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Wittelsbach

Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

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Da come l’avevi descritto in quella frase avevo pensato tutto il contrario! Mai sentito Cassilly in cose anteriori agli anni Settanta.

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22 ore fa, Pinkerton dice:

Che bel pezzo, Maja! Complimenti!

Grazie Pink!

22 ore fa, Wittelsbach dice:

Da come l’avevi descritto in quella frase avevo pensato tutto il contrario! 

Davvero? forse mi ero espresso male. 

Aggiungo alle considerazioni sulla vocalità che l'unico direttore di tradizione che avrebbe potuto compiere il miracolo "filologico" (con molte virgolette) era Muti, che vent'anni fa allestì l'opera alla Scala all'interno di un noto percorso votato al classicismo (che molti criticarono). Quando Muti rispolverò Lodoiska di Cherubini, di cui Fidelio è praticamente la copia-carbone, chiamò la Devia e un cast di contorno quantomeno adeguato, mentre per Fidelio chi scritturò? la Meier! ecchecc...

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19 ore fa, Majaniello dice:

Grazie Pink!

Davvero? forse mi ero espresso male. 

Aggiungo alle considerazioni sulla vocalità che l'unico direttore di tradizione che avrebbe potuto compiere il miracolo "filologico" (con molte virgolette) era Muti, che vent'anni fa allestì l'opera alla Scala all'interno di un noto percorso votato al classicismo (che molti criticarono). Quando Muti rispolverò Lodoiska di Cherubini, di cui Fidelio è praticamente la copia-carbone, chiamò la Devia e un cast di contorno quantomeno adeguato, mentre per Fidelio chi scritturò? la Meier! ecchecc...

La Meier almeno quando è al suo posto è brava... Io coi miei genitori finii a un suo Siegfried in Scala, non ricordo quando, fine anni Novanta. E come Brünnhilde c’era... Jane Eaglen, a cui aveva fatto fare la sua improbabilissima Norma fiorentina.

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18 minuti fa, Wittelsbach dice:

La Meier almeno quando è al suo posto è brava... Io coi miei genitori finii a un suo Siegfried in Scala, non ricordo quando, fine anni Novanta. E come Brünnhilde c’era... Jane Eaglen, a cui aveva fatto fare la sua improbabilissima Norma fiorentina.

Quella Norma è terribile... 

A me se è per questo non dispiace la Behrens, come capacità interpretativa dico, ma hai comunque la sensazione che sia una Brünnhilde che fà Leonore.

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Il mio percorso col Ring di Boulez continua, com'è logico, con la Valchiria. Una rappresentazione che ha molti motivi d'interesse ma, per altri, certifica uno dei momenti più bassi della storia vocale del Festival di Bayreuth.

Boulez è ancora lui: analitico, coinvolgente. Lo strumentale di quest'opera è analizzato con la lente d'ingrandimento. E i momenti più  movimentati hanno una drammaticità elettrica, non grandiosa ma lucida, moderna: per esempio, tutta la seconda parte del Secondo Atto, purtroppo gettata via da cantanti impresentabili. Il preludio dello stesso atto. La Cavalcata delle Valchirie. Pure i momenti-cardine della trama, ossia quelli che spiegano gli antefatti e i nodi psicologici, tipo il duetto Wotan-Fricka o il monologo di Wotan, sono molto coinvolgenti. Tutto perfetto? Ahinoi, c'è un grosso neo: l'amore. Il Primo Atto è l'atto dell'amore, e qui di amore non c'è traccia. Sembra che Boulez lo escluda dalle emozioni che vuole trasmettere all'ascoltatore. Col che, incredibilmente, Pierino finisce col riallacciarsi all'approccio di certi direttoroni storici, che pure loro consideravano la storia Siegmund-Sieglinde come un innocuo accidente sentimentale tra un eroismo e l'altro. Boulez non fa come Kna o Furtwangler, ossia non tramuta l'Atto Primo in una tragedia. Purtroppo, fa ben peggio: lo annacqua in un triste grigiore uniforme, in cui nulla si distingue più. Il culmine è un "Wintersturme" di raro cinismo, ma non scherzano nemmeno gli incisi tematici di Hunding, enunciati con piattezza scolastica e del tutto privi di temibilità. Peccato. Ma del resto, con un simile cast Boulez poteva farci poco.

Gwyneth Jones aveva la grammatura vocale idonea per il ruolo di Brunnhilde, nonché un certo talentaccio espressivo. Ma le cose non vanno proprio benissimo. L' "Hojotoho" iniziale ha acuti decisamente duri ma ancora fermi, misti tuttavia a un generale calo d'intonazione. Proseguendo, questa Brunnhilde mostra discreta autorevolezza nelle frasi centrali da scandire forte. Viceversa, appena deve salire un po' in un clima sostenuto, sono dolori: la scena dopo l'Annuncio della morte è un disastro di grida oscillanti e durissime. Quando canta piano, poi, la Jones attacca le note con un'emissione fissa, che poi viene fatta (come al solito) ballare: è un espediente vocale tipico di una scuola perniciosa che discende dalle sorelle Konetzni e dalla Brouwenstijn, per poi approdare al vociferio di Dvorakova, Ligendza, Balslev e compagnia urlante. No, grazie. Quanto all'interprete, a parte i momenti sporadici a cui alludevo, non vedo proprio dove venga fuori. Certi peana mi sono sembrati fuori luogo.

Tutto il contrario per Donald McIntyre, autore di un Wotan per certi aspetti memorabile. Anche lui ha la voce adatta, ma nel suo caso non abbiamo vizi capitali, a parte forse una lieve tensione nella difficile sua entrata: il timbro è bello e ampio, non trovo sia "arido e grigiastro" come definito da altri colleghi critici. In più, ha un'innata morbidezza. E soprattutto, è emesso da un grande interprete. La scena con Fricka e l'Addio sono altrettante pagine di ottimo teatro. E lo è anche il monologo. Nella prima parte, McIntyre ricorre a un fraseggio addirittura intimista, tutto sussurrato. C'è il rovescio della medaglia: a volte esagera, le intenzioni gli prendono la mano, quindi a volte finisce per parlare anziché cantare, e tramuta certe frasi in un borbottio, in una specie di pissi pissi bau bau che è al limite. Comunque credo che nella discografia non si fosse sentito ancora un Wotan così umanizzato e accattivante.

Le notacce, in tutti i sensi, arrivano dagli amanti gemelli.
Come Siegmund, è stato prescelto un Peter Hofmann allora all'inizio della sua fedina penale canora, e dunque ancora in possesso quantomeno di una voce apparentemente voluminosa. Peccato che il cantante non esista. Il fatto che all'epoca non si fosse ancora autodistrutto, significa solo che sembra di essere di fronte a un James King peggiorato, senza il suo squillo e la sua robustezza, ma con tutta la sua elefantiasi e la libidine di scagliare senza criterio blocchi di suono ovunque. Il registro basso è inoltre un disastro di sonorità nasali e ingolate, mentre ogni tentativo di cantare piano è premiato con emissioni soffocate, sembra che stia cantando a gesti. I pochi acuti sono imbroccati per scommessa. Nessuna interpretazione.

Apparentemente meno nefasta Jeannine Altmeyer, senonché ci si accorge come questa giovane (all'epoca) americana canti Sieglinde con una voce da Freia o da Woglinde, ossia con metà delle note necessarie, un registro centrale invisibile e uno acuto piuttosto gridato e scomposto. L'interprete è limitata a una corda minimalista e piagnucolosa, l'unica possibile con la voce che si ritrova. Unica trovata, al Secondo Atto, quando escogita addirittura delle terribili sghignazzate.

Matti Salminen è un altro bell'elemento, un basso la cui emissione è risultata bovina fin dalla gioventù, e dunque è stimbrata e gutturale in modo impossibile. Anche se pure lui dà un discreto contributo al malcanto del Secondo Atto, non va dimenticata la totale inerzia scialata nel primo, ridotto a una lugubre e noiosissima tiritera, cantata come se credesse di essere nel Siegfried e avesse messo l'imbuto per fare l'effetto del Fafner drago.

Ci si tira su, ringraziando il Cielo, con una Hanna Schwarz, la cui Fricka ha il carisma vocale ed espressivo idoneo a scolpire, d'incanto con McIntyre e Boulez, un notevole duettone. Anche le Valchirie, dal canto loro, sono brave, e ricamano un grandissimo momento sulla ribollente e lucida orchestra bouleziana.

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16 minuti fa, Wittelsbach dice:

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Il mio percorso col Ring di Boulez continua, com'è logico, con la Valchiria. Una rappresentazione che ha molti motivi d'interesse ma, per altri, certifica uno dei momenti più bassi della storia vocale del Festival di Bayreuth.

Boulez è ancora lui: analitico, coinvolgente. Lo strumentale di quest'opera è analizzato con la lente d'ingrandimento. E i momenti più  movimentati hanno una drammaticità elettrica, non grandiosa ma lucida, moderna: per esempio, tutta la seconda parte del Secondo Atto, purtroppo gettata via da cantanti impresentabili. Il preludio dello stesso atto. La Cavalcata delle Valchirie. Pure i momenti-cardine della trama, ossia quelli che spiegano gli antefatti e i nodi psicologici, tipo il duetto Wotan-Fricka o il monologo di Wotan, sono molto coinvolgenti. Tutto perfetto? Ahinoi, c'è un grosso neo: l'amore. Il Primo Atto è l'atto dell'amore, e qui di amore non c'è traccia. Sembra che Boulez lo escluda dalle emozioni che vuole trasmettere all'ascoltatore. Col che, incredibilmente, Pierino finisce col riallacciarsi all'approccio di certi direttoroni storici, che pure loro consideravano la storia Siegmund-Sieglinde come un innocuo accidente sentimentale tra un eroismo e l'altro. Boulez non fa come Kna o Furtwangler, ossia non tramuta l'Atto Prima in una tragedia. Purtroppo, fa ben peggio: lo annacqua in un triste grigiore uniforme, in cui nulla si distingue più. Il culmine è un "Wintersturme" di raro cinismo, ma non scherzano nemmeno gli incisi tematici di Hunding, enunciati con piattezza scolastica e del tutto privi di temibilità. Peccato. Ma del resto, con un simile cast Boulez poteva farci poco.

Gwyneth Jones aveva la grammatura vocale idonea per il ruolo di Brunnhilde, nonché un certo talentaccio espressivo. Ma le cose non vanno proprio benissimo. L' "Hojotoho" iniziale ha acuti decisamente duri ma ancora fermi, misti tuttavia a un generale calo d'intonazione. Proseguendo, questa Brunnhilde mostra discreta autorevolezza nelle frasi centrali da scandire forte. Viceversa, appena deve salire un po' in un clima sostenuto, sono dolori: la scena dopo l'Annuncio della morte è un disastro di grida oscillanti e durissime. Quando canta piano, poi, la Jones attacca le note con un'emissione fissa, che poi viene fatta (come al solito) ballare: è un espediente vocale tipico di una scuola perniciosa che discende dalle sorelle Konetzni e dalla Brouwenstijn, per poi approdare al vociferio di Dvorakova, Ligendza, Balslev e compagnia urlante. No, grazie. Quanto all'interprete, a parte i momenti sporadici a cui alludevo, non vedo proprio dove venga fuori. Certi peana mi sono sembrati fuori luogo.

Tutto il contrario per Donald McIntyre, autore di un Wotan per certi aspetti memorabile. Anche lui ha la voce adatta, ma nel suo caso non abbiamo vizi capitali, a parte forse una lieve tensione nella difficile sua entrata: il timbro è bello e ampio, non trovo sia "arido e grigiastro" come definito da altri colleghi critici. In più, ha un'innata morbidezza. E soprattutto, è emesso da un grande interprete. La scena con Fricka e l'Addio sono altrettante pagine di ottimo teatro. E lo è anche il monologo. Nella prima parte, McIntyre ricorre a un fraseggio addirittura intimista, tutto sussurrato. C'è il rovescio della medaglia: a volte esagera, le intenzioni gli prendono la mano, quindi a volte finisce per parlare anziché cantare, e tramuta certe frasi in un borbottio, in una specie di pissi pissi bau bau che è al limite. Comunque credo che nella discografia non si fosse sentito ancora un Wotan così umanizzato e accattivante.

Le notacce, in tutti i sensi, arrivano dagli amanti gemelli.
Come Siegmund, è stato prescelto un Peter Hofmann allora all'inizio della sua fedina penale canora, e dunque ancora in possesso quantomeno di una voce apparentemente voluminosa. Peccato che il cantante non esista. Il fatto che all'epoca non si fosse ancora autodistrutto, significa solo che sembra di essere di fronte a un James King peggiorato, senza il suo squillo e la sua robustezza, ma con tutta la sua elefantiasi e la libidine di scagliare senza criterio blocchi di suono ovunque. Il registro basso è inoltre un disastro di sonorità nasali e ingolate, mentre ogni tentativo di cantare piano è premiato con emissioni soffocate, sembra che sia cantando a gesti. I pochi acuti sono imbroccati per scommessa. Nessuna interpretazione.

Apparentemente meno nefasta Jeannine Altmeyer, senonché ci si accorge come questa giovane (all'epoca) americana canti Sieglinde con una voce da Freia o da Woglinde, ossia con metà delle note necessarie, un registro centrale invisibile e uno acuto piuttosto gridato e scomposto. L'interprete è limitata a una corda minimalista e piagnucolosa, l'unica possibile con la voce che si ritrova. Unica trovata, al Secondo Atto, quando escogita addirittura delle terribili sghignazzate.

Matti Salminen è un altro bell'elemento, un basso la cui emissione è risultata bovina fin dalla gioventù, e dunque è stimbrata e gutturale in modo impossibile. Anche se pure lui dà un discreto contributo al malcanto del Secondo Atto, non va dimenticata la totale inerzia scialata nel primo, ridotto a una lugubre e noiosissima tiritera, cantata come se credesse di essere nel Siegfried e avesse messo l'imbuto per fare l'effetto del Fafner drago.

Ci si tira su, ringraziando il Cielo, con una Hanna Schwarz, la cui Fricka ha il carisma vocale ed espressivo idoneo a scolpire, d'incanto con McIntyre e Boulez, un notevole duettone. Anche le Valchirie, dal canto loro, sono brave, e ricamano un grandissimo momento sulla ribollente e lucida orchestra bouleziana.

Ammappa che stroncatura. Comunque, volendo fare l'avvocato di Boulez, l'inerzia della storia d'amore tra i gemelli sarebbe una conseguenza del voler trasformare questa vicenda in un dramma borghese, quasi in una pièce di Pinter. Almeno questo dice il buon Giudici, che qui Boulez (e Chereau) degradano scientemente il mito a "teatro tardonovecentesco". Se trattasi di minchiata giudicesca - che a leggere le sue note ha il pallino che urga "umanizzare" tutto, da Eschilo a Wagner, e chi lo fa è con lui, chi no, è dannato - non so, riferisco.

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Ma che stroncatura! Sarebbe una Walkyria d'eccezione se almeno Sieglinde e Siegmund fossero buoni o buonini.

Sorpresa sorpresina: Siegfried sarà molto molto meglio.

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Adesso, Wittelsbach dice:

Ma che stroncatura! Sarebbe una Walkyria d'eccezione se almeno Sieglinde e Siegmund fossero buoni o buonini.

Sorpresa sorpresina: Siegfried sarà molto molto meglio.

Ah ok allora come al solito mi sono concentrato sulle note dolenti in cui sei particolarmente bravo a affondare il coltello...

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