di aggiungere sovracuti assurdi al termine di quasi tutte le arie e i pezzi d'assieme (fortunatamente, non al duetto con Massimiliano): un'operazione che si rivela impietoso boomerang, giacché simili note non gli riescono affatto bene, risultano quasi sempre gridate e spinte all'inverosimile. In questo ritratto di Carlo, di verdiano c'è poco o niente.

Parla viceversa la lingua di Verdi il suo fratello Francesco, che qui è cantato da un Matteo Manuguerra alterno ma tutto sommato apprezzabile, appunto perché molto più a posto vocalmente e stilisticamente. Manuguerra, nato nel '24, divenne discograficamente famoso solo alla fine degli anni Settanta, quando cioè era ormai ultracinquantenne. Qui aveva 58 anni. La voce è di bel colore, molto gradevole come sempre. Il vizio capitale è l'uso di sonorità nasali, purtroppo predilette da Manuguerra soprattutto in fine carriera (del Manuguerra anni Sessanta non conosco nulla). Ma il legato è ottimo, e gli acuti sono molto più timbrati delle note centrali (vedere il sovracuto che lancia alla fine del duetto con Amalia).

Alterno l'interprete. Francesco, tra i "cattivi" di Verdi, è uno dei più perfidi. Nei momenti di perfidia, l'accento di Manuguerra purtroppo è ben poco incisivo e grifagno, sembra più triste che incattivito e questo si riverbera sull'espressività complessiva. I momenti di ripiegamento patetico o liricheggiante viceversa sono ben resi, e direi che il quarto atto di Manuguerra è oltremodo persuasivo, ricco di sfumature e mezzevoci, oltre che di inflessioni intelligenti e significative.

Massimiliano è Samuel Ramey, e decisamente è cantato sublimemente. Però l'interprete è a dir poco assente, e si affida quasi del tutto alla pura bravura vocale e musicale (il legato lascia stupefatti), senza preoccuparsi di dare una fisionomia paterna o di qualunque tipo al suo personaggio.

Discreto Arthur Davies come Arminio (si sgranano però gli occhi a scoprire che costui cantò addirittura un Duca di Mantova in un Rigoletto in inglese, venduto come solo audio, ma in realtà colonna sonora di un osannatissimo spettacolo di Miller, che sinceramente io ritengo tra l'altro molto squallido); parecchio bravo Simone Alaimo, trentaduenne, nei panni di Moser; accettabile John Harris come Rolla.

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Eppure son convinto che un pò di anni prima questo Bonisolli avrebbe potuto dir molto la sua nei Masnadieri...io non sono Bonisolliano ma è innegabile che per alcuni anni egli ha avuto le potenzialità per cantarti al meglio anche questa parte

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Sarebbe stato eccellente, nei Masnadieri, curando il legato, la linea vocale, il fraseggio, l'espressività.

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