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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Wittel, Pinkerton quanto sto imparando leggendo i vostri "post", Grazie,

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Il peggior Sinopoli. Direzione eccentrica, sconnessa, a tratti idiosincratica (come se il direttore provasse un certo fastidio nell'eseguire quest'opera). E il cast, in parte allo sbando, fa il resto. Pensare che quelli di Gramophone l'avevano inserita nella serie delle incisioni pluripremiate. Forse senza sentirla.

4185ZS18WWL._SL500_AA300_.jpg

Per me, il giovane James Levine - alla testa di quel gioiello che è la LSO - ancor più di Schippers, seppe dare una eccellente prova d'orchestra, verdiana doc.

[media]http://www.youtube.com/watch?v=H8-6R5R1p80

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Wittel, Pinkerton quanto sto imparando leggendo i vostri "post", Grazie,

Speriamo, caro Giorgione, che tu stia imparando delle cose giuste, altrimenti sarebbe un bel guaio.....

Scherzi a parte sono io che ringrazio te per le tue belle parole che per me sono una grande soddisfazione e credo che lo stesso valga anche per l'amico Wittel.

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Inqualificabile il Padre Guardiano di Paata Burchuladze, una sorta di monolito squadrato, del tutto immutabile, un muggito dalla prima nota all'ultima, noioso, inascoltabile per l'emissione urlata e scomposta.

Burchuladze, la cui insipienza tecnica vanifica certi avvertibili tentativi di interpretazione, è un esempio di come ci si sia ridotti in fatto di cantanti e di come lo "star system" possa spudoratamente imporre cantanti scadenti sia nei grandi teatri che nelle sale di registrazione di titolate case discografiche.

L'emissione dura, impastata, stomacale, che rende incomprensibile la dizione, l'appoggio diaframmatico discontinuo e il timbro ruvido, fibroso, quasi sempre di infimo colore, rendono inaccettabile il novanta per cento delle esecuzioni di questo basso, che negli anni anteguerra sarebbe stato contestato in qualunque teatro di provincia.

Ricordo ( devo averlo già detto anni fa in qualche topic) che mia mamma mi raccontò di aver ascoltato, alla fine degli anni '30, al teatro Sociale di Soresina (Cr) una Forza del destino con Tancredi Pasero nella parte del Padre Guardiano.

Allora si andava a Soresina a sentire Pasero, oggi si va alla Scala a sentire Burchuladze.

Nella registrazione che segue fa colpo la discrepanza tra il canto sgradevole del basso e la e la nitida eloquenza dell'orchestra diretta da Solti.


/>http://www.youtube.com/watch?v=fX2obVd0Fi0

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Teatri a Soresina, a Carpi, a Lugo, a Rovigo: i teatri della bassa padana, i posti dove si fecero le ossa la Tebaldi (che peraltro passò quasi subito nelle piazze maggiori) e innumerevoli altri. Il debutto della Tebaldi avvenne in un Mefistofele decentrato, anche lì con Pasero! Prima della diffusione del cinema, quello lirico era spettacolo popolare, che si trovava ovunque.

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Questa è l'Aida contenuta nella Verdi Edition, Decca, ormai ristampata anche da altri per diritti scaduti.
Esecuzione mitica, con qualche problema interpretativo ma pure vocale.

Niente che riguardi l'ottimo Karajan, all'epoca vincolato dalla Decca in quanto utilizzatore dei Wiener Philarmoniker, che avevano il contratto con quella casa.
La visione che il vate di Salisburgo ha qui dell'Aida è diversa dall'estenuato, decadente lirismo della EMI di vent'anni dopo. Qui abbiamo un quadro orchestrale sfarzoso, esotico, non meno affascinante, voglioso di squadernare al meglio tutte le trovate strumentali di Verdi. Stupenda l'introduzione e l'inquadratura dell'entrata del Re, con ottoni squillanti e imperiosi. Splendida la scena del tempio. Bellissimo il trionfo. Magnifica l'atmosfera insinuante del duetto Amonasro-Aida. Tutte cose quasi ignote ai direttori solfeggioni dell'epoca.

Il cast è purtroppo appesantito dalla Tebaldi. Non ho mai amato troppo l'Aida della Tebaldi francamente. Qui meno che mai: troppo scandita e immutabile, troppo poco innamorata. Uniamoci gli acuti spesso molto infelici ("Cieli azzurri", mio Dio), in cui la lieve durezza stridula si è molto amplificata. La voce per il resto è quasi del tutto intatta, ma sarebbe dura trovare commozione, sensualità, trasporto amoroso.

Tutte cose che Carlo Bergonzi possiede in sommo grado. Manca lo squillo di un Corelli, ma per il resto abbiamo un Radames antologico per pulizia, dignità, splendido idealismo dell'accento, perizia vocale. E' un Bergonzi che stranamente scantona dal pianissimo del si bemolle di Celeste Aida, ma nel corso dell'opera ne fa ben altri, rivelandosi toccante.

Cornell MacNeil canta bene come Bergonzi, se non di più: linea ricca, fluente, morbida, con acuti facili che non denotano alcuno "stacco" dalla linea vocale. Non sarà un interprete analitico o brechtiano, ma Amonasro è un personaggio piuttosto monolitico, e cantarlo così lo rende più civile del solito. Senza contare che sfumature e chiaroscuri non mancano del tutto. E' un Amonasro all'antica, non veristizzato.

Canta molto bene anche Giulietta Simionato, ma nel suo caso l'inerzia interpretativa (davvero strana parlando di lei) è un bel problema. La sua Amneris ha ben pochi scatti felini, a conti fatti.

Mediocre il Ramfis di Arnold Van Mill, di grossa voce ma emissione desolatamente aperta e rigida.

Corena cantava spesso il Re: bella voce, ma emissione sgradevole, piena di note "a scivolo". Scarsa l'autorità del fraseggio, anzi abbastanza plebeo.

Invece PIero de Palma, come Messaggero, dà una vera lezione di canto e soprattutto accento davvero verdiano.

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Il cast è purtroppo appesantito dalla Tebaldi. Non ho mai amato troppo l'Aida della Tebaldi francamente. Qui meno che mai: troppo scandita e immutabile, troppo poco innamorata. Uniamoci gli acuti spesso molto infelici ("Cieli azzurri", mio Dio), in cui la lieve durezza stridula si è molto amplificata. La voce per il resto è quasi del tutto intatta, ma sarebbe dura trovare commozione, sensualità, trasporto amoroso.

A conti fatti comunque questa edizione di Aida, per i pregi complessivi che assomma ( su tutti la splendida direzione di Karajan, così ben descritta da Wittel), è forse la migliore mai registrata.

Sulla Tebaldi sono d'accordo con Wittelsbach, ma fino a un certo punto.

La sua non sarà un'Aida passionale ma non è neppure inerte. Il colore poi è stupendo e la dizione chiarissima ( forse la più limpida della storia del disco). Il fraseggio, è vero, è un tantino scolastico, ma anche fiero e nobile, come si addice alla figlia di un re.

Nel '59, come Wittel sottolinea, qualche acuto cominciava a indurirsi ma dieci anni prima la Tebaldi era un'Aida di prima grandezza come dimostra questa registrazione del '49( si noti solo, a 3:51, la perfetta tenuta e la perlacea purezza dell'attacco in mezzavoce di "Numi pietà del mio soffrir!"):


/>http://www.youtube.com/watch?v=5b_QTSpXV-M

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Io ho in mente la vecchia Decca del 1952, molto soddisfacente sul lato Tebaldi.

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Io ho in mente la vecchia Decca del 1952, molto soddisfacente sul lato Tebaldi.

Quella registrazione pativa della direzione convenzionale e, a tratti, bandistica, di Alberto Erede ma vantava un cast di voci rigogliosissime ( Tebaldi, Stignani, Del Monaco, Protti,).

Qui, nel "duetto della seduzione" del 3° Atto, Del Monaco, pur vocalmente dilagante, è un po' troppo squadrato e marziale (però, a 4:55, il Sib 3 di " il ciel dei nostri amori" è di solare bellezza) ma la Tebaldi, che unisce timbri eterei da lirico purissimo a vigorose espansioni da soprano drammatico è semplicemente superlativa ( ancora, a 3:30, l'inconfondibile, lunare mezzavoce di " Là tra foreste vergini"):


/>http://www.youtube.com/watch?v=6yH_WDq3jo8

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A me spiace perchè Karajan è sicuramente meglio di Erede e Bergonzi è meno monolitico di Del Monaco (il cui canto nel 1952 è comunque un portento per salute vocale) ma io come Aida Tebaldiana discografica quoto quella con Del Monaco perchè la voce lì era più intatta. Sono anche d' accordo con Pinkerton perchè finchè l' ha potuta fare l' ho sempre trovata una ottima Aida e come volume e caratteristiche vocali anche più adatta al personaggio che la Callas, nonostante il più volte citato famoso live del 1951 Callas-Del Monaco

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Personalmente (nonostante tale dovizia di voci!), sono del parere che l'incisione di Karajan del 1979 vanta una naturalezza decisamente maggiore sia dal punto di vista della ripresa sonora, sia per quanto riguarda il trattamento delle voci (anch'esse riprese in modo più naturale e più, come dire, "spiccato" rispetto all'incisione del 1959). La direzione è di una raffinatezza, di una profondità e di una duttilità che lascia stupefatti: puro oro lucente, un vero re Mida (con tutte le riserve che si possono avere sul cast vocale). Solti (altra celebre edizione Decca) al confronto è molto più "bombastico", monumentale e possente nelle sonorità. E' una Aida rovente la sua, afosissima, tropicale, un pò "da cartolina" se si vuole, ma che può bearsi di una Price fenomenale, forse la "vera" Aida della storia del disco (anche le altre voci non scherzano, però).

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Personalmente (nonostante tale dovizia di voci!), sono del parere che l'incisione di Karajan del 1979 vanta una naturalezza decisamente maggiore sia dal punto di vista della ripresa sonora, sia per quanto riguarda il trattamento delle voci (anch'esse riprese in modo più naturale e più, come dire, "spiccato" rispetto all'incisione del 1959). La direzione è di una raffinatezza, di una profondità e di una duttilità che lascia stupefatti: puro oro lucente, un vero re Mida (con tutte le riserve che si possono avere sul cast vocale). Solti (altra celebre edizione Decca) al confronto è molto più "bombastico", monumentale e possente nelle sonorità. E' una Aida rovente la sua, afosissima, tropicale, un pò "da cartolina" se si vuole, ma che può bearsi di una Price fenomenale, forse la "vera" Aida della storia del disco (anche le altre voci non scherzano, però).

Ives, ma lo chiedo un po' a tutti, e dell'Aida di Harnoncourt sapete qualcosa?

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Ives, ma lo chiedo un po' a tutti, e dell'Aida di Harnoncourt sapete qualcosa?

No, mai sentita.

Ho letto, però, varie recensioni (Classic Today, Amadeus, Classic Voice) che la dipingevano alla stregua di un autentico delirio, tra cast squinternato, scelte agogiche e dinamiche a dir poco soporifere, fraseggio sciatto, orchestra irriconoscibile (i Wiener)...

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Viceversa Elvio Giudici scrive una recensione di 0tto colonne, una roba lunghissima e mai vista, per dire che è bellissima e chi la critica non capisce niente.

Urge ascolto.

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Io trovo sempre superlativa l'Amneris della Simionato:

[media]http://www.youtube.com/watch?v=Ekicq-OC6N0

Che ne dici, Pink?

Ti rispondo Zeit.

Giulietta Simionato delinea un'Amneris sobria e castigata, lontana dalle tentazioni della platealità. Come rimarca Wittel canta in modo egregio esibendo dizione chiara, morbidezza e uguaglianza, con un'ottava superiore tonda e lucente e un registro grave di tutto rispetto. Wittel però parla anche di inerzia interpretativa ma io sono più d'accordo con te.

La sua Amneris è nobile e composta, lucida e razionale ( nota, a 1:24, l'accento riflessivo e determinato del soliloquio "Vorrei salvarlo. E come? Si tenti!" e l'autorevolezza del successivo ordine "Guardie! Radames qui venga!"). Straordinaria poi, a 4:27, è l'incisività e la grandiosa. regale eloquenza della lunga frase " E Patria e trono e trono e vita, tutto, tutto darei per te!" dove la Simionato domina con sicurezza le note gravi. La sua figurazione di Amnmeris rivela la cantante di alta scuola che, per caratterizzare il personaggio, si affida prima di tutto alla solidità e all'ortodossia della fonazione e non, come accade troppo spesso oggigiorno, alla fantasiosità quando non agli espedienti, più o meno accettabili ,dell'accentazione.

Non si abbandona a disinibite inflessioni veriste ( solo un grave leggermente aperto a 4;17 su "...di morte io già provai") ma è tutt'altro che insensibile e sa essere appassionata e toccante, come, appena dopo, a 4:18 quanto accenta con sofferta sobrietà " T'amai, soffersi tanto, vegliai le notti in pianto", o a 4:38, nell'espansione "..."e nunzio di perdono..." che, oltre ad essere cantata benissimo, è carica di speranza e di abbandono.

Bravo Zeit!

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In Decca ci hanno regalato anche questo Don Carlos cantato in francese.
Edizione che fece epoca, appunto per la lingua utilizzata, anche se l'edizione prescelta da Abbado non è la prima parigina, ma l'ultima modenese, sia pure in francese.
Il quarto cd contiene una serie di brani che facevano parte della prima, o vennero scartati.

Che dire? Non dico che sia una delusione, ma per un'operazione simile sarebbe stato auspicabile un cast più "definitivo", anziché uno che tira a campare.

Per esempio, Domingo. Don Carlos è sempre stata una parte per lui, adatta alle sue caratteristiche vocali e di musicalità.
Qui purtroppo è colto nel momento peggiore, ed è affaticato e in affanno quasi ovunque.
La registrazione fu completata in periodi differenti (nell'intervallo dei quali tra l'altro il coro era passato da Gandolfi a Bertola), e le differenze di forma di Domingo tra una scena e l'altra sono abbastanza sensibili. Il primo atto, ad esempio, è oltremodo legnoso e sgradevole. Il secondo inizia meglio.
Il fraseggio è curato e intelligente, ma spesso le difficoltà vocali catturano tutte le risorse dell'esecutore. In sintesi, un Carlos incompleto, a volte fastidioso e a volte accettabile.

Solo fastidiosa, invece, Katia Ricciarelli, che vocalmente è messa assai peggio (le due arie, tra le più sgradevoli di sempre, quasi fanno rivalutare la Tebaldi) e interpretativamente è parecchio monocorde, sfoderando quel tono piagnucoloso che la Ricciarelli ormai impiegava, sempre uguale, in qualunque personaggio.

Leo Nucci è vocalmente assai migliore: linea vocale timbrata, sicura, a suo agio in tutti i passaggi. Qualche sfumatura di fraseggio è interessante, ma l'interprete è tarpato dalla cattivissima padronanza del francese, a tratti troppo italianizzato e maccheronico.

Eccellente invece il francese di Ruggero Raimondi, che oltretutto ha intenzioni interpretative abbastanza probanti. Il problema è che all'epoca la sua emissione si era indurita alquanto, e se gli acuti sono squillantissimi e nitidi, i centri sono troppo stimbrati, fissi, sfiatati per rappresentare adeguatamente il personaggio. I momenti migliori sono quelli più introversi, come il monologo. Modesto invece il duetto con l'Inquisitore, anche perché Nicolai Ghiaurov, checché ne dicano alcuni critici, mi sembra deludentissimo: stimbrato, cavernoso, discreto ai centri ma con acuti prossimi all'urlo, malgrado una certa autorevolezza di fraseggio.

Lucia Valentini Terrani è tremendamente discontinua: eccellente nella canzone del velo, un disastro nella grande aria, tramutata in una cascata di urla. Un suo grande ammiratore come me è sinceramente imbarazzato nell'udire certi suoni.

Deplorevole il Frate di Nikita Storojev, sorta di caricatura di Boris Godunov, con scialo di orrendi suonacci stomacali, gutturali, cavernosi, stonati, intubati.

Buoni i comprimari, in cui si distingue, nei brani d'appendice, Alessandro Corbelli come solista nel coro dei boscaioli.

Appunto, il coro. E l'orchestra. Se non fosse per Abbado, sarebbe un Don Carlos da ignorare. Il grande milanese ama moltissimo l'opera, e la veste con sonorità grandiose, ma cupe, oppressive, come a stagliare la grande macchina del potere che scaccia l'amore. E' una direzione formidabile, vitale, teatrale, meravigliosamente evocativa. Una pittura stupenda. Peccato per il cast.

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Leo Nucci è vocalmente assai migliore: linea vocale timbrata, sicura, a suo agio in tutti i passaggi. Qualche sfumatura di fraseggio è interessante, ma l'interprete è tarpato dalla cattivissima padronanza del francese, a tratti troppo italianizzato e maccheronico.

Io, Wittel, ho sempre avuto qualche riserva su Nucci, specialmente su Nucci che canta il drammatico e in particolare Verdi.

Questo baritono ha il bagaglio vocale e il carattere del baritono brillante e poi, nelle intensità piene, ha un chè di ingorgato nell'emissione che comporta un lieve ma percepibile senso di sforzo.

In questo Don Carlos DECCA-abbadiano tuttavia, in questo disinvolto collage di registrazioni "a puntate" appiccicate come se nessuno se ne accorgesse, Leo Nucci ha un momento memorabile: i due attacchi in mezzavoce (specie quello della ripresa) del cantabile in ottenarii " Ah je meurs, l'ame joyeuse" ( "Io morrò , ma lieto in cor")

La quartina in francese, letterariamente, è splendida e pregnante, assai migliore della faticosa e convoluta versione in italiano ( l'amico Ives, tempo fa, aveva sottolineato la netta superiorità del testo francese):

"...........................

Ah je meurs, l'ame joyeuse

car tu vis sauvé par moi.

Ah! je vois l'Espagne heureuse!

Adieu! Carlos, ah! souviens-toi!

..................................."

Ebbene, Leo Nucci, dopo un recitativo raccolto, quasi sussurrato, attacca, a 1:19, con una mezzavoce dolente e melodiosa, modulata e legatissima, perfettamente sostenuta e fa ancor

meglio nella ripresa a 2:33, che è variata allargando un poco il tempo e accentuando le notazioni sopradescritte.

Qui Nucci, malgrado l'incerta pronuncia del francese, è un grande baritono e questo passaggio, Wittel concorderai, è da antologia:


/>http://www.youtube.com/watch?v=KMUI3wCa8eY

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Infatti sono d'accordo. Tutte le ultime scene in cui appare Rodrigue sono eccellenti. Ho notato anch'io la mezzavoce.

"Carlo ascolta" è un gran bel momento.

Non vorrei che quel che ho scritto su Nucci passasse per una stroncatura.

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L'Otello della Verdi Edition è questo.
Si tratta di una famosa edizione, all'epoca celebre come la "concorrente" di Toscanini.
Risentita oggi, è un'edizione sicuramente rispettabile malgrado i difetti.

Intanto, è forse una delle direzioni migliori o meno peggiori di Alberto Erede.
Non cerchiamo un Toscanini o un Levine, che stanno sull'altra faccia della luna. Teniamoci una direzione onesta, che rispetto alla media direttoriale di Erede ci regala qualche incisività in più. L'uragano iniziale, ad esempio, non mi sembra sprovvisto d'efficacia e di grinta. Certo, aiuta la qualità dell'incisione, spettacolare per l'epoca (1954), uno dei primi stereo della Decca, tuttora godibile e quasi perfetto. E poi, l'orchestra di Santa Cecilia suona bene, e il coro canta anche meglio. Qualche momento di pesantezza (l'entrata di Lodovico) o di trasandatezzaa (l'interludio che nell'ultimo atto anticipa il rientro in scena di Otello, con archi gravi lasciati molto a se stessi, quasi stonati) non manca, ma complessivamente stiamo su un livello di decenza, malgrado l'assenza di visioni interpretative di peso.

Inevitabile parlare di Del Monaco, nel pieno della forma e alle prese col suo personaggio preferito. Vocalmente, siamo di fronte a un Otello capace di elettrizzare, specie nei momenti più declamati, dove Del Monaco non ha ancora abbandonato il legato e fraseggia con molta autorità e con suono abbagliante e bronzeo, tipo la sua entrata. Qualche problema appare dopo. Non mi riferisco ai duetti con Desdemona, in cui anzi si sentono addirittura sfumature persuasive, seppur sporadiche. Alludo alle scene di conversazione con Jago e personaggi vari, spesso inutilmente altisonanti. I momenti peggiori sono quelli in cui questo Otello scade nel parlato: quasi quasi vien da dar retta a Jago, che non si dà pace del fatto che un uomo capace di momenti così folli, di veri e propri raptus, sia diventato governatore di Cipro. Il monologo del terzo atto sostituisce il canto con una specie di sprechgesang da filodrammatici, anche se poi si riscatta con un bel PIANO ad "acqueta". Insomma, un Otello luci e ombre, anche se francamente mi emoziona spesso.

La Tebaldi lascia ammirati per come risolve il duetto del terzo atto, con una facilità e una spontaneità di canto che riascolteremo solo nella Freni. E una Desdemona che si rispetti deve dominare, come egregiamente fa la Tebaldi, ogni passo della sua scabrosa parte. E' vero, certi fraseggi sono imbambolati e inerti. Ma il duetto del primo atto ha momenti estatici davvero toccanti. Il concertato è dominato benissimo. L'ultimo atto è chiaramente il migliore, con la bella canzone del salice e soprattutto un'Ave Maria forse insorpassata, capolavoro di suoni morbidi e flautati.

Aldo Protti, pressoché demolito dalla critica, fa uno Iago civile e composto. Non ci sono le sfumature di Valdengo o Taddei, ma sarebbe malafede non rilevare particolari di fraseggio spesso molto riusciti ed efficaci. La voce è bella, morbida, sostenuta con perizia. Il Credo è sicuramente il pezzo migliore, ma anche "Temete signor la gelosia" secondo me è molto bello e insinuante, affidato a sonorità leggere com'è. Il canto di conversazione vede pochi contorcimenti analitici, e ci presenta piuttosto un cattivo di rara lucidità, un abilissimo "recitatore" come dev'essere per i suoi inganni. Il racconto del sogno magari ha qualche stimbratura, ma è complessivamente imperniato su una mezzavoce molto convincente. Uno Iago da rivalutare, secondo me.

In questa edizione, i comprimari sono tutti italiani. La bravura dell'eccezionale Piero De Palma come Cassio e di Angelo Mercuriali come Roderigo garantisce dialoghi in cui si capiscono tutte le parole, senza contare come questi due tenorini trovino sempre il fraseggio giusto e appropriato alle singole situazioni. Luisa Ribacchi è pure un'Emilia del tutto a posto, e Pierluigi Latinucci è un Montano dalla bellissima dizione "toscana". Riserve per Fernando Corena, il cui Lodovico è abbastanza pesante e fibroso.

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E così la Verdi Edition è finita. Siamo arrivati al termine, col Falstaff.
E' interessante l'inclusione di questa edizione, che malgrado un gravissimo difetto merita l'ascolto.

Solti impronta una narrazione colorata, travolgente, molto moderna. Lo stacco ritmico è notevole, forse paragonabile a quello di Toscanini. Però il suono del maestro Toscanini era nitido e brillante, mentre quello di Solti è più pittorico e dilagante. Con Solti, trovano gran bel risalto i momenti più rilassati: l'idillio di Fenton e Nannetta, per esempio, ha un risalto del tutto inedito.
L'orchestra RCA (ricordiamo che all'epoca, su Solti, c'era una situazione per cui incideva pure per RCA, vedi Rigoletto), che sarebbe quella di Santa Cecilia, è al meglio del suo bel suono.

Del cast fa purtroppo parte il difetto grave. Anzi, gravissimo: Geraint Evans, elevato a protagonista dell'opera. Lì purtroppo ha gravi colpe il gusto inglese, cui una casa inglese come la Decca non poteva sottrarsi. Evans aveva riscosso parecchio successo a Glyndebourne come Falstaff, ahinoi: quindi i direttori artistici Decca decisero di scritturarlo per quest'incisione. Un vero peccato. Falstaff è un personaggio difficilissimo: senza la bravura di Valdengo o Taddei (quello dell'incisione RAI), rischia di sembrare un personaggio antipatico, anzi insopportabile per come se la tira. Evans ahinoi enfatizza parecchio questa sgradevolezza, regalandoci un Falstaff nasalizzato, ghignato, a volte addirittura ringhiato, ben poco divertente. La voce non è granché, ma nel 1963 reggeva ancora, come dimostrano i passaggi in cui "canta" e basta, senza ricorrere a inflessioni estranee. Il problema è che le inflessioni estranee ci sono quasi ovunque, e dipingono un Falstaff serioso, cattivo, scostante addirittura, e questo non per scelta interpretativa ma perché Evans ritiene di essere divertente. Non so tratteggiare una casistica, riguarda tutta l'opera. Ma fin dalla primissima frase, abbiamo un tronfio e urlato declamato, che poi degenera in urletti, versacci, schioccamenti. "Io sono di sir John Falstaff" vede una resa davvero perfida del falsetto prescritto da Verdi in partitura. "Che ciancia, che baia" è un grido da rizzare i capelli, al pari di "Ladri!", per cui Evans escogita una strana voce da orco delle fiabe. Poi finalmente Falstaff se ne va, però purtroppo torna in scena con un orripilante "L'uomo ritorna al vizio, la gatta al lardo". Immaginatevi cosa diventa il monologo del terzo atto: cito solo l'inflessione da babbeo escogitata per "M'han tuffato nell'acqua". Grottesco, squallido. Uniamoci la pronuncia italiana, discreta ma non scevra di errori, e avremo uno dei peggiori Falstaff mai ascoltati, parente stretto dell'abominevole Beckmesser dei Maestri Cantori di Karajan.

Ma quest'edizione vale per tutto il resto. Il cast di contorno probabilmente è il migliore di sempre.

Ilva Ligabue, alle prese col suo personaggio d'elezione, è un'Alice splendida. Splendido è il canto, puro, pulito, di bellissimo timbro. Magnifico è anche il fraseggio arguto, sbarazzino ma perfettamente a punto, dove non manca una rassicurante femminilità molto avvolgente. Alice è il personaggio che tiene le redini della burla, ed è bene caratterizzarla così, senza esagerazioni ma con molta intelligenza.

Mister Ford è sicuramente una delle migliori interpretazioni discografiche di Robert Merrill. Il cantante colpisce: è in eccellente forma, non si è ancora appesantito e lega i suoni splendidamente, salendo a un registro acuto oltremodo timbrato e squillante. La pronuncia italiana è meglio curata che in altre esibizioni. L'interprete poi è davvero immedesimato. Un personaggio come Ford, di buonsenso ma non proprio un'aquila, si adattava molto ai modi interpretativi di Merrill. Il duetto con Falstaff è bellissimo, anche se emerge ahinoi lo scarto di livello tra Merrill ed Evans, sia vocalmente che espressivamente. L'aria delle corna è cantata con timbro oltremodo incisivo e piglio quasi tragico (appunto, quasi: è lì il segreto), e tutto il resto è davvero bello.

Giulietta Simionato è una Quickly i cui "Reverenza!" suonano un tantino senili, ma per il resto canta bene e interpreta con indubbio spirito, evitando istrionismi e platealità.

Stupenda la coppia Nannetta-Fenton, anzi a parer mio ineguagliata. Mirella Freni è di una freschezza che lascia stupefatti, senza l'ombra di cincischiamenti né di leziosità: dipinge, cantando in maniera eccezionale, un ritratto davvero affascinante di fanciulla alle prese col suo vero amore. Il quale è Alfredo Kraus, al suo massimo: un Fenton cantato sovranamente bene (sentire "Ciglia assassine" e "Dal labbro il canto"), e per giunta reso con una varietà d'accenti che il grande spagnolo non sempre profondeva. Dunque, un Fenton che sa essere appassionato, ma anche sorridente, ammiccante, malizioso. Un grandissimo Fenton.

Rosalind Elias è una Meg di pronuncia non eccezionale, ma di fraseggio travolgente.
Il dottor Cajus è affidato a John Lanigan, uno dei più acuti e intelligenti tenori inglesi di carattere, che qui disegna un personaggio perfetto.
Perfetti al par di lui, anzi sembrando più civili e composti del Falstaff di Evans, sono il Bardolfo di Piero De Palma (che indulge a una vocetta nasale, ma senza scadere nel cattivo gusto) e il Pistola di Giovanni Foiani, la cui imponenza e nobiltà vocale dà a tutte le scene in cui compare tratti surreali, quasi da commedia dell'assurdo, molto più divertenti degli eccessi istrionici di Geraint Evans.

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Solti incise il Falstaff sia precedentemente che successivamente al 1963 (sua incisione più famosa). Nel 1950, in tedesco, con i complessi dell'opera di Colonia e Hans Reinmar come protagonista (documento edito dalla Walhall). Nel 1973 con i Wiener Philharmoniker, nell'edizione video DGG in forma cinematografica con Gabriel Bacquier nel ruolo principale (versione discreta, a mio parere). E poi nel 1993 con i Berliner Philharmoniker e Josè Van Dam nei panni del Sir (pesante).

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Il Falstaff Decca del 1963 porta il fardello pesante di un protagonista indecente. La concertazione di Solti è muscolosa e nettissima, a tratti molto moderna per l'epoca, ma non può certo paragonarsi alle letture di Bernstein, Karajan o di Toscanini (o Davis in tempi recentissimi). Il resto del cast è quanto di meglio si possa pretendere in quei ruoli.

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Un Falstaff in tedesco non me l'immagino proprio. Una traduzione ritmica di Rigoletto mi consta già di più, ma il Falstaff, con tutti quei fraseggi rapidi e la corrispondenza direi univoca tra note e sillabe, lo vedo molto ma molto arduo.

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Un celebre Falstaff di tutt'altro segno era quello di Mariano Stabile:

Stabile l'ho ascoltato nel Falstaff di De Sabata alla Scala. Un'edizione che preferisco anche a quella di Toscanini, non per Stabile, che considero non superiore a Valdengo, ma per la direzione d'orchestra più ariosa e viva di De Sabata. Purtroppo l'audio è quasi indecente, anche se non ai livelli del Tristano con Max Lorenz.

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