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Madiel

Recensioni cd, registrazioni varie etc.

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beh, per cominciare ci provo io... :to_pick_ones_nose2: La discussione è libera, scrivete come e cosa volete.

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Koechlin: Le Docteur Fabricius op.202 (1941/1944 e 1946)

Radio-Sinfonieorchester Stuttgart diretta da Heinz Holliger

cd Hanssler

Le Docteur Fabricius è l'ultima composizione di grande respiro portata a termine da Koechlin, autentico testamento musicale e spirituale per stessa sua ammissione. Fu iniziato con difficoltà nel corso del 1941, dopo alcuni anni di pausa forzata a causa degli eventi bellici, che molto avevano straziato il cuore di Koechlin, e orchestrato nel 1946. In effetti la guerra e il disincanto stanno alla base della novella omonima, scritta dallo zio il filosofo Charles Dolfus. Il testo narra di un viaggio immaginario di Dolfus ad un maniero, per visitare il dottor Fabricius. Questi, un filosofo, disprezza il mondo e vive isolato nel castello odiando la natura poichè indifferente agli uomini, piangendo le ingiustizie del mondo e contestando il silenzio di Dio. Il dottore accoglie l'amico e gli prepara una stanza. Dolfus, durante la notte, riflettendo sulla situazione di stallo in cui era finito Fabricius, si alza dal letto e apre la finesta e... sente il "respiro" dell'universo nella notte stellata. Questo non è caos, è ordine, amore, è Dio, pensa, ma quando si rende conto di ciò si sveglia e si accorge che è ancora nell'albergo della città: aveva solo sognato. Il poema si apre con una sezione intitolata Il Maniero. La prima parte è una descrizione naturalistica, in stile post impressionista, con una orchestrazione molto densa e lugubre. Poi segue la rappresentazione del dolore universale di Fabricius, Il Dolore, che si fonda sui Corali I-III (quest'ultimo un complesso canone a sei voci). I temi dei tre corali verranno ripresi più volte nella successiva sezione La Rivolta. Questa è una parte piuttosto impegnativa, lo stesso autore era conscio della sua importanza sia nell'economia del poema, che per i mezzi e la forma utilizzati in funzione simbolica. In netto contrasto con la precedente, è un'ampia e poderosa fuga atonale caratterizzata da strutture quasi seriali, con svariati momenti in cui il suono viene potenziato dalle ondes Martenot. Le dissonanze e l'orchestrazione sono dure, quasi cubiste. Ricorda, per intenderci, alcuni passaggi analoghi di Les Bandar-log, ma privi di intenzioni naturalistiche o caricaturali, la musica è assoluta e astratta. E' una eloquente rappresentazione in note della ribellione interiore di Fabricius che lo ha reso insensibile al mondo e alla bellezza, sottolineata con la ripresa in tempo lento dei temi dei corali, che danno alla Fuga una curiosa forma a pannelli. In effetti, la tensione rimane in stasi e poi riprende sempre con più vigore quando la Fuga continua il suo svolgimento. A questa fuga, segue un gigantesco corale a piena orchestra e organo su "Aus tiefer Noth", che nella sua purezza monolitica neoclassica crea un forte contrasto. Una elevazione verso i Cieli in piena regola. Subito dopo c'è la descrizione del Cielo stellato, dove ritornano le sonorità impressioniste dell'inizio, ma creando questa volta un senso di serenità e commozione per via del suono ultraterreno delle ondes. Forse il momento più toccante della partitura con il suo dolce, e a tratti cullante, canto monodico che lo caratterizza (orchestrazione cristallina di arpe, flauti, accordi eterei degli archi in ppp). Le risposte positive ai dubbi tormentosi di Fabricius vengono date nelle sezioni intitolate La Natura, La Vita, La Speranza, e nel successivo e trionfale Risposta dell'Uomo, caratterizzato da un intervento maestoso dell'organo. A questa segue La Gioia, una pagina trepidante a carattere fugato con tanto di apoteosi di ottoni, ondes e organo insieme, che ricorda molto da vicino certi movimenti traboccanti di vita delle sinfonie di Milhaud. Sembra quasi che l'Uomo abbia vinto ogni dubbio e si sia riapropriato della sua dimensione eroica e affermativa. Secondo me è tra le pagine più emozionanti del poema. La gioia dell'esistenza s'interrompe all'improvviso e lascia posto al finale, un oscuro Corale di stile modale basato sul tema de Il maniero. L'opera si conclude con un pacifico e sereno corale di corni e tromboni.

Lo stile di questo fluviale poema è del più tipico Koechlin maturo. Per intenderci ricorda La course de Printemps, La méditation de Purun-Bagat e Les Bandar-log, ma cerca di evitare facili suggestioni, e se le descrizioni ci sono restano appena abbozzate. Nella sezione della Rivolta si caratterizza per uno stile astratto e ben poco "francese". La musica è comunicativa e direzionale, già dopo un primo ascolto si individuano i punti salienti, mentre ogni sezione viene messa ben in risalto. L'orchestrazione, come suo solito, è sottile e certosina, ma stavolta le manca quella folle vertigine presente nel Livre de la jungle. Con mia grande sorpresa ho scoperto che Milhaud, già allievo di Koechlin, deve moltissimo a certo modus operandi del vecchio maestro, specie nelle sezioni più accademiche o nei momenti frenetici di La Gioia. Nota curiosa: l'opera non fu pubblicata vivente l'autore, e per sentirne la prima esecuzione, avvenuta a Bruxelles nel 1949 pochi mesi prima della sua morte, Koechlin fu costretto a copiare a mano tutte le sterminate parti orchestrali!! Dopo il 1949, non fu più suonato prima della presente registrazione, che risale al 2003.

Il cd comprende anche il notturno sinfonico Vers la voûte étoilée op.129, scritto per grande orchestra e dalla durata di dodici minuti circa. Concepito tra il 1923 e il 1933, poi ritoccato nell’orchestrazione nel 1939, non fu mai eseguito vivente l’autore. Dedicato alla memoria dell’astronomo Camille Flammarion, autore di un testo popolare sulle stelle che appassionò molto Koechlin durante l’infanzia, tanto che all’inizio progettò addirittura un suo impiego in quella branca della scienza. E’ caratterizzato da un’orchestrazione dolce e morbida nello stesso tempo, sicuramente impressionista, e con qualche concessione post romantica di derivazione tedesca mai invadente, che anzi innerva un discorso musicale sostanzialmente statico e contemplativo. Come spesso succede alla musica matura di Koechlin, le influenze originarie vengono fatte rivivere attraverso una solida concezione formale, quasi accademica, che è uno tratti distintivi del suo stile.

Suono dell'incisione ottimo, ma non da 10 e lode come pretende classicstoday, a volte per gusto personale lo avrei preferito più dettagliato, a tratti meno nebuloso (ad ex. l'organo manca di potenza e atmosfera per potersi espandere a dovere). Holliger mi ha dato una buona impressione, anche se mi resta il sospetto che con un direttore più estroso si potrebbe fare di meglio in Le Docteur. La musica di Koechlin è esigente, necessita di molta fantasia e slancio, oltre che di grande senso per il colore timbrico. Ma nel complesso non mi lamento, resta un cd che merita e la bella musica vale fino all'ultimo minuto.

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Questo sì che è parlare Maddy! :thumbsup_still:

ho modificato il titolo della discussione. Così possiamo parlare anche di incisioni rare o altro materiale sonoro che ci ha particolarmente colpito :beach:

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Come promesso, un breve resoconto.

Hans Huber, svizzero, è senz'altro un tardoromantico sbocciato nel filone di Joachim Raff. Ha scritto otto sinfonie e altra musica concertistica.

Il suo sinfonismo è caratterizzato da colori tersi, limpidi, puliti, "evocativi". In questo ricorda appunto Raff. A differenza di altri rappresentanti del genere, non c'è una dittatura di ottoni a caratterizzare i pezzi. Viceversa, Huber preferisce le figurazioni virtuosistiche dei legni, specialmente dei flauti, che sovente creano morbide volute inebrianti.

Ne sortisce un romanticismo naturalistico abbastanza affascinante, specialmente negli affreschi della Sinfonia 7 "Svizzera", che è a programma.

La Sinfonia n. 2 dedicata a Bocklin è invece originale per lo stile compositivo. A parte il tempo lento spostato al terzo posto, il movimento finale, intitolato "Metamorfosi", è costituito da una serie di micro-movimenti, ognuno dedicato a un quadro del grande artista. Spicca il "tema di Bocklin", una figurazione che ricorda i richiami dei corni alpini notissimi in Svizzera.

Huber in certi momenti si lascia prendere la mano dalle grandi forme sinfoniche, finendo per prendere veri e propri voli pindarici. Come in tutti i "minori", diciamo che il senso costruttivo e architettonico non è il suo forte. Però gli affreschi strumentali ci sono e sono abbastanza efficaci. Poi, la natura pulviscolare dell'ultimo movimento della Sinfonia n. 2 finisce per esorcizzare questa debolezza, al pari delle due brevi Ouvertures, del tutto prive di pesantezze romantiche.

Vedrò di ascoltare gli altri tre cd.

Orchestra di suono piacevole e brillante, ben guidata da Weigle, che sa quando abbandonarsi alla piena melodica.

Per dirvi qualcosa di più avrei dovuto leggere un po' più approfonditamente i poderosi fascicoli allegati a ciascun disco.

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Mi ci sono buttato.

C'è poco da dire, secondo me.

Bruckner ha fatto una vittima.

Un'estenuante sequela di brucknerismo mal digerito, e assimilato soltanto in certe deflagrazioni strumentali, e soprattutto nel gigantismo della forma.

Dico "forma" tanto per dire, giacché se Bruckner dilatò al massimo le forme classiche, Furtwangler semplicemente riempie pagine e pagine di partitura, affastellando temi, accordi, squilli di tromba (soprattutto questi ultimi) senza criterio alcuno. Gl'indulgentissimi libretti d'accompagnamento c'informano che il primo e l'ultimo tempo della Sinfonia n. 1 sono scritti in forma sonata: ebbene, sfido chiunque a riconoscerla. Il primo movimento è una quaresima di 25 minuti, per inciso. In totale, la prima sinfonia raggiunge i 77 o 78 minuti. E' una cosa indescrivibile, come già dissi. Conosce un solo colore: il nero tenebra, che diventa "grigio-monotonia" dopo un po', salvo tramutarsi in fragori trionfalistici in modo maggiore alla fine della sinfonia. Ci sono ovunque soffiate tremende di tromboni, corni e trombe, uniti a pestaggi di grancassa e timpani a più non posso. L'orchestra è precisa e volonterosa, ma appunto gli ottoni hanno dei limiti precisi.

La Seconda Sinfonia, più celebre (si fa per dire) della Prima, qui è suonata a regola d'arte dalla BBC Symphony. Il boemo Alfred Walter ha un impeto abbastanza sommario, ma tutto sommato generoso. Il problema è che la musica ha dei seri problemi. Pure qui Furtwangler fa iniziare vari movimenti con figurazioni tenebrose di archi o legni in pianissimo: mi chiedo cosa ci trovi, nel cercare di creare tutto questo clima horror. Se dovessi trovare qualcosa di bello, indicherei senza dubbio lo Scherzo, che principia con un tema del flauto molto indovinato, anche se sa di "già visto". Il resto è praticamente come prima. Bruckner compare soltanto nella sua declinazione più ovvia, quella della magniloquenza fracassona, di gusto certamente non sopraffino.

Mi è sembrata più bella (o meno debole) la Terza Sinfonia, qui presentante anche il quarto movimento incompiuto. E questo nonostante una ripresa audio veramente opacissima, e un'orchestra belga che in certi momenti si sfarina e perde compattezza. Questa sinfonia mi è sembrata più varia e vitale delle altre due, con un simulacro di coerenza complessiva, indubbiamente meno noiosa.

Resta comunque musica da sentire solo se siete innamorati del Furtwangler direttore.

Un minore come l'Huber di cui ho parlato sopra ha una capacità costruttiva musicale venti volte superiore.

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Sopresa sorpresina: questi lavori orchestrali giovanili ci rivelano un Furtwangler molto più gradevole di quello delle sinfonie.

L'Ouverture, ad esempio, non è un brucknerismo sfilacciato ma un misto di Brahms e Strauss più immediato, "di rottura", ben più comunicativo della logorrea sinfonica. E' persino impetuosa, questa ouverture. E dura poco, cosa che consente al compositore di far meno danni, Indubbiamente poi le tonalità maggiori gli si confanno molto più di quelle minori e tenebrose che amava.

I due frammentoni sinfonici sono anch'essi abbastanza vivaci, pur cominciando a mostrare qualche traccia della futura maniera furtwangleriana.

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Qui torniamo nel girone dei dannati.

Mai visto un Concerto più pachidermico di questo, nel più puro stile delle sinfonie, con un primo movimento addirittura di 34 minuti, davvero sfibrante.

Furtwangler oltretutto sembra avere idee piuttosto labili in merito alla tecnica pianistica. Di fatto, qui il piano è praticamente subordinato all'orchestra, che ci dà dentro all'inverosimile in quanto a percussioni, schianti e soprattutto, indovinate un po', ottoni. Mi chiedo quale pianista potrebbe interessarsi a eseguire una roba simile, che certo non consente di mettere in mostra capacità particolari, se non quella di combattere con l'orchestra in una sorta di assalto all'arma bianca. Chissà cos'avrà pensato l'amico Edwin Fischer: "Ma come, tu che mi accompagni così bene, che così bene conosci il rapporto solisti-orchestra, qui ti sei dimenticato tutto?".

Solo per masochisti o per superburp.

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(...)

Sono d'accordo con te, non era questo gran compositore. Le parti migliori sono gli scherzi, anche quello della 1° non è male mi sembra. Comunque lo vedo meno horror e fracassone di quanto dici, confermando però le difficoltà di arrivare a concludere.

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Qui torniamo nel girone dei dannati.

Mai visto un Concerto più pachidermico di questo, nel più puro stile delle sinfonie, con un primo movimento addirittura di 34 minuti, davvero sfibrante.

Furtwangler oltretutto sembra avere idee piuttosto labili in merito alla tecnica pianistica. Di fatto, qui il piano è praticamente subordinato all'orchestra, che ci dà dentro all'inverosimile in quanto a percussioni, schianti e soprattutto, indovinate un po', ottoni. Mi chiedo quale pianista potrebbe interessarsi a eseguire una roba simile, che certo non consente di mettere in mostra capacità particolari, se non quella di combattere con l'orchestra in una sorta di assalto all'arma bianca. Chissà cos'avrà pensato l'amico Edwin Fischer: "Ma come, tu che mi accompagni così bene, che così bene conosci il rapporto solisti-orchestra, qui ti sei dimenticato tutto?".

Solo per masochisti o per superburp.

Concordo anche qui, è molto pesante. C'è da dire che la dizione concerto per pianoforte e orchestra è sbagliato visto che è un concerto sinfonico. Stranamente ci sono anche registrazioni importanti (Mehta con Barenboim al pianoforte e Kubelik!).

Comunque ti manca da ascoltare il Te Deum e quello ti assicuro che è ben altra cosa B). Ti sconsiglio l'edizione di A. Walter che corre (e male), molto meglio quella di Chemin-Petit con i Berliner e solisti più importanti, tutta un'altra cosa.

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Grazie burpo, sapevo che avrei suscitato qualche commento tuo.

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Giorgio Federico Ghedini (1892-1965): Sonata da concerto, Concerto detto Il belprato, Concerto detto L'Alderina

Francesco e Stefano Parrino solisti

Orchestra da camera Stesichoros diretta da Francesco Di Mauro

cd Stradivarius

Avverto i lettori che questa non è una vera e propria recensione, è un pretesto per scrivere di Ghedini! Ho un certo imbarazzo a buttar giù un paio di righe su questo cd, perché la paura di essere celebrativo e ben poco oggettivo a causa dei gusti personali è sempre in agguato. Come sapete, Ghedini è considerato nei testi accademici, anche se con qualche distinguo che con gli anni sta andando a cadere, uno dei maggiori compositori italiani del primo novecento. Le ricerche musicologiche di grande respiro sulla sua musica sono poche, le esecuzioni ancor meno, le incisioni rare. Passato un periodo di favore presso il pubblico nel secondo dopoguerra, già alla scomparsa nel 1965 veniva considerato una specie di reperto archeologico, frutto di una estetica classicista nata negli anni 20-30, che al tempo veniva disprezzata sia per motivi tecnici che ideologici. In effetti, se considerato da questo angolo di visuale, Ghedini potrebbe apparire un isolato, un inattuale, ma il difetto, chiamiamolo così, è sempre stato tipico del musicista fin dagli esordi. Nessuna moda particolare lo ha influenzato, ha sempre perseguito un suo ideale estetico fatto di sobrietà e di emozione puramente intellettuale, di rispetto delle forme e del mestiere artiginale più alto, in un continuo dialogo con l’antica Tradizione strumentale italiana più nobile (barocco e prebarocco in primis). Aspetti della musica classica rivissuti attraverso uno stile così particolare che rendono Ghedini autore inclassificabile. Ogni tanto si potrebbe pensare a Hindemith, ma ben presto l'impressione svanisce, poi appare di sfuggita Stravinsky, altre volte ancora aleggiano i fantasmi di Frescobaldi o Bach. Anche quando il linguaggio entra in crisi, negli anni quaranta, attraverso l’adozione di un cromatismo spietato che ingloba serie dodecafoniche o presenta altre caratterische sui generis per il panorama musicale italiano del tempo (orchestrazione “astrale”, arcaismi modali esibiti in contesti modernisti, una spiccata economia espressiva, organici cameristici strani, feroci ostinati dal sapore meccanico e quasi minimal ecc.), Ghedini rimane sempre se stesso. A questo, aggiungerei una costante ricerca dell’Assoluto attraverso un’espressione austera lontana da effetti esteriori appaganti al primo ascolto, metafisica è stata definita, che scava le emozioni goccia a goccia nel profondo. Un autore che vive in una dimensione tutta sua, oggi più che mai difficile da afferrare senza soffermarsi a “pensare”.

Il cd in questione è a dir poco prezioso, perché presenta tre composizioni principali della produzione matura: la Sonata concerto per flauto, archi e percussione (1958), il Concerto detto “il belprato” per violino e archi (1947) e il Concerto detto “L’Alderina” per flauto, violino e orchestra (1950). I titoli dei concerti benchè a volte sembrano descrittivi di qualcosa, non trovano il corrispettivo nell’ascolto perché l’autore si tiene rigorosamente lontano dal pittoresco. Direi che siano una suggestione da cui è partito, ma nulla di più, la musica è astratta.

La Sonata è abbastanza nota perché scritta per Gazzelloni, e ogni tanto riappare alla radio in vecchie incisioni dal vivo proprio eseguita dal celebre flautista. E’ un pezzo tardo, dove Ghedini riassume un po’ tutti il suoi tratti stilistici più noti: meditativi arabeschi del solista, momenti di grandissima tensione ritmica, arcaismi e immobilità dal sapore metafisico, ma sono episodi rivissuti con una sostanziale serenità. La contemplazione fuori dal tempo, l’emozione cerebrale, si ritrovano anche nelle due composizioni successive specie nel Concerto detto il belprato. Questo è forse da considerare il pezzo più “moderno” dei tre, nato negli anni in cui Ghedini quasi metteva in discussione se stesso avvicinandosi all’avanguardia seriale e al neoclassicismo stravinskyano. In effetti, all’inizio viene citata una serie, ma il discorso tra solista e archi è di un neobarocco quasi politonale, spesso serrato e spigoloso, mentre non pochi passi ricordano da vicino il Concerto per violino di Stravinsky. Segnalo in particolare il secondo movimento, Andante fiorito, in apparenza innocuo ad un primo ascolto, ma in realtà assai teso e quasi espressionista (da notare la conclusione). Il Concerto detto L’Alderina, invece, è più limpido e pacato nell’espressione, meno ardito nelle sonorità. I momenti emozionanti sono vari, quasi che l’autore ceda volentieri al sentimento: l’apertura cullante e sognante della Pavana; oppure la crepuscolare conclusione dell’Andante, che si dipana su un pizzicato sul quale dialogano i due solisti fino a scomparire in un rallentando infinito, quasi la descrizione in note di un tramonto. Non mi soffermo troppo a descrivere i pezzi perché il cd allega un libretto eccellente, sotto ogni punto di vista, di Quirino Principe, con una meticolosa e ricchissima analisi musicale di ogni singolo passaggio. Lascio a voi la sorpresa. E’ un vero peccato che Principe sia poco sfruttato in qualità di “librettista”, perché soddisfa qualsiasi dubbio al neofita come all’esperto. L’esecuzione dei pezzi mi pare eccellente. Nella Sonata non rimpiango il mitico Gazzelloni che si esibiva in una esecuzione diametralmente opposta, piena di maschia energia con il solista che fa la primadonna assoluta. L’incisione suona pulita e ben bilanciata, i tecnici hanno fatto un ottimo lavoro. La, per me, sconosciuta orchestra da camera Stesichoros meriterebbe di essere valorizzata con altre registrazioni. Non nascondo che l’ascolto di questo cd è stato per me una fonte di sorprese e soddisfazioni. Unico neo è la durata del cd, di appena 49 minuti. C’era il posto per aggiungerci almeno un quarto capolavoro giusto per l‘organico della Stesichoros, la Musica da concerto per viola e archi!

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Bello lo scritto dello zione Madiel.

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L'avevo preso a scatola chiusa, credendo di incappare in una pippa mostruosa. E invece ho dovuto ammettere che si tratta di bella musica, specie la Sinfonia n. 4, scritta su commissione dell'Orchestra Arturo Toscanini del'Emilia Romagna (o come si scrive).

Pensavo al consueto inglesone (anzi, irlandese) tutto preso in spire languide, rilassate e noiosette. Invece abbiamo un colore poco inglese, come direbbe Madiel.

Anzi, la Quarta Sinfonia sembra vagamente ispirata allo stile di Rawsthorne: armonie mercuriali e guizzanti, coloriti d'un bianco e nero brillantissimo, sostanziale modernità seppur non esasperata. In particolare, il quarto movimento è davvero riuscitissimo nei suoi guizzi (è un crepitante e indiavolato Scherzo, di fatto), ma non è da meno il tempo di marcia finale, ritmato dalle trombe sordinate.

Meno fresca è la Limerick Symphony, più tradizionale ma anche meno immediata e coinvolgente, più ferma su schemi risaputi anche senza risultar sgradevole.

Colman Pierce dirige veramente molto bene, con una gamma dinamica davvero ampia e ricchissima, e con uno stacco ritmico turbinoso ma capace di ammorbidirsi all'occorrenza. L'orchestra dal canto suo risponde benissimo (sotto questo direttore, e in questa serie Marco Polo dedicata agl'irlandesi, la compagine della RTE sembra un grande complesso, ben superiore alle orchestre slovacche o belghe sentite con quest'etichetta), e la registrazione, del 1999, è del tutto eccellente.

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Bello lo scritto dello zione Madiel.

grazie, ma le mie "recensioni" vanno prese come un divertimento. Sempre!

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mi piacciono le recensioni sui pinchi pallini :thumbsup_still: Non conoscevo questo signore. Magari, appena puoi, sarebbero interessanti due righe di riflessione sui compositori sudafricani pubblicati da Marco Polo, ne avevi accennato di passaggio una volta. Magari sono autori anche capaci.

Solo per masochisti o per superburp.

sono, a volte, due aspetti di un solo problema :laughingsmiley::rofl:

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I sudafricani purtroppo li ho sentiti un po' distrattamente. Li voglio risentire a breve.

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Sud Africa.... boh, mi viene in mente Kevin Volans...E' sudafricano, giusto?

esatto, ed è una specie di post minimalista, ma credo che il cd di cui scriveva Wittels tratti di compositori classici neri che si ispirano alla musica della loro terra.

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Non ce l'ho fatta a riascoltare ancora.

Uno di loro, Moerane, è sicuramente un nero, anzi è il primo nero compositore del Sudafrica: però non lascia gran spazio a chissà che, il suo poema sinfonico "Fatse la heso" (la mia patria) è in puro stile elgariano.

La Karoo Symphony di Fagan invece ha qualche tratto più originale, mi rammarico di averla sentita solo distrattamente.

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Faccio un breve copia-incolla dalla sezione ascolti.

Lajtha prende imprestiti dalle più svariate fonti.

A parte Bartok e soprattutto Stravinsky, fa uso di un orientalismo raveliano nel suo quadro sinfonico "In memoriam" (al che ti chiedi: perché imbastire un pezzo in onore delle vittime di guerra come fosse un incrocio tra Sheherazade e il Bolero?).

La Sinfonia n. 2 è praticamente una pura "musica della macchina" stile Honegger o Prokofiev, mentre la n. 4, sottotitolata "Primavera", mi suscita reminiscenze della Prima di Malipiero.

Le ultime due sinfonie mettono in mostra alcuni modernismi inattesi, ma probabilmente meno avvincenti delle composizioni precedenti.

Un autore complessivamente non da buttare.

Il cover qua sopra è della Sinfonia n. 7, scritta per commemorare la breve "Primavera Ungherese" del 1956.

Una sinfonia singolarmente melanconica, con un uso molto intenso del sax contralto, che ha il compito di distendere temi evocativi.

Hortobagy, da quanto ho capito, sarebbe musica da film, con una Cavalcata nella Puszta davvero bella.

La Suite n. 3 è tratta da qualche lavoro scenico (Lajtha, quando "tira fuori" le suite, non specifica mai nel titolo l'occasione della composizione).

Giudizio generale sui 7 cd dell'edizione Lajtha del punto di vista esecutivo: eccellente.

Guai a chi sorride leggendo che si tratta dell'Orchestra Sinfonica di Pécs.

E' un'orchestra degnissima, anzi decisamente buona, per giunta registrata molto ma molto meglio rispetto ai Marco Polo fatti in Slovacchia. Nicolas Pasquet, uruguaiano del 1958, direttore a Pécs a partire dal 1993, si trovò chiamato a realizzare questa musica che evidentemente agli ungheresi piaceva: e la fa con brillantezza, immedesimazione, tempi svelti e calibrati. Nemmeno un'imprecisione strumentale, in questi dischi.

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Per ora, sono al primo cd.

Non so che dire.

Le Sinfonie 1 e 3...

Come dire...

E' musica moderna, del filone cluster-dissonanze.

Sentendola, mi veniva da dire "Mah, bello!".

Il problema è che, una volta spento il lettore (dell'auto), poche note mi sono rimaste in testa.

Ho difficoltà nel distinguere la terza sinfonia dalla prima, sembrano composte nello stesso modo. La terza è in un solo movimento, la prima nei canonici quattro, anche se la descrizione naturalmente nulla ha a che vedere con la forma classica.

Boh.

A me la musica moderna fondamentalmente piace, e non si può dire che il diluvio di note non abbia un'armoniosità e, se posso azzardare, un discorso di fondo.

Però molte delle notazioni compositive spiegate nel libretto superpreciso, non sono riuscito a decifrarle.

Per inciso, la Filarmonica della Pomerania suona bene, a testimonianza del buon livello della vita musicale polacca. Il direttore giapponese è persuasivo, anche se forse comprensibilmente si annoia.

Avevo avuto la stessa impressione di Yung sentendo un cd Naxos: musica accattivante, ma poco concludente in ultima analisi.

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Ho sentito i primi quattro dischi della Stravinsky Edition, anzi per la precisione sto per finire il quarto.

Già li conoscevo: i primi 6 dischi erano stati venduti da Amadeus in una sontuosa edizione "propria", con le loro mitiche guide all'ascolto che 15 anni fa mi aiutarono molto nei primi approcci a Stravinsky. Quest'edizione sembra sia stata messa in vendita dopo una nuova remasterizzazione: il suono mi sembra sensibilmente più brillante.

Le direzioni di Stravinsky sono molto tipiche: brusche, imperiose, ritmate. Un simile approccio si sposa alla grande coi primi tre grandi balletti. In particolare, la Sacre ha un'asciuttezza barbarica d'effetto sensazionale. Ben resi sono anche i brani "piccoli", come lo Scherzo alla russa, lo Scherzo fantastico e i Fuochi d'artificio, anche se in questi casi forse si vorrebbe qualche colore in più.

Les Noces è strepitoso, nonostante la lingua inglese utilizzata conferisca un sapore vagamente americanizzante al tutto. I quattro pianisti sono nientemeno che Copland, Barber, Sessions e Foss. I cantanti e il coro sono ottimi, e così pure nel mitico Renard, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto. Spigliata e grottesca la Storia del soldato, tenuta su tempi abbastanza sostenuti.

Apollon Musagete riceve tocchi di grande eleganza, anche se l'approccio direttoriale di Stravinsky è più adatto ai balletti "etnici" che a quelli del neoclassicismo. Del tutto eccellente anche il bellissimo Agon, molto asciutto e svelto. Devo ascoltare i Giochi di Carte.

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R. Halffter: opere per orchestra volume 1

Orchestra de la Comunidad de Madrid diretta da José Ramòn Encinar

Rodolfo Halffter (1900-1987) è un autore minore dell’area messicano-ispanica, appartenente a famiglia di musicisti spagnoli più o meno illustri. Compromesso con il regime repubblicano spagnolo, nel 1939 abbandonò il suo paese per trasferirsi in Messico. Presa la cittadinanza di quel paese qualche tempo dopo, divenne uno stimato insegnante e accademico a Città del Messico. La sua musica nacque e si formò in ambito neoclassico e fu, agli inizi, sensibilmente influenzata da de Falla. Nel corso degli anni trenta si affiancarono influenze del neoclassicismo francese dei Six, di Stravinsky e, infine, anche dell’impressionismo mutuato da Ravel. Ne venne fuori uno stile internazionale, piacevole e accattivante, spesso debitore del folklore spagnolo. Quest’ultimo appare evidente nei balletti scritti nei primi anni e che diedero all’autore una certa notorietà, ben presto svanita a causa del suo esilio messicano. I pezzi forti del cd Naxos sono le due suites tratte dal balletto Don Lindo de Almería op.7 (1936) e dalla pantomima La madrugada del panadero op.12 (1940). Sono formate da una serie di danze festose, particolarmente riuscita quella di Don Lindo, dove unisce una vena stravinskyana neoclassica molto elegante, quanto secca e vigorosa, alla trascrizione di danze spagnole antiche. Il cd comprende altre due opere entrate in certo repertorio americano, la Obertura festiva op.21 (1952) e la Obertura concertante per pianoforte e orchestra op.5 (1932). Di diverso stile è il tardo Paquiliztli per 6 percussionisti op.46 (1983), una specie di divertimento su ritmi messicani, che ricorda da vicino la celebre Toccata di Carlos Chavez, scritto quando l’autore aveva adottato il sistema dodecafonico. Nel complesso un cd piuttosto interessante, che rende giustizia ad un autore oggi sconosciuto in Europa e dà una certa idea dello sviluppo stilistico di Halffter presentando brani poco noti. Buona la prova dell’orchestra madrilena, anche se a volte la direzione è un po’ rozza e sfocata dove si richiede una maggiore brillantezza. Provare a fare un confronto con i pezzi contenuti nell’eccellente box Brilliant “Musica Mexicana” (in particolare la Obertura festiva), in cui il direttore messicano Batiz alla guida di una orchestra nazionale è di ben altro spessore e raffinatezza. Incisione di medio livello, in qualche momento un po' troppo secca e senza "aria".

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Grazie Madiel, stavo appunto rimembrando come nel box messicano ci fossero cosette di Halffter.

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Grazie Madiel, stavo appunto rimembrando come nel box messicano ci fossero cosette di Halffter.

mi piacerebbe scrivere due righe più specifiche a proposito di quel box, ma non lo possiedo. Al momento ho solo un paio di cd della serie originale pubblicata da ASV e qualche file scaricato qua e là. In linea di massima ho sentito tutti i pezzi principali, e posso dire che Batiz si conferma un interprete di riferimento per quel repertorio. Le sue incisioni sono caratterizzate da una fortissima visceralità e da una attenzione costante a ritmo e colore. Riesce perfino a nobilitare pagine non proprio di prima grandezza, come l'Obertura repubblicana Chapultepec, di gusto ben poco raffinato, e la Sinfonia Romantica di Chavez, sinfonia bella ma di poca originalità (sembra un ricalco in salsa messicana di certe sinfonie del realismo socialista sovietico!) Altre volte si fa prendere un po' la mano, esagerando in effettacci, penso a Sensemaya di Revueltas. Tutte le incisioni di Chavez, Revueltas, pur con qualche perplessità su Sensemayà come ho appena detto, e Halffter che conosco (queste ultime sono state pubblicate su Wellesz) sono eccellenti. Nel complesso penso che da quanto ascoltato finora, Musica Mexicana sia una collezione senz'altro preziosa.

A proposito di Revueltas, vorrei scrivere qualcosa su questo cd

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Eccellente, sotto tutti i punti di vista. Esecuzioni briose e attente, incisioni pulite e con un suono profondo e presente, una vera meraviglia per chi apprezza questo repertorio. Naxos non finirà mai di avere la mia gratitudine per aver ristampato la vecchia serie sudamericana incisa dalla direttrice uruguyana Gisèle Ben-Dor per Koch negli anni novanta. La Ben-Dor si è trovata un repertorio in cui ha ben pochi rivali. Dopo i bellissimi cd di Ginastera, un nuovo successo. La musica è piacevolissima, presenta alcune delle migliori composizioni del messicano Silvestre Revueltas. La Coronela, la sua ultima fatica, ha una storia abbastanza travagliata. Fu scritto come balletto nel 1940, ma l'autore morì durante la stesura e la partitura fu completata da due suoi amici, E. H. Moncada e J. Limatour. Il problema riguarda l'esistenza due versioni che sono, pare, anche piuttosto differenti nell'orchestrazione. Evidentemente i revisori si sono presi parecchie libertà, ma nel libretto si assicura che questa presentata è la versione più fedele. Lo spettacolo aveva come soggetto un teatrino di scheletri e la storia era ispirata alle caricature di critica sociale del pittore J.G. Posade. E' formato da quattro scene, in cui, dopo aver presentato le condizioni del popolo ricco e dei diseredati, si arriva fino ad un Giudizio finale con il trionfo della giustizia. La musica è molto interessante, sembra un curioso potpourri neoclassico, tra Stravinsky e Copland per intenderci, caratterizzata da una compiaciuta e accentuata venatura grottesca e satirica. Alcuni momenti, come il quadro finale El Juicio Final, sono quasi drammatici. In particolare Los Caidos (I caduti), è una vera e propria commemorazione funebre per i morti per la libertà dei diseredati. Curioso, ma Revueltas non fa un uso sistematico, a differenza di altre sue opere, del folklore messicano più barbarico e primitivo. Si sente ogni tanto qualche musica popolare, come ad esempio nella marcetta finale (Los Liberados), ma pare siano semplici autocitazioni di musiche per film propagandistici scritte da Revueltas precedentemente. A volte queste citazioni popolaresche hanno semplici intenzioni satiriche, penso al valzer della Borghese, ma anche la musica militare che caratterizza la Colonnella, liberatrice del popolo oppresso. Il cd contiene, infine, due brevi poemi sinfonici Itinerarios (1938) e Colorines (1932), caratterizzati da una grande libertà ritmica e formale, dalla presenza di musica folklorica vera e propria, oltre che da un stile più esotico rispetto a La Coronela. In Itinerarios si alternano sezioni vigorose e drammatiche ad altre malinconiche. Colorines, invece, è di fatto una serie di brevi danze. E' più esotico e dissonante, ha una estrema mobilità ritmica (sentire l'inizio) ed è spesso caratterizzato dal suono acido dei legni e dagli interventi impertinenti delle percussioni.

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Bella recensione, prenderò di sicuro il disco. Forse la Coronela si richiama anche alla tradizione sincretica e folklorica latinoamericana del 'Día de los Muertos' http://en.wikipedia.org/wiki/Day_of_the_Dead

ti ringrazio per la fiducia :D Ti dirò, all'inizio ero un po' scettico sul cd, avendolo preso così alla cieca (mai sentito i pezzi in questione). Inoltre la Ben-Dor, dopo aver azzeccato un paio di cd magnifici con la London Symphony Orchestra, non mi pareva possibile che facesse terna con una orchestra sconosciuta come quella di Santa Barbara. E invece... sorpresa! Un cd con i fiocchi, la musica è veramente straordinaria pur non essendo avanguardistica nel senso vero del termine. La Ben-Dor sente il repertorio sudamericano come pochi altri. Spero ci siano altre incisioni del genere. Pare abbia diretto, pochi anni fa, la prima europea della cantata per coro e orchestra Turbae ad Passionem Gregorianam di Ginastera, indicata da alcune fonti indirette da me visionate come opera di grande importanza. Sarebbe bello vederle in cd (invece di perdere tempo con Bacalov e Piazzolla :girl_cray: )

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