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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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[.....] Hilde Guden, con la sua voce d'argento. La sua scelta pare però incomprensibile. All'epoca c'era già in giro la Carteri: magari scritturare lei? In quel momento storico c'era la Guden, grandissima cantante straussiana. Tutte e due gli Strauss intendo. E qui canta Gilda come se fosse il personaggio di un'operetta: graziosa, un poco leziosa, impermeabile ai sentimenti, tremendamente fuori parte. Certo i suoni sono di metallo preziosissimo, ma restano solo note disarticolate, avulse da qualunque concezione teatrale di personaggio.


/>http://www.youtube.com/watch?v=eoRb8CfDGqc&feature=related

Hilde Guden non è poi sempre una Gilda impersonale come dice Wittel.

Nel "Caro nome",ad esempio, sull'attacco a 1:20, sotto la smaltata nettezza dei suoni, si percepisce una certa trepidazione e lo stesso accade a 3:40 ("Fin all'ultimo sospir" e seg.).

La cadenza a 4:22 in effetti è molto asettica e "accademica" mentre notevolissima anche dal punto di vista espressivo è la messa di voce

dell'acuto a 4:44.

Inspiegabilmente c'è una trasgressione del testo: a 3:53, la Guden rinuncia al picchettato "legando" la scala ascendente.

Due sole le note venute non benissimo: l'asprigna puntatura a 3:09 (nota questa, d'altra parte, che ben poche soprano eseguono impunemente) e il sopracuto conclusivo, fermo e intonato ma troppo esile.

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Si comincia con la Verdi EDISCION.

Oberto Conte di San Bonifacio è la prima opera del maestro di Roncole. Un maestro che già mostra qualche zampata in alcuni squarci melodici, ma che qui, e c'è da aspettarselo, non va molto oltre melodiose rimasticature rossiniane (la sinfonia soprattutto), donizettiane e belliniane (le cabalette sono veri e propri calchi del maestro di Catania).

La teatralità è ancora di là da venire, c'è un'alternanza piuttosto meccanica di arie e pezzi d'insieme. Inoltre compaiono a volte grumi armonici assai lambiccati, se proprio non li vogliamo definire pastrocchi.

Gli esecutori di quest'edizione sono quantomai squilibrati.

Il primo a comparire in scena è Riccardo, cui Stuart Neill presta voce gessosa, lignea, sgradevole timbricamente, tecnicamente alquanto sprovveduta. Sembra una versione drasticamente peggiorata del Vickers in declino dei tardi anni Settanta, senza un milligrammo del suo istinto teatrale. Gli acuti sono imbroccati ma tendenzialmente impiccati e sgradevoli. L'accento è alquanto banale e immobile. In tutta l'opera, Neil sfodera 2-3 sfumature in zona centrale, e basta. Se non altro, la pronuncia e la dizione sono ottime o quasi.

Maria Guleghina può sembrare un po' meglio, ma è un'impressione. Intanto, sa pronunciare, ma la dizione è impastata, incomprensibile (non si capisce una parola). La voce è grossa, ma tendenzialmente gonfiata nei centri, con un suono mugghiante abbastanza fastidioso. Il corollario sono gli acuti quantomai striduli e sforzati. L'interpretazione conosce una sola chiave: l'accentazione affannata e rabbiosa. Quando le note medio-alte sono ghermite sul mezzoforte, i suoni sono quantomeno più gradevoli. Ma non si può dire che abbiamo un Verdi attendibile.

Su un altro pianeta Samuel Ramey, protagonista. Sarà pure affaticato, non lo neghiamo, ma un Ramey affaticato, paragonato a quei due, sembra Pinza. La pronuncia scandita è bellissima, meglio del solito. L'accento è addirittura autorevole e partecipe, cosa rara con questo cantante. Gli acuti sono un poco induriti rispetto ad anni prima, ma complessivamente abbiamo un Oberto pieno di dignità in tutto ciò che dice.

Violeta Urmana, da tempo passata al registro sopranile (le converrà davvero?), qui è un formidabile mezzosoprano, pur in un ruolo non troppo definito: per dizione e canto è probabilmente la migliore del cast, veramente eccezionale.

Il coro è pure ottimo, e anche l'orchestra. Peccato che Marriner accompagni senza particolare storia, anzi a volte mostrandosi disinteressato al canto, senza dare chissà quale rilievo alla scrittura orchestrale.

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Credo che per il primo Verdi (mai amato) tocchi rivolgersi alle incisioni di Gardelli per Orfeo e Philips.

Non tanto per il direttore, che comunque svolge un ruolo di accompagnatore attento e flessibile, quanto per la presenza di cast vocali più "corposi" (Bergonzi, Norman, Araiza, Deutekom, Domingo, il giovane Carreras, Ramey anche lì, la Caballé e tanti altri...).

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Credo che per il primo Verdi (mai amato) tocchi rivolgersi alle incisioni di Gardelli per Orfeo e Philips.

Non tanto per il direttore, che comunque svolge un ruolo di accompagnatore attento e flessibile, quanto per la presenza di cast vocali più "corposi" (Bergonzi, Norman, Araiza, Deutekom, Domingo, il giovane Carreras, Ramey anche lì, la Caballé e tanti altri...).

Ci sono anche quelle nella Verdi Edition, peccato solo che abbiano messo i Masnadieri di Bonynge anziché quelli di Gardelli.

Peraltro l'Oberto, l'Alzira e altre registrazioni recenti rappresentano il tentativo da parte di Philips di completare il progetto iniziato con Gardelli, quello di registrare le opere giovanili o comunque desuete di Verdi. Non saprei dire come mai fosse stato sospeso a metà anni Ottanta e poi ripreso a fine Novanta.

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Famosa per il suo insuccesso, la seconda opera di Verdi è a parer mio tutt'altro che scontata.

E' molto avvincente, secondo me, l'avventurarsi del giovane Verdi nei topos comici dell'epoca, introducendo nel percettibile donizettismo le zampate melodiche per cui diventerà famoso.

Molta musica assai ben congegnata si può sentire qui: ad esempio, i duetti tra il Barone e il Tesoriere, e le arie della Marchesa del Poggio. Di gusto donizettiano e francesizzante gli assoli di Edoardo.

Ci sono pure i recitativi accompagnati col clavicembalo.

Come che sia, con un cast così sarebbe parsa significativa pure un'opera di Lauro Rossi.

Tutti cantano e interpretano con gusto estremo, e le mende di alcuni esecutori non sono mai tali da renderli sgradevoli.

Ad esempio, un Josè Carreras di 28 anni è quantomai solare e patetico in una parte che gli si addiceva parecchio.

Certo, già canta "aperto", e fa già percepire il rimpianto di cosa sarebbe stato questo cantante se avesse usato meglio la voce.

Gli acuti sono leggermente duri, ma all'epoca il tenore era sostanzialmente in perfetta salute, senza contare che il modo di porgere le frasi cantabili è quantomai spontaneo, liricheggiante e giovanile.

Ingvar Wixell viceversa non sorprende: grande Conte nelle Nozze di Figaro, qui ci regala un perfetto ritratto di Belfiore. I recitativi sono autorevoli e ricchi di sfumature, mentre i pezzi chiusi lo vedono cantante di ottimo rango, morbido e duttile, estremamente persuasivo.

Fiorenza Cossotto, la migliore del cast, canta splendidamente, schiarendo e alleggerendo l'emissione anziché gonfiarla, e dipanando notine e melismi con una classe unica. L'accento è pure civettuolo e insinuante, al punto da ricordare il suo memorabile Cherubino inciso con Giulini.

Jessye Norman, nominalmente soprano ma di fatto mezzosoprano già allora, in una parte da ingenua fa uno strano effetto. Gli acuti a volte sono un po' tirati, ma il suo bellissimo timbro emerge con grande efficacia. L'accento non è altrettanto degno di nota.

Wladimiro Ganzarolli esce fuori con gran fraseggio e gran mestiere nell'estroso ruolo del Barone di Kelbar. Certo, l'emissione è alquanto ruvida, ma all'epoca era ancora in buono stato, acuti a parte. Non canta male come qualcuno dice.

Sicuramente migliore vocalmente è Vicente Sardinero nei panni del Tesoriere Gasparo, destinatario di sapidi duetti con Kelbar. Censurabile, tuttavia, il suo adottare una voce nasaleggiante e caricaturale per venire a capo dei passi sillabati in tempo rapido.

Dirige tutto Lamberto Gardelli, con giuste scelte di tempi e accompagnamenti calibratissimi: del resto, tra le mani ha la Royal Philharmonic.

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Famosa per il suo insuccesso, la seconda opera di Verdi è a parer mio tutt'altro che scontata.

E' molto avvincente, secondo me, l'avventurarsi del giovane Verdi nei topos comici dell'epoca, introducendo nel percettibile donizettismo le zampate melodiche per cui diventerà famoso.

[.....]

Tutti cantano e interpretano con gusto estremo, e le mende di alcuni esecutori non sono mai tali da renderli sgradevoli.

[....]

Ad esempio, un Josè Carreras di 28 anni è quantomai solare e patetico in una parte che gli si addiceva parecchio.[....]

E' vero, Wittel, la compagine è decisamente buona e l'opera non è da buttar via. Qui, nel bel terzetto del I° Atto, un po' convenzionale ma molto d'effetto, le due donne e il tenore si fanno valere. Su tutti Fiorenza Cossotto, vocalmente impeccabile. La Norman sta al passo e Pepito Carreras, sebbene già un poco fibroso nel timbro e limitato nella dinamica, è comunque fervido ed espressivo nel canto patetico ( ascoltare, a 0:08, la quartina "a due" "Bella speranza invero/un bel sostegno abbiamo!/Cara perduti or siamo/ anch'essa a noi mancò.), incisivo nei declamati ( v, a 1:58, "Perdono se abusai della pazienza vostra.") e vitale se non trascinante nei passi rapidi e brillanti (v., a 3:04, l' Allegro "a tre" "Noi siamo amanti e giovani").


/>http://www.youtube.com/watch?v=FVl3ootWpiU

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Per anni questa fu l'edizione discografica del Nabucco più facilmente reperibile.

Prendere o lasciare.

Ascoltata oggi, con alcune alternative proposteci dal mercato, questa è sostanzialmente un'edizione mancata. E per colpa degli interpreti principali.

La cosa migliore è forse il commento orchestrale. Gardelli ha a disposizione la Filarmonica di Vienna, da cui ottiene sonorità strabilianti, nel quadro di una scelta di tempi e fraseggi estremamente ragionevole.

L'inizio è addirittura bellissimo: si parte con un'ouverture miniata e rifinita, che apre la strada a un'esecuzione secondo me eccelsa del coro degli Arredi Festivi, grintosa, piena di suono e ricca di quella "grandiosità" senza il senso della quale Verdi andrebbe lasciato perdere.

Le cose van bene finché non arriva Abigaille.

Abigaille è Elena Suliotis, una delle più grandi bufale operistiche di ogni tempo, una specie di Katia Ricciarelli avanti lettera, ma molto molto inferiore a quest'ultima.

All'epoca aveva 22-23 anni: non si direbbe, dallo stato in cui si trova la voce. Non esiste alcuna linea di canto, non essendoci sostegno del suono. Così la Suliotis in pratica canta con tre voci: una plateale, aperta e sguaiata nel registro basso; una oscillante e sfocata nei centri; una urlante e stridula negli acuti. La frase con cui si presenta all'uditorio fa accapponare la pelle, cominciando con una notaccia grave quasi surreale, continuando poi con acuti presi alla viva il parroco e frasi centrali piene di note calanti.

L'accento non esiste, o comunque non va al di là di una platealità verista alquanto fuori luogo e stucchevole. Inascoltabile.

Tito Gobbi denota un'organizzazione vocale in completo sfacelo. A differenza della Suliotis, una parvenza di linea vocale riesce a modellarla. Peccato si tratti di una linea sghemba e inconcludente. Gobbi non è mai stato grande vocalista, ma il suo modo sbagliato di cantare ha finito per peggiorarne sempre più le prestazioni. Il "Tremin gl'insani", così come esce fuori da questa linea vocale secca, impiccata, priva di sostegno e di vibrazioni, suscita l'immagine bizzarra di un vecchietto da ospizio che faccia il duro al bar della briscola serale. Il legato non esiste, gli acuti nemmeno. E Nabucco non è un personaggio in cui le fantasmagorie d'accento possano soccorrere molto: specialmente se viceversa l'accento è parecchio banale.

Gobbi in alcuni punti cerca di addolcire l'emissione, ma ottiene effetti grotteschi, come nel finale della seconda parte, dove la sua trepidazione si muta in un piagnucolio senile e falsettistico, davvero incredibile. Un Nabucco macilento, vecchio, orrendo.

Gli altri se non altro cantano decorosamente. Anzi, Carlo Cava mi sembra non meriti la stroncatura di Elvio Giudici. Ha un bel colore di basso, e malgrado qualche difficoltà nelle note gravi dà l'idea di dominare bene la difficile estensione del ruolo di Zaccaria. Fraseggia in modo un po' uniforme ma tutto sommato autorevole e vibrante. Insomma, è ben più che decoroso.

Bruno Prevedi ha timbro molto qualunque, discreta tecnica vocale e fraseggio genericamente baldanzoso.

Dora Carral gli è molto inferiore, stridula e dura, in difficoltà a legare anche gli elementari e lenti melismi della sua aria.

Funzionali le parti di fianco, tra cui spicca il Sacerdote di Belo di Giovanni Foiani.

Registrazione del tutto perfetta.

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Beh fai venire veramente voglia di ascoltarsela quest' opera misconosciuta

Effettivamente...

Abigaille è Elena Suliotis, una delle più grandi bufale operistiche di ogni tempo, una specie di Katia Ricciarelli avanti lettera, ma molto molto inferiore a quest'ultima.

All'epoca aveva 22-23 anni: non si direbbe, dallo stato in cui si trova la voce. Non esiste alcuna linea di canto, non essendoci sostegno del suono. Così la Suliotis in pratica canta con tre voci: una plateale, aperta e sguaiata nel registro basso; una oscillante e sfocata nei centri; una urlante e stridula negli acuti. La frase con cui si presenta all'uditorio fa accapponare la pelle, cominciando con una notaccia grave quasi surreale, continuando poi con acuti presi alla viva il parroco e frasi centrali piene di note calanti.

L'accento non esiste, o comunque non va al di là di una platealità verista alquanto fuori luogo e stucchevole. Inascoltabile.

Era il ruolo-feticcio di questa meteora del canto, una delle tante che, sciaguratamente, si credeva la Callas. O, forse, glielo avevano fatto credere.

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Cercava vagamente di imitarne pure l'emissione, ma senza sostegno del fiato è dura...

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Anche se mi piace il giovane Gobbi, è indubbio che nel 1965 dopo un bel pò d'anni di carriera, non poteva essere un fenomeno però io continuo a dire che il suo Figaro del film con Tagliavini è da primi posti in quel ruolo!

Però mi son documentato e a livello d' incisioni in studio non so se ci sia di molto meglio di questa che quasi quasi nonostante il suono live, conviene tornare al 1949 Callas/Bechi.

C'è una edizione mutiana anni 70 con un cast notevole (Ghiaurov-Manuguerra-Scotto) ma è adatta la parte alla Scotto?

Passiamo poi agli anni 80 con Sinopoli e la Dimitrova-Cappuccili-Domingo, ma anche se fosse la migliore edizione esistente io sono stufo (e mi rifiuto di ascoltarlo) di vedere Domingo impegnato in qualunque opera sia mai stata composta che se la parte è troppo acuta basta abbassarla o se inadatta comunque in qualche modo ce la si fa...

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La Scotto ha delle difficoltà ma vale mille volte la Suliotis anche in questo ruolo, e per giunta interpreta benissimo.

Se vuoi quella di Sinopoli non farti problemi per Domingo, Ismaele è un ruolo veramente minamale.

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Carlo Cava mi sembra non meriti la stroncatura di Elvio Giudici. Ha un bel colore di basso, e malgrado qualche difficoltà nelle note gravi dà l'idea di dominare bene la difficile estensione del ruolo di Zaccaria. Fraseggia in modo un po' uniforme ma tutto sommato autorevole e vibrante. Insomma, è ben più che decoroso.

Non posso concordare questa volta, Wittel. Cava latita, e molto, proprio sul versante vocale dove non è solo poco a suo agio nei gravi che sono stretti e poco scavati ma

anche e soprattutto nelle note alte dove è forzato, fibroso, stomacale ( v. su tutti il perfido acuto a 3:04, stirato e caliginoso).

Come interprete va un po' meglio, specie nel cantabile, dove, a tratti, modula e lega con espressività. Nei recitativi invece è uno Zaccaria vociferante e piuttosto plebeo, privo della nobile solennità che si addice a una guida religiosa.

Ma in ogni caso , ripeto, il materiale vocale è usurato alquanto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=WnB2cyB7L-o

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Certo è strana la reazione a un cantante. A me per esempio il buon Cava, di là dalle questioni strettamente tecniche che non sono in grado di valutare, mi risulta inascoltabile: mi sembra in preda a una violenta nausea. Più che un canto, un conato. C'è qualcosa di sforzato, di innaturale nella sua emissione, questo a me sembra. Innaturale pur nel canto impostato, che certo non è naturale di per sé, dunque come una doppia innaturalezza.

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Probabilmente paragonato a Gobbi mi ha fatto l'effetto di un Ezio Pinza.

A me era già noto il suo Basilio del Barbiere, e lì tende a imbottigliare in effetti gli acuti.

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Edizione pressoché di lusso, per un'opera più che notevole, e che difatti, quando venne messa in scena anche in epoche recenti, ebbe consensi formidabili (tipo la rappresentazione con Pavarotti e Renata Scotto).

In quest'opera si ammirano anzitutto i cori: non solo quello famoso del Tetto Natio, ma un po' tutti. Verdi di alto livello "etico", per così dire, ancora senza la genialità della Trilogia Popolare, ma ricco di momenti davvero belli da ascoltare.

Qui la ciccia c'è.

Partirei con Ruggero Raimondi, che all'epoca era diventato famoso cantando Pagano/Eremita.

A 31 anni, la voce emerge con rigoglio stupendo, facile a ogni quota, morbidissima. La dizione ha quella nitidezza che, chissà perché, il grande Ruggero poi decise di abbandonare. Parimenti, il non frequentare ancora parti baritonalizzate non ha inquinato l'impasto originario di questa voce che all'epoca era più da basso che da basso-baritono. Qualche occasionale opacità non inficia dunque la resa di un personaggio spettacolare, compiuto sia vocalmente che espressivamente, e che mette le ali ai piedi al famoso terzetto.

Cristina Deutekom appartiene alle grandi pagine esecutive del primo Verdi. All'inizio sconcerta un po': sembra lievemente rigida, e taluni esotismi di dizione trapelano inesorabilmente. Però, man mano che l'ascolto procede, la perplessità lascia spazio a una caldissima ammirazione. La voce è di estensione fenomenale: sembra la Dessay dei primi tempi, non ancora sfiancata da impegni e ruoli assurdi. L'Ave Maria (sostanzialmente è un'Ave Maria) del primo atto è ammirevole, ma ancor meglio sono le scene e le arie dell'atto successivo, dove gli acuti hanno una lucentezza adamantina senza avere alcuna sgradevolezza percussiva. Uniamoci un'accento tendenzialmente pugnace e immedesimato, e avremo una grande Giselda.

Meno fenomenale Domingo, e certo non al livello di un Pavarotti, ma se non altro gradevole. La voce all'epoca era fresca e spontanea, pur senza uno squillo argentino, e il legato è da ottimo cantante. Abbiamo dunque una figura ben sbozzata, impetuosa e capace di bei ripiegamenti patetici, insomma pienamente gradevole.

Nei Lombardi le parti principali sono tre: nondimeno, i comprimari han spesso compito difficile.

Pirro, Arvino e Viclinda non sono comprimari propriamente detti, ma più parti di carattere. Qui, il basso-baritono Stafford Dean staglia un Pirro ben cantato e autorevole, capace di non far naufragare le parti d'assieme. Lo stesso fa il tenore Jerome Lo Monaco nella parte carogna di Arvino, con solo qualche notina un po' dura in alto (bazzecole) e comunque con fraseggio incisivo. Efficace pure la Viclinda di Desdemona Malvisi.

Le altre particine, viceversa, hanno poca importanza, e se Clifford Grant canta benissimo le poche frasi di Acciano, la catalana Montserrat Aparicì è abbastanza uno strazio nei panni di Sofia, madre di Oronte. Peccato veniale.

Dirige un Gardelli attentissimo agli autentici tesori musicali ma forse un tantino restio ad abbandonarsi a certe deliranti aperture melodiche tipicamente verdiane. La Royal Philharmonic Orchestra in ogni caso si conferma strumento di bellezza e duttilità inusitata, mentre gli Ambrosian Singers imprimono il suggello del loro magistero tecnico e della loro sensibilità espressiva in alcune delle pagine corali più belle mai apparse in un'opera.

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Prosegue il viaggio nella Verdi Edition, che ora ci propina questo Ernani oltremodo discusso.

Discusso sia per alcune improprietà del direttore, sia per le prestazioni a dir poco migliorabili di alcuni cantanti.

Il migliore, lo diciamo subito, è Pavarotti: il quale dipinge un Ernani forse non perfetto, ma di altissimo livello.

La voce è la sua: limpida, facile, piena di sole. L'accento, idem: Pavarotti, malgrado quelli che pensano alcuni, era un interprete molto acuto. Sapeva far lievitare l'espressività dal cuore stesso di parole impeccabilmente articolate, così un accento, un'inflessione, una smorzatura, un rinforzo avevano effetti immediati. La linea di canto è accurata, il legato molto bello.

Gli acuti ci sono sempre, solo ogni tanto sembrano lievemente sfocati: ma questi rilievi valgono solo se il paragone è con un Pavarotti giovanile. Paragonato agli altri, anche un Pavarotti lievemente fuori forma fa un figurone. Un punto in cui Pavarotti sembra in difficoltà coi fiati è "Odi il voto", aria aggiuntiva la cui inserzione non aggiunge granché all'Ernani, e che si sarebbe potuta evitare.

Così non capita a una Sutherland ultrasessantenne e purtroppo in accentuato declino. La dizione non è mai stata nitida, ma qui è particolarmente "gnoccosa", per dire così. La linea vocale mostra sprazzi dell'antica bravura quando può rimanere sul piano in zona centrale o medio-alta. Sotto, la voce è di carta velina. Sopra, la cremosità del settore acuto si è inacidita parecchio. Non sarà dunque qualche ghiribizzo vocale ancora discreto nell'aria di sortita a sistemare i guai di questa Elvira cataplasmatica.

Molto meglio Nucci, che almeno canta in maniera decorosa. Ma stranamente accenta poco: si limita a qualche espressione concitata qua e là, limitandosi poi a tirare a campare. Spiace perché la voce è la solita di Nucci, da vero baritono chiaro di Verdi, con acuti facili e bel modellato. Tuttavia, anche qui c'è una questione di forma sub-ottimale: l'emissione sembra più dura del solito, e quando il cantante tenta una vocalità estatica perde il controllo del flusso del fiato, mandandolo nel naso con effetti grotteschi. Un esempio, casus belli ormai famoso, il "Vieni meco", che a tratti sembra eseguito da uno di quei caratteristi che facevano parti da notaio in opere settecentesche, nasalizzando tutto.

Burchuladze è forse migliore che in sciagurati dischi successivi, e ingenera quantomeno il rimpianto per quello che avrebbe potuto fare con la sua voce se avesse avuto un'emissione degna. Qui no: il vocione è sparato senza criterio, senza immascheramento, stomacale e brado. Il legato ovviamente non ha idea di cosa sia, e per giunta l'articolazione della frase è inquinata da vocali oscurate e imbottigliate di chiara marca russa. Un disastro.

I comprimari almeno sono decenti, tra cui Alastair Miles che non rovina le poche frasi di Jago.

Il direttore viceversa precipita l'Ernani all'epoca dei vari Erede e Previtali. Mi spiace per Bonynge, io lo ammiro, ma qui è sensibilmente metronomico e uniforme. Magari non è pesante come Erede, ma è molto, molto banale.

L'orchestra e il coro sono perfetti.

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Questa incisione l'avevo. Credo che un Pavarotti in queste condizioni avrebbe meritato partner migliori, perché forse era lui l'Ernani ideale, un Ernani lirico, donizettiano, secondo un'interpretazione opposta ma altrettanto valida rispetto a quella incendiaria di un Del Monaco (con Mitropoulos ma anche con interpolazioni gratuite e tagliuzzamenti vari). La Sutherland era proprio agli sgoccioli delle sue possibilità e per di più le sue variazioni nelle cabalette sono di un virtuosismo esclusivamente esornativo, molto discutibile: il personaggio non si sente proprio. Nucci lo ricordo molto "nasale". L'orchestra suona bene ma Bonynge (a dire il vero, io non lo apprezzo per niente, se non nel repertorio "ballettistico") è grigio e metronomico, non c'è il "fuoco" del giovane Verdi. Per cui poi mi rivolsi all'edizione Price, Bergonzi/Schippers (RCA). Recentemente, la Sony ha pubblicato una registrazione radiofonica (purtroppo mono) dal Met con Price, Bergonzi, MacNeil/Schippers, credo di poco anteriore alla registrazione in studio (dove cantavano Sereni e Flagello).

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Se interessa un Pavarotti in Ernani circondato da un miglior contesto, esiste una ripresa video di uno spettacolo del Met dei primi anni '80, riversata poi in DVD dalla Decca (con la Mitchell, Milnes, Raimondi e, ovvio, James Levine sul podio):

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L'ernani RCA ce l'ho in LP, un vero classico.

E' la mia edizione preferita, Wittel. Se in quelle, teatrali e vigorosissime, di Mitropoulos ( N.Y. e Firenze) Del Monaco è un Ernani scandito e travolgente, maschio e barricadero e se in quella di Bonynge Pavarotti è, come sottolinea Ives, un tenore lirico, chiaro, di ascendenza donizettiana, in quella di Schippers Bergonzi ( oltretutto tecnicamente superiore sia a Del Monaco che a Pavarotti) sa coniugare lo stile protoromantico con l'incisiva larghezza del fraseggio verdiano ( a 1:59, si noti la carica espressiva, straordinaria per ampiezza e vigore, del declamato "Il vecchio Silva stendere osa su lei la mano!"):


/>http://www.youtube.com/watch?v=bFiQjeBkGlY

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Comunque, se volete sentire la versione meno verdiana in assoluto di questa aria, consiglio Bocelli...

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