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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Paolo Coni, dal gran senso della parola, malgrado qualche acuto sbiancato è un eccellente Paolo.

Paolo Coni è stato una delle grandi occasioni mancate della lirica. Non che non abbia fatto una più che discreta carriera ma certe sue caratteristiche facevano presagire

ben altri risultati. Lo ascoltai alla Scala( debuttanti in un grande teatro la Fabbricini,lui e Alagna ) nella famosa Traviata di Muti e già allora colpiva la differenza fra un registro centrale morbido, caldo ed espressivo oltre che di bel colore e un settore acuto un po' stretto e meno modulabile.

Qui nei Puritani, a 0:42 del recitativo (" Elvira, Elvira mia sospiro soave") è un grande baritono per controllo, eloquenza e colore ma subito dopo, a 0:55, sul Fa acuto di " per sempre io ti perdei" emette un suono aperto e stretto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=I3BX6Wos_18

Qui, in Traviata, nell'Allegro moderato "Pura siccome un angelo" è splendido nel timbro e nell'accento, realizzando tutte le indicazioni di Verdi ( il "dolcissimo.Cantabile" dell'attacco, le indicazioni di "leggero" e di "diminuendo" fino allo "stentando" eseguito benissimo

in chiusura su "...no, no, non voglia il vostro cor, no, no"). Nondimeno, qualche istante prima, l'acuto di " A' prieghi miei resistere..." è un tantino duretto:


/>http://www.youtube.com/watch?v=B2GzwjoODYs

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Ero straconvinto che, in questo disco, Solti dirigesse l'orchestra del Covent Garden. Invece è la Scala...anzi, ecco il perchè della confusione, c'è il DVD Decca di Solti alla ROH, con la regia di Elijah Moshinsky:

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Il cast pare ancor meno invitante.

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Aroldo è derivato dalla musica di Stiffelio. Visto che l'idea di raffigurare un pastore protestante buono e buon cristiano, in Italia, era sovversiva, indecente, e in odor di eresia, per non parlare del fatto che lo stesso pastore protestante poi perdona pubblicamente la moglie adultera - un richiamo alla figura di Cristo, cosa impensabile, visto che è noto che i protestanti fanno solo cose sordide e seguono belzebù - Verdi, allergico ad ogni forma di censura, pensò bene di riciclare la musica. Prima creò Guglielmo Wellingrode, sostituendo il pastore con un funzionario di un paesino bavarese, e poi usò un libretto ancor più diverso, quello di Aroldo, appunto, che torna dalle crociate nel '200, scopre la moglie adultera, poi la perdona.

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Ero straconvinto che, in questo disco, Solti dirigesse l'orchestra del Covent Garden. Invece è la Scala...anzi, ecco il perchè della confusione, c'è il DVD Decca di Solti alla ROH, con la regia di Elijah Moshinsky:

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Il cast pare ancor meno invitante.

Aroldo è derivato dalla musica di Stiffelio. Visto che l'idea di raffigurare un pastore protestante buono e buon cristiano, in Italia, era sovversiva, indecente, e in odor di eresia, per non parlare del fatto che lo stesso pastore protestante poi perdona pubblicamente la moglie adultera - un richiamo alla figura di Cristo, cosa impensabile, visto che è noto che i protestanti fanno solo cose sordide e seguono belzebù - Verdi, allergico ad ogni forma di censura, pensò bene di riciclare la musica. Prima creò Guglielmo Wellingrode, sostituendo il pastore con un funzionario di un paesino bavarese, e poi usò un libretto ancor più diverso, quello di Aroldo, appunto, che torna dalle crociate nel '200, scopre la moglie adultera, poi la perdona.

So che sembra una battuta, ma sono serio: edizioni di riferimento di Stiffelio?

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Pagine addietro, Wittelsbach ha recensito questa edizione, credo l'unica di un certo rilievo:

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Io ho l'edizione in dvd della DGG, dal Met con Domingo, Chernov e la Sweet diretta da Levine. Mi sembra riuscita, nel complesso:

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Indubbiamente, la musica dell'Aroldo è più matura, come sostengono alcuni critici, ma quella dello Stiffelio è più immediata, più "fresca", più "convinta".

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Mi fa sempre piacere che le mie modeste recensioni vengano lette e commentate.

Mo' ne scrivo un'altra, l'essere stato via alcuni giorni mi ha fatto progredire con gli ascolti.

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Siamo di fronte a un'edizione che, con altro cast femminile, avrebbe potuto essere di assoluto riferimento per quest'opera, una delle più belle e teatrali di tutto Verdi.

Invece così non è stato, a causa delle donne, o almeno di due su tre.

Vogliamo iniziare parlando del direttore? Bruno Bartoletti l'ho sempre ritenuto anticipatore del miglior Abbado, e comunque dotato di istinto teatrale infallibile, oltre che di gran tecnica. Qui sforna una direzione ritmata e di colore orchestrale ricco, corposo, da epopea romantica. Gli accompagnamenti sono stimolanti e calibrati, mentre le pagine di sola orchestra hanno uno spessore sinfonico da ricordare. Insomma, una direzione pienamente modernissima di questo capolavoro.

Luciano Pavarotti è il protagonista ideale per quest'opera. Riccardo (per fortuna qui non si segue la moda intellettualoide, invalsa negli ultimi anni, di cambiare i nomi per ambientare l'opera in Svezia) ha da dimostrare irresistibile trasporto amoroso, ma anche ironia, leggerezza, umorismo. Tutte cose che Pavarotti aveva in tasca. E figuriamoci nel 1970. Ecco qui un canto squillante, timbratissimo, di colore stupendo, sintesi splendida della giovinezza. E' tutto bello, in questo Riccardo, ma forse più ancora dei momenti ironici è da sottolineare la commovente pateticità dell'aria dell'ultimo atto, tra l'altro conclusa da acuti al fulmicotone. Il Riccardo nato, secondo me ancor più di Bergonzi.

Da dimenticare, invece, l'Amelia senescente di una Renata Tebaldi ormai oltre la liquidazione. Il timbro si è talmente incrinato da essere diventato quasi irriconoscibile. Gli acuti, mai stati il suo forte, sono lame ondulate da mal di mare, francamente sgradevolissime. Quest'Amelia sembra una vecchia signora animata da passioncelle senili, né più né meno. Non doveva, la Tebaldi, lasciare un così misero ricordo della sua arte, accettando di partecipare a questa registrazione che la squalifica impietosamente.

Sherrill Milnes invece ci dà qui una delle sue prove discografiche migliori. Era ancora la prima stagione carrieristica di questo baritono, non ancora propenso a spingere e sbiancare i suoni di passaggio, come già si udrà nel successivo Rigoletto con Bonynge. Il risultato è una linea vocale più spontanea e naturale, di colore magnifico, ben sostenuta e innervata da un accento vivido e immaginoso. Un Renato d'eccezione.

Si torna nel girone infernale con Regina Resnik, un'Ulrica vociante, squinternata, con acuti tremuli e gravi uterini e aperti, respirazione asmatica, legato frammentario. Una calamità naturale.

Migliore Helen Donath, dall'emissione come sempre un poco schiacciata e sbiancata, ma capace di regalarci un Oscar più che buono, vivace e ben cantato.

Leonardo Monreale e Nicholas Christou sono del tutto perfetti come Samuel e Tom, sia nel canto che nell'accento. Silvano qui è addirittura José Van Dam, e ovviamente è sopra la media. Ma anche il Primo Giudice (Pier Francesco Poli) e il servitore d'Amelia sono di primaria qualità.

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Non conosco questo Ballo diretto da Bartoletti. Io ho quest'altro, sempre Decca:

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Beh, leggendo la recensione, forse avrebbero dovuto inserire questo di Solti, nella Verdi Edition.

Le parti femminili (specie la compianta M. Price, ma anche la Battle è nel suo territorio d'elezione) sono davvero ben cantate (se si esclude una Ludwig non proprio brillantissima, a mio parere). Pavarotti spadroneggia anche qui, in un ruolo che sembra scolpito ad hoc sulla sua voce.

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Un'Amelia molto ragguardevole per l'epoca fu Antonietta Stella, che nell'edizione complessivamente mediocre di Gavazzeni (Deutsche Grammophon) si rivela il miglior membro del cast. Il terzetto "Odi tu come fremono cupi" in particolare è eccellentissimo.

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Vent'anni dopo l'incisione DECCA recensita da Wittel ( sulla quale concordo in ogni punto), Pavarotti era ancora un Riccardo carismatico oltre che vocalmente validissimo.

Notare ad esempio l'espressività conferita a una semplice frase di conversazione come "Il cenno mio, di là, con essi attendi" (0:02) o lo squillante vigore di " Nol fia, nol vo'!" (1:51):


/>http://www.youtube.com/watch?v=viYMsM7edHc&feature=related

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Importante la presenza di questa Forza del Destino nella Verdi Edition. Alla Decca hanno pensato di includere sia la Forza nell'edizione definitiva (registrazione di Sinopoli, di cui vi parlerò) sia nella prima versione andata in scena a San Pietroburgo. Che è appunto quella eseguita da Gergiev e dai suoi complessi del teatro Kirov-Marinsky.

Diciamo subito che i mutamenti rispetto a quanto si ascolta sono cospicui. Molto più breve la sinfonia. Cambia un cantabile di Leonora al primo atto, un piccolo particolare dopo l'aria di Preziosilla, una gran parte della scena col Padre Guardiano. L'atto successivo vede un'inversione di scene, la non-presenza della Ronda (aggiunta a Milano), cambiamenti vari in brani già noti e la presenza di un'altra aria di Alvaro, con cabaletta. Nell'ultimo atto, cambia lievemente la scena dei mendicanti, mentre il resto è decisamente diverso.

E' vero, l'opera nella versione definitiva è migliore. Ma anche nella versione originale, facendo finta che quella successiva non esista, ci sono molti momenti-capolavoro.

Colpisce subito la direzione di Gergiev. All'inizio, si resta un po' sconcertati dagli squilli degli ottoni quasi ovattati, notturni, anziché baldanzosi come al solito. Sarà una cifra interpretativa che caratterizzerà gran parte di un'opera che, se ci si presta attenzione, è quasi tutta ambientata di sera o di notte. Sonorità misteriose, intriganti, molto romantiche, decisamente stilizzate. Ricorda vagamente la direzione di Gardelli, ma è attuata con molta maggior coerenza e consapevolezza di fondo.

Cast discontinuo purtroppo.

Gegam Grigorian, tenore armeno di consuetudine in Russia, è un eccellente Alvaro. Anzi, mi spingo oltre: il miglior Alvaro mai udito in disco dall'incisione di Bergonzi. Voi mi direte: e Domingo? Nossignori: Domingo aveva voce più bella, certo. Ma anche Grigorian ha bella voce, e in più ha tecnica migliore e molta maggior sensibilità d'interprete. La linea vocale è solida, ricca, dal bel legato, acuti squillanti (sentire la famosa espansione del primo atto, o il do acuto con cui si conclude la cabaletta del terzo, quella poi eliminata da Verdi), vere e frequenti mezzevoci. In più, si diceva, spiccato talento da teatrante nato. Tutta questa parte è illuminata da fraseggio oltremodo persuasivo. Stupenda tutta la scena della battaglia, col commovente recitativo con Carlo e il chirurgo, a cui segue uno stupendo duetto "Solenne in quest'ora", ove un armeno insegna ai vari Martinucci e Giacomini cos'è il vero accento verdiano da adottare in una linea vocale sfumata. Una grande performance.

Galina Gorchakova è più discontinua. Complessivamente lodevole, la sua Leonora ha alti e bassi. Magnifica nel primo atto, solo discreta nel secondo. Sul finale, è anche lì alterna. La voce, decisamente russa come emissione, a volte è capace di acuti squillantissimi, altre volte piuttosto striduli. Pure l'accento segue questa stranissima incostanza, che certo purtroppo non giova al quadro complessivo.

Ma il vero buco nero è Nicolai Putilin, arrivato a cantare non si sa come la parte di Carlo, e in pratica cancellandola dall'opera con la sua nullità espressiva ma soprattutto vocale. Non si può affrontare Carlo senza voce e senz'acuti: Putilin invece ci prova, purtroppo. L'emissione è dilettantesca, striminzita, senza fiato, senza legato. Il risultato sono suoni afoni, legnosi, mingherlini, molto sgradevoli. Gli acuti in pratica non ci sono, si sente che sono note estranee all'organizzazione tecnica disastrata di questo cantante. La sfida dell'ultimo atto è una specie di comica, sembra una parodia. Inascoltabile, orrendo.

Mikhail Kit, Padre Guardiano, malgrado l'emissione tragicamente da basso russo, è molto più gradevole, se non altro perché canta decorosamente, anche se un paragone con Siepi non sarebbe possibile nemmeno per scherzo. Ma, malgrado certa pesantezza vocale, il legato è volonteroso, e pure la tendenza a sfumare e smorzare. Pure l'accento si difende. In sintesi, abbiamo un Padre Guardiano discreto e convincente nel grande duetto, e stranamente più sgradevole nella scena con Melitone e i poveri, scena in cui non è obbligato ad ammorbidire il suono, e in cui lo tiene più forte, con risultati più sgradevoli.

Georgi Zastavni è un mediocre Melitone, dalla voce banale e non troppo ben sostenuta, ma soprattutto monocorde d'accento, tanto che l'episodico ricorso alla plateale buffoneria sembra quasi attuato a freddo, controvoglia, meccanicamente.

Spettacolare invece il canto della Preziosilla di Olga Borodina, degna di stare accanto alla Cossotto e alla Verrett per la bravura esecutiva trascendentale. L'accento, viceversa, non ha la verve e la simpatica follia della Simionato e della stessa Verrett, sicché questa Preziosilla risulta piuttosto imbambolata.

Buono il Marchese di Askar Abdrazakov (fratello del più noto Ildar), mentre molto scadente il Trabuco di Nicolai Gassiev.

Nota di merito per l'orchestra, e soprattutto per il coro.

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Gegam Grigorian, tenore armeno di consuetudine in Russia, è un eccellente Alvaro. Anzi, mi spingo oltre: il miglior Alvaro mai udito in disco dall'incisione di Bergonzi. Voi mi direte: e Domingo? Nossignori: Domingo aveva voce più bella, certo. Ma anche Grigorian ha bella voce, e in più ha tecnica migliore e molta maggior sensibilità d'interprete. La linea vocale è solida, ricca, dal bel legato, acuti squillanti (sentire la famosa espansione del primo atto, o il do acuto con cui si conclude la cabaletta del terzo, quella poi eliminata da Verdi), vere e frequenti mezzevoci. In più, si diceva, spiccato talento da teatrante nato. Tutta questa parte è illuminata da fraseggio oltremodo persuasivo. Stupenda tutta la scena della battaglia, col commovente recitativo con Carlo e il chirurgo, a cui segue uno stupendo duetto "Solenne in quest'ora", ove un armeno insegna ai vari Martinucci e Giacomini cos'è il vero accento verdiano da adottare in una linea vocale sfumata. Una grande performance.

Grigorian, Wittel, è certo il migliore del cast. Anche se non "eccellente" come tu dici, ha una tecnica solida e respira molto bene, non resta mai a corto di fiato.

La dizione è mediocre e tende un pochino ad "aprire" quando canta a piena voce. Però l'ottava superiore è, se non squillante, piena e sicura. A differenza di Domingo, che si spaccia come tale ma non lo è, Grigorian è un "lirico spinto" autentico con una mezzavoce piuttosto rudimentale ma che sa usare il "mezzoforte" con grande espressività.

Qui nel duetto col baritono dell'ultimo atto si nota, oltre alle caratteristiche suddette, l'abissale divario di consistenza vocale fra i due cantanti.


/>http://www.youtube.com/watch?v=OyESsqXiX3k

Riguardo alle capacità interpretative del tenore si noti a 2:24, il perfetto controllo dell'accento ("più non brama") dopo il La acuto di "...e s'ella m'ama" e, a 2:35, il tono amaro e sofferto di " ...qual nessun mi vide mai".

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E pensa che adesso sto sentendo quella di Sinopoli con Carreras. :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim:

Io l'ho definito "eccellente" perché ho voluto premiare un tenore dalla voce non personalissima, ma capace di usarla e anche di fraseggiare.

Ho voluto essere conciliante una volta tanto... ;)

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E pensa che adesso sto sentendo quella di Sinopoli con Carreras. :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim: :thumbsdown_anim:

Io l'ho definito "eccellente" perché ho voluto premiare un tenore dalla voce non personalissima, ma capace di usarla e anche di fraseggiare.

Ho voluto essere conciliante una volta tanto... ;)

Forse Sinopoli non era molto a suo agio con Verdi. Tempo fa ho ascoltato il Nabucco con Cappuccilli, e la parte musicale mi è sembrata tutto fuorché verdiana, nessuna potenza, nessuna durezza. Che senso ha interpretare Verdi in modo così languido? Vero che quando Nabucco impazzisce, cioè, quando c'è lo "scavo psicologico", Sinopoli tira fuori il meglio di sé. Però l'opera nel complesso mi è sembrata moscia.

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E pensa che adesso sto sentendo quella di Sinopoli con Carreras.

Aspetto la tua recensione.

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Intanto beccatevi questa.
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Si tratta di un'edizione di fondamentale importanza. Un vero e proprio tentativo di far le cose in grande col Don Carlo, chiamando un grande direttore e un grandissimo cast, almeno in parte.

A chi avesse in testa i Don Carlo diretti da Gabriele Santini, non dico che quello di Solti sembrerà un'opera diversa, ma poco ci manca.
Laddove il vecchio Gabriele procedeva a passo d'elefante, Solti staglia un dramma storico a forti tinte, sanguigno e vitale, con la vivacità di uno spettacolo di cappa e spada, ma anche coi necessari approfondimenti patetici, che la rendono qualcosa di ben più complesso.
Si può parlare delle grandi scene d'assieme, secondo me mai superate, neppure da Karajan. Ma pure i momenti di conflitto politico, i duetti di Filippo con Rodrigo e l'Inquisitore, hanno una specie di implacabilità terribile, calma ma di rara incisività.
La personalità di Solti poi riesce a conferire nerbo a un'orchestra, quella del Covent Garden, sempre stata buona ma quasi sempre un poco dimessa, quasi mai all'altezza delle altre grandi di Londra (relativamente, si capisce: da noi, quelli del Covent sarebbero da monumento). Invece qui la compagine è compatta, intensa, di suono superbo. Direzione capolavoro, dunque, da porsi accanto a Giulini, Abbado, Karajan.

Il cast poi è supremo, con un'eccezione.

Bergonzi ha in appalto una parte vocalmente pochissimo appariscente, e proprio per questo particolarmente impegnativa per l'interprete. Don Carlo richiede soprattutto musicalità impeccabile e capacità di legato e di fraseggio: tutte cose che Bergonzi possiede in sommo grado. La nobiltà intrinseca e dannatamente verdiana dell'accento di Bergonzi, a descrivere un personaggio utopista (o malato, a seconda di come la si pensi) trova straordinarie inflessioni deboli e crepuscolari. Un anti-eroe, insomma, ma dall'umanità così grande e aperta da conquistare subito l'ascoltatore.

Indegna partner è una Renata Tebaldi non ancor giunta al disastro della sua Amelia del 1970, ma purtroppo (e a soli 42 anni) già sulla buona strada. Le cose migliori di questa Tebaldi sono i passaggi da cantare piano, in zona media o medio-alta: qui emergono tuttora le glorie di un legato rimasto d'altissima scuola. Però c'è il resto. Gli acuti (peraltro non moltissimi) sono lame fisse, pungenti e ben poco tollerabili. I gravi sono piuttosto pompati e legnosi. L'interprete, ahinoi, come quasi sempre non esiste, pattina sul testo con un declamato piatto, monocorde, noioso, senza spessore.

Dietrich Fischer-Dieskau ci dona viceversa un Rodrigo di Posa di fisionomia completamente inedita. A fare i pignoli, si può notare qualche infortunio sul passaggio di registro, che ossida un poco gli acuti, lievemente carenti di squillo. Ma per il resto, la linea vocale, dal caratteristico timbro quasi tenorile, è morbida, accuratissima, pressoché perfetta. Il legato del cantabile "Carlo ch'è sol il nostro amore" mette a terra sia i suonacci di Tito Gobbi sia la voce doviziosa ma ahinoi sparata a mille decibel di Bastianini. Uniamoci poi un accento spettacolare negli accenti che conferisce: avremo un Posa di straordinaria statura intellettuale, ma di non meno rimarchevole altezza umana.

Ma quello che di questa edizione preferisco, è Filippo. Questo è il vero, grande Nicolai Ghiaurov, ancora non affaticato o svociato come risulterà non poche volte nei decenni successivi. Abbiamo una voce di basso che quando emette un suono sembra produrre quattro-cinque note diverse, tanto è ricca di armonici naturali. Il legato fluisce come una colata lavica. Gli acuti sono morbidi e imperiosi. I gravi pure. Il fraseggio ampio, autorevole, inesorabile è tutto da ascoltare. Un capolavoro totale, senza sbavature. Il migliore Filippo secondo me, anche più di Siepi.

Non tributo le stesse lodi a Martti Talvela, Inquisitore, all'epoca trentenne. Potentissimo, certo. A volte dà i brividi. Ma qui l'emissione tradisce spesso un'antipatica legnosità, stringendosi man mano che abborda gli acuti. In aggiunta, l'accento e il modellato della frase sono un poco artefatti. Poca cosa, ma secondo me il bistrattato Ivo Vinco, da Elvio Giudici tacciato di avere voce troppo piccola (sciocchezze: sarà stata piccola, ma il metodo di canto le dava uguaglianza e rotondità sia in basso che in alto), sarebbe stato scelta assai migliore.

Nessun problema con la Principessa di Eboli, cui Grace Bumbry dona eccezionale risalto, con acuti squillantissimi e una veemenza che ben le calza.

Parti minori di livello tutto sommato alto: eccellente il Frate di Tugomir Franc; buono il Tebaldo di Jeannette Sinclair; atroce il Conte di Lerma di Kenneth MacDonald.

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Vorrei soffermarmi un attimo sullo spinoso tema delle infinite versioni dell'opera: credo che il Don Carlo di Solti (ottimo, tra i migliori) sia l'edizione di Modena (in italiano e in 5 atti), mentre la versione italiana più conosciuta è quella di Milano, senza l'atto iniziale di Fontainebleau. L'edizione che vidi a Genova anni fa (diretta da Mark Elder con Furlanetto) fu in 4 atti, con la presenza di un concertato al termine del 3° atto (dopo la morte di Rodrigo), che credo derivi dalla versione in 5 atti. Insomma, fra edizioni vere e presunte, è un vero rompicapo....Il guaio è che un libretto italiano non è mai esistito e la traduzione dall'originale francese è veramente pessima. Per questo credo che il Don Carlos francese rimanga comunque la migliore delle versioni possibili.

curiosità: c'è una piccola parte pure per John Wakefield, in quel Don Carlo. Tenore inglese di casa al Covent Garden, che prese parte al Messiah di Colin Davis inciso per Philips.

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Con gran gioia di Pinkerton e Giordano, eccomi alle prese con la Forza del Destino di Sinopoli.
Una Forza paurosamente disuguale nella prestazione del cast, ma con qualcosa da dire pure sull'orchestra.
Sinopoli è concertatore scrupoloso e stimolante, ma qui secondo me non mostra affatto la genialità di cui è stato capace in Puccini. Nel Puccini di Sinopoli l'orchestra acquista un ruolo narrativo paragonabile a quello di un'opera di Strauss, e il direttore ne mette in luce la grandissima modernità e le folgoranti intuizioni armoniche. Sarebbe stato bello se l'avesse fatto anche in quest'opera di Verdi, una delle più interessanti per lo strumentale. Invece non l'ha fatto. Intendiamoci, il ritmo è spesso interessantissimo, ma manca la grande zampata del leone. Uniamoci poi la tendenza di Sinopoli a sparare dichiarazioni programmatiche e petizioni di principio, che spesso rimangono nella sua fantasia. Ad esempio, l'idea che in quest'opera il coro sia un elemento negativo, un popolino rozzo e ostile. Ma chi l'ha detto? "Pane pan per carità" e "Povere madri deserte nel pianto" sono folla cinica e insensibile? Bah. Fatto sta che Sinopoli rende del tutto inespressivo il grande finale del terzo atto. E la direzione è troppo spesso schizofrenica, oscilla tra corse a perdifiato e rallentamenti quasi grotteschi. Rivedibile. Schippers salvaci tu.

Il cast denota falle vistose. Clamorosa è la mancanza del protagonista. José Carreras è un Alvaro disastrato e cadente. Si dice che anni prima cantasse bene questa parte (si dice, non l'ho mai ascoltato), ma qui, nel 1985, è in fine vita. Già la prima frase fa pensare a un Di Stefano con la raucedine spinta, ingenerando una sensazione di fastidio che ai primi acuti si muta in orrore. L'emissione spalancata è del tutto stimbrata, a volte pure stonata, sempre maledettamente sforzata in alto. La grande scena e la sua aria sono scadenti, anche se tutti gli acuti sulla vocale "e" lo facilitano. La sfida con Carlo va veramente udita per capire l'autodemolizione vocale cui si è sottoposto questo soggetto, prestando particolare attenzione alla frase conclusiva ("L'oblio, la pace chiegga il guerrier"), una cosa che credevo perfino si vergognassero a documentare. L'interpretazione, se così si può definire, è tendenzialmente sbracata e verista, con qualche falsettino inutile in un paio di occasioni. Orrorifico.

Rosalind Plowright, Leonora, ha quantomeno un'idea della fonazione lirica professionale, e complessivamente svolge un compitino accettabile o quasi, malgrado la durezza di certi acuti. Ma sicuramente non è una Leonore nata, benché altri critici la antepongano alla Freni, usando la decisiva argomentazione: "Anni dopo canterà la Klitemnestra di Strauss" (e chi se ne frega). L'accento non è interessante, e l'abilità vocale non è tale da oscurare la modestia espressiva. Quasi sufficiente.

Renato Bruson, in una parte che non gli si addiceva del tutto, si butta e convince, disegnando un Carlo dal timbro un poco "triste", forse povero di rocciosità ma in compenso ricco di chiaroscurate notazioni. Il secondo atto lo vede spaesato, ma poi cresce parecchio.

Inqualificabile il Padre Guardiano di Paata Burchuladze, una sorta di monolito squadrato, del tutto immutabile, un muggito dalla prima nota all'ultima, noioso, inascoltabile per l'emissione urlata e scomposta.

Molto brava Agnes Baltsa, anzi forse è la sua miglior prestazione discografica. Non sarà la Verrett, ma la tenuta vocale è buona, e il fraseggio spiritoso quanto basta.

Juan Pons, baritono di bella voce ma discutibile emissione, emette suoni nasali e schiacciati sulla vocale "e" in zona medio-alta. Il fraseggio comunque è simpatico e interessante, e dunque abbiamo un Melitone più che persuasivo.

Molto scadente il Marchese di John Tomlinson, che si sforza di essere espressivo, ma trova scarso aiuto in una voce dall'emissione dura e bloccata.
Ancor peggio di lui è lo stomacale, quasi caricaturale Alcalde di Richard Van Allan; Petteri Salomaa, basso-baritono che più avanti migliorerà molto, è un modesto Chirurgo; decente la Curra della Rigby; veramente pessimo il Trabuco stimbrato e ridicolo di Mark Curtis.

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José Carreras è un Alvaro disastrato e cadente. Si dice che anni prima cantasse bene questa parte

Chi lo dice , Wittel, ha sempre, prima e dopo, capito poco di canto.

Diciamo che nelle recite scaligere di otto anni prima Carreras cantava meglio ( ma non ci voleva molto) rispetto all'incisione con Sinopoli.

Il tenore spagnolo non ha mai posseduto nè il peso vocale nè la tecnica idonea per cantare questo ruolo piuttosto gravoso.

Aveva una certa baldanzosità d'accento come appare dal secondo ( il meglio riuscito) dei tre duetti col baritono. La frase che chiude la scena manda in visibilio il pubblico della Scala che, come sempre in fatto di vocalità, si dimostra incline a prendere lucciole per lanterne.

La verità è che al di sotto del colore attraente, della foga esteriore e di qualche scansione imbroccata c'è un canto aperto, duro, a tratti sbraitato e dalle limitatissime alternative dinamiche:


/>http://www.youtube.com/watch?v=Xzy4pq74cO8&feature=related

Anche Mario del Monaco era stato accusato di cantare a squarciagola ma la tempra e la tecnica sono ben diverse e, rispetto a Carreras,

per dirla con Celletti, Del Monaco è un Alvaro da monumento in piazza:


/>http://www.youtube.com/watch?v=YZz1RTGZMf4

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La Leonora di Rosalind Plowrigth la ascoltai dal vivo proprio in quegli anni a Verona ( con Giacomini e Zancanaro)e confermo quanto dice Wittel: una Leonora de Vargas

appena accettabile.

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Guest zeitnote

Vorrei soffermarmi un attimo sullo spinoso tema delle infinite versioni dell'opera: credo che il Don Carlo di Solti (ottimo, tra i migliori) sia l'edizione di Modena (in italiano e in 5 atti), mentre la versione italiana più conosciuta è quella di Milano, senza l'atto iniziale di Fontainebleau. L'edizione che vidi a Genova anni fa (diretta da Mark Elder con Furlanetto) fu in 4 atti, con la presenza di un concertato al termine del 3° atto (dopo la morte di Rodrigo), che credo derivi dalla versione in 5 atti. Insomma, fra edizioni vere e presunte, è un vero rompicapo....Il guaio è che un libretto italiano non è mai esistito e la traduzione dall'originale francese è veramente pessima. Per questo credo che il Don Carlos francese rimanga comunque la migliore delle versioni possibili.

curiosità: c'è una piccola parte pure per John Wakefield, in quel Don Carlo. Tenore inglese di casa al Covent Garden, che prese parte al Messiah di Colin Davis inciso per Philips.

Quanto sono d'accordo!! A me piace (mi linceranno, lo so) perfino questo :

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Pappano qui si prende non poche libertà di cut'n'paste, ma alla fine il risultato è convincente, funziona!

PS: Wittels, gran recensione quella del Don Carlo, che condivido punto per punto.

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Chi lo dice , Wittel, ha sempre, prima e dopo, capito poco di canto.

Diciamo che nelle recite scaligere di otto anni prima Carreras cantava meglio ( ma non ci voleva molto) rispetto all'incisione con Sinopoli.

Il tenore spagnolo non ha mai posseduto nè il peso vocale nè la tecnica idonea per cantare questo ruolo piuttosto gravoso.

Aveva una certa baldanzosità d'accento come appare dal secondo ( il meglio riuscito) dei tre duetti col baritono. La frase che chiude la scena manda in visibilio il pubblico della Scala che, come sempre in fatto di vocalità, si dimostra incline a prendere lucciole per lanterne.

La verità è che al di sotto del colore attraente, della foga esteriore e di qualche scansione imbroccata c'è un canto aperto, duro, a tratti sbraitato e dalle limitatissime alternative dinamiche:


/>http://www.youtube.com/watch?v=Xzy4pq74cO8&feature=related

Orca miseria, ma è questo il famoso acuto di Carreras che Giudici giudica (scusate il bisticcio) sensazionale?

Chissà cosa mi credevo. Speravo di meglio.

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Anche Mario del Monaco era stato accusato di cantare a squarciagola ma la tempra e la tecnica sono ben diverse e, rispetto a Carreras,

per dirla con Celletti, Del Monaco è un Alvaro da monumento in piazza:


/>http://www.youtube.com/watch?v=YZz1RTGZMf4

In Mario del Monaco, malgrado i noti difetti di fonazione ( centri ipertrofici e mezzevoci faticose) e di fraseggio (enfasi declamatoria), una delle caratteristiche distintive che può spiegare la straordinaria presa che questo cantante ebbe sul pubblico, non stava tanto nei robusti e vibranti "atout" in zona acuta quanto nella capacità di condensare in una frase, in un passaggio, a volte in una sola parola, un'intensa carica patetica così da mettere a nudo i lati più riposti e intimi dei personaggi.

Così in questo duetto, a 0:43, è straordinario il potere di comunicazione emotiva della frase " Pace e oblio, indarno, indarno io chieggo al cielo, indarno, indarno" e noi, fin da subito, abbiamo d'innanzi lo status psicologico di Alvaro e il momento drammatico che sta vivendo.

Questo, Wittel, significa "cantare col cuore", nella capacità di trasmettere al pubblico, con folgorante immediatezza, un brivido, un sussulto emotivo. Nel coinvolgerlo, nel portarlo a immedesimarsi.

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