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Compositori dell'ex DDR: esperienze d'ascolto e appunti di viaggio


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Parecchi mesi fa acquistai questo:

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Vecchie incisioni della Nova (l'etichetta dell'Eterna specializzata in nuova musica) con opere orchestrali di alcuni dei maggiori compositori della Germania Est.

Il contenuto:

Eisler: 5 Orchesterstücke;Kammersymphonie

Dessau: In memoriam Bertolt Brecht;Orchestermusik Nr. 2

"Meer der Stürme"

Wagner-Regeny: 3 Orchestersätze;Einleitung und Ode für

symphonisches Orchester

Butting: Symphonie Nr. 9 op. 94

Cilensek: Symphonie Nr. 4

Geißler: Symphonie Nr. 2

Matthus: Symphonie Nr. 2

Goldmann: Symphonie Nr. 1

Katzer: Konzert für Orchester Nr. 1

M. Schubert: Symphonie Nr. 1

Weiss: Symphonie Nr. 3

Posso dire di essermi trovato di fronte a scoperte decisamente rimarchevoli.

La Sinfonia di Goldmann l'avevo già sentita in una registrazione di Kegel (che peraltro è la stessa presente qui), e non m'era piaciuta granché nel suo modernismo un po' "risaputo". La sto rivalutando.

Il resto è roba di tutti i generi, dalla dodecafonia schonberghiana di Eisler all'ironia citazionistica di Geissler, fino agli effetti timbrici e cromatici di Matthus, forse il più bello da sentire.

Voi cosa conoscete di questo repertorio?

Oltre che nel catalogo Berlin Classics, ci sono musiche di questo tipo anche nello stock di un'altra casa discografica, la Hastedt:

http://www.jpc.de/jpcng/home/search/-/label/Hastedt

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Comincio io.

Se non vi dispiace, butto lì una cosa che ho scritto tempo fa riguardo il primo di questi dischi, sul newsgroup della musica classica.

Eisler era austriaco, e uno dei primi allievi di Schonberg. Ebbe una

vita a dir poco burrascosa, perseguitato dai nazisti perché ebreo e

cacciato anche dall'America perché comunistissimo. A un certo punto,

rinnegò gli stilemi compositivi insegnatigli dal suo maestro, che non

si peritò di definire addirittura "reazionario".

In questo primo disco, ci sono due composizioni del periodo ancora

dodecafonico: Cinque pezzi per orchestra, e la Kammersinfonie op. 69,

che si rifanno ai brani analoghi scritti vent'anni prima da Schonberg.

I Cinque pezzi di Eisler, che traggono linfa dalla musica che lo

stesso Eisler scrisse per un film di celebrazione d'una vittoria

bellica dei cinesi sui giapponesi, non sono paragonabili a quelli del

suo mentore. Tuttavia, non sono privi di suggestione nel gioco

dodecafonico che privilegia la morbidezza all'asperità: l'Andante di

apertura, ad esempio, presenta passaggi solistici per il flauto e la

marimba, che creano un clima accogliente e amichevole, nei limiti. Il

terzo dei pezzi, Piccola passacaglia, è realmente una passacaglia in

miniatura, e testimonia il legame di Eisler con le sue origini

viennesi.

La Kammersinfonie, in cinque tempi, presenta elementi di interesse per

l'uso di strumenti come il pianoforte elettrico e l'oggi desuetissimo

novachord di Hammond, una sorta di primitiva tastiera elettronica.

Composta nel 1940, trae origine dai temi composti da Eisler per un

film americano sugli iceberg dell'artico, o almeno così ho inteso. Ha

movenze curiose, come nel secondo movimento, una Choralbearbeitung che

del corale fa intravvedere davvero poco. In ogni caso, la combinazione

di novachord e piano elettrico tra di loro e con gli strumenti

tradizionali trae effetti molto particolari. Per il novachord, Eisler

usa spesso, a fini espressivi, una scrittura che prescrive una sorta

di trilli molto lenti, che sono un po' il trait d'union di quest'opera

breve e artisticamente nient'affatto disprezzabile, nonostante la

distanza che la separa da Schonberg.

Qui l'esecuzione, registrata (benissimo) nei primi anni Settanta, è

demandata a un ensemble cameristico formato dai solisti dell'orchestra

della Radio di Lipsia. Tutti musicisti con gli stra-attributi, in

poche parole. Il direttore è Max Pommer, più noto per le sue

interpretazioni barocche: qui offre una lettura analitica ma non

amorfa, perfetta per il neofita che s'accosti per la prima volta a

queste musiche.

Paul Dessau fu un altro che non risparmiò attacchi pesantissimi alla

dodecafonia. Ancor più di Eisler, legò il suo nome a Brecht. Appunto

al grande drammaturgo appena scomparso Dessau dedicò, alla fine degli

anni Cinquanta, la suite atonale "In memoriam Bertolt Brecht", che è

per l'appunto è quella che compare in questo disco. L'esecuzione è

affidata all'orchestra del Geweandhaus di Lipsia, diretta dallo stesso

Dessau. Impressioni? Non del tutto positive, e non saprei se

attribuire ciò alla musica, all'interpretazione oppure (ne sarei più

propenso) a entrambe.

Questo omaggio musicale a Brecht si divide in tre tempi. Il primo è un

"Lamento" che nelle intenzioni dovrebbe essere cantabile, ma in realtà

è duro, piuttosto spigoloso e scostante, a parte certe figurazioni

"d'alleggerimento" degli oboi. Una sua efficacia evocativa ce l'ha.

Il secondo movimento, una "Marcia" sottotitolata "Der Krieg soll

verflucht sein", l'ho ritenuto inascoltabile. La prima parte, che dura

quattro minuti, non è altro che un fracasso apocalittico e scarsamente

espressivo, con ottavini che restano in mente per la loro attitudine a

lacerare le orecchie, e con accordi a dir poco bandistici degli

ottoni, che Dessau amava alla follia, usandoli spesso a sproposito. La

seconda parte, che contempla una ripresa del Lamento, è più composta

e, nei limiti, gradevole. Qui in ogni caso Dessau ha precise

responsabilità anche come interprete. L'esecuzione è grigia, paludosa,

senza un guizzo, nonostante le sonorità siano sempre spinte al

fortissimo. In particolare, trombe tromboni e corni sono di rara

fiacchezza (ma come si fa a far suonare in modo così abulico il

Gewandhaus?) e creano un guazzabuglio fastioso e pieno di rumore.

Un po' meglio l'Epitaffio finale, ma non tanto. Qui abbiamo monotone

sviolinate degli archi sovrapposte a rulli di tamburi e pestate varie

di timpani e piatti, che probabilmente con un direttore "di mestiere"

e più attento ai dettagli avrebbero creato un insieme migliore. La

chiusura è affidata a una specie di lungo diminuendo, non privo

d'effetto. Però questa suite, almeno eseguita così, non è musica che

mi sembri degna di soverchio interesse: l'ascolti una volta, e tanto

basta. Povero Brecht.

Tutt'altra cosa col brano che chiude la rassegna, il poema sinfonico

"Meer der Stürme", conosciuto anche come Orchestermusik N. 2 e

risalente a dieci anni dopo. Qui, è stata vincente l'idea di chiamare

per l'esecuzione Herbert Kegel, direttore d'eccelsa statura,

misconosciuto in Occidente (a parte che per alcune incisioni Philips,

tipo quelle delle Messe di Mozart), alla guida della "sua" orchestra

della Radio di Lipsia. Kegel, come direttore, fa tutto quello che a

Dessau non viene in mente di fare: si butta a corpo morto sulla

musica, cercando di alzare al massimo l'espressività e di

differenziarla nelle sue sezioni. Si tratta di un pezzo di musica

"assoluta" senza intenti descrittivi, volta a celebrare la Rivoluzione

russa. Sarebbe suddivisa in cinque sezioni, che tuttavia, essendo il

lavoro presentato in un'unica traccia su disco, non sempre sono

riconoscibili. C'è una prima parte focosa e sanguigna, dominata dalla

presenza dittatoriale degli ottoni, che però Kegel, a differenza di

Dessau, rende squillanti e imperversanti, senza peraltro trascurare le

altre sezioni dell'orchestra. Segue più avanti un episodio quasi

cameristico, introdotto da un enigmatico assolo del flauto e sostenuto

da squarci solistici di quartetto d'archi. Da lì in poi, un bel

crescendo porta all'ennesimo episodio con gli ottoni, per poi tornare

a un clima più meditativo, ma "ondoso". Questa composizione, sia

merito o no di Kegel, mi sembra decisamente più ragguardevole della

precedente, non ha un attimo di respiro e mantiene viva l'attenzione

dell'ascoltatore, quella stessa che là era risvegliata solo da quei

fastidiosissimi, sgradevoli ottavini in "FF" perenne.

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  • 2 weeks later...

Rinfocolo la discussione riportando ciò che altrove scrissi sul secondo Cd di questa raccolta.

Rudolf Wagner-Régeny (1903-1969) nacque in una zona della romania che

all'epoca faceva parte dell'ungheria, ma studiò a berlino con Schreker

e Reznicek. Compose una serie di opere liriche di discreto (si fa per

dire) successo. Qui abbiamo due composizioni. la prima s'intitola tre

movimenti per orchestra. In questi movimenti, nati nel 1952 come

"studi preliminari" per un'opera-oratorio intitolata Prometheus,

abbiamo un'idea abbastanza probante di quella che doveva essere la

dodecafonia filtrata dalle tendenze del cosiddetto "realismo

socialista". Una dodecafonia "invecchiata", per così dire, per

renderla più accessibile alle masse. Rispetto al disco precedente di

Dessau ed Eisler, con wagner-régeny sembra di aver a che fare con un

compositore tradizionalista. Il suo uso dell'orchestra è scaltrissimo

nel primo movimento, "langsam, emphatisch", con quell' "emphatisch"

ben reso dall'uso delle percussioni, soprattutto grancassa,

nell'ordito orchestrale cangiante e mobile. segue un tempo lento,

"andante rubato", che comincia con trasparenze vaporose dei flauti per

poi prendere ritmi "alla danza", con un vero e proprio tempo di

valzer. chiusura finale con un bel "lebhaft". Musica che non fa

gridare al miracolo, ma interessante da intendere nel suo tentativo di

rendere i linguaggi moderni accessibili a un pubblico più vasto, alla

faccia di Darmstadt.

L'esecuzione, eccellentemente registrata, è demandata alla Berliner

sinfonie-orchester diretta dallo sconosciuto (per me) Hans-Peter

Frank: una lettura vigorosa, puntigliosa, sagace dal punto di vista

strutturale.

L'altra composizione qui scelta è una delle ultime di Wagner-Regeny:

l'Introduzione e ode per orchestra sinfonica. Abbiamo sempre la

Berliner sinfonie, ma stavolta con l'atuot d'essere condotta da Kurt

Sanderling, grandissimo interprete di shostakovich, di sibelius e del

tardo romanticismo. Non a caso, grazie a lui questa composizione di 20

minuti è investita di un potente respiro romantico. L'introduzione,

lunga circa otto minuti, è affidata agli archi soli, con provvisorie

comparsate dell'oboe. In tempo moderato, svolge bene il suo compito

introduttivo creando l'atmosfera giusta, un poco pesante e oppressiva

ma anche patetica. La Ode vera e propria comincia anch'essa con gli

archi, ma fa presto capolino la piena orchestra, con tanto di

pianoforte, che ogni tanto alza la voce. Pure qui, non sono rari i

passaggi cameristici o addirittura solistici, misti a pennellate

larghe e clamorose. Sanderling fa vivere questa struttura un poco

elefantiaca, con gran gusto per le gradazioni di intensità, rendendola

bene o male degna di ascolto.

Il disco contiene anche la sinfonia n. 9 di Max Butting (1888-1976).

Quest'ultimo è stato figura d'un certo rilievo nella ddr, nonostante

fosse stato obbligato a iscriversi al partito nazista.

La Sinfonia n. 9 consta d'un tema di 12 suoni, ma non si tratta di

dodecafonia "vera". E' un unico movimento di circa 28 minuti, di

struttura rapsodica, con episodi lenti alternati ad altri veloci. Se

volevate sentire una specie di dodecafonia "à la Brahms", benissimo,

qui ce l'avete. Naturalmente si tratta di musica diversa, ma nei punti

più tesi, con gli archi in primo piano, è impossibile non pensare a

certi passaggi molto tesi e drammatici della Prima o della Quarta

brahmsiana. E' una specie di neoromanticismo senza tonalità, ma con

episodiche comparse di accordi "tradizionali".

L'esecuzione è diretta dal grande Franz Konwitschny alla guida

dell'orchestra della radio di Berlino est. Konwitschnny ha firmato uno

dei più begli integrali sinfonici di Schumann, e una Nona di beethoven

forzuta e corrusca, col gewandhaus. Qui si percepisce la stessa

vigoria, la stessa vitalità, lo stesso pizzico di follia nelle

alternative ritmiche, tenendo conto del livello ben più terra-terra

della musica. La registrazione risale al 1957, anno successivo alla

pubblicazione della musica, ed è monofonica ma di ottima e pulitissima

qualità.

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  • 5 months later...

Nessun'esperienza di nessun altro?

Io credo ci si possa anche sbilanciare a parlare di QUEL mondo musicale da un punto di vista degli esecutori.

Orchestre come la Staatskapelle Berlin, la Filarmonica di Dresda, quella della Radio di Lipsia, la Sinfonica di Berlino (attenzione, non i Berliner Symphoniker, che non erano eccezionali e non so, a dire il vero, se stessero a est o a ovest), la Berliner Kammerorchester, i Virtuosi Saxoniae, le stesse Gewandhaus e Staatskapelle di Dresda notissime da noi, erano di livello eccezionale e risaltavano benissimo nelle registrazioni della Eterna-Berlin Classics. E il Dresdner Kreuzchor? E il mitico Thomanerchor? Poi, i direttori: Kurt Sanderling, Herbert Kegel (con la contemporanea, nel repertorio uguale che hanno registrato, per conto mio solo Abbado ha fatto di meglio), Heinz Rogner (bruckneriano di valore), Heinz Bongartz, Gunter Herbig (Haydn, Schostakovich), Bernhard Klee, Helmut Koch (direttore della Kammerorchester Berlin e di altre formazioni, ci ha lasciato le registrazioni con le danze di Beethoven, un'apprezzabile Creazione di Haydn, un professionalissimo e ben fatto Deutsches Requiem di Brahms), Otmar Suitner (compassato in Mozart ma capace di darci un eccellente Dvorak sinfonico), Dietrich Knothe (grande direttore di coro), Adolf-Fritz Guhl (forte in Eisler), e gente nota come Kurt Masur (la cui discografia orientale è quantomai florida) e Vaclav Neumann (al Gewandhaus prima di Masur, attivo sia con la musica del suo paese - ottimo Ma Vlast - che con la contemporanea).

Solisti e strumentisti: Peter Rosel, ad esempio, ma anche Annerose Schmidt, Dieter Zechlin, Siegfried Stockigt, Walter Olbertz, il violinista Karl Suske (e il relativo Suske-Quartett). Vabbè, poi i cantanti: Theo Adam e Peter Schreier, che conosciamo tutti, nell'est hanno fatto una carriera parallela in cui hanno cantato praticamente di tutto, Verdi compreso.

Un mondo meraviglioso, ma purtroppo poco conosciuto nonostante la sempre crescente diffusione degli eccellenti dischi della Berlin. Voi che ne dite?

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Otmar Suitner (...) capace di darci un eccellente Dvorak sinfonico

Voi che ne dite?

...che quando lo avevo detto io, ormai un po' di tempo fa, ero stato quasi aggredito. Confermo che la sua integrale delle sinfonie è straordinaria e meravigliosamente fresca. Accattatevela a soli 10 euro da jpc.Rinfocolo: Suitner non era per niente un direttore minore.

Per il resto, concordo su tutto. Ma un discorso analogo si potrebbe fare per quasi tutti i paesi dell'ex Patto di Varsavia. Dell'URSS ovviamente già si sapeva, ma ciò che sta facendo conoscere la Brilliant spulciando negli archivi è favoloso.

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Il bello è che poi la Eterna aveva una tecnica d'incisione pari a quella d'una casa occidentale, come si può facilmente constatare. Il digital recording l'ha introdotto qualche anno dopo, ma il suono del Dvorak analogico di Suitner (primi anni '80) è più che ragguardevole.

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Il bello è che poi la Eterna aveva una tecnica d'incisione pari a quella d'una casa occidentale, come si può facilmente constatare. Il digital recording l'ha introdotto qualche anno dopo, ma il suono del Dvorak analogico di Suitner (primi anni '80) è più che ragguardevole.

caro Wittelsbach,

apprezzo spesso le tue note; mi piacerebbe che in questo forum questa tua iniziativa fosse maggiormente diffusa.

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...che quando lo avevo detto io, ormai un po' di tempo fa, ero stato quasi aggredito. Confermo che la sua integrale delle sinfonie è straordinaria e meravigliosamente fresca. Accattatevela a soli 10 euro da jpc.Rinfocolo: Suitner non era per niente un direttore minore.

io ho l'integrale delle sinfonie di Beethoven: ottima (è stata la prima che ho avuto: la comprò mio padre verso la fine degli anni 80).

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  • 3 years later...

UP!



Molto interessante Wittels, se non ricordo male esplorasti anche il catalogo delle edizioni musicali Hastedt, però non riesco a trovare le recensioni. Cosa c'è di bello? A me piace Fritz Geißler, tra i compositori minori della DDR mi sembra quello meno grigio e dogmatico.



http://www.hastedt-musikedition.de/komponist/geissler.html


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Ne ho scritte, ne ho scritte!


Mi pare.


Bello, direi Wagner-Regenyi.


Molte bufale purtroppo, tipo Manfred Weiss, una cosa latrinesca.


Cilensek discreto. Manfred Schubert variabile.


Simpatico il neobrahmsiano Leo Spies.


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