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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Beh su questa Boheme nulla da dire perchè è assolutamente nel novero del ristretto gruppo delle Boehme discografiche di riferimento

Concordo con alfio.

Di riferimento è anche la già più volte postata "Gelida manina" di Bergonzi ( repetita juvant) un vero miracolo di morbidezza, senso del legato, varietà di fraseggio.

Esaminiamo l'attacco: sulla falsariga di Gigli, Bergonzi mette una "puntellatura-singhiozzino" prima di "cercar" ( 0:16) ma questo è l'unico rilievo che gli si può fare.

Per il resto il tenore parmense riesce a dare un colore trepido e trasognato alle parole, cantando quasi sottovoce: a 0:13,la parola "riscaldar" è un capolavoro di dolcezza

e la messa di voce di " chi sono e che faccio",vero "sesto grado" di tecnica vocale (1:08), palesa un superbo controllo del fiato ed è resa in termini di pura espressività:


/>http://www.youtube.com/watch?v=xOhnII0381s&feature=fvsr

La straordinaria varietà e rifinitura in termini ritmico-dinamici di questa esecuzione dell'arioso del I° Atto è in realtà possibile proprio perchè la registrazione è avvenuta in studio.

Dal vivo, pur restando sempre un maestro di canto, Bergonzi optava per un'esecuzione più "risonante" e dalla dinamica meno sfaccettata:


/>http://www.youtube.com/watch?v=Z9xNRSuqUKs

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Ma com' erano all' epoca le registrazioni discografiche? Suppongo che ai tempi eroici di Caruso e Gigli il tutto si risolvesse sostanzialmente a un buona la prima, ma negli anni 50 e 60 quando Bergonzi registrò queste cose, c' erano più possibilità di ripetizioni in caso di errori?

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Da quello che so io in genere più che farre una correzione errori puntuale eventualmente si ri-registrava lo stesso brano più volte. La mania delle sovraincisioni per correggere il singolo suono è un artefatto soprattutto degli anni '70-'80 e successivi.

Più che altro però bisognerebbe conoscere meglio la cronologia dell'incisione live con Schippers citata da You-Tube. Perché Bergonzi alla fine degli anni '60 e negli anni successivi ridusse la varietà di fraseggio rispetto ai primi anni di attività... può darsi quindi che anche dal vivo, nei primi anni '60, il suo Rodolfo fosse più sognante ed affine alla registrazione in studio con la Tebaldi....

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Più che altro però bisognerebbe conoscere meglio la cronologia dell'incisione live con Schippers citata da You-Tube. Perché Bergonzi alla fine degli anni '60 e negli anni successivi ridusse la varietà di fraseggio rispetto ai primi anni di attività... può darsi quindi che anche dal vivo, nei primi anni '60, il suo Rodolfo fosse più sognante ed affine alla registrazione in studio con la Tebaldi....

Quante Aide, quanti Balli e quanti Trovatori nei primi vent'anni di carriera.....

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Ma com' erano all' epoca le registrazioni discografiche? Suppongo che ai tempi eroici di Caruso e Gigli il tutto si risolvesse sostanzialmente a un buona la prima, ma negli anni 50 e 60 quando Bergonzi registrò queste cose, c' erano più possibilità di ripetizioni in caso di errori?

Ora vado a memoria (per un esame in università avevo studiato anche un libro sulle tecniche di registrazione dall'invenzione del fonografo ad oggi), se non sbaglio fino ai tempi delle registrazioni acustiche (fino ai primi anni '20) e di quelle elettriche, non si potevano fare modifiche. Quindi se una registrazione veniva male, bisognava rifare la matrice, che corrispondeva poi a una facciata di disco).

Dall'introduzione della registrazione su nastro magnetico (inizia ad essere usato sistematicamente dalle case discografiche per le incisioni dagli anni '50) in poi si possono fare correzioni: il nastro magnetico può infatti essere tagliato, per inserire un altro segmento di nastro.

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Si possono tecnicamente fare registrazioni a pezzi non appena nasce la registrazione su nastro magnetico e muore il 78 giri (quando nasce il microsolco 33 giri insomma).

Però fino agli anni '60 non era prassi intervenire di correzioni sui livelli dei singoli microfoni, o in post produzione. Nell'Aida diretta da Karajan con la Tebaldi il direttore fece registrare non so quante volte tutto il concertato finale atto II perché la Tebaldi per quello che lui voleva cantava troppo forte! Nella registrazione finì l'ultima esecuzione, in cui la Tebaldi dovette accettare a cantare più piano perché era ormai stanchissima....

Negli anni '80 un problema così non si sarebbe mai posto: i tecnici audio avrebbero lavorato di mixer, o con un taglia/incolla.....

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Quindi certi documenti sonori incredibili del passato sono ancora più incredibili perchè erano sostanzialmente un buona la prima e anche sino agli anni 70, si poteva sì correggere ma il cantante o la cantante la nota o ce l' avevano o non ce l' avevano, nel senso che non esistevano gli acuti da frigorifero come oggi

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Quindi certi documenti sonori incredibili del passato sono ancora più incredibili perchè erano sostanzialmente un buona la prima e anche sino agli anni 70, si poteva sì correggere ma il cantante o la cantante la nota o ce l' avevano o non ce l' avevano, nel senso che non esistevano gli acuti da frigorifero come oggi

Esatto max. A livello dei grandi nomi del passato, grazie alla loro tecnica superiore, non ci sarebbe stato comunque bisogno di mettere le note più "pregiate" in frigorifero.

E questo vale anche oggi per i cantanti di buona tecnica. E' la tecnica esatta che permette la riproducibilità dei suoni sempre su alti livelli, è la tecnica che dà sicurezza e affidabilità.

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Sono del tutto d'accordo con Pinkerton. Senza tecnica di canto ortodossa non c'è vero canto lirico.

In realtà c'è una leggenda anche inerente una registrazione "storica", e cioè quella del "tristan und Isolde" diretto in studio per la EMI da Furtwangler con Suthaus e la Flagstad (1952 o giù di li). Sembra che la grande Flagstad, ormai 57enne avesse problemi con qualche estremo acuto. Nel resto della gamma la prestazione è notevole vocalmente, ma si percepisce chiaramente che la Flagstad quando può evita di sostenere gli acuti a lungo in quella registrazione.

Ebbene circolò la voce che alcune note di Isolde in quella registrazione fossero state cantate non dalla Flagstad ma dalla certo più giovane.... SChwarzkopf!!!! Verità o pettegolezzo? :girl_impossible:

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Perché Bergonzi alla fine degli anni '60 e negli anni successivi ridusse la varietà di fraseggio rispetto ai primi anni di attività...

Confesso di non essere per nulla d'accordo.

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61mH0mExycL.jpg
La prossima opera della Grand Opera Collection è questa discussa Tosca.
Discussa perché, per qualche ragione, è una delle Tosche più "ad alta voce" che ci siano.
Troppo.

La direzione di Pradelli è alterna. Discreta nei momenti di maggior concitazione teatrale (secondo atto), sfigura nelle pagine in cui è richiesto maggior approfondimento direttoriale. Ad esempio, l'inizio del terzo atto: i fiati che enunciano il motivo della "trionfalata" dovrebbero possedere il nitore di una "sveglia", invece sono smorti e fiacchi. L'alba romana poi è decisamente superficiale e povera di atmosfera, con in particolare un suono delle campane tubolari davvero mal dosato. Quantomeno, l'orchestra è eccellente, enfatizzata da una registrazione superba.

La Tebaldi, spiace dirlo, è una Tosca alquanto superficiale. Senza contare che i vari do acuti del secondo e del terzo atto (la "lama") non sono affatto note prodigiose, anzi. Della Tebaldi si ammira più che mai il legato superbo, e la tendenziale morbidezza di una linea ancora in ottima salute, acuti a parte. Ma purtroppo, di tutta questa voce l'interprete fa scarso uso. I piani e le sfumature sono sporadiche, "le voci delle cose" è dominata benissimo ma il duetto ha veramente troppo un piglio da Sarah Bernard altisonante e distratta. Il secondo atto è ben cantato ma a volte plateale. Il "Vissi d'arte" è viceversa sublime, e ci si chiede come mai la Tebaldi non abbia cantato così anche il resto, ivi compreso un terzo atto molto tirato via. Incompleta.

Molto interlocutorio Mario Del Monaco: tendenzialmente pesante, tenta qualche sfumatura ma senza troppo successo. Un Mario che abusa di portamenti ascendenti e discendenti, e che è elefantiaco pressoché dovunque. E' efficace solo in momenti di follia declamatoria come il "Vittoria", per il resto è decisamente fuori parte e cantato troppo forte.

George London, Scarpia rinomato in America, qui fa come Del Monaco. La voce è una tra le più belle e personali che all'epoca ci fossero in giro. L'emissione, malgrado qualche sonorità nasale, è amplissima, facile, di impressionante robustezza. Eppure l'interprete è un po' banale. Fa uno Scarpia sempre molto cattivo, pur senza scadere nei parlati, e si accontenta di sfoggiare gran bei suoni.

I parlati viceversa li sciala Fernando Corena, che qui staglia il suo Sagrestano forse peggiore in assoluto: la scena con Scarpia va veramente ascoltata per crederci, tanto è assurda.

Buono invece Silvio Maionica come Angelotti, ed eccezionale lo Spoletta di Piero de Palma.

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Questa Tosca a me servì x capire che nonostante che potesse cantare tranquillamente la sua parte, non era opera adatta alle caratteristiche vocali di Del Monaco come perfettamente enunciato da Witt. La Tebaldi la preferisco nella Tosca di qualche anno prima con se non erro Mascherini. Ma scrivo questo non perchè fosse vocalmente più integra visto che ad esempio nel live di Bruxelles del 1958 la trovo ottima.

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Il "Vissi d'arte" è viceversa sublime

Di Renata Tebaldi io ho nella memoria il "Vissi d'arte" registrato nel '49, di fraseggio sobrio e di timbro purissimo, con quella straordinaria corona smorzata (a 2:39),

sterminata, sospesa, magica. Un raggio di luna fattosi suono, la voce innocente del dolore di un'anima:


/>http://www.youtube.com/watch?v=2lUIXoCaRcg

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61sto3yAqKL.jpg

Prosegue il cammino nel cofanetto, con la Butterfly del 1958, degnissima.

Tullio Serafin, in fine carriera, dirige con cospicuo spiegamento di energia e ricchezza di contrasti, come non sempre aveva fatto negli anni precedenti.

Siamo certamente lontani dal languore decadentista di un Karajan, o dall'analisi musical-psicologica di un Sinopoli. Ciò non toglie che abbiamo una narrazione densa e polposa, ricca di propulsione teatrale, benissimo propiziata da una Santa Cecilia che ha la forma delle grandi orchestre.

La Tebaldi si muove su un binario strettamente "vocalistico" che paga cospicui dividendi all'orecchio. Il duetto d'amore è squisito, e l'aria del secondo atto ancora di più.

Certo, c'è il problema suo solito: una monoliticità espressiva spesso alquanto imbarazzante, tale da metamorfosare una innocente geisha in una gran tragedienne. Questo si evidenzia parecchio, per esempio, nel prosieguo del secondo atto e in tutto l'ultimo, dove ci attenderemmo una Cio Cio San più immedesimata ed espressiva.

Carlo Bergonzi è un Pinkerton che si rifà alla tradizione di Beniamino Gigli. Alquanto privo del cinico e acido realismo che appartiene al personaggio, si riscatta con una poesia di canto e di fraseggio tali da mutarsi ipso facto in chiave interpretativa originale: ossia, un ingenuo, un cuore troppo grande per avvedersi di fare del male. Un tenentino che quando perde la testa si innamora davvero, e non sa resistere al richiamo di Cupido, al punto da parergli scontato d'innamorarsi poi di Kate. Interessante e coinvolgente. Senza contare i valori vocali, di una morbidezza rara, con perfezione di legato e sfumature a iosa. Direi un Pinkerton memorabile.

Enzo Sordello era un baritono piemontese che divenne noto, alle cronache minori, a causa di alcuni furiosi (e ingiustificati) attacchi subiti addirittura dalla Callas, prima subito dopo la Vestale scaligera del 1954, e poi soprattutto dopo una Lucia di Lammermoor del 1957 al Met. In quel caso, a difesa del collega italiano scese in campo addirittura Robert Merrill, ma la carriera di Sordello fu segnata. Qui il cantante non incanta. Ha una voce e una tecnica da decente comprimario: timbro un po' qualunque, emissione alquanto nasale. Come interprete poi spende pochino.

Eccellente invece Fiorenza Cossotto, all'epoca ancora in gavetta: si era fatta conoscere con la Bersi nello Chenier di Gavazzeni, e qui la Decca le affidò Suzuki, con risultati vocali di grande attrattiva (voce fresca, giovanile, senza un punto critico) ma senza trascurare l'espressività, semplicistica ma non assente.

Eccellenti il Goro di Angelo Mercuriali e lo Yamadori di Michele Cazzato.

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Confesso di non essere per nulla d'accordo.

Possiamo discutere sugli ultimi anni '60 - anni riguardo ai quali la mia affermazione è probabilmente troppo tranchant - però mi sembra che il ventaglio coloristico, negli anni '70 tutti, e soprattutto dal vivo, fosse indiscutibilmente inferiore a quello dei primi anni.

Poi non si sta certo parlando di un cantante vocalmente in disfacimento, è ovvio. Ma solo di minor fantasia, o minor duttilità vocale.

Niente poi vieta di continuare ad essere serenamente in disaccordo.... :happystrange:

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Niente poi vieta di continuare ad essere serenamente in disaccordo.... :happystrange:

Ma spero non sempre! AHaha.

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Edizione discreta di un'opera molto bella, quasi cinematografica.

La direzione di Franco Capuana è abbastanza serrata e persuasiva, attingendo a esiti notevoli soprattutto nel primo e del terzo atto. Manca la personalità direttoriale in grado di mettere le ali ai piedi a pagine come la tempesta di neve, ma nel complesso abbiamo eccellenti accompagnamenti e un forte senso del ritmo e, perché no, dell'abbandono lirico.

Renata Tebaldi è una Minnie notevole. La voce non si discute: ampia, ricca, soave, senza problemi. Il do acuto del primo atto non è eccezionale, ma possiamo anche soprassedere. Soprattutto notando come nella scena dei minatori l'accento della Tebaldi è più spontaneo e persuasivo del solito, arrivando vicino a quella vividezza di fraseggio che la grande Renata impiegava rarissimamente. Il secondo atto, specialmente il difficile ultimo quadro, non ha la stessa penetrazione, anzi trovo siano fondate le accuse di platealità formulate da altri critici.

Ma complessivamente siamo di fronte a una Minnie vocalmente eccellente, ed espressivamente in grado di non annoiare per buona parte del ruolo.

Rispetto a certa critica, sono più morbido con Mario Del Monaco. Non udiamo purtroppo tante sottigliezze, ma nemmeno un Dick Johnson sempre uguale. Il secondo atto è alquanto sbraitato, ma, per esempio, il "Ch'ella mi creda" è apprezzabile nel tentativo di raccogliere e ammorbidire il suono, risolvendosi in un buon momento. Nel resto della parte, è gagliardo e anche squillante. Non da buttare insomma, e forse anche meglio, pur non essendoci Mitropoulos dietro di lui.

Diverso il discorso per Cornell Mac Neil. Udiamo un Rance cantato incredibilmente bene, sotto quest'aspetto è senz'altro il migliore di sempre: centri poderosi, acuti (non molti, ma ci sono) squillanti, col solo tratto di alcune note di passaggio aperte in modo fastidioso. Il problema è l'espressività. Uno sceriffo molto, troppo riservato e aggrondato, grigiastro negli assalti a Minnie, impersonale nei momenti di furore, con l'acme di una partita a poker alquanto imbalsamata. Che peccato, con una vocalità simile.

Ci si riscatta con le parti di fianco. Quest'opera ne ha tante, quasi tutte importanti, fondamentali da rendere bene. Sono quasi figure da teatro di Britten. In questa edizione, il gruppo dei minatori e dei pellerossa giunge a vertici assoluti di espressività e appropriatezza. Altro non saprei dire, senonché tutto il primo e il terzo atto, nonché l'apertura del secondo, sono strepitosi grazie all'apporto di questi nostri artisti della parola. Il minimo che possa fare è citare tutti quelli che compaiono qui: Giorgio Tozzi (addirittura, come si può immaginare è un Wallace fuori concorso, che canta la sua ballata con una morbidezza e una commozione straordinaria); Piero De Palma (l'oste NIck, strepitoso); Silvio Maionica; Giorgio Giorgetti (Sonora, molto bravo); Enzo Guagni; Virgilio Carbonari; Edio Peruzzi; Mario Carlin; Angelo Mercuriali (grandissimo nelle frasi di Joe); Michele Cazzato; Giuseppe Morresi; Dario Caselli; Bianca Maria Casoni (una Squaw Wowkle di voce rigogliosa); Vito Susca; Athos Cesarini.

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La mia non è sconsigliabile affatto, può andare benissimo.

Belle anche la mitica di Mitropoulos dal vivo con la Steber, e pure quella con la Nilsson della EMI, che si fregia di un eccellente cast e di una bella direzione di Lovro von Matacic.

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E' un'opera che da barocchista non amo. Ma quella registrazione, pur live, con DEl Monaco, la Steber e Mitropoulos ci fa sentie un Puccini che per mordente, vigore, espansione melodica è raro a sentirsi. Uno dei ruoli più adattio aDEl Monaco, forse, perché basato quasiintegralmente sul canto declamato....

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Io proprio non la conosco o quasi. Diciamo però che un giorno o l'altro dovrò procurarmi una quasi integrale pucciniana, visto che stravedo per questo autore.

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Kraus, se non conosci il Trittico avrai una grande sorpresa.

In Tabarro, Suor Angelica e Schicchi c'è il Puccini musicalmente forse più avanzato e sperimentale, niente da invidiare ai grandi d'Europa.

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Kraus, se non conosci il Trittico avrai una grande sorpresa.

In Tabarro, Suor Angelica e Schicchi c'è il Puccini musicalmente forse più avanzato e sperimentale, niente da invidiare ai grandi d'Europa.

Ho ascoltato solo il Tabarro, difficile e violento. Poche aperture liriche, che io ricordi. Ad ogni modo per Puccini prima o poi dovrò fare la follia di prendere l'integrale.

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Ma quella registrazione, pur live, con DEl Monaco, la Steber e Mitropoulos ci fa sentie un Puccini che per mordente, vigore, espansione melodica è raro a sentirsi. Uno dei ruoli più adattio aDEl Monaco, forse, perché basato quasiintegralmente sul canto declamato....

Quello fiorentino del '54 è uno dei live d'opera "storici" dove si percepiscono il brivido, l'intensità espressiva che solo la scena, la presenza del pubblico possono suscitare.

Mitropoulos è immenso e la Steber e Del Monaco sono calati interamente nei ruoli ed esibiscono un controllo vocale superbo.

Del Monaco in particolare è tutt'uno col personaggio e questa ripresa dal vivo dimostra, a mio avviso, che quella di Johnson è in assoluto la sua interpretazione più riuscita, anche più di Otello, del tutto congeniale ai suoi mezzi e al suo temperamento.

Il lungo duetto che segue, intenso e struggente, si avvale di un direttore geniale e di due cantanti all'apice della forma che, nel finale ( qui omesso), sostengono all'unisono la poderosa tessitura.

Del Monaco è splendido per la vocalità nitida e animosa di frasi come "Amai la vita e l'amo, e ancor bella m'appar!" (3:27), controlla da par suo la lunga, difficile frase ascendente "Quello che tacete me l'ha detto il cor..." e seg (5:47), gravante tutta sul passaggio per sfociare in un Si bemolle arduo assai, e infine sa essere tenero e commosso a 13;05 ( "No Minnie non piangete, voi non vi conoscete...."):


/>http://www.youtube.com/watch?v=GXDPghuOO50

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