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giordanoted

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  1. giordanoted

    Beethoven

    A me non dispiace affatto la cara vecchia versione del quartetto Amadeus. Un po' ruvida, ma potentissima. Non mi piacciono molto invece le trascrizioni per orchestra d'archi.
  2. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Mi sono appena riascoltato, con calma, cenando, il Quintetto di Schubert in Do postumo. Signori, che ca**o di capolavoro! Anche un movimento che sembrerebbe così, una "pura formalità", cioè l'Allegretto finale, che viene dopo due colossi come l'Adagio e lo Scherzo con il suo stupendo Trio - uno dei trii più belli secondo me nella storia della musica da camera o sinfonica - anzi tre colossi, perché anche l'Allegro ma non troppo iniziale è un capolavoro, ecco che Schubert scrive una pagina ispiratissima, senza mai un calo, piena di tenerezza e finezze strumentali, fino alla vertiginosa coda finale che è tanto rapida quanto stupefacente. Dal libretto dell'edizione che ho ascoltato - è la famosa incisione DG con i Melos più Rostropovich, molto particolare, molto più romantica se volete di quelle ora in voga, ma bellissima specialmente negli ultimi tre movimenti, quelli più elegiaci - si dice che Britten amava molto questo Quintetto, e in particolare tutta la musica composta "nel breve periodo tra la morte di Beethoven e il momento in cui i grandi maestri dell'800, Verdi, Wagner, Brahms non avevano ancora cominciato a operare". Praticamente il 1828, e dintorni.
  3. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Da idolatra knappertsbuschiano ti devo rompere le scatole per chiederti: da dove trai questa notizia? ---- Ascolto questa cantata attribuita a Vivaldi, ma pare sia spuria. Venne ripresa da Bach per una cantata del periodo di Weimar e poi rielaborata anche a Lipsia, come saprà bene @Wittelsbach
  4. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Com'è? Bella? Dicci!
  5. giordanoted

    Anton Bruckner

    Nessuno può dirlo, però se sfrondiamo l'esecuzione di Tennstedt dalle nostre interpretazioni più o meno attinenti, rimane l'impronta tipica di quel direttore, cioè un avvicinarsi continuamente al limite della tenuta formale, al travolgimento estatico che però in lui ha sempre note tormentate e disperate. Impressioni che si possono oggettivamente constatare negli accelerando vertiginosi, nella violenza degli accenti e dei fraseggi, e in generale in una lettura che, specie nell'ultimo movimento, procede quasi a rotta di collo. Tutto questo non sarà per forza ascrivibile al wagnerismo - ma bada che Tennstedt fu un sublime interprete wagneriano, ascolta i preludi in rete e le pagine sparse dal Ring, anche se è vero che non incise le opere complete ma del resto, neanche di nessun'altra opera di altri autori - però secondo me elimina dall'Ottava di Bruckner quel richiamo a un ordine trascendente, immutabile, di cui gli sconvolgimenti, le mutazioni, per citare il finale del Faust di Goethe, non sono che Gleichnis, simbolo. In Tennstedt invece non c'è questo superiore orizzonte. Per lui il sole non sorgerà mai più. Per Bruckner la notte passerà e splenderà la luce eterna. Musicalmente, almeno per me, il tutto si traduce in una lettura troppo eccessiva, smisurata, a ferro e fuoco; impressionante sul momento, ma non durevole.
  6. giordanoted

    Anton Bruckner

    I rapporti psicologici, di influenza sono tra le cose più difficili da stabilire, ma alcuni punti fermi li possiamo mettere. Bruckner fu, dopo Beethoven (e più di Brahms, che in campo sinfonico tentennò a lungo, per poi lasciarci solo - e non sto dicendo che siano poche, ma sono solo quelle - quattro lavori) colui che, insicuro quanto si vuole, si assunse l'ambiziosissimo compito di proseguire la grande tradizione sinfonica tedesca, senza disperdere le energie in composizioni di altro genere, come fece la generazione romantica a lui precedente. Bruckner non è un compositore, Bruckner è un sinfonista. È sinfonico perfino nel Quintetto, perfino nelle tre messe (specialmente la terza). In questo suo autoeleggersi a sinfonista tedesco (austriaco, cattolico, ma ci siamo capiti), non aveva che un unico importante modello prima, insuperabile e imprescindibile: Beethoven. La sinfonia di Haydn e di Mozart, lo sappiamo bene, non ha la portata di quella beethoveniana. Oggi per noi la Nona di Beethoven è un'opera logora e di cui siamo abbondantemente sazi, ma bisogna capire quale affermazione di definizione stilistica, quale esempio classico, quale rivelazione di energie latenti nella forma sinfonica, essa abbia sprigionato per tutti coloro che, in seguito, si misurarono col genere. Gli scherzi di Bruckner, non sono i minuetti di Haydn o di Mozart, né gli Allegretti di Brahms o dello stesso Beethoven, sono lo scherzo della Nona. Ancor più gli Adagi. Intendo dire: hanno quel modello. Quando parlo di tutto d'un pezzo, intendo dire che Beethoven per primo ebbe la consapevolezza miracolosa di dare alla forma sinfonica un'estensione, una profondità, e una compiutezza che non avesse nulla a che fare con l'origine un po' sconnessa, eterogenea, dei vari movimenti di sinfonia. Certo, si può dire che Haydn, ancor più di Mozart, avesse mirato a questa unità, a questa fusione in un unico stampo, ma l'unità haydniana è abbastanza programmatica ed esteriore, non c'è quell'unità di arcata dal primo all'ultimo movimento come già nella Quinta di Beethoven. Se si vuole, l'Eroica è ancora una sinfonia "antica", dove c'è un programma che tiene insieme movimenti musicalmente abbastanza eterogenei (si pensi all'ultimo, che viene come si sa da un tema già usato da Beethoven per altre opere minori - mi pare Le creature di Prometeo). Già con la Quarta di Beethoven, e poi con la Quinta in modo clamoroso, abbiamo lo stampo della sinfonia-modello, del blocco sinfonico saldo, senza cesure, che Bruckner ebbe sempre presente fin dalle prime prove, e che conquistò solo a fatica, raggiungendolo forse per la prima volta solo con la sua Quinta, e poi con la Settima. Per quanto riguarda gli aspetti devozionali, tra Beethoven e Bruckner corre un abisso, in parte per le ragioni diciamo così filosofiche e teologiche che hai detto tu, in parte proprio per l'animus così lontano dei due personaggi. Ma Bruckner non cercava in Beethoven il credente (che certo non poteva trovare): Bruckner vedeva in Beethoven un'epifania di Dio, che è ben diverso. È una distinzione sottile, ma importante. Noi oggi analizziamo un compositore sotto il profilo psicologico, ma ritenere che un creatore come Bruckner facesse questo è assurdo. Bruckner cercava modelli sul piano dell'arte, non del pensiero. Bruckner vedeva nella sinfonia di Beethoven - come del resto nelle opere di Wagner - una manifestazione gloriosa di quel dono divino che era la musica. Bruckner non poteva sentirsi rappresentato da Beethoven quale ora noi lo conosciamo biograficamente nella sua ricerca di fede, si sentiva rappresentato però dal musicista Beethoven, dal sinfonista Beethoven. Si sentiva rappresentato dal suo divino mondo sonoro. Tutto il resto, quel resto che noi biograficamente abbiamo scavato dall'enigma Beethoven, Bruckner o lo ignorava o lo rigettava perché non rilevante ai suoi scopi, che erano quelli organizzati sotto il segno della grande sinfonia tedesca. Questa "comunione in cielo" sul piano musicale, e non dottrinario o filosofico, spiega l'assorbimento da parte di Bruckner dei modelli beethoveniani e wagneriani. Fermo restando che, ribadisco, egli è un sinfonista, e dunque la sua forma - e dunque il suo modo di organizzare in un pensiero coerente l'idea musicale - è quella plasmata da Beethoven, non da Wagner.
  7. giordanoted

    Anton Bruckner

    In breve, considero Herreweghe un direttore modesto, generalmente scialbo, e ne ho testimonianza diretta per avere assistito a una Johannes-Passion a Roma. Il suo Bruckner non lo conosco però, e la regola che bisogna prima ascoltare bene e poi giudicare non va trasgredita. Quanto a Tennstedt, mi allineo con Snorlax: non si può trasformare Bruckner in un dramma wagneriano, in una tempesta, perché, come ho detto parlando anche dell'Ottava di Bruckner con Knappertsbusch, in Bruckner scorre anche sangue cattolico, palestriniano, l'ordinata musica d'organo ad elevazione e accompagnamento dei fedeli e della propria anima. Non c'è lo sconquasso nichilistico, l'olocausto purificatore della volontà di matrice schopenhaueriana. Bruckner è un compositore tridentino, invece Tennstedt, almeno nella scomposta Ottava con la London Philharmonic, ne fa un eroe tragico. Naturalmente Tennstedt era un grandissimo artista, e dunque anche in questa Ottava ci sono momenti di grande bellezza, ma è come una corsa nell'abisso e, come ho spiegato, questo programma mi sembra incongruo per un'opera assolutamente risolta e compiuta come l'Ottava, che mi sembra la sinfonia più vicina a un certo spirito tutto d'un pezzo delle sinfonie di Beethoven che, non va dimenticato, era il vero modello, molto più di Wagner, di Bruckner. p.s. Quando parlo di "morte di Dio" non vorrei dare l'impressione che Bruckner sposasse le teorie nietzschiane. Bruckner, come dimostra il desiderio di essere sepolto sotto l'organo di Sankt Florian, fu credente fino alla sua ultima ora. Tuttavia la crisi teologica e di valori del suo tempo fu da lui acutamente sentita e rappresentata nelle sue opere, e dunque in questo senso il tema nietzschiano è senz'altro - molto più che in Wagner - leggibile nelle sue opere. Ma non si può, secondo me, indulgere a letture telluriche e caotiche come a rappresentare un ritorno nel caos, perché Bruckner non credeva nel caos, della cui avanzata pure non poteva non avvedersi, ma in Dio e nella vita beata dopo la morte.
  8. giordanoted

    Poesia

    Giustamente Luciano riporta l'analisi di "Clivo" di Montale sul piano più proprio, quello della vera rottura rappresentata dagli Ossi di Seppia che non è certo rottura linguistica, perché il lessico e l'immaginario dantesco non sono mai mancati nella tradizione poetica italiana, ma rottura psicologica, di Stimmung direbbero i Tedeschi, di clima. "Moderno e novecentesco, distaccato, straniato quasi metafisico" dice Luciano, un clima dunque ben diverso da quello variamente sacrale, vaticinante, della poesia precedente. La grandezza di Montale come poeta fu questo sintonizzarsi con l'uomo comune del suo tempo, con l'uomo "disincantato", privo di riferimenti solidi. Da questo punto di vista le aritmie e le irregolarità metriche e delle rime possono essere considerate, con qualche indulgenza, conseguenza di questo decentramento. La voce poetica di Montale raccoglie il lessico della tradizione con lo "straniamento" di cui dice Luciano, cioè come cultura, erudizione, e lo adopera in forma di contrasto per rappresentare un'umanità ormai livellata, dopo la caduta di ogni superiore trascendenza. Montale è da questo punto di vista il primo poeta borghese che, con più consapevolezza e vigore di altri che pure percorsero strade simili (ad es. Sbarbaro) diede forma a una poesia mondana, non rinunciando nemmeno all'escamotage della parodia, del pastiche, della citazione anche sfacciata. Quasi tutto il male e il bene che si può dire della letteratura novencentesca (e anche di quella odierna), e in fondo della cultura in generale, si ritrova allo stato nascente nell'opera montaliana.
  9. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Grazie caro, non conosco questa edizione. Della prima di Brahms a me piace molto la poderosa, drammatica interpretazione di Giulini con la Los Angeles Philharmonic. Poi ci sarebbe anche un live di Stokowski con la LSO mi pare, che invece è un saggio di puro virtuosismo sonoro, ma a suo modo molto bella anch'essa.
  10. giordanoted

    Poesia

    È una poesia, questa, che rivela fin dai primi versi il suo stampo dantesco. Dante, non altri, è il grande modello montaliano degli Ossi di seppia. Rivoluzione poetica, quella prodotta da questo libro pubblicato dalle edizioni di Piero Gobetti che, come le migliori rivoluzioni, dunque, trae la linfa dai padri. Spie dantesche sono il greppo, il clivo, sostantivi che rimandano alle bolge e alle balze della Commedia. E soprattutto quel "mare che tremola" ai vv. 3-4 che ricorda un immortale passo del Purgatorio, "il tremolar della marina". E l'atmosfera poetica, fin nel finale, è purgatoriale-infernale, quasi una conflazione delle prime due cantiche dantesche. Altri passi - il "crollo di pietrame che dal cielo s'inabissa alle prode" rimandano a torture, supplizi mitici, a fatiche di Sisifo, a quelle degli orgogliosi nel Purgatorio. Il raro verbo "divalla" anche è dantesco, e si potrebbe continuare... Non stupisce dunque che per una volta, Pink, che a Montale è generalmente ostile, stavolta si sia espresso favorevolmente. Perché questa poesia in realtà più che una poesia è una parodia dantesca. (Parodia nel senso letterale, non di imitazione ironica).
  11. giordanoted

    Anton Bruckner

    Grazie Snorl del bel commento, credo che procederò la serie, prossimamente vorrei toccare la Quinta. Ma non anticipo quale sarà l'Incisione Immortale da me prescelta. Né escludo di poter tornare ancora sull'Ottava, con un'altra Incisione Immortale. L'Ottava bisogna dire è molto ben servita dalla discografia.
  12. giordanoted

    Anton Bruckner

    Tu già sai scrivere, perché saper scrivere vuol dire avere un tono e uno stile personali, propri, e tu ce li hai.
  13. giordanoted

    Anton Bruckner

    Sulle orme dei progetti colossali di @Wittelsbach, starei quasi per tentare un mio progetto, cioè le INCISIONI IMMORTALI DELLE SINFONIE DI BRUCKNER. Una cosa da far tremare i polsi, non meno che sciropparsi le trecento cantate di J.S. Bach. Mentre medito se cimentarmi nell'impresa - e comunque adesso non ne avrei il tempo né le energie - offro un antipasto di quello che potrei infliggervi con questa: Bruckner, sinfonia n. 8 in do min. edizione del 1892 rivista da Josef Schalk per la prima esecuzione assoluta sotto la direzione di Hans Richter. Orchestra filarmonica di Monaco diretta da Hans Knappertsbusch. Registrazione: Monaco, gennaio 1963. Unica incisione in stereo dell'Ottava lasciataci da Hans Knappertsbusch, e che incisione: il riversamento in cd, per l'etichetta Westminster (ora confluita nella DG) è spettacolare. I tecnici si sono superati. Sembra che il vinile fosse molto meno soddisfacente e su Gramophone, il venerabile Deryck Cooke ebbe a ridire tanto sull'esecuzione, sugli arbitri di Knappertsbusch, quanto sulla qualità sonora. Ora, che ho appena riascoltato il primo movimento - mi dispiace, ma non riesco in questi giorni a digerire una sinfonia intera, la concentrazione e la mia capacità di assorbimento si è ristretta - posso dire che è un'esecuzione del Knappertsbusch nella sua forma migliore, con nessuna delle sbavature o trascuratezze nel tenere in pugno l'orchestra che gli venivano addebitate, per via della pigrizia e dell'insofferenza per le prove. I monacensi sembrano respirano di un solo alito, e seguono la concezione del direttore che è grandiosamente apocalittica senza tentennare. Tempi perfetti, climax equilibratissimi, mai un accenno nevrotico, altro che intemperanze o arbitri agogici, tutto qui ha il passo di una solenne processione funebre, di una nietzschiana morte di Dio. La coincidenza dice che il grande filosofo della volontà di potenza impazzì soli due anni dopo che Bruckner terminasse la prima stesura della sua sinfonia. Erano quelli, comunque, anni di brutale scontro tra ordine razionale e pulsioni che il vecchio sistema politico non riusciva più a dominare. Sarà una mia lettura soggettiva, ma in questo primo movimento il conflitto tra ragione e barbarie, tra ordine e caos, assume una nitidezza che solo un uomo intriso di quella temperie, come Knappertsbusch, poteva elaborare. Un primo movimento esplosivo ma dominato dal direttore fin nelle sue ultime conseguenze, che fa venire in mente una frase di J. Evola: «se il cardine è saldo, la porta può anche sbattere». Naturalmente dobbiamo collocare storicamente questa lettura. Siamo lontani dal Bruckner modernista, desaturato, stilizzato di certi interpreti tedeschi specie di area orientale, come siamo lontani dal Bruckner odierno, indeciso se wagnerizzarsi in un'ennesima prova di fantasmagoria, magari in salsa hollywoodiana, o introiettarsi in un misticismo quasi new-age. Altrettanto lontani siamo da interpreti storici come Jochum, che inserì un dinamismo e un'irrequietezza quasi giovanile del tutto estranea all'idea bronzea e perenne - per dirla con Orazio - di Knappertsbusch. Il soggettivista presunto Knappertsbusch qui scolpisce il suo capolavoro oggettivo, non nel senso della graniticità klempereriana, ma proprio nell'armonia e nell'equilibrio delle parti, nella squisitezza dei passaggi lirici cui corrisponde l'affondo stürmisch di quell'annuncio di morte che precede il dileguarsi nella nulla dell'ultimo palpito. Di questa esecuzione, in rete, si leggono stroncature e lodi, le prime battono sui consueti difetti del direttore, le seconde, anch'esse un po' prevedibili, spendono la similitudine dello splendore gotico. Certo, la categoria del gotico risulta appropriata, ma non bisogna fermarsi alla superficie di questa etichetta, a un'idea di anelito per l'infinito, perché qui non c'è nulla di sovrabbondante, di eccessivo, non c'è la hybris che, dietro e oltre la devozione, contraddistingue i capolavori dell'arte gotica. Questo è un Bruckner stranamente, starei per dire, cattolico, che recupera dunque tutta la natività austriaca, la sua umanità nelle tenebre, la fiducia tomista nella ratio che salva l'uomo. Qui Knappertsbusch stringe veramente il cuore dell'artista, e io vi consiglio caldamente di procurarvi questa incisione, se possibile, su supporto fisico, perché il buon Spotify nulla può per rendere adeguatamente lo splendore dell'arazzo sonoro, trapunto di luce, che dispiegano i monacensi.
  14. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Piatta?
  15. giordanoted

    Cosa state ascoltando ? Anno 2018

    Istigato da @Ives, che mi ha rivelato l'esistenza dell'integrale delle sonate (quale sarà la casa discografica? su spotify non c'è), ascolto Anatol Ugorski nella Quinta sonata di Scriabin, che sotto le sue dita è diventato per incanto una ballata di Chopin. Febbrile? Ma quando mai. Nevrotico, impetuoso, trascinante o estatico? Nix. Una Quinta sonata "cantabile", in total relax e con qualche sprazzo analitico per non risultare troppo disimpegnati. Quando c'è da pestare - come in Messiaen - Ugorski pesta, ma come non volendo spaventare nessuno, come avvisando prima: ora si pesta. Risultato? Un po' come Stravinsky che parlando del Sacre nella prima incisione di Karajan disse che era una "belva addomesticata". Io qui direi anche narcotizzata. Comunque non è un bluff, la tecnica, come spesso con i russi, è solida. E alla luce di questo ascolto tendo a attribuire la colpa del grigio disco Scriabiniano con il concerto per pianoforte a Boulez.
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