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Si, concordo. Il Das Lied lo si trova singolarmente oppure nel mega box qui sotto:

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Discreta versione, il protagonista è anche qui l'orchestra e la visione analitica di Zinman. Il tenore ammorba parecchio. Meglio la Graham.

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Qui da tenere il lavoro hip su Beethoven e Schubert (anche se ormai superati nell'approccio). Bello Schumann, inutile Brahms.

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Eh, ma è difficile trovare una versione recente del Lied che sia paragonabile ai riferimenti che conosciamo: mentre quasi tutte le orchestre hanno fatto tecnicamente notevoli passi avanti, per non parlare delle tecniche di registrazione, non così è avvenuto per i cantanti. Ricordo ad esempio un tenore da pelle accapponata in un Lied di Nagano, e perfino il Kaufman del Lied dell'Abbado di Lucerna non mi soddisfa del tutto. Il Lied è invece uno dei fiori all'occhiello del box mahleriano di Haitink recentemente rimasterizzato (con King e la Baker...) e anche nell'integrale di Gielen, sebbene registrato con un intervallo di tempo pluriennale, è come tutto il resto invariabilmente di alto livello (con l'ottima Kallisch e Siegfried Jerusalem).

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20 ore fa, giordanoted dice:

Forse, dopotutto, anche io in Mahler ancora oggi ritengo Klemperer inarrivabile. Anche se mi piace molto anche Karajan, che è stato il mio primo approccio con Mahler. Ma riconosco che Klemperer conosceva segreti che Karajan non conosceva.

La sua Seconda, il suo Lied con la Ludwig e Wunderlich e la sua Nona per me sono insuperati. Si possono fare diversamente, ma meglio no.

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  • 2 weeks later...

E dopo la Prima, la Terza, la Quarta, la Quinta, la Settima, l'Ottava e Das Lied von der Erde, è uscita anche la Nona diretta da Adam Fischer a Dusseldorf. Ho letto che per questo ciclo i tecnici del suono hanno dovuto fare miracoli perché la Tonhalle della città tedesca non dispone dello spazio ideale per eseguire partiture pensate per una grande orchestra. Ora di Adam dovrebbe mancare all'appello solo la Seconda e eventualmente la Decima.

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  • 2 months later...

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Metto volutamente quest'immagine perché i dischi ce li ho in questa vesta, e questa serie da un punto di vista visivo mi è sempre piaciuta moltissimo.
Comunque, ho terminato il Mahler di Klaus Tennstedt, e ho apprezzato grandemente il suo modo di fare: uno stile massiccio, drammatico, marmoreo, oserei dire "serioso" se il termine non fosse peggiorativo. Ci ho visto un'inclinazione alla tragedia e al grande gesto, che ho molto apprezzato. Ma a me piacciono quasi tutti gli andazzi interpretativi, in Mahler, se realizzati con coerenza. La London Philharmonic qui si comporta da grande orchestra mahleriana. A molti piacciono di più altre esibizioni di Tennstedt, ma queste non sono certo da bocciare, anzi. La Seconda, la Sesta e l'Ottava (ben resa anche dai solisti, che pure in certi momenti non sono ideali) sono le mie preferite in questo excursus.

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9 ore fa, Wittelsbach dice:

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Metto volutamente quest'immagine perché i dischi ce li ho in questa vesta, e questa serie da un punto di vista visivo mi è sempre piaciuta moltissimo.
Comunque, ho terminato il Mahler di Klaus Tennstedt, e ho apprezzato grandemente il suo modo di fare: uno stile massiccio, drammatico, marmoreo, oserei dire "serioso" se il termine non fosse peggiorativo. Ci ho visto un'inclinazione alla tragedia e al grande gesto, che ho molto apprezzato. Ma a me piacciono quasi tutti gli andazzi interpretativi, in Mahler, se realizzati con coerenza. La London Philharmonic qui si comporta da grande orchestra mahleriana. A molti piacciono di più altre esibizioni di Tennstedt, ma queste non sono certo da bocciare, anzi. La Seconda, la Sesta e l'Ottava (ben resa anche dai solisti, che pure in certi momenti non sono ideali) sono le mie preferite in questo excursus.

Tennstedt è stato un grandissimo mahleriano, le sue interpretazioni delle Sinfonie esasperano i contrasti delle partiture anche nella scelta dei tempi. Viene spesso accostato a Bernstein o a Maazel, ma è sempre stato meno attivo in studio rispetto a loro, e per gusti e formazione musicale è un interprete di scuola prettamente germanica.

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E intanto si va avanti...

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La Prima di Abravanel è proprio un Mahler “della porta accanto”: leggero, spontaneo, dai tempi stretti, molto no-nonsense. Questo stile credo funzionerà bene con le prime sinfonie, sono curioso di sentirlo con le ultime.

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On 10/9/2020 at 12:47, Wittelsbach dice:

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Metto volutamente quest'immagine perché i dischi ce li ho in questa vesta, e questa serie da un punto di vista visivo mi è sempre piaciuta moltissimo.
Comunque, ho terminato il Mahler di Klaus Tennstedt, e ho apprezzato grandemente il suo modo di fare: uno stile massiccio, drammatico, marmoreo, oserei dire "serioso" se il termine non fosse peggiorativo. Ci ho visto un'inclinazione alla tragedia e al grande gesto, che ho molto apprezzato. Ma a me piacciono quasi tutti gli andazzi interpretativi, in Mahler, se realizzati con coerenza. La London Philharmonic qui si comporta da grande orchestra mahleriana. A molti piacciono di più altre esibizioni di Tennstedt, ma queste non sono certo da bocciare, anzi. La Seconda, la Sesta e l'Ottava (ben resa anche dai solisti, che pure in certi momenti non sono ideali) sono le mie preferite in questo excursus.

Non mi sperticherò nuovamente in elogi nei confronti del Mahler di Tennstedt - anche perché alcuni caratteri li hai già riassunti molto bene - tuttavia, il nuovo boxino EMI/Warner contiene alcune sue riuscite maggiori. Infatti qui...

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...oltre al ciclo registrato in studio (compreso Das Lied von Erde) sono comprese alcune registrazioni live imprescindibili, tra cui una Sesta e una Settima terminali, in cui il direttore tedesco estremizza ancora di più il suo approccio nei confronti del dettato mahleriano. Te le consiglio senza dubbio di sorta, sicuramente riesci a trovarle sul Tubo o su Spotify.

Altro cofanetto da tener da conto è questo:

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...se già hai trovato esaltanti le sinfonie corale nelle registrazioni in studio, qui le troverai on steroids: per conto mio, si tratta di uno dei miei pochi riferimenti assoluti, non ho ancora trovato letture dotate di un simile impatto. Sia la Seconda che l'Ottava superano di diverse lunghezze le precedenti incisioni del direttore tedesco - oltretutto qui l'Ottava presenta un coro assai più nutrito, e si sente - giungendo a livelli trascendentali: è proprio il caso di dirlo, è l'universo racchiuso in una sinfonia. Dell'Ottava dal vivo del '91 esistente anche una preziosa registrazione video:

 

EDIT: Ovviamente mi limito alle registrazioni con la London Philharmonic, altrimenti ci sarebbero altre perle da tirar fuori...:rolleyes:^_^

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  • 3 weeks later...

http://www.musicweb-international.com/classrev/2011/Nov11/MahlerAbravanel_MC182.jpg

Occorre senz'altro presentare da parte mia questo Mahler, uno dei primi registrati nella sua interezza, anche se va detto che varie sinfonie risalgono al 1974, epoca non proprio pioneristica. La prima registrata, sorpresa, è invece la bistrattata Ottava, incisa nel 1963, questa sì una delle primissime nella storia del disco di studio.

Le mie annotazioni: è un Mahler per intenditori. Voglio dire, un Mahler che si offre con gaudio a chi cerchi, nella musica del compositore, lati interpretativi diversi dal solito. Se il Mahler "didattico", forte e ferrigno, è quello di Tennstedt, e il Mahler yiddish (per quello che c'entra: non moltissimo, ma c'entra) e survoltato è quello di Bernstein, con Abravanel, più vecchio di entrambi, Mahler diventa un compositore della porta accanto, quasi sublimato in un sottile ottimismo di fondo. Ottica interpretativa molto originale, che ha qualche piccolo parallelismo con quanto si sente con Kubelik, ma più accentuato. E risultato non da poco: consideriamo quanto fosse stata coraggiosa la Vanguard a pianificare un "tutto Mahler" in una località come Salt Lake City, lontana dalla grande vita musicale americana e internazionale.
Ma da Vanguard sapevano che lì c'era Maurice Abravanel, uno che aveva vissuto nello stesso palazzo con Ernest Ansermet, uno che negli anni Trenta era stato il più giovane direttore fino ad allora ammesso al Metropolitan (esistono anche dei dischi, come un Lohengrin del 1937, dicono di audio abbastanza precario, col tenore belga Maison), insomma un talento non comune. Con lui, nel 1947, la Utah Symphony smise di essere orchestra di dilettanti per diventare professionista a tutti gli effetti, e con un repertorio quantomai variegato e comprensivo di autori moderni. Vanguard e Vox si interessarono dunque a questa piccola isola felice della musica, e fioccarono contratti, per registrazioni tuttora reperibili.

Lo spartano cofanetto della Musical Concepts, che io possiedo, contiene tutto il Mahler di Abravanel e dei suoi.
Le date di registrazione sono le seguenti:
1963: Ottava
1964: Settima
1967: Seconda
1968: Quarta
1969: Terza e Nona
1974: Prima, Quinta, Sesta, Decima (Adagio)

A sorprendere è anche la ottima qualità tecnica, per una casa come la Vanguard che spesso e volentieri faceva dei pasticci: le dinamiche sono nitide e spaziate, e l'uso della stereofonia è tra i più intelligenti che abbia sentito in Mahler.
L'orchestra, com'è? Forse la Utah Symphony non sarà stata una delle grandi compagini mondiali, ma dopo tanti anni di collaborazione lei e Abravanel si conoscevano, si può dire, a memoria. Si avverte una simbiosi, un affiatamento assoluto, che porta a una sicurezza che a volte fa osare agli orchestrali un virtuosismo che, lo si sente, malgrado i pregiudizi evidentemente possono permettersi. Unica cosa che mi ha lasciato perplessità: il colore di certe trombe, non sempre brillante come mi aspettavo. Aggiungo che, malgrado le incisioni abbiano avuto luogo nel Mormon Tabernacle, nelle sinfonie corali purtroppo non è impiegato quel fantasmagorico coro, ma altre formazioni di minor splendore.

Prima: l'ho già scritto: vivida, immaginativa. Tempi rapidi, suoni orchestrali lievi e naturalistici, un fluire del discorso di contagiosa comunicatività. La Marcia del Terzo Tempo riproduce magnificamente un clima da "in punta di piedi", e il Finale, malgrado qui si senta parecchio quel suono di tromba che non mi ha convinto del tutto, evita ogni retorica senza per questo perdere dinamismo

Seconda: il coro dell'Università dello Utah, nella parte iniziale del suo intervento, fa qualche borborigmo cantando piano, ma si riscatta con una discreta pienezza di suono nei momenti successivi, oltre che con una buona batteria di bassi profondi. Al clima di questo Finale partecipa un'inattesa ospite: Beverly Sills, da alcuni considerata la miglior belcantista post-Callas dopo la Sutherland, si mostra a suo agio anche in queste melodie eteree, vocalizzando con liquida luminosità. Di grande bravura anche il mezzosoprano acuto Florence Kopleff, che si profonde in una Urlicht che Abravanel rende aurorale. Il resto della sinfonia vede una lettura orchestrale che scansa ogni possibile stereotipo, e che risulta originale, anche se forse capace di causare qualche grattacapo ai Tennstedtiani osservanti.

Terza: il medesimo discorso. Dal trattamento "depurante" di Abravanel, il bistrattato Finale ne giunge quasi rinvigorito. Ogni sentimentalismo, ogni gesto lacrimevole che fa sì che questa pagina straordinaria resti molesta anche a molti che se ne intendono, è "asciugato" da quest'esecuzione tornita, dal peso strumentale attenuato e dal fraseggio, ancora una volta, discorsivo. Ma Abravanel non è affatto un mollaccione: l'attacco dei corni del Primo Tempo ha tutta la forza oratoria che gli è necessaria. Solo, dalla sua lettura sembra esulare la ricerca di sottotesti e di nevrosi, prediletta da altri colleghi. Ma non si limita a questo: fa qualcosa che sta a metà tra una classicizzazione e una novecentizzazione. I sentimenti non sono banditi, ma sembra ne escano fuori altri. Il brano cantato vede una partecipazione interessante della rauca e rugginosa voce di Christine Krooskroos, vero contralto, non proprio gradevole ma in grado, in qualche modo, di colpire.

Quarta: come nelle precedenti il rischio era la verbosità, il pericolo della Quarta è la sofisticazione. E come aveva evitato l'altra, Abravanel scansa con abilità anche quest'ultima. Fin dal primo movimento, ci risiamo con l'esposizione franca e semplice, quasi "da conversazione", che caratterizza il suo approccio. L'ironia dello Scherzo, una volta di più, è anch'essa tutta in punta di forchetta. Il soprano Netania Davrath ha un timbro e una fonazione che ricordano quelli di una voce bianca maschile, il che non è inappropriato per un lied in stile Wunderhorn.

Quinta: una di quelle che mi hanno maggiormente colpito. I primi tre movimenti sono trattati come ormai ci si aspetta da Abravanel, che non attenua il dramma ma lo interpreta in modo, se così posso dire, quotidiano. Con l'Adagietto, ci accorgiamo che è uno dei più brevi della discografia: poco più di 8 minuti. Se normalmente questo sublime movimento emana la molle contemplazione di un tramonto sul mare, la versione di Abravanel mi ha fatto pensare al dinamismo di una mattina in una piazza di un paesino rurale dell'epoca della Guerra dei Trent'Anni (non chiedetemi il perché di questo dettaglio), una piazza con un bel mercato di granaglie, bestiame e cose buone da mangiare. Questo Adagietto è il manifesto del Mahler "domestico" di Abravanel. A esso, segue un Finale che il direttore rende ordinatissimo e disciplinato, mettendo freno alle "pazziate" musicali, senza accentuarle troppo. Ecco, i detrattori di questo Finale ne hanno trovato uno inciso apposta per disingannarli.

Sesta: anche qui il Primo Tempo è uno dei più brevi, ma al prezzo di un vistoso trucchetto: Abravanel salta il ritornello dell'esposizione. Poco male, in una lettura moderna, che va dritta al punto, oserei dire molto "americana"

Settima: una delle prime di tutto il corpus. Le Musiche Notturne, soprattutto. Le Nachtmusik di questa Settima mi sono piaciute davvero tanto, mi hanno evocato non so cosa, soprattutto la prima. Qui emerge moltissimo l'affinità elettiva di Abravanel con la sua orchestra. Di gran classe anche il famosissimo Rondò conclusivo, che tuona meno che in altre occasioni ma, per l'ennesima volta, fluisce con entusiasmo.

Ottava: la primissima delle sue incisioni, per giunta riuscita tecnicamente molto bene. I nomi dei solisti sono tragicamente dimenticati dall'opuscolo Music Concepts, e ho dovuto cercarli altrove. Il coro è composto da una miscellanea di complessi a cui Abravanel riesce imporre la necessaria coesione e anche, quando occorre, pienezza di suono: tuttavia, mai nessuno mi toglierà la curiosità di sapere quale sarebbe stato il risultato col Mormon Tabernacle Choir. In questa sinfonia, comunque, abbiamo un Abravanel che non rinnega se stesso, ma che risulta più tradizionale, ricercando sonorità talora iridescenti. Mai e poi mai, comunque, sopraggiunge la pesantezza. Tra i cantanti, nella prima parte si sente un soprano che canta malissimo e sforza, ma più avanti ci sono belle prove del baritono David Clatworthy e del tenore (dal repertorio sterminato) Stanley Kolk, che ci regala un "BIicket Auf" di tutto rispetto.

Nona: intimizzata, quasi un diario umano di Mahler secondo Abravanel. Io con la Nona, pur non potendone negare la grandezza, a volte non vado d'accordissimo. Con Abravanel mi sono soddisfatto, anche se il suo apporto "fuori dal coro" emerge meno che in altre sue sinfonie.

Adagio della Decima: il congedo, che riprende la stessa temperie della Nona.

Riassunto. Il completista e soprattutto l'amante di Mahler hanno due cicli da sentire se vogliono fare esperienza di qualcosa di diverso: quello di Svetlanov e quello di Abravanel. Su quest'ultimo c'è anche chi ci ha scritto una tesi di laurea.

@Ives @Snorlax @Majaniello @Florestan

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Non conosco il suo Mahler. Direttore interessante, onnivoro e "appartato", Abravanel, oggi sconosciuto ai più. Diede un contributo importante a certo 900 storico (Milhaud, Satie, Varese, Honegger, Britten, Vaughan Williams). Si trovano anche suoi dischi barocchi di Handel, fatto come si faceva ai tempi. Avesse avuto tra le mani un'orchestra di rilievo e dietro un'etichetta tipo la Decca o la Philips dei tempi d'oro...

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20 minuti fa, Majaniello dice:

"..della porta accanto... domestico... quotidiano..." sulla carta potrebbe piacermi moltissimo. Mi toccherà provarci!

Ma di Mahler-Svetlanov avevi già parlato @Wittelsbach ?

Sì, l’avevo fatto. Ricordi bene.

4 minuti fa, Ives dice:

Non conosco il suo Mahler. Direttore interessante, onnivoro e "appartato", Abravanel, oggi sconosciuto ai più. Diede un contributo importante a certo 900 storico (Milhaud, Satie, Varese, Honegger, Britten, Vaughan Williams). Si trovano anche suoi dischi barocchi di Handel, fatto come si faceva ai tempi. Avesse avuto tra le mani un'orchestra di rilievo e dietro un'etichetta tipo la Decca o la Philips dei tempi d'oro...

 

Io infatti sto ricuperando su Spotify un po’ di queste cosette...

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On 6/10/2020 at 14:08, Wittelsbach dice:

 Il resto della sinfonia vede una lettura orchestrale che scansa ogni possibile stereotipo, e che risulta originale, anche se forse capace di causare qualche grattacapo ai Tennstedtiani osservanti.

Ogni riferimento è puramente casuale? :rolleyes:;)

Scherzi a parte, grazie per questo tuo post che fa luce su un interprete che ho sempre, forse ingiustamente, trascurato. Tempo fa, ho fatto qualche ascolto distratto su Spotify. Mi aveva convinto soprattutto la Terza, con un primo movimento quasi ruspante nella sua concretezza. Il resto, mi pare proprio non essere my cup of tea, ma sicuramente Abravanel sviluppa una coerente visione interpretativa, che non può non affascinare. Cercherò di approfondire.

P.s. Aveva stupito anche a me il suono spesso sordo, quasi otturato degli ottoni, specie delle trombe: non so se sia un difetto di registrazione o una caratteristica propria di molti strumentisti dell'orchestra dello Utah. Certo che, in alcune sinfonie - in particolar modo, mi par di ricordare, nella Sesta - questa peculiarità mi risulta abbastanza sgradevole. Strano perché, in generale, la ripresa del suono mi sembrava abbastanza nitida.

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Cambiando argomento, è da un po' che ho puntato gli occhi su questa:

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...ma purtroppo, il prezzo è ancora un po' troppo alto per le mie povere tasche. In rete ho letto mirabilia, e l'ascolto di qualche estratto mi ha abbastanza convinto. Qualcuno la conosce o la possiede? Sono molto curioso di qualche vostro parere...:thank_you2:

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  • 6 months later...

Leggendo qualche passaggio delle cose scritte da Wittelsbach sul Mahler di Abravanel (ma non gli aggettivi sottolineati da Majaniello), il discorso generale, più delle letture di Kubelik alle quali è sicuramente più vicino, mi ha ricordato la prassi di Gielen: anche lui "alleggerisce" molto pagine come il Finale della Terza e l'Adagietto della Quinta (pagine in verità interpretate in tempi abbastanza stretti anche da Kubelik), ma soprattutto rende enigmatici come poche volte i "notturni" della Settima e intimizza molto la Nona. Ma è solo una suggestione, credo che i due direttori restino abbastanza diversi.

Purtroppo non ho avuto modo di ascoltare nulla del Mahler di Nott.

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3 ore fa, Florestan dice:

Leggendo qualche passaggio delle cose scritte da Wittelsbach sul Mahler di Abravanel (ma non gli aggettivi sottolineati da Majaniello), il discorso generale, più delle letture di Kubelik alle quali è sicuramente più vicino, mi ha ricordato la prassi di Gielen: anche lui "alleggerisce" molto pagine come il Finale della Terza e l'Adagietto della Quinta (pagine in verità interpretate in tempi abbastanza stretti anche da Kubelik), ma soprattutto rende enigmatici come poche volte i "notturni" della Settima e intimizza molto la Nona. Ma è solo una suggestione, credo che i due direttori restino abbastanza diversi.

Diciamo che è come dici.
La diversità di Gielen si riscontra in una maggiore analiticità e nella ricerca, che spesso l'austriaco faceva, di sonorità particolari e inedite delle famiglie strumentali, specialmente degli ottoni. Le "invenzioni" sonore di Gielen!

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Tra l'altro, ci penso proprio adesso: guardando la cronologia delle registrazioni di Abravanel, salta all'occhio come le prime due registrate fossero l'Ottava e la Settima. Ci avete fatto caso? Proprio le due sinfonie all'epoca meno eseguite del Nostro. Per contro, le due più famose, Prima e Quinta, sono state fatte per ultime.

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