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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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E ora, qualcosa di completamente diverso: da Wagner allo Chenier, sia pure cantato in tedesco e da tedeschi.
Eppure, non c'è tanto da fare gli schizzinosi: malgrado la lingua, questo Chenier ripreso negli studi della Radio Bavarese (con una fonica di una brillantezza che lascia quasi stupefatti, anche quelli che sono abituati alla qualità radiofonica germanica) a mio sommesso parere può issarsi con tranquilità in cima alla discografia. Cantanti e direttore sembrano voler combattere con tutte le loro forze la nomea di "opera bruttina" (e talvolta, nelle mani di compagnie scarse, lo diventava) che si porta dietro il capolavoro di Umberto Giordano. E alla fine, vincono. In scioltezza.

Il trentatreenne Wolfgang Sawallisch, non ce lo si immagina come direttore di "italianate". Eppure, sembra sapere esattamente dove mettere le mani, aggiungendovi di suo quella sapienza prettamente teutonica del grande direttore sinfonico. Una direzione ritmicamente mutevole, variata nella dinamica, con un'agogica e un clima strumentale sempre appropriato ai momenti scenici, anzi illuminati da un'attenzione inedita alla scrittura, che non s'era udita nemmeno nei due migliori interpreti finora sentiti, Levine e Gavazzeni. Vogliamo citare l'apertura del Quarto Atto, coi contrasti di intensità? Il colore spettrale dei legni all'entrata del carceriere? E molti sono i momenti belli. Le scene di colore sono debitamente tratteggiate con tinte gaie e luminose. La leggerezza degli accompagnamenti dell'Incredibile è a metà tra Offenbach e Lehar. I momenti drammatici sono infuocati, ma d'una drammaticità lucida e pungente, non magniloquente o plateale. La scena del processo è la migliore che ho mai ascoltato per divenire drammatico e dosaggio orchestrale, a cui non è estranea l'inserzione di effetti sonori di tipo teatrale, come i mormorii e i sonori fischi del pubblico dei parigini: e sì che soffre del piccolo taglio del chiacchiericcio delle comari subito dopo il rimbrotto di Mathieu. Ne appaiono altri, di questi taglietti: nel primo atto, mancano alcune battute di Maddalena prima dell'arrivo degli ospiti, e la parte dell'Abate è ridotta a un paio di misere frasi. Ma questo è l'unico difetto. Sawallisch prende lo Chenier e ci mostra quanto fosse abile Giordano come orchestratore, e come creatore di autentiche pitture storiche, quasi quadri viventi. Nessuna pesantezza wagnerianizzante: solo, molta ma molta cura alle molteplici voci sia orchestrali che canore, con in più un grande intuito teatrale.

I tre personaggi principali meritano calda approvazione. Il meno sconvolgente, se vogliamo, è il solido Hans Hopf, tenorone di marca wagneriana, ma comunque molto abituato ai ruoli italiani, soprattutto in Verdi e Puccini. Uno Chenier in stile Mario Del Monaco? Non esattamente. La voce, a differenza del rilievo bronzeo del collega fiorentino, ha una profondità pressoché baritonale: appena apre bocca, si resta un po' sconcertati. In questo, va ben oltre Del Monaco. Rispetto al concorrente, Hopf poi ha una maniera diversa di intendere i passi declamati: meno squillanti, meno scolpiti, pensati di più come grandi colate laviche. Ma questi passi non sono estremizzati oltremisura. Hopf sa anche legare, e lo fa quasi sempre. I momenti in cui l'incedere di un Siegmund si sostituisce a quello di Chenier sono pochi, e in ogni caso sono ben riusciti. Ciò che più importa, comunque, è che se Hopf non è elettrizzante come Del Monaco nei passi arroventati, ricupera e va in vantaggio in quelli sommessi: "Come un bel dì di maggio", per esempio, è notevolmente morbido e raccolto come non mi sarei mai aspettato da lui, e così il momento estatico del duettone finale che precede la chiamata alla ghigliottina. Un po' tutto il Quarto Atto è ciò che mi è davvero piaciuto dello Chenier di Hopf, che sfodera acuti di notevole tonnellaggio, gli stessi che nel Secondo Atto erano risultati un poco faticosi. Incredibile a dirsi, nella sua ottica peculiare riesce piuttosto bene anche l'Improvviso del Primo Atto, il cui procedere lievemente titubante e goffo esprime abbastanza bene l'introversione e la timidezza del poeta in quel momento. Qualche suono sul passaggio di registro sembra un pochino soffocato, ma pazienza, niente di mortale.

Molto credibile e inedita la Maddalena di Marianne Schech. Questa ottima cantante, specialista in Sieglinde e Marescialla, ricupera al personaggio un tono di giovinezza appassionata e molto fresca che, per forza di cose, andava perduto con voci e attitudini interpretative come quelle di Caniglia o Rasa. Per Maddalena, un soprano drammatico è troppo e rischia di farne diventare seriosa la fisionomia: meglio un lirico spinto come la Schech o la Tebaldi, che però mostra troppo spesso un'altisonanza ampollosa che la Schech evita del tutto. "La mamma morta", ecco il manifesto della Maddalena di questa cantante: una voce luminosa, ben sostenuta, che l'interprete fa passare dalla frenesia all'abbandono e ritorno in men che non si dica. Dominata con gagliardia è anche la tremenda tessitura del duetto ultimo, che assieme all'umanissimo Hopf e al sensibile Sawallisch si rivela per quella pagina magnifica che è, al netto della retorica.

Però, quello che conviene non dimenticare, in questo cast, è il Carlo Gerard di Josef Metternich: un Gerard ideale, a pari merito con Galeffi e Bastianini. Il timbro è quasi più chiaro di Hopf: un baritono all'antica, di quelli da fine Ottocento. La linea vocale è sostenuta con luminescente pienezza, con suoni tondi e nitidi, timbro caldo, acuti squillantissimi. Voce a parte, la sensibilità dell'interprete fa il resto, con l'amarezza del "Son sessant'anni", la passione dell'arringa alla folla, la meditazione del "Nemico della patria", preceduta da un recitativo formidabile e svolta con una sempre crescente esaltazione diretta al climax finale. Quanto al duetto col soprano, "Io t'ho voluta" è un canto pieno d'amore, di nostalgia, di sincerità. Assolutamente eccezionale.

Sono eccezionali anche le parti minori, che cantano e recitano in maniera pressoché perfetta. Non le cito tutte, ma alcune sì. Paul Kuen, il Mime della Bayreuth di quei tempi, fa l'Incredibile più bravo mai inciso, con un senso della parola, una tornitura delle frasi, una furbizia d'accento e, non ultimo, una pulizia vocale che non hanno eguali, tranne forse in De Palma che però era meno funambolico. Altra star è Walter Berry, giovane ma già celebre Papageno (e anche Wozzeck!) a Vienna, qui capace di disegnare un Mathieu di rara umanità, con la bellissima voce che gli è nota e una simpatia che non trascende mai il buon gusto. Kieth Engen, nome di una certa importanza a Monaco, era da poco tempo arrivato dall'America e consolida la sua ventura fama con un amichevole Roucher. E Max Proebstl, il Kaspar del Freischutz di Erich Kleiber, riesce benissimo anche nelle lapidarie sentenze di Fouquier-Tinville. Pure le donne sono ottime, ma un cenno lo merita la particina del carceriere Schmidt: che è appaltata nientemeno che a Hans-Hermann Nissen. Come dire, il Wotan e il Sachs di riferimento negli anni Venti e Trenta in Germania. E il suo timbro ancora così ricco e autorevole, misto a un accento di sbigottita semplicità, arricchisce non poco anche un ruolo così piccolo.

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Altro giro, tutt'altro mondo. Con questo Chenier piuttosto famoso, ritorniamo alla sagra dell'ovvietà più ovvia possibile.
Per alcuni, questa edizione è il non plus ultra della storia di quest'opera. Ciò non vale per me: la trovo piuttosto una specie di esibizione circense con fenomeni autocompiaciuti, comprimari spesso scorretti quando non pessimi, e orchestra guidata da un direttore solitamente convincente ma che non va oltre la routine. Il suono è uno stereo abbastanza risicato, e chiaramente con l'orchestra in perenne primo piano, ma consente di farsi un'idea perfetta della serata, sembra una delle prime in cui un'opera italiana fosse data in italiano (fin lì si prediligeva il tedesco) e da cantanti italiani invitati apposta.

Lovro von Matacic? All'inizio, ero talmente scontento della sua conduzione, da essermi appuntato testualmente: "E' uno zero". Poi ho mitigato il giudizio, ma senza ravvedermi sostanzialmente al cospetto di una direzione che è la fiera del luogo comune, senza un minimo dell'attenzione di Sawallisch allo strumentale. Basta confrontare il principio del Quarto Atto: Matacic lo fa come tutti gli altri, spianando i contrasti. Nel resto dell'opera, la genericità è smossa da momenti francamente rozzi, come l'apertura del Secondo Atto, dove i violini della Staatsoper grattano mica poco. Il passaggio della carretta di Sanson, alla fine dell'arioso di Bersi, ricorda più che altro una processione patriottica del 4 Novembre, solo ancora più chiassosa e piazzaiola. Nel resto, sonorità elefantiache e climax drammatici ingombranti e rumorosi. L'accompagnamento in ogni caso è del tutto prono ai desiderata di soprano e tenore, che fanno di tutto e di più.

Renata Tebaldi era la più autorevole esponente del personaggio di Maddalena a quei tempi in giro. E la fa al suo solito modo: con tanta voce, e quasi solo quella. I momenti in cui canta piano e ammorbidisce, dando alla linea una parvenza di espressività, sono confinati quasi esclusivamente al duetto col baritono. Nel resto, prevale l'enfasi e il magniloquio pontificante, che affossano un personaggio già di suo non troppo definito. Resta la voce: alla fine, il pubblico era lì per quello.

Più immedesimato Franco Corelli, che elettrizza come sempre coi suoi acuti, con la scansione bruciante di certe frasi, con l'espansività del "Credo a una possanza arcana" (suo momento migliore). Certamente, il ruolo di Chenier era uno dei più adatti a lui, e lo rende bene anche questa volta, malgrado qualche vuoto di memoria. Tuttavia, preferisco di gran lunga la più rifinita e poetica edizione di studio di pochi anni dopo, malgrado la presenza di un direttore dimolto peggiore rispetto a Matacic. Qui il senso di grezzo predomina, e forse ancor di più si sente un orgoglio vocale dimostrativo, un po' troppo autocompiaciuto.

Sottotraccia rispetto agli altri Ettore Bastianini, cantante che da sempre trovo alquanto sopravvalutato in rapporto agli effettivi meriti, ma che in Gerard ha solitamente trovato personaggio tra i più congegnali anche agli occhi degli ipercritici come me. Qui non lo trovo all'altezza dell'edizione ufficiale Decca: l'emissione è ricca di note schiacciate e sbiancate, pur venendo naturalmente a capo di tutto. Il fraseggio, mai stato il suo forte, è ulteriormente ingrigito a parte qualche scoppio di concitazione. "Io t'ho voluta" è prosaicissimo e grossolano, e guarda da lontano l'amorosa nostalgia di Josef Metternich.

Sui comprimari occorre aprire un capitolo a parte, dato che fanno quasi tutti molto ridere. Escluso da questo discorso è Renato Ercolani, che da italiano è l'unico che pronunci perfettamente, e che in ogni caso era un ottimo tenore di carattere, in grado di imprimere appunto un bel carattere al personaggio dell'Incredibile. Un'altra che ha una pronuncia quantomeno azzeccata è Hilde Konetzni, capace di plasmare una Vecchia Madelon adeguatamente abbandonata ma non sentimentalistica. Gli altri sono esecuzione. La Contessa di Elisabeth Hongen è in pratica la replica della signorina Rottenmeier. La Bersi di Margareta Sjostedt, dalla Svezia con furore, è priva di voce, di verve, di tutto. Roucher è affidato a tale Edmond Hurshell, dalla dizione particolarmente risibile e dalla voce completamente soffocata: lo trasforma in una gag continua. Il ben noto Alois Pernerstorfer sembra avere più frecce vocali, senonché parla quasi completamente il ruolo del sanculotto Mathieu, aggiungendoci anche una colossale papera testuale. Anche in questo caso Schmidt è affidato a un grande cantante a fine corsa, come il super basso Endre Koreh: il risultato però è l'eloquio di una specie di piccione impettito. Kostas Paskalis, trentenne, viceversa non aveva ancora riempito la sua fedina vocale lirica di pessimi massacri baritonali, ed è un Fleville "soltanto" ruvido e inelegante. Niente a che vedere col peggiore di tutti: un certo Fritz Sperlbauer, dalla voce orripilantemente brutta e dall'eloquio sciatto e parlante, dunque latore di un Abate veramente da querela.
No no, si può ascoltare benissimo ma non è uno Chenier da isola deserta.

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Comunque mi avete fatto @Wittelsbache @Majaniello, fatto venire la curiosità di riascoltare quest'opera, per vedere anche quant'è insistita quest'idea che sottolineava Maja dell'equazione amore e morte, tipicamente decadente... mi immagino il buon Illica che pesta il pedale sull'amor mortis (e del resto pure in Butterfly...) (certo, il prototipo è Tristan... con l'analisi furtwaengleriana in cui la morte è in realtà più profonda della vita, la notte luminosa ecc. e altre robe schopenhaueriane) vabbè scusate l'off topic.

Comunque grazie perché, come sempre, con il forum mi capita di ritornare su cose che prima mi erano indigeste (lo Chenier appunto)...

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7 ore fa, giordanoted dice:

Comunque mi avete fatto @Wittelsbache @Majaniello

Comunque grazie perché, come sempre, con il forum mi capita di ritornare su cose che prima mi erano indigeste (lo Chenier appunto)...

Non è mai troppo tardi, Giordano.

Al mio paese della Valcamonica c'è un detto:

"Col tempo e con la paglia maturano anche le nespole".

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14 ore fa, Wittelsbach dice:

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Altro giro, tutt'altro mondo. Con questo Chenier piuttosto famoso, ritorniamo alla sagra dell'ovvietà più ovvia possibile.
Per alcuni, questa edizione è il non plus ultra della storia di quest'opera. Ciò non vale per me: la trovo piuttosto una specie di esibizione circense con fenomeni autocompiaciuti, comprimari spesso scorretti quando non pessimi, e orchestra guidata da un direttore solitamente convincente ma che non va oltre la routine. Il suono è uno stereo abbastanza risicato, e chiaramente con l'orchestra in perenne primo piano, ma consente di farsi un'idea perfetta della serata, sembra una delle prime in cui un'opera italiana fosse data in italiano (fin lì si prediligeva il tedesco) e da cantanti italiani invitati apposta.

Lovro von Matacic? All'inizio, ero talmente scontento della sua conduzione, da essermi appuntato testualmente: "E' uno zero". Poi ho mitigato il giudizio, ma senza ravvedermi sostanzialmente al cospetto di una direzione che è la fiera del luogo comune, senza un minimo dell'attenzione di Sawallisch allo strumentale. Basta confrontare il principio del Quarto Atto: Matacic lo fa come tutti gli altri, spianando i contrasti. Nel resto dell'opera, la genericità è smossa da momenti francamente rozzi, come l'apertura del Secondo Atto, dove i violini della Staatsoper grattano mica poco. Il passaggio della carretta di Sanson, alla fine dell'arioso di Bersi, ricorda più che altro una processione patriottica del 4 Novembre, solo ancora più chiassosa e piazzaiola. Nel resto, sonorità elefantiache e climax drammatici ingombranti e rumorosi. L'accompagnamento in ogni caso è del tutto prono ai desiderata di soprano e tenore, che fanno di tutto e di più.

Renata Tebaldi era la più autorevole esponente del personaggio di Maddalena a quei tempi in giro. E la fa al suo solito modo: con tanta voce, e quasi solo quella. I momenti in cui canta piano e ammorbidisce, dando alla linea una parvenza di espressività, sono confinati quasi esclusivamente al duetto col baritono. Nel resto, prevale l'enfasi e il magniloquio pontificante, che affossano un personaggio già di suo non troppo definito. Resta la voce: alla fine, il pubblico era lì per quello.

Più immedesimato Franco Corelli, che elettrizza come sempre coi suoi acuti, con la scansione bruciante di certe frasi, con l'espansività del "Credo a una possanza arcana" (suo momento migliore). Certamente, il ruolo di Chenier era uno dei più adatti a lui, e lo rende bene anche questa volta, malgrado qualche vuoto di memoria. Tuttavia, preferisco di gran lunga la più rifinita e poetica edizione di studio di pochi anni dopo, malgrado la presenza di un direttore dimolto peggiore rispetto a Matacic. Qui il senso di grezzo predomina, e forse ancor di più si sente un orgoglio vocale dimostrativo, un po' troppo autocompiaciuto.

Sottotraccia rispetto agli altri Ettore Bastianini, cantante che da sempre trovo alquanto sopravvalutato in rapporto agli effettivi meriti, ma che in Gerard ha solitamente trovato personaggio tra i più congegnali anche agli occhi degli ipercritici come me. Qui non lo trovo all'altezza dell'edizione ufficiale Decca: l'emissione è ricca di note schiacciate e sbiancate, pur venendo naturalmente a capo di tutto. Il fraseggio, mai stato il suo forte, è ulteriormente ingrigito a parte qualche scoppio di concitazione. "Io t'ho voluta" è prosaicissimo e grossolano, e guarda da lontano l'amorosa nostalgia di Josef Metternich.

Sui comprimari occorre aprire un capitolo a parte, dato che fanno quasi tutti molto ridere. Escluso da questo discorso è Renato Ercolani, che da italiano è l'unico che pronunci perfettamente, e che in ogni caso era un ottimo tenore di carattere, in grado di imprimere appunto un bel carattere al personaggio dell'Incredibile. Un'altra che ha una pronuncia quantomeno azzeccata è Hilde Konetzni, capace di plasmare una Vecchia Madelon adeguatamente abbandonata ma non sentimentalistica. Gli altri sono esecuzione. La Contessa di Elisabeth Hongen è in pratica la replica della signorina Rottenmeier. La Bersi di Margareta Sjostedt, dalla Svezia con furore, è priva di voce, di verve, di tutto. Roucher è affidato a tale Edmond Hurshell, dalla dizione particolarmente risibile e dalla voce completamente soffocata: lo trasforma in una gag continua. Il ben noto Alois Pernerstorfer sembra avere più frecce vocali, senonché parla quasi completamente il ruolo del sanculotto Mathieu, aggiungendoci anche una colossale papera testuale. Anche in questo caso Schmidt è affidato a un grande cantante a fine corsa, come il super basso Endre Koreh: il risultato però è l'eloquio di una specie di piccione impettito. Kostas Paskalis, trentenne, viceversa non aveva ancora riempito la sua fedina vocale lirica di pessimi massacri baritonali, ed è un Fleville "soltanto" ruvido e inelegante. Niente a che vedere col peggiore di tutti: un certo Fritz Sperlbauer, dalla voce orripilantemente brutta e dall'eloquio sciatto e parlante, dunque latore di un Abate veramente da querela.
No no, si può ascoltare benissimo ma non è uno Chenier da isola deserta.

Bravi Corelli e Hopf, Wittel ( per tacere del grande Del Monaco a cui insegnò la parte Giordano in persona).

Ma Bergonzi è un'altra cosa.

 

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2 ore fa, Pinkerton dice:

Non è mai troppo tardi, Giordano.

Al mio paese della Valcamonica c'è un detto:

"Col tempo e con la paglia maturano anche le nespole".

I tuoi detti sono sempre preziosi, Luciano caro... e se va bene anche con le nespole venute da piante malamente curate e scarsamente soleggiate... allora ce la farò!

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26 minuti fa, giordanoted dice:

I tuoi detti sono sempre preziosi, Luciano caro... e se va bene anche con le nespole venute da piante malamente curate e scarsamente soleggiate... allora ce la farò!

Lo credo anch'io. Il mio amico Giordano non ha paura di nulla, trova sempre il modo di  venircene fuori.

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Il Bergo non l’avevo mai ascoltato bene in quest’opera. Fa un figurone come suo solito, con la purezza classica della linea e la sincerità dell’accento.

Devo dire che io ho sempre un debole particolare per Corelli, non posso farci nulla. Del Monaco decisamente incisivo ma a volte monocromatico in studio, forse più vario in quella recita radiofonica con Taddei.

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25 minuti fa, Pinkerton dice:

Lo credo anch'io. Il mio amico Giordano non ha paura di nulla, trova sempre il modo di  venircene fuori.

Il tuo amico Giordano... ecco perché non mi piace lo Chenier! Perché qui i Giordani in ballo sono due! È una crisi di gelosia la mia!

 

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27 minuti fa, giordanoted dice:

Il tuo amico Giordano... ecco perché non mi piace lo Chenier! Perché qui i Giordani in ballo sono due! È una crisi di gelosia la mia!

 

Credimi sulla parola, ma non mi riferivo al musicista! Il massimo sarebbe stato che TU avessi composto lo Chenier.

Ma non si può avere tutto dalla vita.

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12 minuti fa, Pinkerton dice:

Credimi sulla parola, ma non mi riferivo al musicista! Il massimo sarebbe stato che TU avessi composto lo Chenier.

Ma non si può avere tutto dalla vita.

Ahahahahah!

Sei ben fortunato, caro amico, avrei chiesto a nessun altro se non a te di rivedere da cima a fondo il libretto, componendo una nuova versificazione, sicuramente molto più di mio gusto di quella approntata dal vecchio Illica.

O vita crudele, quanti sogni destinati a restare nel cassetto!

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33 minuti fa, giordanoted dice:

Ahahahahah!

Sei ben fortunato, caro amico, avrei chiesto a nessun altro se non a te di rivedere da cima a fondo il libretto, componendo una nuova versificazione, sicuramente molto più di mio gusto di quella approntata dal vecchio Illica.

O vita crudele, quanti sogni destinati a restare nel cassetto!

La vita è crudele, non ami, ma noi abbiamo le spalle larghe.

Quanto a Illica, senza Giacosa, che aveva il senso della misura, lui si faceva prendere la mano, ci andava giù pesante  e gigionava non poco. Tra il libretto di Boheme e quello di Chenier c'è un abisso. Tant'è che io, lo ammetto, avrei avuto qualche difficoltà a versificare meglio di Boheme, mentre, per Chenier, concorderai, avrei vinto a mani basse.

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Interrompo il vostro duetto con un altro racconto.

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Grazie a questa incisione della Radio Bavarese, scopriamo che l'interpretazione di Karajan di uno dei capisaldi dell'italianità in musica non fu un caso isolato.
Certo, è in tedesco, e l'opera diventa Der Bajazzo: però l'interpretazione (e sottolineo questa parola) che udiamo qui merita più che un cenno. Se fosse in italiano, sarebbe sicuramente da piani altissimi, ma anche così merita un ricco plauso. La qualità sonora è la classica che ben conosciamo di questi crucchi, tranne qualche lieve distorsione nel corso del duetto Nedda-Silvio, ahinoi tradizionalmente amputato del "Non mi tentar" ripetuto da Nedda.

Wolfgang Sawallisch, trentuno anni, si pone da protagonista nella narrazione di quest'opera. Con l'aiuto di un'eccellente orchestra radiofonica bavarese, segue una linea asciuttissima ma continuamente increspata di variazioni dinamiche. I passi più drammaticamente scellerati sono tutti estremamente lucidi, abbandonati ma senza gonfiare il suono. La recita del secondo atto ha un'eleganza e una nitidezza di tocco che fanno pensare, curiosamente ma non poi tanto, a certi passaggi dell'Ariadne o del Capriccio di Strauss, opere composte molti anni dopo. Il coro, del resto, è del tutto eccellente, anche lui impegnato con una gamma di sussurri e di fraseggi da tenere a mente.

Nel cast, tutti cantano e interpretano in modo rimarchevole.
Hans Hopf, di Canio, ha la robustezza, gli acuti e, soprattutto, la fibra dell'amante offeso ma poco propenso a sbracare, anche nei momenti di maggior devastazione emotiva. La sua voce quasi baritonale non ha la lucentezza di certi aurei esempi, ma si dimostra del tutto all'altezza dell'impegno, anche emettendo acuti molto nutriti e penetranti. E' notevole il tono del "Vesti la giubba", che comincia sommesso per poi inarcarsi in un'oratoria ampia e desolata, senza scadimenti in un declamato wagneriano fuori tema. Nella recita, è da notarsi l'eccellente dizione, così come la resa del difficile cantabile "Sperai, tanto il delirio", per cui è prescelta un'intonazione quasi allucinata, con sonorità dolci che evitano di abbandonarsi alla disperazione scoperta di altri interpreti. Alla fine, "La commedia è finita" è un sussurro cupo. Del resto, un po' tutta la sua prestazione è pervasa di una cupezza, una predestinazione che si impongono. Totalmente emendati i gridi e le esclamazioni aggiunte d'estrazione verista.

Anche Nedda non scade mai nel plateale grazie a una Wilm Lipp che mi ha stupito: sembra più a suo agio qui che non nella Regina della Notte che ne consacrò la fama. E' una Nedda dalla recitazione sciolta, senza problemi, leggera e in certi momenti estatica. E' una Nedda che vocalmente ricorda certe esibizioni di una Schwarzkopf a causa della lieve fissità di acuti un poco caratterizzati da un vibratino molto stretto, che in ogni caso non infastidisce troppo. A differenza dei modi interpretativi della collega, la Lipp preferisce un tono molto più naturale e comunicativo, che sale in cattedra nella sua Ballata, preceduta da una resa aurorale del filatino di "Oh che bel sole di mezz'agosto" e da impeccabili e volatili battute trillate. L'aria stessa,  mirabilmente accompagnata da Sawallisch, ha la nostalgia di una canzone viennese. Chiamano una lode anche l'amorosità del duetto con Silvio, e la lucidità di quello con Tonio, che non scade nella retorica nemmeno nelle sue ultimissime parole.

Tonio, dal canto suo, è quello che mi è piaciuto di più. James Pease, americano, tre anni nell'aeronautica come cadetto pilota, fu un leggendario interprete britteniano. Si può pensare dunque che anteponesse l'interpretazione alla vocalità, ma non è così: ha un bel timbro da basso baritono, a suo agio sia in basso sia negli acuti, quelli scritti e quelli aggiunti nel Prologo. Ma non si ferma qui: la sua raffigurazione di Tonio compete, per acume, con quelle di Gobbi e Taddei, a cui non è secondo per il tratteggio di una personalità semplice ma tutt'altro che "scema" o bestiale, come vorrebbe derubricarla Nedda. A parte il Prologo, che vede bei pianissimi al "Nido di memorie", è da menzionare la già citata scena con Nedda, nonché le strepitose, sussurrate battute con cui si rivolge a Canio che ha appena scoperto Silvio. E nel secondo atto, la leggera scorrevolezza di questo Tonio-Taddeo ha pochi pari. Decisamente bravo.

Se la cava bene anche Hans Braun, baritono di solida quadratura e preparazione vocale, capace di darci un Silvio che ha tutta la morbidezza al posto giusto, anche lui con mezzevoci e fraseggi amorosi da constatare senza alcuna riserva.

E per finire, Alfred Pfeifle è un Beppe che sa essere sfuggente e mercuriale, oltre che molto musicale, anche se sembra che alcuni acuti della sua Serenata gli diano qualche pensiero.

In ogni caso, siamo di fronte a Pagliacci di una teatralità rara, mai a scapito della resa musicale.

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14 ore fa, giordanoted dice:

Comunque mi avete fatto @Wittelsbache @Majaniello, fatto venire la curiosità di riascoltare quest'opera, per vedere anche quant'è insistita quest'idea che sottolineava Maja dell'equazione amore e morte, tipicamente decadente... mi immagino il buon Illica che pesta il pedale sull'amor mortis (e del resto pure in Butterfly...) (certo, il prototipo è Tristan... con l'analisi furtwaengleriana in cui la morte è in realtà più profonda della vita, la notte luminosa ecc. e altre robe schopenhaueriane) vabbè scusate l'off topic.

Comunque grazie perché, come sempre, con il forum mi capita di ritornare su cose che prima mi erano indigeste (lo Chenier appunto)...

A me fa cag.... Musica, libretto, tutto. Quindi, vista la nostra proverbiale divergenza di gusto, c'è una buona probabilità che ti piaccia moltissimo :D

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48 minuti fa, Majaniello dice:

A me fa cag.... Musica, libretto, tutto. Quindi, vista la nostra proverbiale divergenza di gusto, c'è una buona probabilità che ti piaccia moltissimo :D

ahaha, la mia curiosità cresce a dismisura...

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15 ore fa, Wittelsbach dice:

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Hans Hopf, di Canio, ha la robustezza, gli acuti e, soprattutto, la fibra dell'amante offeso ma poco propenso a sbracare, anche nei momenti di maggior devastazione emotiva. La sua voce quasi baritonale non ha la lucentezza di certi aurei esempi, ma si dimostra del tutto all'altezza dell'impegno, anche emettendo acuti molto nutriti e penetranti. E' notevole il tono del "Vesti la giubba", che comincia sommesso per poi inarcarsi in un'oratoria ampia e desolata, senza scadimenti in un declamato wagneriano fuori tema. Nella recita, è da notarsi l'eccellente dizione, così come la resa del difficile cantabile "Sperai, tanto il delirio", per cui è prescelta un'intonazione quasi allucinata, con sonorità dolci che evitano di abbandonarsi alla disperazione scoperta di altri interpreti. Alla fine, "La commedia è finita" è un sussurro cupo. Del resto, un po' tutta la sua prestazione è pervasa di una cupezza, una predestinazione che si impongono. Totalmente emendati i gridi e le esclamazioni aggiunte d'estrazione verista.

Anche se dal punto di vista attoriale non si può dire che si faccia in quattro, sotto l'aspetto vocale ( come il Principe ha ben descritto) Hans Hopf è un Canio di primo livello. Il fraseggio è composto ma intenso e se il centro-grave è baritonale, gli acuti sono tenorili, nitidi, facili, ben timbrati. 

 

 

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A me piaceva questo, sempre con Sawallisch. Certo che Puccini o Verismo in tedesco, sono de denuncia penale. Mi viene in mente sempre questa scena:

 

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5 ore fa, Pinkerton dice:

Anche se dal punto di vista attoriale non si può dire che si faccia in quattro, sotto l'aspetto vocale ( come il Principe ha ben descritto) Hans Hopf è un Canio di primo livello. Il fraseggio è composto ma intenso e se il centro-grave è baritonale, gli acuti sono tenorili, nitidi, facili, ben timbrati. 

 

 

Ho cercato di capire, senza successo, a che anno risalirebbe quel video. Secondo me è addirittura posteriore a quest’incisione. Chissà.

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2 ore fa, Ives dice:

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A me piaceva questo, sempre con Sawallisch. Certo che Puccini o Verismo in tedesco, sono de denuncia penale. Mi viene in mente sempre questa scena:

 

🤣🤣

Di Tabarri tedeschi ne esistono altri, tra cui uno preistorico diretto da Krauss, che a molti piace.

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@Ives, ecco un'altra denuncia da scrivere...

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A cercare con attenzione, quello di Sawallisch non è l'unico Chenier registrato in tedesco. Alcuni anni fa, la benemerita Cantus Classics ricuperò dai soliti archivi radio un altro Chenier, stavolta non da Monaco ma da Francoforte, risalente a sei anni prima e con una traduzione differente. E' disponibile su Spotify (e su youtube!) grazie alla curiosa azienda The Art of Singing, che propone numerosi album digitali di questo genere, dalla caratteristica copertina nera con scritte colorate. Pure in questo caso, il suono è decisamente ottimo per essere nel 1950, un mono ricco di presenza e di spazio. Quanto al risultato, è evidente il coinvolgimento di cantanti di minor calibro rispetto a quelli di Monaco. Ne sorte uno Chenier prescindibile, ma che piace per il lavoro di squadra davvero buono, soprattutto dei comprimari.

La direzione di Winfried Zillig non è particolarmente rivelatrice. In ogni caso, si segnala per il buon passo drammatico e il sano equilibrio dei tempi. Inoltre, non soffre di trasandatezze come quella del ben più illustre Lovro von Matacic a Vienna, ed è da registrare una grande intesa coi cantanti. Pure qui occorre lamentare dei noiosi tagli: nel Primo Atto, come con Sawallisch, manca la scena in cui Maddalena calma Bersi, ma in compenso la sortita dell'Abate è integrale, ed è un bene perché l'interprete è bravo. Nel Terzo Atto, invece, il duetto soprano-baritono trasla direttamente nel “Passo ai giurati!”, con rimozione completa di tutto il cicaleccio delle popolane (pessima decisione). Peccato, perché la scena è molto ben centrata, anche qui con i rumori e soprattutto con un Fouquier-Tinville, Sanders Schier, efficacissimo: tonante, pauroso, cattivo.

Il trio protagonistico eccelle più che altro in Maddalena di Coigny. Maud Cunitz, più l'ascolto più mi piace. Possiede una magnifica voce di soprano lirico spinto, una robustezza a tutta prova, una morbidezza innata e una sensibilità d'interprete più che sufficiente a non annoiare e a interessare sempre. Così, la sua Maddalena non acquisisce inutili pose matronali, ma al contrario è mossa e spavalda nell'accento, riuscendo anche a essere dolce o supplichevole quand'è il momento. Molto bella la conclusione in pianissimo del duetto del Secondo Atto, che la Cunitz risolve in una nota dal colore iridescente, mentre il tenore se la cava solo con una specie di falsetto. Molto volitivo e appassionato poi lo scontro col baritono. Tutto il Quarto Atto, per finire, si giova delle glorie di un ottimo registro superiore, e di un'esecutrice che sa esattamente come e quando cantare piano e con espressione.

Lo stesso non vale per il protagonista, l'imbambolato Karl Friedrich, già apparso anni fa in queste cronache: era un incredibilmente pessimo Pinkerton di una inascoltabile Butterfly anch'essa tedesca. Con lo Chenier sembra in forma marginalmente migliore, ma il suo timbro sbiancato, immiserito da un'emissione molto qualunque e ben poco meditata, non è diventato allettante. E ancor meno lo diventa in acuto, con note prese con baldanza ma, di fatto, fredde e opache. Ancora più opaca è la resa del personaggio, molto monotona, con toni tutti uguali dall'inizio alla fine. L'Improvviso, per dire, trascura il legato per inseguire una suggestione vagamente wagneriana, senza peraltro che l'accento si muova. Duro e scostante è anche il “Sì, fui soldato”, pure esso equivocato. “Come un bel dì di maggio” è introdotto da un recitativo quasi spensierato nell'espressione, e non dice proprio nulla.

Molto poco interessante è anche Karl Kronenberg, che due anni prima era stato uno scadente Wotan sempre con Zillig, e che qui si limita a cantare tutto forte e quasi tutto uguale, tranne quando non può proprio farne a meno. In particolare, la grande aria tende una volta di più a essere assimilata a un monologo di Wagner, con le frasi tutte slegate, senza che per questo diventi in qualche modo incisiva o memorabile. Ci aggiungerei, per completare il quadretto, il suono aperto, stanco e sordo degli acuti.

Molto migliori i comprimari, che non distano troppo da quelli sentiti a Monaco, anche se sono quasi tutti dei Carneadi, almeno per i grossi pubblici discografici (ma non per i palcoscenici del tempo). Salta agli occhi la presenza di una Christa Ludwig di appena 22 anni (era stata scritturata a Francoforte da quando ne aveva 19!), che fa due parti, Bersi e Madelon. A quest'ultima, ritornerà negli anni Ottanta (!), nella brutta incisione di Chailly, in cui risulterà fantasmatica e armonizzata a un parterre di pensionati tra cui la Varnay come Contessa (!): qui invece è decisamente brava, anche se fin troppo giovanile nel timbro, cosa che viceversa è adatta per Bersi. Decisamente bravo ed eloquente il Roucher di Fritjof Sentpaul, come lo Schmidt di August Heimpel e soprattutto l'ottimo e serpentino Incredibile di Walter Jenckel. Georg Stern apre gli acuti modestissimi di Mathieu come un dilettante, ed è un peccato perché altrimenti sarebbe efficientissimo. Lo è anche il Fleville di Ewald Bohmer, mentre non posso citare la Contessa, l'Abate e Dumas perché non si trovano da nessuna parte i loro nomi.

A beneficio vostro, ecco alcuni estratti.

La Ludwig che fa Madelon:

 
Il finale del duetto del Secondo Atto:
 
 

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@Wittelsbach ma tu del Verdi tedesco che ne pensi? c'è del buono? mi riferisco a certe registrazioni anni '30-'40 che testimoniano un certo interesse dei krukki per la nostra musica (Macbeth mi sa proprio che l'hanno riscoperto loro prima di noi).

 

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Quello che finora ho sentito, Trovatore anni Trenta con Roswaenge, Rigoletto 1950 Fricsay e Otello 1958 Solti, mi ha molto soddisfatto.

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Che musicista Fricsay... anche operistico... il suo Don Giovanni per me è il migliore... Chissà che combina in Rigoletto

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18 minuti fa, giordanoted dice:

Che musicista Fricsay... anche operistico... il suo Don Giovanni per me è il migliore... Chissà che combina in Rigoletto

Chiamato?

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