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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Mi mancava del tutto il recital di Siepi... Che morbidezza.

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Torniamo all'Ernani fiorentino di Mitropoulos. Un momento esaltante l'irruzione imperiosa di Anita Cerquetti nell''"Allegro" "Fiero sangue d'Aragona" (4:33), nel duetto con Carlo dove Bastianini compensa una linea scialba e monocorde con la bellezza del timbro e la nettezza di dizione :

 

https://www.youtube.com/watch?v=JFdEc2h3p9Q

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Posto che l' incidente d' auto del 1964 accentuò il già iniziato declino di del monaco, io però, da melomane dilettante, anche nei documenti sonori anni 70 non trovo comunque quei momenti imbarazzanti ahimè offerti da di stefano sin dalla fine degli anni 60. È chiaro che se voglio comprare un disco di del monaco me lo cerco degli anni 50, però non mi pare arrivò mai a perle nere clamorose

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2 ore fa, alfiocarrettiere dice:

Posto che l' incidente d' auto del 1964 accentuò il già iniziato declino di del monaco, io però, da melomane dilettante, anche nei documenti sonori anni 70 non trovo comunque quei momenti imbarazzanti ahimè offerti da di stefano sin dalla fine degli anni 60. È chiaro che se voglio comprare un disco di del monaco me lo cerco degli anni 50, però non mi pare arrivò mai a perle nere clamorose

Hai ragione Alfio, la tua osservazione è giusta.

Nondimeno ascolta l'invettiva " Oro, quant'oro" come la canta Del Monaco nel '56 e poi, solo cinque anni dopo, nel '61: l'imperiosa solidità vocale e l'inaudito brivido di frasi come "prezzo del sangue, del sangue mio" oppure "sono il bandito Ernani!", sono andate perdute. La voce si è schiarita ed è persino più limpida, ma il vigore del fraseggio è  scemato alquanto.

 

 

 

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2 ore fa, alfiocarrettiere dice:

Posto che l' incidente d' auto del 1964 accentuò il già iniziato declino di del monaco, io però, da melomane dilettante, anche nei documenti sonori anni 70 non trovo comunque quei momenti imbarazzanti ahimè offerti da di stefano sin dalla fine degli anni 60. È chiaro che se voglio comprare un disco di del monaco me lo cerco degli anni 50, però non mi pare arrivò mai a perle nere clamorose

Io ahimè sì: la Cavalleria Rusticana con Suliotis, Gobbi e Varviso è letteralmente imbarazzante, risale al 1969 e ritrae un Del Monaco che ha perso tutto.

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40 minuti fa, Wittelsbach dice:

Io ahimè sì: la Cavalleria Rusticana con Suliotis, Gobbi e Varviso è letteralmente imbarazzante, risale al 1969 e ritrae un Del Monaco che ha perso tutto.

L'addio alla madre, Wittel, di questo Turiddu è il momento peggiore.Del Monaco ha ancora slancio e pathos, ma la voce è come rinsecchita, a tratti ansimante, spasmodica.

 

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Il miglior Del Monaco che abbia mai sentito secondo me è questo addirittura del '46, peccato per quell'Oscar atroce e calante che gli sta accanto, tale Marisa Morel:

Su Spotify e youtube c'è la totalità di questa recita, che consente di sentire anche Carla Castellani e Piero Biasini, e una Simionato giovane. Il coro canta in francese...

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2 ore fa, Wittelsbach dice:

Il miglior Del Monaco che abbia mai sentito secondo me è questo addirittura del '46, peccato per quell'Oscar atroce e calante che gli sta accanto, tale Marisa Morel:

Su Spotify e youtube c'è la totalità di questa recita, che consente di sentire anche Carla Castellani e Piero Biasini, e una Simionato giovane. Il coro canta in francese...

Questo Riccardo ginevrino di un trentunenne Del Monaco, testimonia con ogni probabilità quello che erano effettivamente il peso specifico e le attitudini naturali della sua voce. Del Monaco nasce come tenore "lirico-eroico-verista", non come drammatico. Il Ballo, comunque, richiede  una duttilità di fraseggio che lui non aveva.

 

Il suo elemento naturale era questo: declamato ad alta tensione e dilaganti espansioni in acuto.

 

 

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21 ore fa, Wittelsbach dice:

Il miglior Del Monaco che abbia mai sentito secondo me è questo addirittura del '46, peccato per quell'Oscar atroce e calante che gli sta accanto, tale Marisa Morel:

Su Spotify e youtube c'è la totalità di questa recita, che consente di sentire anche Carla Castellani e Piero Biasini, e una Simionato giovane. Il coro canta in francese...

Dei titoli verdiani, Principe, Otello a parte ( su cui il grande tenore "forgio' " la voce e di cui poi fece sempre più una specie di feticcio, col risultato di limitare pesantemente il proprio repertorio),  più che in Ernani o nel Ballo, io vedo per Del Monaco una  riuscita convincente in certe recite di Forza del destino dei primi anni '50. Alvaro era più congeniale di Riccardo all'irruenza del temperamento e alla squillante, dilagante vocalità   di questo tenore.

 

 

 

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Avendo trovato pertinenti e condivisibili i commenti di Pinkerton sulla carriera e sullo stile vocale di Mario Del Monaco, torno a raccontare i miei ascolti di operette, svoltisi negli ultimi tempi. E' la volta di un titolo diversissimo dal precedente, Grafin Mariza, composta da Imre (Emmerich) Kalman e andata in scena a Vienna nel 1924: un bel po' di tempo dopo rispetto al Bettelstudent di Millocker, che resta di carattere assolutamente ottocentesco.

Butto lì la situazione, ben riassunta qui:

Cita

Durante la sua assenza, la contessa Maritza ha affidato beni e proprietà ad un fattore. Questi è in realtà il conte Tassilo, della nobile famiglia degli Endrody-Wittemburg, che cerca col nuovo incarico di ricostruire la dote di sua sorella Lisa, ora in collegio, ignara della rovina che si è abbattuta sulla sua famiglia.
Per festeggiare il ritorno di Maritza si organizza una grande festa alla quale partecipano tutti i suoi corteggiatori e cacciatori di dote.
Maritza afferma di essere fidanzata con un certo barone Zsupàn ma, proprio nel bel mezzo della festa, arriva il vero barone Zsupàn, allevatore di porcellini a Varasdin.
Le cose si complicano quando giungono, inaspettate, Lisa e la sua amica Ilka. Quest’ultima è una pupilla della principessa Elisabetta che, rilevati i debiti della famiglia di Tassilo, pretende che questi sposi Ilka.
Nel vortice delle coppie nasce invece un sentimento d’amore fra Maritza e Tassilo, da lei ritenuto sempre un semplice fattore. Maritza inoltre crede alla profezia della zingara Manja che le ha predetto un matrimonio con un uomo “di nobile casato”.
Dopo qualche settimana, la principessa Elisabetta è costretta a ritirare il suo ricatto. Ora nessun ostacolo si frapporrà tra Tassilo e Maritza. Tassilo svela la sua vera identità e dà anche il consenso al matrimonio fra Lisa e il barone Zsupàn.

Si capisce di che pasta è fatta la musica fin dalle prime note: le battute dell'Overture ci portano in un clima quasi da musica leggera, con l'uso delle percussioni e di stilemi accordali e orchestrali tipici dei complessi di danza. Questa connotazione stilistica andrà di pari passo alla pittura di momenti sentimentali eleganti anche se spesso alquanto esasperati, di solito caratterizzati da espedienti come la creazione di masse di suono languido con l'utilizzo del registro acutissimo dei violini. L'operetta dura poco meno di due ore.

L'edizione in questione fa parte del ben noto corpus Emi, e venne incisa a Monaco nel 1971, con la collaborazione di Gisela Schunk per la regia dei dialoghi, particolarmente ben recitati dagli stessi cantanti.
Troviamo di nuovo l'Orchestra Sinfonica Graunke a costituire l'impalcatura musicale dell'operetta, assieme all'eccellente coro della Staatsoper monacense istruito da Wolfgang Baumart. Il direttore è un altro vecchio leone del repertorio leggero, Willy Mattes (1916-2002), un austriaco che si mise in luce anche come compositore di canzoni e soprattutto di colonne sonore cinematografiche. La sua direzione, in questo contesto, è davvero splendida: senza alcuna delle rigidità del pur vivace Allers, ha una freschezza e un gusto supremo nel dipanare i numerosissimi numeri danzati, così come dosa con molta cura la saccarina dei momenti più lirici e languidi, che altrimenti rappresenterebbe un discreto problema. L'orchestra suona benissimo, dimostrando le capacità che ne fecero uno dei complessi più richiesti dal cinema.

Il cast è concepito proprio nel modo con cui la Emi architettò l'intera serie: un parterre di grandi cantanti d'estrazione operistica, anziché di specialisti del repertorio leggero. Questi interpreti, comunque, non "si abbassano" alla "volgare" operetta come fosse un dovere d'ufficio, ma sanno far vivere dal di dentro i loro personaggi, apportando poi un magistero vocale non da tutti.

Che dire della Contessa Mariza di Anneliese Rotheberger? La bionda cantante germanica, in realtà, si trova in un elemento naturale: fin da giovane frequentò la musica operettistica, com'è del resto documentato da molti ottimi dischi radiofonici di Amburgo e Colonia, sotto l'egida di Stephan, Marszalek e altri bravi direttori specialisti del ramo. Sempre stata un po' compassata nell'opera "normale", la Rothenberger aveva molta più affinità con la coquetterie sentimentaleggiante di queste "amorose" del repertorio leggero. La sua Contessa è maliziosa, dolce e ironica al punto giusto, e la sua stessa connotazione timbrica, cristallina, si presta alla caratterizzazione di un personaggio un po' stereotipato e sussiegoso, ma non abbassato al rango di figura di carta.

Nicolai Gedda si prestava volentieri alla scolpitura dei brillanti protagonisti di Millocker, Lehar e Kalman. Alle prese con lo scaltro Tassilo, lo stilizzato tenore russo-svedese mette fuori dalla porta i suoi modi spesso aulico, per divertirsi alla grande coi risvolti brillanti e guasconi che gli competono. Nela dimensione lirica ed espansiva, fondamentale come sempre nell'operetta, sfrutta con abilità la capacità di cantare con morbidezza e abbandono, e fa dimenticare un timbro non spontaneamente sensuale. Il tutto, coronato dai famosi acuti di Gedda, che i tenorini di solito alle prese con queste parti non potevano sfoggiare con altrettanta sicurezza.

Zsupan, il ruolo "straussiano", è la classica parte da secondo tenore, che deve cantare ma senza grandi difficoltà, dovendo piuttosto dimostrare acume e simpatia. Willi Brokmeier, non molto noto, a Monaco era uso a interpretare ruoli di carattere, come l'ottimo Monostato del Flauto Magico di Sawallisch. Qui si conferma consumatissimo teatrante, pieno di musicalità e scorrevolezza di fraseggio e di emissione, mostrando, come tutti, di divertirsi non poco. E sentirete come sarà nella Principessa della Csardas, che recensirò domani...

La seconda donna è il personaggio di Lisa, a cui Olivera Miljakovic, l'ottima Zerlina del Don Giovanni Rai di Giulini, presta un timbro ben differenziato da quello della Rothenberger, più robusto e polputo, animato dalla stessa spontaneità
Un cameo davvero interessante, a cui è ad esempio affidato l'inizio dell'opera, è quello della gitana Manja. Che qui è appaltata addirittura a Edda Moser, come dire una delle più importanti cantanti tedesche degli anni Settanta: con la incisiva brillantezza di una voce timbratissima, un accento spiccio ma ricercato e lo scintillare di ottimi sovracuti, un personaggio da nulla acquista una statura insospettabile.

La divertente figura dell'attempato principe Moritz Dragomir Populescu, che di fatto rivelerà a Mariza la vera identità di Tassilo, vede partecipare addirittura Kurt Bohme, 63 anni all'epoca. E' un ruolo buffo e non difficile da un punto di vista esecutivo. Bohme, nei suoi piccoli interventi, lo ingrandisce grazie al suo inconfondibile timbro da Fafner, ancora robustissimo, mentre la caratterizzazione è, come al solito, debordante. Ottimo anche Horst Sachtleben, che come Karl Stephan Lieberberg deve soltanto recitare senza cantare. Un'ottima realizzazione complessiva di una bella operetta. La Principessa della Csardas avrà resa ancora più eccelsa, e lo leggerete...

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Con questi dischi a dir poco eccezionali, il concetto di perfezione discografica è prossimo alla realtà. So bene che la perfezione non esiste se non in Paradiso, ma qui, davvero, ci andiamo davvero vicini, con questa Principessa della Csardas incisa da quei geniacci della Emi nel 1971, da me posseduta in questa incarnazione ma disponibile anche nella serie Emi Electrola, che ha riportato alla luce molte gemme di questa fatta.

Ecco, la Principessa della Csardas è forse l'operetta migliore di Imre Kalman: risalente al 1915, da Vienna ebbe poi un successo travolgente in tutto il mondo. La vicenda è quella che ci si può aspettare dalle operette, e ve la espongo da wikipedia:

Cita

Atto primo

All'Orpheum, mondano locale di Budapest, regna incontrastata la bellissima canzonettista Silva Varescu che, chiamata la Principessa della ciarda, dà il suo addio agli amici, in procinto di partire per una trasferta artistica negli Stati Uniti. Il Principe Edvino Carlo di Lippert-Weylersheim, innamorato della Principessa della ciarda, si impegna davanti ad un notaio per sposare Silva entro otto settimane. Edvino Carlo viene poi richiamato a Vienna dai genitori che lo hanno promesso sposo alla Contessa Stasi. Edvino, controvoglia, è costretto a tornare nel palazzo paterno.

Atto secondo

Nel palazzo del Principe Lippert-Weylersheim si celebra il fidanzamento fra Edvino e Stasi. Silva, ritornata dagli Stati Uniti, lo viene a sapere e si presenta al ricevimento assieme al Conte Boni, amico di famiglia, spacciandosi per sua moglie. L'arrivo improvviso suscita prima la gelosia di Edvino che si tramuta in dolcezza verso l'amata. Boni, su ordine di Silva, corteggia Stasi non lasciando indifferente la fanciulla. Silva, dopo aver ricevuto una nuova dichiarazione d'amore da parte di Edvino, mostra ai convitati l'impegnativa scritta davanti al notaio e annuncia di essere una principessa, la Principessa della ciarda. È lo scandalo, i genitori di Edvino non potrebbero mai tollerare che il discendente della gloriosa casata di Lippert-Weylersheim sposi una canzonettista. Silva, fra le lacrime, abbandona la festa.

Atto terzo

In un albergo di Vienna si trova Feri, un aristocratico amico di Edvino, che ha accompagnato da Budapest la troupe in procinto di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Nello stesso albergo, arriva anche la famiglia di Edvino: Feri riconosce nella principessa, la madre di Edvino, una famosa cantante che anni prima si era ritirata dalle scene. Viene così a cadere il motivo dello scandalo di un matrimonio tra un principe e una canzonettista: Edvino e Silva coronano il loro sogno d'amore e Boni fa lo stesso con Stasi. Mentre la guerra si avvicina dopo l'assassinio del principe ereditario a Sarajevo, la compagnia teatrale - inconsapevole del pericolo - si mette in salvo partendo per gli Stati Uniti insieme alle due felici coppie di novelli sposi.

Vabbè, i nomi sono italianizzati, almeno quello di Edwin: ma bisogna capirlo, l'operetta ebbe davvero una grande recezione pure da noi.
La musica è quella classica di Kalman: briosa come il perlage di uno Champagne di rango, piena di spunti valzerosi, nostalgici e accattivanti. I duetti del secondo atto, in cui vari personaggi si dichiarano e confrontano gli uni gli altri, sono i numeri musicali forse più famosi.

L'edizione è realizzata con la solita perizia, tipica di questa benemerita serie. Al timone, Willy Mattes si conferma nocchiero di gran gusto e abilità, increspando di ironia momenti come la Hochzeitmusik del Primo Atto, che è una divertente rivisitazione cabarettistica della Marcia Nuziale dal Sogno di Mendelssohn. I duetti del Secondo Atto, di cui ho già parlato, ricevono tutti la loro caratterizzazione: quello detto "Delle rondini", tra Edwin e Stasi, è languido e divertito insieme; il successivo, "Heller Jubel", implementa atmosfere sentimentaleggianti ma tendenti a una certa malinconia nostalgica, non disgiunta da passionalità, e il direttore d'orchestra la squaderna bene; poi, lo spiritoso alterco "Das ist die Liebe, die dumme Liebe" è inquadrato magnificamente; per finire, il duetto "di danza" dei due protagonisti, che richiede ai cantanti progressioni sempre più spinte sugli acuti, è arricchito da un trascinante rubato. Il coro della Staatsoper monacense è nuovamente capace di una prestazione sopra ogni lode.

Il cast non ha punti deboli, e perfino la recitazione, ancora una volta coordinata da Gisela Schunk, è di assoluta immedesimazione, e prevede anche effetti ambientali e cinematografici tipo radiodramma.
Parlare del cast vuol dire anzitutto parlare di un Nicolai Gedda semplicemente stratosferico. A lui è affidato il principe Edwin, parte impegnativa e molto lunga, a cui non è richiesta la classica brillantezza scapestrata dell'eroe da operetta, ma soprattutto la capacità di cantare con espansione e sentimento. Ebbene: tutto il Secondo Atto di Gedda è un capolavoro assoluto, con un canto sorvegliato ma abbandonatissimo, culmine lo stupendo duetto della danza con Sylva, e una magnifica esecuzione (con tanto di do sovracuto) del lied "Nimm, Zigeuner, deine Geige", in coppia con un grande Willy Brokmeier. Gedda sembrava davvero vibrare di emozioni inattese, nell'affrontare questo repertorio diciamo minore.

Boni, ossia Bonifazius Kancsianu, è ancora una volta Willi Brokmeier, e non resta troppo indietro rispetto a Gedda, benché il suo ruolo sia molto meno appariscente e vocalmente più abbordabile: nella fattispecie, escogita ogni genere di fraseggio avvolgente e ruffianesco, rendendo simpatico il suo personaggio e giovandosi di un canto morbido, pieghevole e molto ma molto musicale.

Del resto, anche per Anneliese Rothenberger la vezzosa Sylva Varescu è forse il capolavoro artistico: timbro di cristallo purissimo, eleganza suprema nel porgere, sovracuti brillanti e dolcissimi, accento che è un capolavoro di darsi e ritrarsi con civettuola malizia.

Ritroviamo anche Olivera Miljakovic, che differenzia bene la sua Lisa, grazie a una voce più scura e arrotondata e a un accento più alla mano, ma all'occorrenza capace di lasciarsi andare al gioco della seduzione.

Tra i ruoli minori, se la cava bene il Feri di Wolfgang Anheisser, mentre i restanti sono, più che altro, parti da attori (smisuratamente bravi).

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I nomi sono italianizzati perchè, probabilmente, si rifà all'edizione italiana. Forse lo sai, ma fu un famoso impresario italiano del tempo, Carlo Felice Lombardo, ad aver comprato i diritti delle opere di Kalman e altri famosi compositori d'operette internazionali riversandoli nel mercato italiano o americano. Lombardo, che era anche un discreto compositore e un genio del "marketing", traduceva e arrangiava personalmente le operette, poi preparava gli allestimenti e la campagna pubblicitaria. Costruì un vero e proprio monopolio a livello internazionale tra il 1910 e il 1930, che si infranse con la diffusione del cinema e della radio.

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45 minuti fa, Madiel dice:

I nomi sono italianizzati perchè, probabilmente, si rifà all'edizione italiana. Forse lo sai, ma fu un famoso impresario italiano del tempo, Carlo Felice Lombardo, ad aver comprato i diritti delle opere di Kalman e altri famosi compositori d'operette internazionali riversandoli nel mercato italiano o americano. Lombardo, che era anche un discreto compositore e un genio del "marketing", traduceva e arrangiava personalmente le operette, poi preparava gli allestimenti e la campagna pubblicitaria. Costruì un vero e proprio monopolio a livello internazionale tra il 1910 e il 1930, che si infranse con la diffusione del cinema e della radio.

Ignoravo totalmente la storia, ma avevo intuito che fosse per quello!

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Scrivo questa recensione dedicandola particolarmente a @giordanoted, che in questi giorni, dedicandosi a Waldteufel, si dichiarava bisognoso di sana allegria e serenità musicale. Che cosa di meglio di un'operetta di Suppè, oltretutto imperniata su divertenti vicende ambientate nella Firenze medievale, con uno dei nostri più grandi ma scapestrati prosatori?
Oggi di Suppè si ascolta con frequenza l'overture di "Cavalleria Leggera" e poco altro. Le sue operette complete sono quasi neglette, a partire da questo Boccaccio, inscenato a Vienna nel 1879 e dunque vacente parte della "ancienne vague" dell'operetta storica.

Butto lì la trama, che il sito del grande Tagliabue ha riportato con molta dovizia:

Cita

ATTO I
Nella piazza davanti alla chiesa di Santa Maria Novella a Firenze.

La città sta festeggiando l'onomastico di San Giovanni Battista, santo patrono di Firenze. I mendicanti si trovano nella piazza con la speranza di racimolare qualcosa dalla folla vacanziera. Uno dei mendicanti, Checco, ordina agli altri la giusta collocazione. Lo studente Leonetto attraversa furtivamente la piazza verso la casa del barbiere Scalza, dove ha un incontro con la moglie del barbiere, Beatrice. Scalza si trova fuori città, e Beatrice annoiata dalla solitudine, consegna a Leonetto la chiave della propria casa. Egli apre la porta e velocemente entra in casa. La folla si avvicina festante sia per il bel tempo che per le decorazioni allegre delle strade. Intanto giunge anche un gruppo di estrosi studenti che ballano coinvolgendo le persone presenti in piazza. Arriva un cantore itinerante insieme al suo carretto e canta delle ultime novelle. Presto la folla lo circonda. Nel suo repertorio ha storie di Sacchetti e Fiorentino e le ultime opere di Giovanni Boccaccio. La storia di quest'ultimo, egli giura, è una storia vera accaduta di recente. Tutto ciò è fonte di interesse per le signore, poiché sembra eccitante ed avventuroso; mentre gli uomini affermano che è tutto una menzogna senza traccia di verità. La reazione delle donne conferma che Boccaccio ha di nuovo colto nel segno. L'ultima volta che si ode la voce del cantore, questa lamenta la prepotenza degli uomini che ora stanno cercando di distruggere i libri. Le donne allora pur di difendere le preziose opere, si scagliano contro gli uomini. Boccaccio, nel frattempo comparso, ha assistito alla scena e ride con gusto per l'effetto che hanno le sue scritture. Anche lui vuole incontrare Beatrice, e dunque entra in casa di Scalza. L'artigiano Lotteringhi ed il fruttivendolo Lambertuccio sono entrambi arrabbiati con Boccaccio, i cui libri hanno causato il tumulto della folla. Lambertuccio, che è superstizioso, viene spaventato da Checco, il quale gli chiede del denaro. Scalza è appena tornato in città e saluta i due uomini. Si trova a Pisa ma per amore della sua Beatrice e per starle di nuovo accanto, ha scelto di unirsi alla scorta del principe di Palermo in modo di tornare prima. Racconta ai due uomini come il principe sia venuto a Firenze per cercare una sposa. Ciò fa sorgere in Lotteringhi delle perplessità, in quanto, come dice, il duca ha soltanto figli maschi. Ma Scalza ha saputo dall'assistente del duca che egli ha anche una figlia illegittima. Tutti e tre gli uomini sono d'accordo che Boccaccio debba essere punito, ed in particolare il barbiere è convinto che sua moglie, in quanto è fedele, non potrà mai essere oggetto di tali novelle. Quando la chiama, ovviamente, interrompe l'amoreggiamento della moglie. E Boccaccio si rende conto che potrebbe essere materiale per un suo racconto. Dato che non vi è movimento nella casa, l’uomo decide di cantare una serenata. Dunque si ode Beatrice urlare, dopo di che esce dalla casa e si lancia nelle braccia di Scalza. Ella finge di aver perso il senno e racconta una storia fantastica di come due uomini siano entrati forzatamente nella sua stanza da letto.
Intanto Boccaccio e Leonetto, entrambi mascherati, escono dalla casa e si azzuffano con i mendicanti. Giunge Scalza che tenta di separarli ed intanto la piazza si riempie di studenti e popolani. Dopo che Beatrice ed il povero Scalza sono rientrati in casa, Lambertuccio e Lotteringhi si dileguano anch'essi. Lasciati soli, Boccaccio e Leonetto si smascherano. Lo studente è sorpreso e racconta ai suoi amici cosa è successo. Boccaccio spiega ai studenti come sviluppa le sue storie con immaginazione ed umorismo basandosi su storie di vita quotidiana. Non si inventa nulla, ma ha vissuto in prima persona tutto ciò che racconta. Boccaccio e gli studenti si dividono. Suonano le campane per richiamare i devoti alla chiesa. Arrivano Scalza, Beatrice, Lotteringhi e sua moglie, la petulante Isabella, seguono poi Peronella, moglie di Lambertuccio e la sua figlia adottiva Fiammetta. Fiammetta butta l'occhio in cerca di un ragazzo che ha visto svariate volte. Peronella ricorda a Fiammetta che sono vent'anni che egli è stata affidata. Fiammetta vuole sapere chi siano veramente i suoi genitori. La madre gli risponde che forse presto lo saprà. La persona che porta regolarmente i soldi per Fiammetta ha fatto cenno ad un suo futuro matrimonio con un uomo altolocato. Fiammetta non è contenta; non vuole sposare un uomo che non conosce. Afferma che per lei l'amore è importante ed intona una vecchia canzone. Questa canzone parla di come l'amore sia paragonabile ad un bocciolo che sboccia nella fedeltà. Il bocciolo deve schiudersi per esprimere tutto il suo splendore, poiché, senza fedeltà l'amore non può rendere felice alcuno. Peronella pensa che Fiammetta dovrebbe conoscere il sesso opposto prima di parlare. Mentre stanno andando in chiesa, Boccaccio esce da un cespuglio e finge di donarle dell'acqua santa. Peronella pensa che sia un galantuomo mentre Fiammetta lo riconosce come il ragazzo che stava cercando. Le donne vanno in chiesa e compare il principe Pietro di Palermo. Prima di sposare l'illegittima figlia del duca, per volere del padre, vuole conoscere le belle e facili donne fiorentine. Incontra Boccaccio, ma si presenta come studente siciliano e chiede di divenire allievo del più intelligente scrittore italiano. Boccaccio gli risponde che non inventa le sue storie, ma che semplicemente racconta le sue esperienze. Ciò rende Pietro ancora più interessato. Boccaccio lo affida alle cure di Leonetto. Leonetto presenta il principe ad Isabella, moglie dell'artigiano, che è appena entrata in chiesa con Peronella e Beatrice. Pietro è molto interessato e così anche Isabella, ma lei posticipa il loro incontro a domani. Il principe vuole dire a Boccaccio della sua conquista e Leonetto lo chiama un Boccaccio-simile. Lambertuccio lo sente e per divertire gli studenti segue il principe insieme a Lotteringhi in modo da azzuffarsi con essi. Nel frattempo Boccaccio si è travestito da mendicante, per meglio avvicinare Fiammetta che è appena uscita dalla chiesa. Lei lo riconosce nonostante il travestimento ma si comporta come se avesse a che fare comunque con un barbone.
Boccaccio le chiede di donargli uno sguardo che possa portare luce e vita di nuovo nell'esistenza di un uomo cieco. Quando finalmente gli chiede la sua mano, Fiammetta, ora innamorata, risponde che un mendicante deve accontentarsi di meno. La ragazza scappa via mentre Leonetto avverte Boccaccio che gli uomini stanno tornando. Lambertuccio e Lotteringhi, avendo perso gli studenti, ripiegano su Boccaccio ma scoprono che egli è già scappato. I cittadini di Firenze si lamentano di Boccaccio col Podestà, senza ottenere alcuna risposta. Decidono allora di dar sfogo alla loro frustrazione ed iniziano una rivoluzione urlando per le strade e cercando Boccaccio per punirlo. Scalza viene trattenuto dagli studenti tra cui vi è Leonetto. Il barbiere preferisce assolvere ai suoi doveri di cittadino piuttosto che lavorare e dunque rifiuta di servire gli studenti. Prima che il tafferuglio sia diventato un litigio serio, gli uomini giungono con Pietro e scambiandolo con Boccaccio stanno per picchiarlo. Scalza che ha accompagnato il principe lungo il suo viaggio lo riconosce. Pietro dunque rivela la propria identità e gentilmente accetta le scuse delle uomini pentiti. Il cantore inizia di nuovo ad elogiare le ultime novelle ma alcuni uomini lo trascinano via, ribaltando il suo carretto ed incendiando i libri. I cittadini così pensano di aver scongiurato l'effetto nefasto delle novelle. Ma Boccaccio, Pietro e gli studenti possono solo che ridere: essi risorgeranno come la Fenice dalle ceneri.

 

ATTO II
In una piazza di fronte alle case di Lambertuccio e Lotteringhi.

Boccaccio, Pietro e Leonetto stanno cantando; sono in cerca di nuove avventure. Pietro è interessato ad Isabella, mentre Leonetto gioca a tener occupata Peronella, così da permettere a Boccaccio di dedicarsi indisturbato a Fiammetta. Gli uomini cantano una serenata per attirare le donne. Entra Lotteringhi e i tre ragazzi si nascondono. Egli chiama la moglie ed il suo scudiero e così Isabella che ha di nuovo bevuto nella taverna. Lotteringhi racconta di come riesce sempre a far tacere la petulante moglie.
Lambertuccio ha appena avuto un incubo e lo interpreta come presagio di guai, ma Lotteringhi lo ignora e preferisce rifugiarsi nell'albergo. Parte anche Lambertuccio che si vuole dedicare alla raccolta delle olive. Quando la scena è libera, Boccaccio lancia delle lettere alle tre donne che sono appena uscite da casa. Fiammetta, Isabella e Peronella leggono eccitate le lettere che preannunciano l'arrivo imminente dei loro cavalieri. Pietro entra in scena e va a divertirsi con Isabella leggendo una novella. Ma la coppia viene disturbata dal ritorno di Lotteringhi. Isabella esorta Pietro a nascondersi in un barile che si trova nella piazza. Fortuna vuole che Lotteringhi è tornato a prendere proprio quel barile, che racconta di aver venduto ad un fabbricante di sapone per tre scellini. Isabella improvvisando afferma di aver già venduto il barile ad un ufficiale per cinque scellini. Quando Lotteringhi solleva il barile e vi trova il principe, Isabella mantiene la calma ed afferma che è proprio lui l'ufficiale a cui ha venduto il barile. Pietro allora, entrando nei panni dell'ufficiale, esce dal barile e si lamenta con Lotteringhi perché all'interno del barile non vi è tanto spazio. Lotteringhi vuole vedere di persona ed entra nel barile, lasciando i due amanti a sussurrarsi dolci parole. Anche Leonetto ha un incontro con Peronella la quale cerca di non farlo scappare e lo nasconde. Arriva Boccaccio travestito da fanciullo di campagna ed afferma di essere stato mandato per raccogliere le olive dall'albero dinanzi alla casa. Fiammetta riconosce la voce del giovane. Per potersi avvicinare alla ragazza, Boccaccio racconta a Lambertuccio che sull'albero vi è un incantesimo. S'arrampica sull'albero e racconta al vecchio che può vedersi mentre bacia sua figlia e mentre inizia a fare l'amore. Lambertuccio, perplesso, s'arrampica per verificare di persona. Dalla cima dell'albero, ovviamente, Lambertuccio vede Boccaccio abbracciare la figlia e nel contempo nota le effusioni tra Isabella e Pietro mentre Lotteringhi sta ancora controllando il barile. Arriva anche Peronella, che non vuole che lo studente se ne vada e dunque gli salta addosso. Tutti si baciano e si separano. A questo punto, Scalza avverte Lambertuccio e Lotteringhi che Boccaccio si trova in casa loro. Le donne scappano, mentre Boccaccio, Pietro e Leonetto si nascondono. Che Boccaccio li abbia umiliati un'altra volta? Questa volta lo faranno fuggire. Catturano un giovane che pensano essere Boccaccio. Mentre lo stanno per picchiare, Lambertuccio lo riconosce come il corriere che solitamente porta la provvigione di Fiammetta. Questa volta però proclama di avere una missione più seria. Comunica a Lambertuccio e Peronella che il duca lo ha mandato per riportare Fiammetta da lui. Nel frattempo, Boccaccio sì è arrampicato sull'albero per parlare ancora con la ragazza terrorizzata. Egli la consola e promette di seguirla. Di fronte allo stupore di tutti, Fiammetta è improvvisamente contenta di obbedire alla richiesta del duca e sale in carrozza. Boccaccio indossa una maschera da demone e fugge tra il terrore dei presenti.

 

ATTO III
Una stanza nel palazzo del duca.

Il maggiordomo, in realtà il duca stesso, fa entrare i genitori adottivi di Fiammetta per ringraziarli di aver preso cura di sua figlia. Il duca aggiunge che è sempre stato lui l'uomo che ha portato la provvigione per la figlia. Lambertuccio è colpito da questa notizia perché durante l'ultima visita ha gettato a terra il duca nominandolo un vecchio diavolo. Entra Boccaccio con Leonetto al quale racconta di essere deluso della nuova identità di Fiammetta e per il fatto che dovrà sposare il principe Pietro. Entra poi Pietro il quale deve sposare Fiammetta per motivi politici anche se lei non lo desidera. La novella "l'amante nel barile" avrà un lieto fine e Boccaccio lo consola donandogli inoltre la sua ultima novella la quale oltre a dare delle lezioni di vita, ha inserite anche una o due battute comiche. Pietro e Leonetto partono ed entra Fiammetta. È colpita dal sapere che il suo amante è Boccaccio, autore delle tremende novelle. Boccaccio giura che non scriverà mai più riguardo le esperienze vissute di persona, ma d'ora in poi le inventerà di sana pianta. La coppia se ne va, con Fiammetta intenta a trovare il modo di convincere il padre a non farla sposare. Lambertuccio e Peronella sono contenti perché il duca li ha perdonati chiamandoli una buona vecchia coppia. Arrivano Scalza e Lotteringhi con le rispettive mogli. Vogliono chiedere al duca di esiliare Boccaccio dalla città cercando di convincere anche Lambertuccio. Costui però rifiuta, mostrando una catena d'oro donatagli dal duca. Spiega che Boccaccio è apprezzato dalla corte e che lui stesso ne fa parte, spiegando quindi che non può sostenere la richiesta dei suoi amici. Entra Boccaccio e spiega ai mariti ingannati, insultati e feriti dalle sue novelle, che l'uomo che apertamente racconta la verità è sempre stato condotto a corte, giudicato e cacciato. Aggiunge inoltre che le loro mogli sono fedeli, raccomandandogli di tanto in tanto qualcosa per cui ridere. Pietro ha letto intanto l'ultima novella regalatagli da Boccaccio e ne ha capito il significato. Non cercherà in esso un motivo di offesa ma semplicemente lo considererà come un racconto spensierato. Così dice di lasciar andare Fiammetta. Avviene così che Boccaccio ha finalmente la sua musa ed in futuro userà la fantasia per scrivere le sue novelle, piuttosto che trasporre le sue esperienze con altre donne.

Una storia decisamente pazzoide, come potete vedere. Una sorta di anticipazione di certi film "decamerotici" dei decenni scorsi, solo molto più fine e meno volgare. Il tutto corredato da musica estremamente ben concepita. Più che un'operetta, fa pensare a un singspiel di argomento più leggero, e con l'uso esteso di galop, valzer e altri ritmi di danza. Tutto è strumentato da maestro, e ciò si evidenzia fin dall'estrosa overture, unico brano dell'opera a essere rimasto in repertorio. Parecchi sono i brani belli: la doppia serenata al primo atto, e il successivo lied di Boccaccio "Ich sehe einen jungen Mann dort sehen", ad esempio. O il duettino dell'ultimo atto tra Boccaccio e Fiammetta.

L'edizione in questione, fortunatamente da qualche anno remasterizzata nella Electrola Cologne Collection, è stata organizzata nel 1974 con grandissimo dispiego di risorse, una grande orchestra, un idolo di Vienna e un cast all star. Roba impensabile nei poveri tempi di oggi.
Willi Boskovsky era personaggio tra i più simpatici del mondo orchestrale austriaco. Violinista di eccellente bravura, fu il primo violino di Wiener Philharmoniker dal 1936 al 1979, suonando dunque sotto due generazioni di grandi e grandissimi direttori. Divenne poi direttore in proprio, e a lui fu affidata l'organizzazione e la direzione del Concerto di Capodanno, dal 1955 alla fine della sua carriera. Nel frattempo, registrava le musiche da danza e i divertimenti di Mozart con il Vienna Mozart Ensemble, ossia un gruppo di membri dei Wiener, e si dilettava nella musica da camera. I miei genitori mi hanno raccontato molto dell'amabile figura di Boskovsky, protagonista dell'anno nuovo della loro infanzia, e fortunatamente rintracciabile, per i più giovani, su youtube. Qui, con Suppè, si muove nel suo elemento. E' realmente da sottolineare il brio indiavolato con cui qui impugna l'eccellente Orchestra di Stato Bavarese, guidandola a un'esecuzione travolgente, ma capace anche di sogghignante leggerezza. Se devo fare un appunto, è la realizzazione di certi momenti particolarmente fragorosi, come il finale del Secondo Atto e alcuni punti del Primo: lì la bacchetta di Boskovsky non diventa pesante, ma scatena sonorità quasi apocalittiche, da tumulto universale, che mi sembrano a dir poco esagerate. D'alto livello, come sempre, le masse corali.

Quanto al cast, chi conosce l'operetta (tranquilli, non la conosce nessuno) noterà una bizzarria: Boccaccio è affidato a Hermann Prey, baritono. Boccaccio sarebbe tenore! Probabilmente, essendoci nel cast principale altre tre voci maschili acute, Boskovsky (o chi per lui) ha voluto introdurre un po' di differenziazione timbrica scritturando non il "solito" Gedda (che sarebbe stato abbastanza sottoimpiegato) quanto un baritono capace di sostenere la tessitura originaria, che in effetti è da baritenore. E Prey se la cava egregiamente, cantando tutto in tono, senza trasposizioni. Unico brutto momento, è il lied del Primo Atto, quello di cui parlavo: Prey lo domina alla grande, mentre Boskovsky implementa un'andatura più cullante rispetto alla tradizione, che è più saltellante. Il problema è che ci sono un paio di Si bemolle, e quelli sono troppo anche per lui: sicché Prey li emette, ma suonano alquanto rochi e strozzati. Poco male, non ce ne saranno altri. E difatti, il fraseggio di Prey è "boccaccesco" e complice quel tanto che basta a fare di questo personaggio un'icona di seduttiva simpatia.

Gli altri ruoli tenorili sono cantati giustamente da tenori, e si può ammirare anche qui l'abilità vocale e teatrale del Pietro di Willi Brokmeier. Friedrich Lenz, il Monostato di Bohm, ha souplesse e l'opportuna capacità d'ammicco nel ruolo del fruttivendolo Lambertuccio, e ricama in maniera deliziosa i suoi couplets del Terzo Atto. Come Lotteringhi, Adolf Dallapozza (che, ho scoperto, è italiano: è nato a Bolzano) è un ottimo esecutore ma, viceversa, un interprete un po' più spentino, pur non demeritando affatto e, anzi, risultando molto affiatato nell'insieme.

La celebre icona letteraria di Fiammetta è qui attribuita all'inossidabile Anneliese Rothenberger, che ne ricava una delle sue classiche figure femminili fintamente ritrose, ma capaci di risolutezza: canta splendidamente come sempre. Tende a drammatizzare la Beatrice di Edda Moser, come era quasi costante in lei: l'espressione è alquanto seriosa. Però è molto coinvolgente, e il canto ha la squillante robustezza di chi era solita interpretare personaggi vocalmente difficilissimi. Le altre donne vedono il cameo del tondo timbro di Gisela Litz come Peronella, e di Kari Lovaas, che se la cava come Isabella, parte defilatissima.

Il cast non è ancora finito. L'onnipresente Leonetto è in realtà parte di fianco, non proprio appariscente. Buona idea l'averla affidata a Walter Berry, uno il cui stile interpretativo era molto prossimo a quello di Prey, e che difatti è giocoso e volage, facendoci sentire nuovamente il bel timbro. Torreggiante e amabilmente invadente è poi il barbiere Scalza dell'immarcescibile Kurt Bohme, vecchio leone che a 66 anni ha questo personaggio dalla scrittura spianata e poco memorabile, e lo fa vivere con esuberanza. Il Cantore di Novelle vede l'inattesa comparsa di Bruno Pola, baritono roveretano che ebbe qualche notorietà negli anni Ottanta, e che qui canta con vocalità rozza e cattiva pronuncia. Per finire, il basso Gunter Wewel canta e interpreta in scioltezza Checco e il Maggiordomo/Duca.

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On 13/4/2019 at 14:48, Wittelsbach dice:

Quanto al cast, chi conosce l'operetta (tranquilli, non la conosce nessuno) noterà una bizzarria: Boccaccio è affidato a Hermann Prey, baritono. Boccaccio sarebbe tenore! Probabilmente, essendoci nel cast principale altre tre voci maschili acute, Boskovsky (o chi per lui) ha voluto introdurre un po' di differenziazione timbrica scritturando non il "solito" Gedda (che sarebbe stato abbastanza sottoimpiegato) quanto un baritono capace di sostenere la tessitura originaria, che in effetti è da baritenore.

Rettifico: sembra che la tessitura scritta sia addirittura da mezzosoprano en travesti!
Però tutte le poche edizioni discografiche di Boccaccio presenti su Spotify lo presentano tenore.

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On 7/4/2019 at 16:42, Wittelsbach dice:

Il miglior Del Monaco che abbia mai sentito secondo me è questo addirittura del '46, peccato per quell'Oscar atroce e calante che gli sta accanto, tale Marisa Morel:

Su Spotify e youtube c'è la totalità di questa recita, che consente di sentire anche Carla Castellani e Piero Biasini, e una Simionato giovane. Il coro canta in francese...

Torno un momento su Del Monaco, Wittel.

Conosci questo live del '53?

Anche se il secondo "nessun dorma" e' problematico, qui forse si ha l'esatta misura timbrica, fonatoria e temperamentale della voce di questo straordinario tenore:

 

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On 8/7/2012 at 17:01, giordanoted dice:

Wittels, non è che da qualche parte hai fatto una recensione del Zigeunerbaron di Johann Strauss figlio?

Nel thread sulle operette, alquanto negletto, ormai quasi sette anni fa @giordanoted era curioso dello Zingaro Barone, o meglio: di un mio ascolto dello Zingaro Barone, ossia dello Zigeunerbaron. Ebbene: con ritardo mostruoso, eccolo qui.

Der Zigeunerbaron, inscenata per la prima volta nel 1885, dopo il Fledermaus è l'operetta più celebre di Johann Strauss II.
Che succede di bello in questa messinscena, che contempla il topos degli ungheresi e degli tzigani? Ce lo spiega Wikipedia.

Cita

Atto 1

Ungheria, XVIII secolo, in una regione paludosa nella provincia di Temeşvar. In lontananza i ruderi di una roulotte

.

Ottokar, giovane contadino, entra imprecando con forza per non essere ancora riuscito a trovare il tesoro nascosto nel castello. La vecchia zingara Czipra lo prende in giro per il suo amore per Arsena, figlia di un ricco allevatore di maiali di nome Zsupan, che vive nei pressi. Arriva un gruppetto capitanato da Sandor Barinkay che, per eredità, è il legittimo proprietario del castello e sta per prenderne possesso con l'aiuto del conte Carnero, commissario imperiale, che lo accompagna.

Carnero ha bisogno di testimoni per l'insediamento ufficiale ma Czipra, chiamata in causa, risponde di non saper scrivere e legge la mano ai due uomini. A Barinkay pronostica felicità e ricchezza, e una moglie fedele che in sogno gli dirà come trovare il tesoro nascosto. E anche a Carnero prevede il ritrovamento di un tesoro, molto più grande, perduto molti anni prima. Il commissario è disorientato, non si rammenta di una tale perdita. L'altro testimone è Zsupan, che entra in scena spiegando che non gli è mai interessato saper scrivere e leggere, che lui si accontenta dei suoi maiali e di ciò che producono.

Quando viene a sapere che Barinkay sarà presto suo vicino, lo avverte subito che ci saranno litigi sulla proprietà. Barinkay gli risponde che un matrimonio con sua figlia potrebbe evitare delle circostanze così spiacevoli, e Zsupan chiama la figlia che era in casa. Ma non è Arsena a rispondergli, bensì Mirabella, la governante, che altri non è che la vecchia moglie che Carnero aveva perduto tanto tempo addietro. Con una canzone, lei gli spiega che in questi ultimi ventiquattr'anni pensava di averlo perduto durante la Battaglia di Belgrado. La prima profezia di Czipra si è avverata.

Alla fine arriva anche Arsena, velata e per nulla entusiasta al pensiero di un altro pretendente, come spiega chiaramente. Nonostante la lusinghiera proposta di Barinkay, Arsena è determinata a non sposarlo per la semplice ragione che il suo cuore appartiene a un altro; dice di volere un pretendente nobile, e avverte barinkay di fare attenzione a non scherzare col fuoco. Quando Barinkay viene lasciato da solo, abbandonato al suo sconforto, sente Saffi, la figlia di Czipra, intonare una canzone gitana che celebra la lealtà dell'amicizia degli zingari.

Barinkay accetta prontamente l'invito a cena della bella gitana e di sua madre. Viene così a sapere che Arsena è innamorata di Ottokar; Barinkay, Saffi e Czipra spiano il loro incontro serale. Barinkay giura di vendicarsi per il trattamento altezzoso di Arsena mentre in lontananza si sentono gli zingari intonare il canto di Saffi. Czipra spiega che Barinkay è il vero proprietario del castello e tutti gli zingari accorsi lo eleggono a loro capo. Senza perdere tempo Barinkay corre da Zsupan per informarlo che adesso detiene il titolo preteso da Arsena: è uno zingaro barone.

Zsupan cerca di spiegargli che non è esattamente il tipo giusto di barone, ma Barinkay gli risponde chiaramente che ha cambiato idea, che non intende più sposare Arsena, bensì Saffi. Zsupan è furioso, e tutti si uniscono nel grande finale sulla melodia già udita precedentemente nell'overture.

Atto 2

Temeşvar, fra le rovine delle roulotte

È l'alba. Barinkay ha trascorso la notte fra le rovine del castello in compagnia di Czipra e Saffi, e i tre salutano l'arrivo del nuovo giorno in un terzetto che culmina in un duetto amoroso fra i due giovani. Czipra racconta di aver sognato di trovare il tesoro che, secondo la leggenda, sarebbe nascosto nel castello; l'idea fa sorridere Barinkay, ma decide di cercare dove dice Czipra. Czipra e Saffi intonano una piccola melodia in cui prendono in giro Barinkay per il suo scetticismo, per poi unirsi tutti e tre nell'estatico valzer in cui trovano il tesoro.

Entrano in scena gli zingari, che cominciano a lavorare alla forgia. Zsupan viene a cercare aiuto per un carro che si è impantanato nel fango, ma finisce per insultare gli zingari che a loro volta gli rubano il denaro e l'orologio. Le sue grida fanno accorrere in scena Carnero, Mirabella, Ottokar e Arsena, seguiti da Barinkay e da Saffi. Barinkay è vestito da zingaro barone e li saluta annunciando che lui e Saffi sono ora marito e moglie. Carnero comincia a rivolgergli alcune domande riguardo agli aspetti legali della faccenda, e Saffi e Barinky rispondono in modo ironico con un duetto che a celebrare la cerimonia sono stati gli uccelli. Per Carnero è troppo, e coinvolge Mirabella e Zsupan in un'ode comica sulla moralità.

Nel frattempo Ottokar trova alcuni pezzi d'oro e pensa di essere finalmente sulle tracce del tesoro, ma Barinkay lo disillude e la scena viene riempita da una squadra di reclutamento di ussari capeggiata dal conte Peter Homonay, vecchio amico di Barinkay. Guidati da Homonay, i soldati intonano una canzone di arruolamento seguita da una czarda. Invece di mostrare stupore di fronte all'unione fra Barinkay e Saffi, e nonostante le proteste di Carnero, Homonay si congratula con la coppia.

Nel finale Czipra rivela che Saffi non è sua figlia, ma una principessa che lei ha cresciuto e che discende dall'ultimo pascià d'Ungheria, fornendone persino una prova. Barinkay non può prendere parte a i festeggiamenti: Saffi adesso è troppo per lui, perciò come Ottokar e Zsupan si arruola e parte per la guerra.

Atto 3

Vienna, qualche anno dopo.

Tutti sono riuniti a Vienna per accogliere il ritorno dell'esercito vittorioso: tra gli altri Barinkay, Ottokar e Zsupan. Arsena canta dell'incompatibilità tra il corteggiamento e la ricchezza, ma il gruppo viene presto raggiunto dagli eroi che hanno appena fatto ritorno. Zsupan canta le sue gesta che, pur avendo poco di militaresco, sembrano aver avuto grande successo.

Nel finale tutti i problemi vengono risolti. Arsena corre fra le braccia di Ottokar, e Saffi compare per andare incontro a Barinkay, che guida l'intera compagnia con l'ultima esecuzione del ritornello del valzer della sua canzone d'apertura.

La musica, almeno quella che si sente in questa edizione, è tipicamente straussiana: scintillante, briosa ma anche nostalgica e ruffianissima, orchestrata con la consueta sapienza dal re del valzer. Si segnalano in particolare lo "Schatzwalzer", ossia il citato Terzetto del tesoro al Secondo Atto, e il successivo coro degli zingari, caratterizzato dalla presenza delle incudini, come nel Trovatore di Verdi.

Ho scritto "almeno quella che si sente": perché? E' semplice: questa registrazione, effettuata a Monaco in circa dieci giorni nel 1969, non è filologica. Come quasi tutte le testimonianze audio in commercio, segue l'edizione pubblicata da Cranz, con vari tagli. Sta in due cd, il primo da 54 minuti, il secondo da 47 (per essere esatti, 46:58). Tutto bene, tutto a posto? Manco per sogno. Esiste l'edizione filologica: quella incisa da Harnoncourt per Teldec nel 1994 (e dal vivo!). Nello spettacolo di Harnoncourt è presente tutta la stesura dell'opera, senza tagli: tutto questo sta in due cd da 75 minuti ciascuno. Non proprio lo stesso minutaggio di Allers, è più lungo di una bella mezz'oretta circa. Mi sa tanto che mi converrà procurarmi anche quest'edizione, tra l'altro (pare) molto consigliabile. Ma in ogni caso, il clima teatrale e scoppiettante dello Zingaro Barone vien fuori anche da questa Emi, per quanto parziale possa essere.

La direzione di Franz Allers, ahinoi, non è troppo esaltante: nel vecchio maestro del musical, qui a capo dell'orchestra del maggior teatro bavarese, il brio cede troppo spesso spazio a un bandismo leggermente fragoroso, come obeso nella resa strumentale. Insomma, una direzione che manca di eleganza e di souplesse autenticamente viennese, che tende a trasformare un po' i frivoli ma luccicanti saloni austriaci in una Oktoberfest alquanto strapaesana. L'orchestra e il coro, in ogni caso, sono superlativi, e malgrado tutto il ritmo c'è, e Allers si fa apprezzare perché era pur sempre un uomo da vero teatro.

Il cast segue le direttive classiche delle serie operettistiche della Emi: grandi nomi e approccio molto operistico. Questo stile è stato parecchio criticato da certi puristi, come l'Operetta Research Center, tuttavia era una scuola interpretativa molto importante, e anche appagante qualora ci si trovasse di fronte a vere personalità teatrali ed esecutive. Qui ce ne sono.

Per cominciare, Nicolai Gedda è uno splendido Barinkay, e ci dà la prova forse vocalmente più alta di tutto il ciclo, come già testimoniano i gagliardi couplet d'ingresso, conclusi da uno svettante Do sovracuto (non so se arbitrario o no). L'accento è giusto un po' inferiore a quello fatto sentire nella Principessa della Csardas, ma mostra il consueto agio che Gedda aveva nel ricoprire con gusto questi personaggi da fumettone sentimentale, sapendo trovare corde tenere e fiere al momento giusto.

Incredibile la scrittura di un'inaspettata Grace Bumbry, che ha il ruolo di Saffi. L'estroversa artista americana, passata alla storia per Amneris, Eboli, Carmen e altre figure non proprio minimaliste, qui deve fare i conti con una bizzarra zingara operettistica. E se la cava vocalmente con onore, dato che la tessitura è molto acuta per un mezzosoprano come lei. Particolarmente notevole l'accattivante canzone zingaresca "So elend und so treu", ma un po' tutta la parte si può gloriare di una voce privilegiata. L'interprete, se vogliamo, è meno decisiva: pronuncia benissimo il tedesco, ma l'accento è alquanto generico, un po' altisonante e non troppo malizioso. Si sente, in questo, la mancanza di una Rothenberger.

Vivace ma esagerato il Kalman Zsupan del gigantesco Kurt Bohme. Il grande basso ci ha ormai abituto alle sue straripanti caratterizzazioni di buffi da operetta, tuttavia qui si spinge troppo oltre. Tanto, troppo caricato, infatti, è il fraseggio e l'accento del porcaro, sempre sopra le righe e come tarantolato. Perfetto riassunto sono i suoi "Marsch-Couplets" del Terzo Atto, appesantiti da gigionate di lana caprina che rendono la linea vocale pesantissima e sgraziatissima.

Tutto il contrario per Homonay e per la sua canzone dell'arruolamento: Hermann Prey si trova nel suo naturale elemento, stavolta non canta una parte tenorile camuffata da baritono e non deve temere una tessitura troppo acuta, sicché il timbro sembra ancora più bello. E il suo personaggio è cialtronissimo e scaltro, ma simpatico. Ricordo che Gedda e Prey erano apparsi insieme anche nell'edizione Emi del 1954 diretta da Otto Ackermann, maestro di cui mi sono sempre giunte all'orecchio meraviglie. Dovrò approfondire anche lui.

Carnero e Ottokar risultano essere particine di non elevato interesse, anche se ho il sospetto che siano state decisamente vittima dei tagli. In ogni caso, i soliti Wolfgang Anheisser e Willi Brokmeier se ne prendono carico con la consueta recitazione spiritosa e la musicalità a prova di bomba.

Ci sono ancora alcune donne. Czipra è Biserka Cvejic, mezzosoprano iugoslavo di qualche merito e di carriera americana piuttosto importante, anche lei votata a Verdi: fa valere difatti buone maniere vocali, perfino eccessive. Arsena è invece Rita Streich, invecchiata (nemmeno poi tanto: solo 49 anni) ma capace di sciorinare con eleganza i picchettati del Sestetto con coro del Primo Atto. Per chiudere, la bella voce di Gisela Litz si fa apprezzare anche nelle lapidarie battute destinate a Mirabella.
Ben recitati i dialoghi, una volta di più coordinati da Gisela Schunk.

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41 minuti fa, Wittelsbach dice:

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Nel thread sulle operette, alquanto negletto, ormai quasi sette anni fa @giordanoted era curioso dello Zingaro Barone, o meglio: di un mio ascolto dello Zingaro Barone, ossia dello Zigeunerbaron. Ebbene: con ritardo mostruoso, eccolo qui.

Der Zigeunerbaron, inscenata per la prima volta nel 1885, dopo il Fledermaus è l'operetta più celebre di Johann Strauss II.
Che succede di bello in questa messinscena, che contempla il topos degli ungheresi e degli tzigani? Ce lo spiega Wikipedia.

La musica, almeno quella che si sente in questa edizione, è tipicamente straussiana: scintillante, briosa ma anche nostalgica e ruffianissima, orchestrata con la consueta sapienza dal re del valzer. Si segnalano in particolare lo "Schatzwalzer", ossia il citato Terzetto del tesoro al Secondo Atto, e il successivo coro degli zingari, caratterizzato dalla presenza delle incudini, come nel Trovatore di Verdi.

Ho scritto "almeno quella che si sente": perché? E' semplice: questa registrazione, effettuata a Monaco in circa dieci giorni nel 1969, non è filologica. Come quasi tutte le testimonianze audio in commercio, segue l'edizione pubblicata da Cranz, con vari tagli. Sta in due cd, il primo da 54 minuti, il secondo da 47 (per essere esatti, 46:58). Tutto bene, tutto a posto? Manco per sogno. Esiste l'edizione filologica: quella incisa da Harnoncourt per Teldec nel 1994 (e dal vivo!). Nello spettacolo di Harnoncourt è presente tutta la stesura dell'opera, senza tagli: tutto questo sta in due cd da 75 minuti ciascuno. Non proprio lo stesso minutaggio di Allers, è più lungo di una bella mezz'oretta circa. Mi sa tanto che mi converrà procurarmi anche quest'edizione, tra l'altro (pare) molto consigliabile. Ma in ogni caso, il clima teatrale e scoppiettante dello Zingaro Barone vien fuori anche da questa Emi, per quanto parziale possa essere.

La direzione di Franz Allers, ahinoi, non è troppo esaltante: nel vecchio maestro del musical, qui a capo dell'orchestra del maggior teatro bavarese, il brio cede troppo spesso spazio a un bandismo leggermente fragoroso, come obeso nella resa strumentale. Insomma, una direzione che manca di eleganza e di souplesse autenticamente viennese, che tende a trasformare un po' i frivoli ma luccicanti saloni austriaci in una Oktoberfest alquanto strapaesana. L'orchestra e il coro, in ogni caso, sono superlativi, e malgrado tutto il ritmo c'è, e Allers si fa apprezzare perché era pur sempre un uomo da vero teatro.

Il cast segue le direttive classiche delle serie operettistiche della Emi: grandi nomi e approccio molto operistico. Questo stile è stato parecchio criticato da certi puristi, come l'Operetta Research Center, tuttavia era una scuola interpretativa molto importante, e anche appagante qualora ci si trovasse di fronte a vere personalità teatrali ed esecutive. Qui ce ne sono.

Per cominciare, Nicolai Gedda è uno splendido Barinkay, e ci dà la prova forse vocalmente più alta di tutto il ciclo, come già testimoniano i gagliardi couplet d'ingresso, conclusi da uno svettante Do sovracuto (non so se arbitrario o no). L'accento è giusto un po' inferiore a quello fatto sentire nella Principessa della Csardas, ma mostra il consueto agio che Gedda aveva nel ricoprire con gusto questi personaggi da fumettone sentimentale, sapendo trovare corde tenere e fiere al momento giusto.

Incredibile la scrittura di un'inaspettata Grace Bumbry, che ha il ruolo di Saffi. L'estroversa artista americana, passata alla storia per Amneris, Eboli, Carmen e altre figure non proprio minimaliste, qui deve fare i conti con una bizzarra zingara operettistica. E se la cava vocalmente con onore, dato che la tessitura è molto acuta per un mezzosoprano come lei. Particolarmente notevole l'accattivante canzone zingaresca "So elend und so treu", ma un po' tutta la parte si può gloriare di una voce privilegiata. L'interprete, se vogliamo, è meno decisiva: pronuncia benissimo il tedesco, ma l'accento è alquanto generico, un po' altisonante e non troppo malizioso. Si sente, in questo, la mancanza di una Rothenberger.

Vivace ma esagerato il Kalman Zsupan del gigantesco Kurt Bohme. Il grande basso ci ha ormai abituto alle sue straripanti caratterizzazioni di buffi da operetta, tuttavia qui si spinge troppo oltre. Tanto, troppo caricato, infatti, è il fraseggio e l'accento del porcaro, sempre sopra le righe e come tarantolato. Perfetto riassunto sono i suoi "Marsch-Couplets" del Terzo Atto, appesantiti da gigionate di lana caprina che rendono la linea vocale pesantissima e sgraziatissima.

Tutto il contrario per Homonay e per la sua canzone dell'arruolamento: Hermann Prey si trova nel suo naturale elemento, stavolta non canta una parte tenorile camuffata da baritono e non deve temere una tessitura troppo acuta, sicché il timbro sembra ancora più bello. E il suo personaggio è cialtronissimo e scaltro, ma simpatico. Ricordo che Gedda e Prey erano apparsi insieme anche nell'edizione Emi del 1954 diretta da Otto Ackermann, maestro di cui mi sono sempre giunte all'orecchio meraviglie. Dovrò approfondire anche lui.

Carnero e Ottokar risultano essere particine di non elevato interesse, anche se ho il sospetto che siano state decisamente vittima dei tagli. In ogni caso, i soliti Wolfgang Anheisser e Willi Brokmeier se ne prendono carico con la consueta recitazione spiritosa e la musicalità a prova di bomba.

Ci sono ancora alcune donne. Czipra è Biserka Cvejic, mezzosoprano iugoslavo di qualche merito e di carriera americana piuttosto importante, anche lei votata a Verdi: fa valere difatti buone maniere vocali, perfino eccessive. Arsena è invece Rita Streich, invecchiata (nemmeno poi tanto: solo 49 anni) ma capace di sciorinare con eleganza i picchettati del Sestetto con coro del Primo Atto. Per chiudere, la bella voce di Gisela Litz si fa apprezzare anche nelle lapidarie battute destinate a Mirabella.
Ben recitati i dialoghi, una volta di più coordinati da Gisela Schunk.

Ho letto con gran gusto. La trama sembra un imbroglio complessissimo! Grazie per aver esaudito il mio annoso desiderio...

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Adesso, giordanoted dice:

Ho letto con gran gusto. La trama sembra un imbroglio complessissimo! Grazie per aver esaudito il mio annoso desiderio...

Sarebbe interessante capire quanto della trama sia rimasto nell'edizione in questione, anche se a grandi linee ci dovrebbe essere tutto.
Grazie a te!

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