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Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach


Wittelsbach
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Ebbene sì, Pinkerton, il passaggio che hai citato penso che non lo si sia mai ascoltato da nessuno. Nemmeno Gigli nella Tosca con la Caniglia, che al sottoscritto piace assai, risolve in modo così soave quel punto. Sarebbe stato interessante, ma purtroppo sue Tosche complete non esistono, ascoltarlo da Lauri Volpi del quale son rimasti i "soliti" frammenti (cioè Recondita armonia e il lucean). Non so se esistono documenti sonori del "qual occhio" di Caruso, ma, comunque, a mia personale memoria, come canta Bergonzi in quel momento non ha mai cantato nessuno


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E diciamo pure che in questa Tosca è meno "patata" del solito, il nostro Carlone! :D


Se c'è una cosa che non sopporto di Bergonzi è il suo accento sempre aulico, posato, questa raffinatezza un po' ostentata...il suo Duca di Mantova, per dirne una, per quanto ben cantato, è una palla colossale, da farmi rimpiangere quello sguaiatone di Pippo Di Stefano che, sarà che cantava come cantava, ma ti dava l'idea di uno stronzo sciupafemmine....e il Duca è pure questo. Andrò supercontrocorrente è dirò pure che non mi piace il suo Trovatore, un personaggio da strada, irrequieto, livido, vendicativo, troppo per Bergonzi (che pure lo canta come si deve), mentre dove la struttura psicologica si fa più sottile, il gesto teatrale più signorile, i sentimenti più complessi (penso a Ballo e Don Carlo) secondo me Carlo vince.


Ecco in questa Tosca mi pare Bergonzi che faccia tutto giusto, è raffinato negli abbandoni però si lascia sanamente trascinare nei momenti di concitazione (vedi secondo atto), tratteggiando un personaggio dalla psicologia realistica, un artista intelligente, fiero, coraggioso, suo malgrado innamorato, non il solito tontolone rivoluzionario cui siamo abituati. Ribalta la situazione è fa sembrare Tosca la ragazzetta confusa, incoerente, e sprovveduta (ed è proprio così che la vedo io).


Così, giusto per non parlare sempre di Bergonzi nei soliti termini di "quant'è bravo a cantare", giacchè che sappia smorzare, legare e filare è dato acclarato e incontrovertibile.


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E diciamo pure che in questa Tosca è meno "patata" del solito, il nostro Carlone! :D

Se c'è una cosa che non sopporto di Bergonzi è il suo accento sempre aulico, posato, questa raffinatezza un po' ostentata...il suo Duca di Mantova, per dirne una, per quanto ben cantato, è una palla colossale, da farmi rimpiangere quello sguaiatone di Pippo Di Stefano che, sarà che cantava come cantava, ma ti dava l'idea di uno stronzo sciupafemmine....e il Duca è pure questo. Andrò supercontrocorrente è dirò pure che non mi piace il suo Trovatore, un personaggio da strada, irrequieto, livido, vendicativo, troppo per Bergonzi (che pure lo canta come si deve), mentre dove la struttura psicologica si fa più sottile, il gesto teatrale più signorile, i sentimenti più complessi (penso a Ballo e Don Carlo) secondo me Carlo vince.

Ecco in questa Tosca mi pare Bergonzi che faccia tutto giusto, è raffinato negli abbandoni però si lascia sanamente trascinare nei momenti di concitazione (vedi secondo atto), tratteggiando un personaggio dalla psicologia realistica, un artista intelligente, fiero, coraggioso, suo malgrado innamorato, non il solito tontolone rivoluzionario cui siamo abituati. Ribalta la situazione è fa sembrare Tosca la ragazzetta confusa, incoerente, e sprovveduta (ed è proprio così che la vedo io).

Così, giusto per non parlare sempre di Bergonzi nei soliti termini di "quant'è bravo a cantare", giacchè che sappia smorzare, legare e filare è dato acclarato e incontrovertibile.

Se il meloframma , Maja, è iperbole, esagerazione, enfatizzazone, estremizzazione di situazioni e di emozioni, anche il suo linguaggio, che è il canto lirico, in qualche modo lo deve essere.

"In qualche modo" ho detto, ma non in tutti i modi.

Se, ad esempio, Bergonzi mi canta il Duca in modo troppo aulico per quello che è il personaggio, certo commette un'improprietà stilistica e un errore interpretativo, può piacere o meno, ma resta nell'ambito del tipo di linguaggio proprio del melodramma.

Se invece un altro cantante ( Di Stefano?) canta il Duca , oltre che tecnicamente male, in modo volgare e sguaiato allora va censurato perchè la volgarità, la banalizzazione e la sguaiatezza non hanno nulla di straordinario, di iperbolico, di eccezionale,di esagerato.

Al contrario, ahimè, sono la normalità.

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Comincia ora la mia carrellata di opere gioacchinesche del catalogo naxos, quasi tutte registrate nell'ambito della manifestazione Rossini am Wildbad, evento tra i più interessanti della musica rossiniana, che ormai è giunto alla venticinquesima edizione. Nella cittadina termale dove Rossini sostò, si iniziò a livello quasi amatoriale, per arrivare al livello di oggi: un festival a cui non disdegnano di partecipare Ganassi, Di Donato, Praticò e altri grossi calibri, oltre a molti giovani cantanti intelligentemente scritturati dalla direzione artistica. I risultati? Spesso altalenanti, ma quasi mai abominevoli. E a volte, addirittura magnifici.



Questa Donna del Lago, captata nel corso di due recite del 2006, è sicuramente un'edizione moderna apprezzabilissima di questo capolavoro.


Il commento orchestrale è discreto. L'orchestra di Kaiserslautern suona bene e con precisione. La direzione di Alberto Zedda è parecchio compassata, come spesso capita a questo musicologo quando impugna la bacchetta. Tuttavia, pur mancando di zampate leonine e di trovate personali, lo Zedda di questa edizione finisce per rendere bene il clima marmoreo, estenuato ma neoclassicheggiante di questa partitura, in cui pratica il taglio di qualche recitativo. L'accompagnamento al canto poi è del tutto apprezzabile. Il Coro da camera di Praga, qui coinvolto, non è sublime ma neppure disastroso, pur restando lievemente esiguo come suono.



Protagonista, Sonia Ganassi. Ossia, un timbro dichiaratamente mezzosopranile, seppur mezzosoprano acuto. Una scelta molto interessante, che enfatizza senza dubbio il lato intimista e assorto di Elena. La Ganassi forse non è più quella della stupenda Rosina incisa con Will Humburg anni prima, ma canta ancora assai bene: agilità nitida, ben sgranate, ottimo legato, passaggi di registro morbidi e ben impostati. Le prime scene con Uberto/Giacomo sono davvero appaganti. E il fraseggio è perfetto per senso classico delle proporzioni ed espressività.



Mi colpisce forse di più ancora Marianna Pizzolato, perché è agli inizi della carriera attiva. La voce è ricca, timbrata, con un registro grave profondo, carezzevole ma incisivo. La coloratura vortica con professionalità, e numerose sono le sfumature sia della voce che dell'accento. Modello (lodevole) della Pizzolato pare essere Lucia Valentini Terrani: sono sulla stessa onda nel tratteggiare un Malcolm più innamorato che guerriero, anche se certo la seconda componente non difetta nella Pizzolato. Comunque, si tratta di una prova vocale e interpretativa d'alto profilo, senza tema di smentita.



Sorprendenti i due tenori.


Il bavarese Ferdinand von Bothmer deve baloccarsi con la tremenda parte di Rodrigo di Dhu, centralizzante ma anche con improvvisi slanci all'acuto e salti d'ottava devastanti. Fin dalla sua apparizione, questo tenore mostra la pasta di cui è fatto: timbro non seducente magari, ma emissione solidissima e disinvolta. Nella sua entrata, sfodera agilità di forza abbastanza nutrite, un registro centrale timbratissimo e sovracuti formidabili per squillo e penetrazione. Non ha la voce bella di Dano Raffanti, ma è certamente ammirevole sia come vocalità che come stile. Francamente mi è piaciuto moltissimo. Senza contare poi che Bothmer non si limita a cantare: il concertato "Crudele sospetto" ci mostra un interprete che fraseggia letteralmente col cuore in gola. Del resto, la dizione è ottima, senza papere.



Maxim Mironov, oggi più reclamizzato, fa un Uberto/Giacomo con tutte le carte in regola. Come sembra essere la norma nei tenori rossiniani moderni più o meno "contraltini", Mironov a volte sciala un'emissione lievemente caprina, alla William Matteuzzi, nelle frasi ascendenti. Questo non pregiudica un registro acuto incisivo e una notevole morbidezza nello sciorinare le fioriture. E' un Uberto/Giacomo in cui le inflessioni dolci e seducenti prevalgono, donandoci un convincente personaggio. Poi, non si tratta di un carattere di quelli che richiedono doti sovraumane da attore: Giacomo va anzitutto cantato. Mironov lo canta, e bene. Bravo anche lui.



Qualche gradino al di sotto, il basso polacco Wojtech Gjierlach nel ruolo di Douglas. Non canta propriamente male, ma è certo parecchio rozzo e scomposto nell'emissione. Non fa tuttavia troppi disastri nella sua aria, anche se il divario coi suoi colleghi si avverte abbastanza.



Tra le parti minime, si segnala la Peretyatko, una neo-prezzemolina rossiniana all'epoca agli albori, che si disimpegna benissimo nei fatui arabeschi di Albina, così come il belga Stefan Cifolelli non fa soffrire nelle brevissime frasi di Serano.



Registrazione benissimo riuscita.


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Otello è appunto la prossima che recensisco, se aspetti domani.

Comunque ti consiglio senza dubbio anche la Donna del Lago, un vero gioiello musicale.

Gioiello inteso come opera o come esecuzione? Perchè ho quella di Muti.

P.S.: Dimmi una cosa: dei vari Assedi di Corinto di Schippers, qual è il più raccomandabile?

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Registrata nel corso di quattro serate del 2008 a Wildbad, questa dell'Otello di Rossini è purtroppo un'altra edizione almeno in parte mancata, sia pur non imperfetta. E principalmente a causa di alcuni cantanti. Diciamo che sarebbe un'incisione da tre stelle.

 

Punto di forza è invece l'orchestra. Antonino Fogliani, classe 1976 (e va premiato un festival così noto, per dare fiducia a un direttore tanto giovane), non è mai stato un maestro molto costante, almeno fino a oggi. Qui si trovava in serata. Ci dà, a parer mio, un modello di come dovrebbero essere gli accompagnamenti in opere serie come queste. L'aspetto solenne e coturnato qui si stempera in una nervosa vitalità teatrale, senza però (e qui sta il segreto) bordeggiare il pieno romanticismo o, peggio che mai, un Verdi ante litteram. I finali d'atto, soprattutto, sono parecchio incisivi, pervasi da un ritmo pulsante e propulsivo che gli mette le ali ai piedi. Buono l'accompagnamento alle varie arie, così come l'affiatamento coi cantanti. L'orchestra, Virtuosi Brunensis, non sarà davvero "virtuosa" ma ha comunque un suono bello e prezioso. Il Coro transilvanico di Cluj mostra poi una potenza e una compattezza timbrica superiore a quella delle compagini che appaiono a Wildbad.

 

 

La migliore del cast vocale è sicuramente Jessica Pratt, all'epoca ventinovenne. Forse in forma lievemente sub-ottimale all'epoca delle recite, il registo centro-acuto ha qualche lieve oscillazione in prossimità del passaggio. Per il resto, una grande scoperta: acuti e sovracuti aerei, luminosi e penetrantissimi; agilità piene e compatte; timbro bello nella sua brunitura. Il pubblico, che spesso applaude a sproposito (ne parlerò dopo), resta incomprensibilmente muto dopo la sua eccellente esecuzione di "Assisa a pie' d'un salice". Ma con la Pratt non parliamo solo di esecuzione. L'interprete sembra ispirarsi alla Callas: da un'articolazione fraseologica ottima, la Pratt parte per realizzare un fraseggio che sfrutta le dinamiche e gli spessori della voce. Non ha ancora la stregonesca bravura di una Callas, ma decisamente udiamo una Desdemona che è un personaggio vero, compiuto e riuscito.

 

 

Lo stesso non si può dire di Michael Spyres, presentatomi come l'erede di Merritt nelle parti baritenorili, ma che ha parecchio deluso le mie aspettative. La cosa che Spyres davvero rievoca di Merritt, qui, è la relativa inerzia interpretativa: la dizione non è ahinoi perfetta, e l'articolazione delle frasi è povera di personalità ed incisività. La vocalità è soltanto corretta: timbro piuttosto anonimo, a volte caprino come molti rossinisti, anche se nei numerosi passaggi al limite (anzi oltre) della scrittura baritonale assume riflessi accattivanti. Gli acuti non sono al fulmicotone, le colorature neppure. La sua aria di sortita è incolore. Un Otello terribilmente di routine, senza fascino vocale o acume espressivo per farsi ricordare in alcun modo. Si spera che nel frattempo questo tenore, sulla cresta dell'onda, sia migliorato.

 

 

L'altro grande personaggio tenorile dell'opera è Roderigo, qui cantato da un Filippo Adami non malvagio ma tutt'altro che "arrivato". Certo lui non ha problemi di dizione, e scandisce con grinta i suoi recitativi. Ma Roderigo si ascolta soprattutto per l'aria acrobatica "Ah, come mai non senti", occorre dirlo. Qui Adami se la cavicchia, ma senza impressionare: la coloratura è piuttosto corretta ma non emana i lampi virtuosistici che tolgono il fiato a una platea; gli acuti colpiscono, ma sono anche piuttosto rozzi, scomposti e "sparati", abbisognerebbero di un maggior arrotondamento per essere davvero rossiniani al massimo. Prova interlocutoria dunque, ma gli si può dar fiducia.

 

 

Sarei invece restio a dar fiducia al tenorino vogherese Giorgio Trucco, che deve cantare la parte ingratissima di Jago, defilata drammaticamente e ben poco definita musicalmente. Proprio per questo servirebbe una personalità esecutiva e teatrale maggiore. Il timbro, se è ben diverso da quello di Otello, tende tuttavia a confondersi con quello di Roderigo, e ciò non è proprio il massimo. Comunque, il disorientamento dura poco perché la voce, rispetto ad Adami, è quella di un peso piuma, oltretutto stridulo nell'emissione e parecchio rabberciato nelle fioriture. Il fraseggio dice poco: c'è solo una discreta dizione e poco altro.

 

 

Il basso Ugo Guagliardo, che fa Elemiro, non sarà un elemento di classe sopraffina ma è robusto e timbrato, oltre a declamare con nitidezza e a fraseggiare con autorità: così, i recitativi e i pezzi d'insieme in cui appare riescono bene.

 

 

Discreta l'Emilia di Geraldine Chauvet, appena un poco carente di fantasiosa eloquenza nel fraseggio e di personalità timbrica. Più che decente il gondoliere di Leonardo Cortellazzi.

 

 

Menzione speciale per tale Sean Spyres, non so se parente di Michael o no: un tenoraccio che canta orrendamente le poche frasi del Doge, salutato da un applauso al suo apparire (!), non si capisce se casuale o no.

 

 

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Inevitabile, nel festival Rossini am Wildbad, il mettere in scena anche le farse in un atto del Rossini giovane.


Questa realizzazione, come al solito collage di varie serate del 2006, è più che egregia.



Diciamo subito una cosa. Alberto Zedda era sicuramente più a suo agio nella paludata seriosità del Rossini tragico. Nell'opera comica, risulta competente, abile concertatore, ma spesso parecchio soporifero e spento. Qui è così. Gli accompagamenti delle arie sono abbastanza cadenzati e annacquati nel ritmo. I particolari strumentali sono ben sottolineati, ma mancano gli "accenti nascosti", il lievito segreto che dovrebbe innervare tutto. L'orchestra, tra l'altro, è discreta ma certo non trascendentale.



Il cast in ogni caso rimedia in gran parte.


Nel libretto, spiccano anzitutto i ringraziamenti a Kenneth Tarver, giunto a quanto pare per rimpiazzare l'improvvisa defezione di un tenore titolare, all'ultimo momento. Bene: i ringraziamenti sono ben riposti. Bertrando ha in dotazione un'aria, "Qual tenero diletto", che richiede un fior di cantante, in grado di dipanare scomodi acuti e agilità varie, come spesso capita. Tarver, malgrado un accompagnamento di Zedda particolarmente plumbeo e monotono, supera lo scoglio con brillantezza: voce, al solito, lievemente caprina, ma anche grinta nel registro superiore, e precisione e incisività in tutto il resto. Se vogliamo, il fraseggio non si impone particolarmente, ma bisogna tener conto della frettolosità della preparazione.



Il fraseggio è viceversa la forza dell'accoppiata di due dei migliori bassi rossiniani di quest'inizio secolo.


Lorenzo Regazzo è Tarabotto. La voce è ampia, ricca, timbrata, sicura in ogni passaggio, benissimo sostenuta. L'introduzione dell'opera è cantata benissimo ma, soprattutto, con un gusto d'interprete raro, che prosegue poi nei frizzanti, calibratissimi recitativi, dove l'influenza di Bruscantini è quantomai evidente.


Ancor meglio è Marco Vinco, nipote e allievo del grande Ivo Vinco, nella parte di Batone, la cui grande aria, che richiede estensione vocale non comune, è dominata con voce imponente, ricca di armonici, ugualissima sia nelle note gravi che in quelle acute. E pure nel suo caso, l'istinto teatrale è infallibile, quasi pazzesco per un ventottenne. Così, il duetto Batone-Tarabotto diventa un gustosissimo pezzo di commedia italiana, pieno di sottintesi e controscene.



Inferiore a loro è il soprano Corinna Mologni, curiosa artista diplomata in timpani e pittrice dalle apparenze neocubiste (vedere i quadri esposti sul suo sito web). Indubbiamente, è molto corretta. Ma, a fianco di colleghi tanto bravi, finisce per sfigurare. Vocalmente non ha una grande individualità. L'aria "Al più dolce e caro oggetto" scivola via senza sofferenza ma anche senza reale emozione. Nei recitativi è senz'altro spigliata, ma difetta di vera verve e personalità interpretativa. Un ritratto incompleto, in definitiva, la sua Isabella, anche se gradevole.



Completa il cast il giovane baritono inglese Simon Bailey, che dipinge un Ormondo abbastanza gustoso e ben cantato.


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Sarebbe quella specie di tremolo molto stretto? Pensavo si riferisse ad un timbro nasale, ma evidentemente mi sbagliavo.

Esatto Ghizzu.

Il timbro "caprino" è una voce tenorile tremolante, belante appunto.

Da non confondersi con la voce affetta da "vibrato stretto", da "vibrato largo" e nemmeno con i suoni oscillanti e neppure con quelli malfermi perchè carenti di appoggio.

Ognuna di queste quattro queste caratteristiche vocali sono altra cosa rispetto alla voce caprina.

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Una cosa tipo così

Morino, Wittel, in questo Pirata a me piace molto. E' vero che emette qualche nota "caprina", il chè accade quando su qualche nota centrale sta molto leggero e "schiarisce" ( v ad esempio, a 0:57 e a 1:00, il Re e il Mi di "..le dirAi s'io l'offEsi), ma ha uno stile eccellente, nobile e aggraziato, lega con perizia e sfoggia una straordinaria varietà dinamica.

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Una sciagurata tifoseria loggionistica degli anni '50 a lui avversa attribuì anche a Franco Corelli un timbro "caprino" ( qualche "esperto" di allora lo chiamò Pecorelli).


Ascoltando le prime frasi centrali del recitativo "La vita è inferno all'infelice" si può capire il perchè, ma sicuramente il difetto è assai lieve e solo l'astio cieco e feroce dei tifosi di Del Monaco o di Di Stefano poteva farne oggetto di scherno.


Corelli, d'altra parte aveva ben altri pregi per farsi perdonare questo piccolo difetto timbrico:




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Morino, Wittel, in questo Pirata a me piace molto. E' vero che emette qualche nota "caprina", il chè accade quando su qualche nota centrale sta molto leggero e "schiarisce" ( v ad esempio, a 0:57 e a 1:00, il Re e il Mi di "..le dirAi s'io l'offEsi), ma ha uno stile eccellente, nobile e aggraziato, lega con perizia e sfoggia una straordinaria varietà dinamica.

Mai detto che fosse brutto eh.

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Una sciagurata tifoseria loggionistica degli anni '50 a lui avversa attribuì anche a Franco Corelli un timbro "caprino" ( qualche "esperto" di allora lo chiamò Pecorelli).

Come accadde ad altri cantanti, anche Franco Corelli fu segnato da un cliché pregiudizievole che, presso il grosso pubblico, per molti anni ne sminuì i considerevoli meriti.

Ah, potenza della melomania loggionistica, ignorante e saccente!

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Come accadde ad altri cantanti, anche Franco Corelli fu segnato da un cliché pregiudizievole che, presso il grosso pubblico, per molti anni ne sminuì i considerevoli meriti.

Ah, potenza della melomania loggionistica, ignorante e saccente!

Ah ah che ridere, pecorino o caprino o altri formaggi per Corelli, una delle voci più virili e robuste che si possa sentire.

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Piccola l'opera, piccola purtroppo l'esecuzione.


Si può capire che a Bad Wildbad non morissero dalla voglia di suonare e cantare la prima opera seria (e noiosetta) di Rossini, ma ciò non depone a favore della loro professionalità.



L'esecuzione risale al 2004, spalmata su tre serate.


Fogliani qui è in giornata interlocutoria: soltanto ventottenne all'epoca, pare svogliato e intimidito dalle architetture alquanto risapute di quest'opera molto convenzionale. Da qui, accompagnamenti placidi, senza quella propulsione che abbiamo udito in Otello. L'orchestra poi sembra davvero routinaria e disinteressata, e spiace, dato che si tratta di una compagine tedesca di alto professionismo. Il coro Ars Brunensis è esiguo nel suono e non un prodigio di precisione, in aggiunta.



Il colpo di grazia lo dà il cast, in cui solo un'esecutrice è di livello.


Parlo di Anna Rita Gemmabella nei panni del protagonista Ciro: voce di mezzosoprano ricca di timbro e di morbidezza. Una linea vocale che si srotola con dovizia e purezza di legato, con qualche occasionale ruvidezza ma niente di tragico. Il dominio della coloratura è più che egregio. L'accento poi è ottimo per misura e pregnanza drammatica. Certo, qui non siamo alle prese con personaggi ma con stereotipi, tuttavia la Gemmabella un po' di vita ce la mette.



Fa dei discreti recitativi anche Riccardo Botta, l'antagonista Baldassarre. Tuttavia le glorie si fermano qui. Baldassarre è ruolo baritenorile, e Botta, che ricordavo migliore, l'affronta con un calibro vocale da tenorino di grazia alla Luigi Alva. E' vero, c'era anche un Ugo Benelli che si impelagava in parti similari, ma Benelli aveva ben altra consapevolezza tecnica. Quello di Botta è uno strumento vocale (almeno qui) smunto, gessoso e inadeguato. Completamente assente la timbratura virile necessaria a questo sia pur modesto ruolo. La coloratura è alquanto "arrangiata", gli acuti sono discreti all'inizio ma via via sempre più sfocati man mano che si va avanti. Peccato.



Ma Botta almeno è un professionista, sia pure migliorabile. Che dire di tale Luisa Islam-Ali-Zade, che abborda il difficilissimo ruolo di Amira, moglie di Ciro? Siamo nel più puro comico involontario. Che a Bad Wildbad ogni tanto invitino dilettanti di questa caratura, lo trovo francamente oltraggioso. Non si può affrontare una parte del genere senza voce e senza tecnica. Non possiamo neanche parlare di vibrato, è una linea vocale ondulata come l'amianto, senza un minimo di sostegno del fiato. Ogni nota pur modicamente acuta diventa uno strillo miagolante di rara cacofonia. E le colorature sono qualcosa di più che imbarazzante. Anche se la cosa più incredibile è l'accento paraverista o, se preferite, massenetiano (del Massenet più travisato, intendiamoci): sentire le inflessioni piagnucolose e i veri e propri versacci che costei inanella nelle prime scene. Uno spavento.



Marginalmente meglio è Argene, la sua "confidente", una Maria Soulis assai incolore ma quantomeno capace di non far inorridire troppo l'ascoltatore.



Wojtech Gierlach è qui assai migliore che nella successiva Donna del Lago, sia in solidità vocale che in nitidezza di dizione: il suo Zambri canta decorosamente l'introduzione dell'opera, con perfino un non malvagio dominio delle agilità di forza, e sfodera recitativi ben declamati.



Giorgio Trucco, prima dell'Otello già recensito, non è granché nel ruolo di Arbace, luogotenente di Baldassarre: vocina smunta, stretta stretta, senza colori.



Insignificante il basso-baritono Giovanni Bellavia nel ruolo del Profeta Daniele, destinatario di un'unica aria cantata senza grandi lodi.



Bocciato, per quel che mi riguarda.


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