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  1. Prove che queste Sinfonie sono state composte da Andreino? Forse sarebbe più corretto dire che Luchesi è "probabilmente" o "verosimilmente" il compositore di queste Sinfonie. Del resto, siamo in attesa che AgoTabo dimostri i contatti fra Luchesi e Pischelberger. C'era anche questa fra le sue mille promesse no? O era qualche altra cosa? NR
  2. Una meravigliosa copia, prodotta all'interno della c. d. Ambasciata imperiale retta dal Conte Giacomo Durazzo, da un gruppo di musicisti/copisti tedeschi professionisti, artefici materiali di un sistema internazionale segreto (ma legale! 😂) di smercio di musiche italiane ri-attribuite a compositori del mondo Austro-tedesco a maggior gloria di quest'ultimo. Sistema a cui devono aver collaborato, con “evidente” soddisfazione, anche i nostri compositori, a cominciare da Andreino, mostrandosi ancora una volta gli opportunisti di sempre, disponibili a scambiare la gloriosa tradizione musicale italiana con vile denaro. Bastardi! 🤑 NR
  3. Signor Taboga, povero Signor Taboga, Artifex le ha rivolto alcune critiche commentando su Facebook. E lei minaccia di bannarlo. Perché non viene a discutere qui, dove esistono i moderatori che, super partes, possono decidere di escludere dalla discussione chi non rispetta le regole? Preferisce farsela e dirsela stand alone o insieme ai suoi compagni di merende, non è vero? Bravo! NR
  4. Nel rispondere ad un commento di un lettore nel blog Facebook dedicato a Luchesi, Agostino Taboga insiste ancora con questo argomento: Quando si dice non aver capito nulla, ma proprio nulla. La riposta la trova nel mio post dell'8 aprile alle ore 15:03 (un tempo i post in questo Board erano numerati ed era più facile citarli). Comprende, Signor Agostino Taboga, le differenze fra tipi di spiegazioni? Comprende che in generale i manoscritti musicali potevano subire manomissioni, sostituzioni di parti ed altro in conseguenza dell'uso, della scarsa attenzione nell'archiviazione eccetera eccetera eccetera ... capisce Signor Agostino Taboga che questa è la spiegazione "occamianamente" più economica e plausibile che si confronta con una spiegazione cervellotica che ora, sorprendentemente, lei afferma essere ancora "in larga parte, da indagare". Comprende, Signor Agostino Taboga, queste nozioni elementari di logica? Che poi questo ms. risalga con sicurezza al 1771 (il “nuovo” frontespizio) è una sua fantasia, una delle tante ... come sono fantasie, almeno fino a quando non sarà pubblicato il suo "saggio" sulle carte veneziane, le datazioni che lei cita con sicumera come alternative a quelle indicate nelle JHW. Signor Agostino Taboga, se lo ficchi bene nella testa, prima di scrivere sui "social" e creare altri luoghi di amena divulgazione, documenti in modo fondato ciò di cui parla. Le ripeto, Signor Agostino Taboga, le sue datazioni delle carte veneziane sono prive di fondamento fino a quando non sarà disponibile al pubblico e valutato nel merito il "saggio" di cui ha anticipato l'esistenza. NR
  5. Scrive Taboga: Si prega di osservare bene l'estratto (arbitrariamente modificato da Taboga) dal Kritischer Bericht della Sinfonia nel post di Artifex. Cosa si legge al centro dello stemma? "X Timp.-Stimme (vor 1778)". E come traduce Taboga? Cfr. la citazione qui sopra. Il problema è che in tedesco, la preposizione VOR, nel suo uso temporale, significa PRIMA NON DOPO (o posteriore). Quindi la frase corretta sarebbe (...) a supporre l'esistenza di una fonte X, precedente il 1778, mai rinvenuta (...). Ah già, dimenticavo, tutti possono fare errori, certo. Ma il problema è che tipo di errori, quanti e con quale frequenza. 🧐 NR
  6. Forse non hai ancora compreso che il suo è un eterno work in progress. Non può esserci termine ad una narrazione fantastica. NR
  7. Carlo Vitali a Neutral Reader E lo sciagurato rispose. Ecce iterum Crispinus con le sue unsupported speculations e le citazioni ritagliate ad hoc, anzi ad oca (dato l’argomento). Prima di tutto: perché non è capace di citare le sue fonti in modo decente? Provvedo io per l'ultima volta perché, a differenza di lui, non ho tempo da perdere coi dilettanti di storiografia e scienze sussidiarie. Magari il tempo lo troverei se fosse un poco più umile e mi pagasse il disturbo; ma lui "è nato imparato", e francamente mi infastidisce la sua prosa ipocritamente affabile. Versione originale detaboghizzata: "Je vous embrasse. Envoyez-moi des plumes d'or, sì vous avez de la monnaie. Je suis las de ne vous écrire qu'avec une plume d'oison". Fonte: Vol. 69 delle opere complete di Voltaire, Parigi, 1785. Brandello di ermeneutica: scrivendo in data 24 novembre 1738 al suo compagno di giovinezza e agente letterario Nicolas-Claude Thieriot (1697-1772), Voltaire, come suo costume, tira sfacciatamente a soldi. Le penne d'oro sono un topos satirico sulla venalità degli scrittori e degli storiografi in particolare. Del milanese Paolo Giovio (ca. 1483-1552) è divulgato in più fonti che "trattava la penna d'oro per chi gli desse oro ed onori e la penna di ferro per chi gli spiacesse". Analoga dichiarazione avrebbe fatto Bernard de Girard du Haillan (1535-1610), regio storiografo di Francia, a Enrico III di Valois, che da allora in poi lo trattò giustamente da buffone. Il re capiva le metafore, il dottor Taboga no. "Identificabili proprio con dei pennini", oh bravo! Ma mi faccia un piacere ... Versione originale detaboghizzata: Plumes d'acier d'Angleterre, propres pour écrire, non sujettes à s'émousser; 30 sols. Fontaine, Bijoutier, rue Dauphine, 1772. Fonte: Dictionnaire de l'industrie [...], Tomo 2, Parigi, 1776, p. 426. Brandello di ermeneutica: Come si deduce dal prolisso frontespizio, si tratta di invenzioni, curiosità e "segreti" propalati appunto tramite inserzioni pubblicitarie, ma non certo riflettenti le condizioni mainstream di un'industria internazionale come quella della copisteria. Il prezzo è pure un po' salato (30 soldi, eufemismo per una lira tornese e mezza) ma il laureato in economia e commercio Taboga dr. Agostino fa i conti della serva sulla carta veneziana destinata all'Ungheria e poi specula che i copisti di musica (perché solo quelli, di grazia?) corressero dal gioielliere per sostituire le economiche penne d'oca con le quali avevano imparato a scrivere. "Verosimilmente", dice lui; "mi pare sostenibile", dice lui. Soliti lazzi da wishful thinker: gli pare sostenibile tutto ciò che gli fa comodo. E per finire qualche elemento in più sugli usi scrittorii di fine Settecento. Visto che il Dottor Papiro frequenta i filosofi illuministi francesi, si accomodi allora sull'Encyclopedie di Diderot e d'Alembert, ad vocem "Art d'écrire" e sulla relativa planche (nel II volume del Recueil des planches, Parigi, Briasson - David- Le Breton - Durand, 1763. Gliela offriamo qua sotto dalla nostra collezione privata. Ci vede molte penne o pennini d'oro, argento e bronzo? L'autore dell'articolo è Charles Paillasson (1718-1789), gran calligrafo professionista legato alla corte di Versailles. Tanta era la sua autorità che il trattatello fu ripubblicato separatamente in traduzione italiana come L'arte di scrivere, tratta dal Dizionario d'arti e mestieri dell'Enciclopedia metodica, Padova, Stamperia del Seminario,1796. Da quest'ultima fonte le copio un paio di paragrafi sulle penne da scrivere (p. 22): "Le penne, che si adoperano per iscrivere sono di cigni, di corvi, e di altri uccelli, ma specialmente cavate dalle ale dell'oca. Se ne distingue di due sorte, altre chiamate penne grosse, ed altre di cima dell'ala. Si deve scegliere la penna di grossezza ordinaria, piuttosto vecchia che cavata di fresco, e di quelle che si chiamano seconde, cioè a dire né troppo dura ne troppo tenera. Conviene che sia tonda, ben chiara e netta, come trasparente, senza che vi si vegga alcuna macchia bianca, che ordinariamente impedisce che non riesca bene nel taglio a cagione delle pellicole che si separano dalla penna internamente, le quali pellicole, a dir vero, si potrebbero già levare con il temperino, ma sempre con perdita di tempo, e debilitando la penna. Moltissimi preferiscono quelle di cima d'ala a tutte le altre, perché riescono molto bene nel taglio. Si chiamano penne Olandesi le penne preparate alla maniera d'Olanda, cioè quelle delle quali si mette sotto la cenere la parte che si adopera per fargli acquistar consistenza, e separarne il grasso". Questo, egregio Dottor Papiro, era il vero stato dell'arte sul finire del secolo decimottavo. Non si fa motto di penne metalliche o altre sensazionali novità tecnologiche. Anzi: una volta sì, a p. 8: "Aggiungasi che l'arte di scrivere era in molto maggiore estimazione ne' tempi passati. Rotterdam, in un certo tempo dell'anno, dava una penna d'oro allo scrittore [leggi: calligrafo, ndr] che si distingueva nell'arte sua". Ora lei dirà magari che questa è una "prova" delle sue tesi. Le risparmio ulteriori commenti perché non ho più parole ma solo parolacce. Per favore, eviti di farmi trascendere a un linguaggio che non si addice a un modesto erudito e a un anziano gentiluomo. Se per caso non conoscesse il significato di tali sostantivi se lo cerchi su un dizionario. Addio per sempre, vada a farsi benedire. Carlo Vitali, Accademico della Bufala
  8. e io resto esterrefatto a rileggere quanto sotto e perdo ancora tempo a spiegarle ciò che non ha sicuramente colto: Mi dica, che cosa sarebbe documentato? La sostituzione del bifolio o l'anormalità? Quindi ci risiamo, si confrontano due possibili spiegazioni di un fatto, la sostituzione del bifolio (non perdo tempo a discutere se la datazione sia corretta o meno, visto che è disponibile solo l'enunciazione e non la dimostrazione). La prima, "tradizionale", i manoscritti musicali (e non solo) potevano subire alterazioni, integrazioni, sostituzioni eccetera in conseguenza delle più diverse circostanze materiali e ambientali. La seconda, la sua "anormale", il bifolio fu sostituito per occultare "dati compromettenti" che avrebbero potuto svelare la vera identità dell'autore di quelle musiche e contemporaneamente gettare una luce sinistra sui traffici fra musicisti, commercianti e personaggi più o meno altolocati dell'epoca (per es. il nostro God of the gaps, Conte Giacomo Durazzo). Ma ecco spuntare all'orizzonte il rasoio di Occam. Poi lei scrive: Non trova convincente la spiegazione "tradizionale"? Non mi meraviglia, dal momento che la c. d. "anormalità", che a suo modo di vedere sarebbe un fatto documentato, in realtà documentato non lo è affatto. Continua ad argomentare "in circolo" e da questo circolo non esce mai. La sostituzione del bifolio sarebbe "prova" di ... ma per esserlo ha bisogno di una narrazione più ampia ovvero una spiegazione occamianamente anti-economica (oltre che empiricamente infondata nei suoi presupposti di partenza) rispetto a quella dell'usura (esecuzione, trasporto, incuria, archiviazione precaria eccetera eccetera) ma allo stesso tempo quella narrazione ha come sua componente esplicativa anche il bifolio sostituito (per non dire di numerosissimi altri "fatti" c. d. "documentati"). Ho cercato numerose volte di spiegarle questa logica sottostante il suo argomentare e al procedere nella sua ricerca, ma lei ha sempre fatto orecchie da mercante o forse non ha capito. e infatti, ecco qui un altro esempio: Direi che liceità della sua ipotesi è molto ridotta, anzi, direi inesistente. Se Catelani, nell'ordinare la Musica Ecclesiatica attualmente presente in 19.1 (b) ovvero tratta dal Catalogue de la Musique Vocale et pour la Chapelle ... avesse trovato in quest'ultimo anche musiche strumentali, nella sua nota ne avrebbe segnalato la presenza o comunque ne avrebbe annotato l'esclusione dalla catalogazione e probabilmente le ragioni. Caro Taboga, il c. d. Archivio "veneziano" di Luchesi non è mai esistito se non come frutto della sua creatività para-letteraria. Quanto al resto della sua replica, basta che legga ciò che ha scritto Artifex. Goodbye! NR
  9. Andiamo bene, anzi molto male. In pratica gli ha raccontato solo un frammento del romanzo di fantamusicologia che sta scrivendo. Capisco che non voglia spoilerare, ma chissà che cosa ne penserebbe il buon Otto se fosse informato della faccenda. ☹️ NR
  10. Sarà verosimile per lei che ha costruito una narrazione fantastica fissando dei punti che mescolano fatti e fattoidi collegati da assunti a-priori, a cominciare da quello principale e cioè che Luchesi fu un compositore molto più prolifico di quanto indica la realtà dei fatti storici disponibili. NR
  11. Senza parole! Non ha capito nulla. NR
  12. Intanto una risposta gliela dò io: quando lei avrà pubblicato su di una rivista "del mestiere" o in un libro (non autoprodotto) le sue analisi filologiche (che per ora latitano). Infine, desidero attirare l'attenzione a futura memoria, sulla sequenza degli avverbi ⚠️sicuramente⚠️ NR
  13. Senta, smettiamola con questa manfrina, Non è questo il punto, è questo: e io le ho dimostrato che "quello" lo ha detto eccome anche se lo avesse fatto seguendo la sua versione emendata di quest'oggi. Ancora con questa storia. Si ostina proprio a non voler capire. La "certa difficoltà a far coesistere..." ce l'ha solo lei perché interpreta la realtà sulla base della sua teoria. Quante volte glielo devo ripetere? NR
  14. Condivido in toto. Ma del resto è facile scoprirlo. NR
  15. Ma ecco un altro interessante esempio di manipolazione delle fonti in cui, tipicamente, l'affabulazione in stile "il Montaggio", presuppone la validità della teoria che quelle fonti dovrebbero corroborare. Taboga scrive nel suo sito, rispondendo ad Artifex: Quindi, Taboga legge quel “et” prima di “pour la Chapelle …” come se mancasse un aggettivo cioè “instrumentale”. Cioè infila dentro la frase un'aggiunta di suo gradimento finalizzata a far quadrare i conti in modo del tutto instrumentale dando così, al povero Catelani, la patente di falsificatore (o dell'ubriaco) quando esaminò quel documento. Qui sotto l'originale dell'annotazione di Catelani tratta da CAT. 19.1 (a-b) presso la Biblioteca Estense. Un altro elemento si aggiunge alla già ricca congerie di fattoidi e ipotesi fantamusicodicologiche alla ricerca del fantomatico "archivio personale" di Luchesi. NR PS: il [sic] nella frase di Catelani è un'aggiunta di Juliane Riepe.
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