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On 10/1/2020 at 11:45, kraus dice:

Di norma sì, è una prassi che serve a creare un contrasto e a non rendere la sinfonia interamente o eccessivamente tragica. In genere la drammaticità dell'opera in minore dipende sia dalla veemenza / desolazione del primo tema, sia alla durata del suo svolgimento prima che intervenga il secondo tema a fungere da chiaroscuro. Questo per quanto riguarda l'esposizione.

Indi, nello sviluppo (o elaborazione che dir si voglia), piena libertà tonale e modale al compositore, che può benissimo prendere la vita con più Montana preferendo uno svolgimento prevalentemente in maggiore, oppure farla più tragica riaffidando al minore il nocciolo del discorso musicale.

Altre volte ancora, si ha un'alternanza tra maggiore e minore (o una zona grigia tra le due modalità), che se viene abilmente trattata e aiutata dalle modulazioni può rendere la musica più interessante: proprio nella Sinfonia 40 Mozart fa letteralmente accapigliare gli strumenti l'un contro gli altri (e aveva già gettato una scintilla nell'inquieto secondo tema, che pur essendo in maggiore non è affatto lieto).

La suddetta libertà è anche tematica: l'autore può calcare la mano più sul primo o sul secondo soggetto, ma può anche infilare nello sviluppo una melodia totalmente nuova (accennata solo nell'armonia durante l'esposizione). Ne è un esempio bellissimo la Sinfonia degli Addii in fa# minore di Haydn (n. 45), dove proprio nell'elaborazione troviamo un apparente corpo estraneo, che in realtà Haydn aveva abilmente dissimulato in precedenza, ripartendolo tra archi gravi e acuti (come osserva il Della Croce, monografo delle sinfonie haydniane): 

L'inserimento di un soggetto nuovo può avvenire, beninteso, anche se la tonalità di impianto è in modo maggiore. Siamo nell'Allegro iniziale di questo trio e Mozart ha appena finito l'esposizione. Ecco che lo sviluppo inizia con un tema del tutto nuovo:

Superato lo sviluppo, il compositore segue generalmente la norma di ripresentare entrambi i temi in minore, giusto per ribadire il carattere tetro/triste/selvaggio/rabbioso dell'opera. 

E ora, per ricapitolare, vediamoci un esempio di forma sonata in piena regola col mio bravo omonimo:

È il battagliero finale di una delle sue più belle sinfonie: le sezioni sono

a) 14:41 - 1° tema in do minore, lungamente svolto;

b) 15:19 - il 2° tema in (mi bemolle) maggiore, che si conclude per l'appunto nella stessa tonalità e modalità, rovesciando in maggiore anche la frase con cui l'Allegro assai è iniziato. Segue bis dell'esposizione, ma questo particolare già lo conosciamo;

c) 17:54 - sviluppo che parte dal 2° tema e si incendia subito con un'impennata eroica e una grande, turbinosa frase orchestrale. L'autore mantiene viva la tensione e non decide chiaramente per uno sviluppo in maggiore o in minore; ci lascia sperare in un lieto fine, ma quando si avvia la

d) ripresa (19:24) - invero il 1° tema è stato tagliato e tutto quel che segue è in minore fino all'ultima nota, confermando la natura tragica dell'opera. Come nel caso della KV 183, sviluppo e ripresa non vengono ripetuti.

Sempre in tema di forma sonata, generalmente si dice che la sua struttura armonica tende a dare un senso di compimento, conciliazione e sintesi. Nel caso di questi brani in modo minore, io trovo che il riapparire del secondo tema (nella ripresa) nella tonalità (minore) di impianto segni, invece, un momento di ulteriore tensione, se non in assoluto il picco della tensione armonica (pur essendo, tecnicamente, un "ritorno a casa").

Premesso che sono percezioni almeno in certa misura soggettive, la questione presenta varie interpretazioni. La prima cosa che si può osservare è che, essendo il brano in minore, l'autore ha voluto dare, una volta tanto, un tono drammatico alla sua composizione ergo è corretto che la coda della del movimento contenga quanta più tensione possibile. Mi viene in mente il finale del concerto K466 che, per mia conoscenza, è l'unico pezzo classico che termina in maggiore pur essendo la composizione in minore. Non so se sia un rondò/sonata, comunque qui è evidente il senso di riconciliazione che il compositore ha voluto dare.

Altra cosa che posso dire è... siamo certi che nel ’700 percepissero i modi come li percepiamo adesso? Per esempio la musica barocca non associa in modo così preciso il maggiore e il minore a degli "stati d'animo", le composizioni in minore sono molto più frequenti rispetto al successivo classicismo. Forse proprio questo aspetto del minore relegato a casi isolati e sporadici dimostra che in effetti sì, ai tempi di Mozart era percepito in modo inequivocabile come ambito sonoro teso e drammatica o addirittura tragico.

Detto ciò devo ammettere che, personalmente, il senso di risoluzione armonica che il ritorno del secondo tema nella tonalità di impianto dovrebbe dare non l'ho mai percepito in modo conscio (come percepisco invece in modo evidente, per esempio, se un tema prima udito in maggiore viene proposto in minore o viceversa - è proprio il caso della sinfonia nr.40), se ha un tale effetto su di me lo ha a livello subliminale, il che non è affatto un male.

Confessa.it

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26 minuti fa, Eduard Hanslick dice:

Altra cosa che posso dire è... siamo certi che nel ’700 percepissero i modi come li percepiamo adesso? Per esempio la musica barocca non associa in modo così preciso il maggiore e il minore a degli "stati d'animo", le composizioni in minore sono molto più frequenti rispetto al successivo classicismo. Forse proprio questo aspetto del minore relegato a casi isolati e sporadici dimostra che in effetti sì, ai tempi di Mozart era percepito in modo inequivocabile come ambito sonoro teso e drammatica o addirittura tragico.

La domanda mi ha sempre interessato; ne ho un'altra: visto che le composizioni venivano scritte generalmente su commissione (Buscaroli credo avesse ragione quando affermava, sempre parlando di Mozart, che "scrivere per il cassetto non piace a nessuno"), il modo minore era inteso come rivoluzionario, quasi come una sorta di ribellione al padrone, o era tutto previsto e calcolato all'origine?

Prendo un esempio verosimile: Mozart litiga furiosamente con l'Arcivescovo, suo futuro neo-ex datore di lavoro, arriva a casa stordito dalla rabbia e dalla tensione, magari getta verdianamente a terra uno dei vari spartiti da completare, s'apre sempre verdianamente la pagina e compare quel che è stato già composto della Sonata: un primo tempo abbastanza tranquillo... "Eh no! Devo sfogarmi!" dice qualcosa nella mente di Mozart, "Ora la vedremo!" e ti compone questa roba qui:

Si parla altrove di passaggi (non necessariamente in minore, eh, magari si trattava di contrappunto, che era vietato dall'Arcivescovo, nelle Messe o nelle Sonate da chiesa) che facevano o meglio "avran fatto" sobbalzare il buon Colloredo. C'era insomma un'etichetta musicale da rispettare, ma non mi è chiaro se l'uso del modo minore fosse accettato o escluso da quell'etichetta. E se sì, valeva a Vienna come a Salisburgo o a Berlino, dove CPE Bach componeva in minore molto di più rispetto ai colleghi attivi altrove?

Abbiamo d'altronde svariate "sinfonie disperate in la minore, sol minore, mi minore" (Della Croce) di Vanhal, Haydn, Fils, ecc., testimonianza della corrente Sturm und Drang e di un disagio adultile che non si poteva più comprimere ingoiando i rospi delle ferie non pagate o del trasferimento e dell'aumentino di stipendio negati.

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3 ore fa, kraus dice:

La domanda mi ha sempre interessato; ne ho un'altra: visto che le composizioni venivano scritte generalmente su commissione (Buscaroli credo avesse ragione quando affermava, sempre parlando di Mozart, che "scrivere per il cassetto non piace a nessuno"), il modo minore era inteso come rivoluzionario, quasi come una sorta di ribellione al padrone, o era tutto previsto e calcolato all'origine?

Prendo un esempio verosimile: Mozart litiga furiosamente con l'Arcivescovo, suo futuro neo-ex datore di lavoro, arriva a casa stordito dalla rabbia e dalla tensione, magari getta verdianamente a terra uno dei vari spartiti da completare, s'apre sempre verdianamente la pagina e compare quel che è stato già composto della Sonata: un primo tempo abbastanza tranquillo... "Eh no! Devo sfogarmi!" dice qualcosa nella mente di Mozart, "Ora la vedremo!" e ti compone questa roba qui:

Si parla altrove di passaggi (non necessariamente in minore, eh, magari si trattava di contrappunto, che era vietato dall'Arcivescovo, nelle Messe o nelle Sonate da chiesa) che facevano o meglio "avran fatto" sobbalzare il buon Colloredo. C'era insomma un'etichetta musicale da rispettare, ma non mi è chiaro se l'uso del modo minore fosse accettato o escluso da quell'etichetta. E se sì, valeva a Vienna come a Salisburgo o a Berlino, dove CPE Bach componeva in minore molto di più rispetto ai colleghi attivi altrove?

Abbiamo d'altronde svariate "sinfonie disperate in la minore, sol minore, mi minore" (Della Croce) di Vanhal, Haydn, Fils, ecc., testimonianza della corrente Sturm und Drang e di un disagio adultile che non si poteva più comprimere ingoiando i rospi delle ferie non pagate o del trasferimento e dell'aumentino di stipendio negati.

Questa sonata di Mozart è tutta strana, parrebbe più un giovane Mendelssohn, a parte il celeberrimo tema del celeberrimo canone, c'è ovunque una evidente volontà di "fare come mi pare", quattro minuti di introduzione lenta (assolutamente fuori dagli schemi), nessun movimento centrale, sonata molto più pianistica che violinistica, etc etc.

Forse sì, il minore è un modo "liberatorio", evidentemente la musica di Mozart potenzialmente poteva essere molto altro, il "mercato" l'ha incanalata in uno stile più controllato, ma la mente del compositore era lanciata qualche decennio avanti.

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2 minuti fa, Eduard Hanslick dice:

il "mercato" l'ha incanalata in uno stile più controllato, ma la mente del compositore era lanciata qualche decennio avanti.

Ha' voglia! Pensiamo solo al Don Giovanni o alla Grande Messa in do minore, che pure pesca molto dal passato... Ho l'impressione, più volte, che quella visione del futuro che a Haydn è stata negata e che Beethoven gli ha fatto balenare nei primi Trii e nelle prime Sonate (Haydn la rifiutò recisamente, proprio non poteva immaginare un progresso per il Classicismo, e tte credo: era lui stesso il Classicismo), Mozart ogni tanto se la conceda e si affacci su quell'abisso che per tutti i suoi coevi (non solo Haydn) era off limits.

A volte progressioni enarmoniche, passaggi del tutto inattesi (l'Adagio della Sinfonia KV 550 o il tempo centrale del Concerto in sol KV 453, con un tema che pare sospendersi e ammettere una sorta di falsa partenza) rivelano che vedeva ben al di là del proprio tempo. Lo sappiamo dalle sue lettere ("Per avere successo oggi si deve scrivere musica incomprensibile o musica che possa capire anche un vetturino") che se avesse potuto, magari libero dai gusti dei committenti e aiutato da mecenati come quelli che sostennero Beethoven, si sarebbe potuto sbizzarrire davvero con la musica che davvero sentiva dentro, anziché solo di tanto in tanto.

 

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