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  1. Giorgio Giovanni Rigamonti docente a Yale?* Mah ... non è chiaro. Ricordo che l'autore, tal Giorgio Giovanni Rigamonti o anche Giovanni Giorgio Rigamonti (anche questa faccenda dell'ordine dei nomi è confusa) qualche anno fa si distinse per una discussione con Agostino Taboga nella pagina "Andrea Luchesi" di Wikipedia (Italia). Il testo della bega è ancora là, se ti interessa. La recensione del libro del Bernardini tradisce dimestichezza con la critica letteraria e di conseguenza ho voluto fare un breve approfondimento su questo personaggio (cribbio! mi sono detto, un sì dotto commentatore ha perso tempo a recensire un libraccio del genere). Non sapendo da che parte cominciare ho chiesto lumi ad una cara amica editor presso Leo Olschki di Milano: Malgorzata van de Westelaken Caccia Dominioni Balzan e, incredibile, la fortuna mi ha assistito. Lo conosce, o meglio, lo conosceva. Giorgio Giovanni o anche Giovanni Giorgio Rigamonti (anche GGR) pubblicò presso Leo Olschki fino all'inizio degli anni '80. Allievo eretico di Gianfranco Contini alla Scuola Normale di Pisa, si perfezionò e successivamente fu unpaid assistant professor di letteratura e stilistica comparata alla Yale University (dove sembra abbia incontrato Paul de Man). Per Leo Olschki pubblicò due volumi di saggi di critica letteraria, il primo intitolato Frammenti critici di metacritica stilistica. Idealismo o idea(asmo) e il secondo De la grattorologie. Letteratura e analisi irritante nel pen(siero) di Derrida. Malgorzata mi riferisce che tale fu il vespaio polemico sollevato da questi lavori, che il buon Olschki in persona, o meglio, i suoi discendenti, decisero di ritirarli dal mercato riacquistando anche tutti i volumi già acquisiti dalle biblioteche di mezzo mondo [poco mancò che il costo dell'operazione procurasse ai discendenti Olschki un infarto]. Per questa ragione in SBN quei volumi non sono reperibili e neppure nel catalogo elettronico della biblioteca della Yale University. Dopo quell'episodio, del Rigamonti si sono perse le tracce. Insomma, per farla breve, per qualcuno quello di Giovanni Giorgio o anche Giorgio Giovanni, potrebbe sembrare un mix fra il caso Luchesi (la damnatio memoriae), il caso Federico Caffè e quello di Ettore Maiorana. A me sembra invece qualcos'altro e infatti mi chiedo: potrebbe essere lui il vero "uomo ombra" ... o meglio l'uomo delle ombre veneziane (quelle alcoliche)? NR * fotografia di incerta provenienza procuratami dall'amica Malgorzata van de Westelaken Caccia Dominioni Balzan. L'identità della persona ritratta non è certa. Potrebbe trattarsi anche di un allievo del Rigamonti o più semplicemente non avere nulla a che fare con lui.
  2. La "cadenza triennale" non è documentata in nessun luogo. Agostino Taboga asserisce di aver eseguito le rilevazioni del caso ma al momento (e per ragioni sconosciute) non ha pubblicato alcuno specifico studio al riguardo. Detto altrimenti, dovremmo fidarci della sua parola! 😎 Quanto al resto valga quanto segue: si tratta di pura speculazione ad hoc. C'è da essere scettici circa l'ipotesi che anche solo i “capitalisti” utilizzassero l’ammortamento come strumento “contabile” di bilancio ovvero di gestione amministrativa e ciò nonostante concetto e prassi dell’ammortamento fossero già noti ma, nella Serenissima, applicati all’ambito assicurativo marittimo (dove l’utilità di quello strumento contabile è evidente: proporzionale all’ammortamento del valore delle navi era la diminuzione del premio assicurativo). AgoTaboga ritiene di poter dedurre dalla durata dei contratti di affitto che l'ammortamento dei costi di "dotazione" delle cartiere fosse triennale (mediamente?) e di conseguenza che l'usura delle forme fosse anch'essa triennale (in media?). Ma la catena deduttiva è arbitraria dal momento che nulla, ma proprio nulla, consente di supporre l'eguaglianza fra l'usura degli impianti eccettuate le forme e l'usura delle forme stesse. NR
  3. E' trascorso quasi un anno e dell'archivio di cui parla Agostino Taboga non vi è ancora notizia né nel suo sito dedicato a Luchesi né in quelli della pagina Facebook dedicata a ... Luchesi. Ormai la questione "archivio" sta assumendo contorni misteriosi (uno dei tanti misteri che caratterizzano al momento questa storia infinita) ... come, del resto, nel caso di quello veneziano da cui dovrebbe provenire, secondo tal Luca Bacci, il Miserere in do minore (non in re minore) di cui canta le lodi Agostino Taboga qui: https://andrealuchesi.it/misere/ ... notate il refuso ... Miserere è diventato Misere (sic!). NR
  4. Nella pagina Facebook dedicata a Andrea Luchesi, Agostino Taboga lamenta che i suoi critici non entrano mai nel merito degli argomenti da lui avanzati. La verità è che Agostino Taboga non ha il fegato di ritornare in questo Forum a discutere non solo delle critiche di merito rivoltegli da Artifex ma soprattutto ad esporre dettagliatamente le sue ipotesi di datazione delle carte veneziane di cui si fa vanto al punto da considerarsi esplicitamente erede di Alan Tyson! Alla faccia della modestia ... 😮 Sfido Agostino Taboga a pubblicare i suoi studi "codicologici" e "papirologici" così da consentire alla comunità degli studiosi di sottoporli ad un esame critico. In assenza il suo rimarrà un semplice quaquaraquà fanta-codico-musicologico. NR
  5. Prove che queste Sinfonie sono state composte da Andreino? Forse sarebbe più corretto dire che Luchesi è "probabilmente" o "verosimilmente" il compositore di queste Sinfonie. Del resto, siamo in attesa che AgoTabo dimostri i contatti fra Luchesi e Pischelberger. C'era anche questa fra le sue mille promesse no? O era qualche altra cosa? NR
  6. Una meravigliosa copia, prodotta all'interno della c. d. Ambasciata imperiale retta dal Conte Giacomo Durazzo, da un gruppo di musicisti/copisti tedeschi professionisti, artefici materiali di un sistema internazionale segreto (ma legale! 😂) di smercio di musiche italiane ri-attribuite a compositori del mondo Austro-tedesco a maggior gloria di quest'ultimo. Sistema a cui devono aver collaborato, con “evidente” soddisfazione, anche i nostri compositori, a cominciare da Andreino, mostrandosi ancora una volta gli opportunisti di sempre, disponibili a scambiare la gloriosa tradizione musicale italiana con vile denaro. Bastardi! 🤑 NR
  7. Signor Taboga, povero Signor Taboga, Artifex le ha rivolto alcune critiche commentando su Facebook. E lei minaccia di bannarlo. Perché non viene a discutere qui, dove esistono i moderatori che, super partes, possono decidere di escludere dalla discussione chi non rispetta le regole? Preferisce farsela e dirsela stand alone o insieme ai suoi compagni di merende, non è vero? Bravo! NR
  8. Nel rispondere ad un commento di un lettore nel blog Facebook dedicato a Luchesi, Agostino Taboga insiste ancora con questo argomento: Quando si dice non aver capito nulla, ma proprio nulla. La riposta la trova nel mio post dell'8 aprile alle ore 15:03 (un tempo i post in questo Board erano numerati ed era più facile citarli). Comprende, Signor Agostino Taboga, le differenze fra tipi di spiegazioni? Comprende che in generale i manoscritti musicali potevano subire manomissioni, sostituzioni di parti ed altro in conseguenza dell'uso, della scarsa attenzione nell'archiviazione eccetera eccetera eccetera ... capisce Signor Agostino Taboga che questa è la spiegazione "occamianamente" più economica e plausibile che si confronta con una spiegazione cervellotica che ora, sorprendentemente, lei afferma essere ancora "in larga parte, da indagare". Comprende, Signor Agostino Taboga, queste nozioni elementari di logica? Che poi questo ms. risalga con sicurezza al 1771 (il “nuovo” frontespizio) è una sua fantasia, una delle tante ... come sono fantasie, almeno fino a quando non sarà pubblicato il suo "saggio" sulle carte veneziane, le datazioni che lei cita con sicumera come alternative a quelle indicate nelle JHW. Signor Agostino Taboga, se lo ficchi bene nella testa, prima di scrivere sui "social" e creare altri luoghi di amena divulgazione, documenti in modo fondato ciò di cui parla. Le ripeto, Signor Agostino Taboga, le sue datazioni delle carte veneziane sono prive di fondamento fino a quando non sarà disponibile al pubblico e valutato nel merito il "saggio" di cui ha anticipato l'esistenza. NR
  9. Scrive Taboga: Si prega di osservare bene l'estratto (arbitrariamente modificato da Taboga) dal Kritischer Bericht della Sinfonia nel post di Artifex. Cosa si legge al centro dello stemma? "X Timp.-Stimme (vor 1778)". E come traduce Taboga? Cfr. la citazione qui sopra. Il problema è che in tedesco, la preposizione VOR, nel suo uso temporale, significa PRIMA NON DOPO (o posteriore). Quindi la frase corretta sarebbe (...) a supporre l'esistenza di una fonte X, precedente il 1778, mai rinvenuta (...). Ah già, dimenticavo, tutti possono fare errori, certo. Ma il problema è che tipo di errori, quanti e con quale frequenza. 🧐 NR
  10. Forse non hai ancora compreso che il suo è un eterno work in progress. Non può esserci termine ad una narrazione fantastica. NR
  11. Carlo Vitali a Neutral Reader E lo sciagurato rispose. Ecce iterum Crispinus con le sue unsupported speculations e le citazioni ritagliate ad hoc, anzi ad oca (dato l’argomento). Prima di tutto: perché non è capace di citare le sue fonti in modo decente? Provvedo io per l'ultima volta perché, a differenza di lui, non ho tempo da perdere coi dilettanti di storiografia e scienze sussidiarie. Magari il tempo lo troverei se fosse un poco più umile e mi pagasse il disturbo; ma lui "è nato imparato", e francamente mi infastidisce la sua prosa ipocritamente affabile. Versione originale detaboghizzata: "Je vous embrasse. Envoyez-moi des plumes d'or, sì vous avez de la monnaie. Je suis las de ne vous écrire qu'avec une plume d'oison". Fonte: Vol. 69 delle opere complete di Voltaire, Parigi, 1785. Brandello di ermeneutica: scrivendo in data 24 novembre 1738 al suo compagno di giovinezza e agente letterario Nicolas-Claude Thieriot (1697-1772), Voltaire, come suo costume, tira sfacciatamente a soldi. Le penne d'oro sono un topos satirico sulla venalità degli scrittori e degli storiografi in particolare. Del milanese Paolo Giovio (ca. 1483-1552) è divulgato in più fonti che "trattava la penna d'oro per chi gli desse oro ed onori e la penna di ferro per chi gli spiacesse". Analoga dichiarazione avrebbe fatto Bernard de Girard du Haillan (1535-1610), regio storiografo di Francia, a Enrico III di Valois, che da allora in poi lo trattò giustamente da buffone. Il re capiva le metafore, il dottor Taboga no. "Identificabili proprio con dei pennini", oh bravo! Ma mi faccia un piacere ... Versione originale detaboghizzata: Plumes d'acier d'Angleterre, propres pour écrire, non sujettes à s'émousser; 30 sols. Fontaine, Bijoutier, rue Dauphine, 1772. Fonte: Dictionnaire de l'industrie [...], Tomo 2, Parigi, 1776, p. 426. Brandello di ermeneutica: Come si deduce dal prolisso frontespizio, si tratta di invenzioni, curiosità e "segreti" propalati appunto tramite inserzioni pubblicitarie, ma non certo riflettenti le condizioni mainstream di un'industria internazionale come quella della copisteria. Il prezzo è pure un po' salato (30 soldi, eufemismo per una lira tornese e mezza) ma il laureato in economia e commercio Taboga dr. Agostino fa i conti della serva sulla carta veneziana destinata all'Ungheria e poi specula che i copisti di musica (perché solo quelli, di grazia?) corressero dal gioielliere per sostituire le economiche penne d'oca con le quali avevano imparato a scrivere. "Verosimilmente", dice lui; "mi pare sostenibile", dice lui. Soliti lazzi da wishful thinker: gli pare sostenibile tutto ciò che gli fa comodo. E per finire qualche elemento in più sugli usi scrittorii di fine Settecento. Visto che il Dottor Papiro frequenta i filosofi illuministi francesi, si accomodi allora sull'Encyclopedie di Diderot e d'Alembert, ad vocem "Art d'écrire" e sulla relativa planche (nel II volume del Recueil des planches, Parigi, Briasson - David- Le Breton - Durand, 1763. Gliela offriamo qua sotto dalla nostra collezione privata. Ci vede molte penne o pennini d'oro, argento e bronzo? L'autore dell'articolo è Charles Paillasson (1718-1789), gran calligrafo professionista legato alla corte di Versailles. Tanta era la sua autorità che il trattatello fu ripubblicato separatamente in traduzione italiana come L'arte di scrivere, tratta dal Dizionario d'arti e mestieri dell'Enciclopedia metodica, Padova, Stamperia del Seminario,1796. Da quest'ultima fonte le copio un paio di paragrafi sulle penne da scrivere (p. 22): "Le penne, che si adoperano per iscrivere sono di cigni, di corvi, e di altri uccelli, ma specialmente cavate dalle ale dell'oca. Se ne distingue di due sorte, altre chiamate penne grosse, ed altre di cima dell'ala. Si deve scegliere la penna di grossezza ordinaria, piuttosto vecchia che cavata di fresco, e di quelle che si chiamano seconde, cioè a dire né troppo dura ne troppo tenera. Conviene che sia tonda, ben chiara e netta, come trasparente, senza che vi si vegga alcuna macchia bianca, che ordinariamente impedisce che non riesca bene nel taglio a cagione delle pellicole che si separano dalla penna internamente, le quali pellicole, a dir vero, si potrebbero già levare con il temperino, ma sempre con perdita di tempo, e debilitando la penna. Moltissimi preferiscono quelle di cima d'ala a tutte le altre, perché riescono molto bene nel taglio. Si chiamano penne Olandesi le penne preparate alla maniera d'Olanda, cioè quelle delle quali si mette sotto la cenere la parte che si adopera per fargli acquistar consistenza, e separarne il grasso". Questo, egregio Dottor Papiro, era il vero stato dell'arte sul finire del secolo decimottavo. Non si fa motto di penne metalliche o altre sensazionali novità tecnologiche. Anzi: una volta sì, a p. 8: "Aggiungasi che l'arte di scrivere era in molto maggiore estimazione ne' tempi passati. Rotterdam, in un certo tempo dell'anno, dava una penna d'oro allo scrittore [leggi: calligrafo, ndr] che si distingueva nell'arte sua". Ora lei dirà magari che questa è una "prova" delle sue tesi. Le risparmio ulteriori commenti perché non ho più parole ma solo parolacce. Per favore, eviti di farmi trascendere a un linguaggio che non si addice a un modesto erudito e a un anziano gentiluomo. Se per caso non conoscesse il significato di tali sostantivi se lo cerchi su un dizionario. Addio per sempre, vada a farsi benedire. Carlo Vitali, Accademico della Bufala
  12. e io resto esterrefatto a rileggere quanto sotto e perdo ancora tempo a spiegarle ciò che non ha sicuramente colto: Mi dica, che cosa sarebbe documentato? La sostituzione del bifolio o l'anormalità? Quindi ci risiamo, si confrontano due possibili spiegazioni di un fatto, la sostituzione del bifolio (non perdo tempo a discutere se la datazione sia corretta o meno, visto che è disponibile solo l'enunciazione e non la dimostrazione). La prima, "tradizionale", i manoscritti musicali (e non solo) potevano subire alterazioni, integrazioni, sostituzioni eccetera in conseguenza delle più diverse circostanze materiali e ambientali. La seconda, la sua "anormale", il bifolio fu sostituito per occultare "dati compromettenti" che avrebbero potuto svelare la vera identità dell'autore di quelle musiche e contemporaneamente gettare una luce sinistra sui traffici fra musicisti, commercianti e personaggi più o meno altolocati dell'epoca (per es. il nostro God of the gaps, Conte Giacomo Durazzo). Ma ecco spuntare all'orizzonte il rasoio di Occam. Poi lei scrive: Non trova convincente la spiegazione "tradizionale"? Non mi meraviglia, dal momento che la c. d. "anormalità", che a suo modo di vedere sarebbe un fatto documentato, in realtà documentato non lo è affatto. Continua ad argomentare "in circolo" e da questo circolo non esce mai. La sostituzione del bifolio sarebbe "prova" di ... ma per esserlo ha bisogno di una narrazione più ampia ovvero una spiegazione occamianamente anti-economica (oltre che empiricamente infondata nei suoi presupposti di partenza) rispetto a quella dell'usura (esecuzione, trasporto, incuria, archiviazione precaria eccetera eccetera) ma allo stesso tempo quella narrazione ha come sua componente esplicativa anche il bifolio sostituito (per non dire di numerosissimi altri "fatti" c. d. "documentati"). Ho cercato numerose volte di spiegarle questa logica sottostante il suo argomentare e al procedere nella sua ricerca, ma lei ha sempre fatto orecchie da mercante o forse non ha capito. e infatti, ecco qui un altro esempio: Direi che liceità della sua ipotesi è molto ridotta, anzi, direi inesistente. Se Catelani, nell'ordinare la Musica Ecclesiatica attualmente presente in 19.1 (b) ovvero tratta dal Catalogue de la Musique Vocale et pour la Chapelle ... avesse trovato in quest'ultimo anche musiche strumentali, nella sua nota ne avrebbe segnalato la presenza o comunque ne avrebbe annotato l'esclusione dalla catalogazione e probabilmente le ragioni. Caro Taboga, il c. d. Archivio "veneziano" di Luchesi non è mai esistito se non come frutto della sua creatività para-letteraria. Quanto al resto della sua replica, basta che legga ciò che ha scritto Artifex. Goodbye! NR
  13. Andiamo bene, anzi molto male. In pratica gli ha raccontato solo un frammento del romanzo di fantamusicologia che sta scrivendo. Capisco che non voglia spoilerare, ma chissà che cosa ne penserebbe il buon Otto se fosse informato della faccenda. ☹️ NR
  14. Sarà verosimile per lei che ha costruito una narrazione fantastica fissando dei punti che mescolano fatti e fattoidi collegati da assunti a-priori, a cominciare da quello principale e cioè che Luchesi fu un compositore molto più prolifico di quanto indica la realtà dei fatti storici disponibili. NR
  15. Senza parole! Non ha capito nulla. NR
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