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Eduard Hanslick

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I successi di Eduard Hanslick

Ottimo e abbondante

Ottimo e abbondante (8/21)

  1. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Arriviamo così, dopo una pausa abbastanza lunga, a parlare delle sonate op.27. Entrambe queste sonate si portano appresso il nomignolo "quasi una fantasia" dato, a quanto ne so, dall'autore stesso. Come forse già sapete l'op.27 nr.2 ha pure il nomignolo apocrifo "Chiaro di Luna". Insomma, stiamo parlando di un altro dei dieci brani pianistici più famosi della storia, forse il più famoso in assoluto. Quindi non c'è ragione di soffermarsi a lungo su di esso in quanto tutti ricordiamo senza difficoltà questa sonata "qual è". Riguardo all'essere quasi una fantasia personalmente credo che sia molto meno fantasiosa o fantastica di quel che vogliono farci credere. Si tratta, a conti fatti, di una sonata acefala, senza il primo movimento. Infatti dopo il primo movimento fantasma arrivano un adagio, un minuetto e un allegro finale. Ovviamente il materiale musicale e il suo trattamento sono aspetti decisamente straordinari, ma lo scopo qui non è fare un'analisi del brano. Quindi facciamo un passo indietro e parliamo della sonata op.27 nr.1. Spesso parlando della sorella si dice "in realtà c'è un'altra sonata quasi una fantasia", ma nessuno se la fila mai perchè la "Mondschein" proietta ombre gigantesche intorno a se. Io stesso devo ammettere, vergognandomi, che questa sonata nr.1, prima di mettermi lì di buzzo buono a districare il gomitolo beethoveniano sonata per sonata, movimento per movimento, non ricordavo di averla mai sentita. Dunque, è un pezzo decisamente fuori dall'ordinario e con una personalità spiccata. La forma è abbastanza ambigua, anche se nel complesso si possono individuare quattro movimenti "canonici", ma, attenzione, da suonarsi senza interruzioni. Comincia con un andante che a seconda delle scelte agogiche del pianista può sembrare un normale primo movimento di sonata, tuttavia contiene una sezione molto più animata che non c'entra quasi niente. Dopo questo strano A-B-A parte quello che dovrebbe essere lo scherzo, anche questo A-B-A, un brano molto animato e soprattutto inquieto. Attacca un meraviglioso Adagio farina del sacco del Beethoven "amoroso". Fa il paio con l'analogo brano della sonata per violoncello e pianoforte op.69, tanto bello quanto breve, e ancora si passa direttamente all'allegro finale, frenetico come di consuetudine. Ma c'è ancora un "ma". L'Adagio ritorna e conclude il pezzo. Avevo detto che non ero qui per fare un'analisi e spero che nessuno scambi queste quattro banalità messe in croce per qualcosa che non sono. Quello che posso dire per concludere è che questo pezzo ha molta più personalità di quello che si potrebbe credere soprattutto in relazione alla sua diffusione. Se ne ascoltate l'inizio difficilmente vi passerà di mente. C'è tempo e spazio per dire qualche parola sull'opera 28, pezzo celebre e anche questo con nomignolo senza particolari motivi o logica. Di "pastorale" c'è forse l'accompagnamento che si ode all'inizio del finale, per il resto non ci sento nulla che richiami la campagna, i campi, le greggi. Oggettivamente una delle migliori sonate scritte dal nostro fin qui, le dimensioni e la densità cominciano a crescere in modo vistoso. Piccola curiosità relativa al primo movimento, nello sviluppo è possibile ascoltare il "tema della Forza" di Star Wars già praticamente compiuto. Il secondo movimento è quello con l'accompagnamento staccato che richiama l'op.2 nr.2 e in comune con altri movimenti lenti di Beethoven ha l'espediente del climax ottenuto stringendo i valori e accelerando così il ritmo anche se poi conclude il tutto riprendendo la sezione centrale in chiave misteriosa. Lo scherzo salta all'occhio per il modo in cui il motivo principale corre per tutta la tastiera in maniera decisamente atipica. Del particolare accompagnamento del tema principale del rondò abbiamo già parlato. Le caratteristiche del brano non si riducono di certo a questo, ma è un A-B-C-A-B-A nel complesso leggero e ancora lontano dal rondò dell'opera 53.
  2. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Oggi parliamo di due sonate che metto in coppia senza nessuna giustificazione particolare, se non quella di essere, almeno stando al numero d'opera, cronologicamente vicine. Opera 22 e opera 26. L'opera 22 è quella che ha un inizio che presenta analogie con l'inizio dell'opera 2 nr.3, un borbottio un po' trillante ripetuto due volte. Il primo movimento è un pezzo abbastanza leggero in cui ritorna, purtroppo, la tendenza alla scrittura "a blocchi". Anche qui la parte più interessante direi che è lo sviluppo dove il pezzo diventa un po' più lirico e "romanticheggiante". Il secondo movimento è un altro classico, ampio brano di ispirazione vocale, con abuso di accompagnamento di accordi ribattuti in cui non è facile trovare qualcosa di riconoscibile. Il minuetto è trascurabile. Il quarto movimento è quello col tema molto simile alla coeva sonata per violino e pianoforte op.24 detta "La Primavera" e questo direi che è il maggior tratto distintivo della sonata in oggetto. In generale l'op.22 si segnala per l'assenza totale di quelle eccentricità e quelle invenzioni imprevedibili e un po' strambe che erano presenti in, direi, tutte le sonate precedenti. L'opera 26 è quella con la marcia funebre, si fa presto a ricordarsi qual è. Comincia con un tema con variazioni, bisogna sempre ricordare che le anomalie strutturali delle ultime sonate di Beethoven non nascono dal nulla in una notte come i funghi. Il tema in sè ricorda parecchio un improvviso di Schubert, op.142 nr, 2. Da notare come la quinta variazione faccia un po' tanto Chopin, la marcia funebre non è l'unica cosa che lo colpì di questa sonata. Minuetto e finale fanno da bel contorno alla shockante marcia funebre che onestamente per l'epoca doveva essere un pezzo abbastanza inusitato, non tanto per il fatto che è una marcia funebre, ma per come è scritta e armonizzata e per l'imitazione di percussioni e trombe da parte del pianoforte (anche se con l'orecchio di oggi può venir da pensare che si poteva fare di più - ovviamente gli strumenti di inizio '800 erano quello che erano) e per l'idea di metterla al posto del movimento lento di una sonata.
  3. Ho ascoltato il concerto per violino in un LP con Jochum e Milstein (che ammetto di aver sentito nominare qui per l'unica volta in vita mia nonostante pare sia uno dei maggiori violinisti del secolo scorso) e l'ho trovato abbastanza un disastro, una di quelle classiche esecuzioni che si limitano a mettere le note una in fila all'altra e quando non ci sono più note si va a casa. Orchestra decisamente troppo garbata e solista assente, però ci mette una cadenza scritta di suo pugno. Ho dovuto mettere su immediatamente dopo Karajan Mutter, tutto un altro pianeta, quasi all'opposto, orchestra sempre presente e imperiosa, solista a dir poco fiammeggiante. Quasi non sembrava lo stesso pezzo. Ho un ricordo molto intenso di questa incisione (trovata nel gesamt-box DG) perchè la prima volta che la ascoltai (una decina di anni fa) il finale del primo movimenti mi ridusse ad un bamboccio in lacrime. Quindi, accipicchia, erano dieci anni che non l'ascoltavo.
  4. Eduard Hanslick

    Beethoven

    C'è il concerto WoO 4 Un abbozzo di un Beethoven quattordicenne.
  5. Musica funebre massonica di Mozart, in cinque minuti tutto quello che c'è da ascoltare sull'argomento.
  6. Questo trio attribuito a Brahms... ...è veramente bello, specie i movimenti centrali. Se è di un imitatore tanto di cappello, gran musicista. Sarebbe bello poter ascoltare altri lavori di costui. In realtà è tutto così inconfondibilmente brahmsiano che l'ascolto lascia pochissimi dubbi. Tra l'altro ho letto, e mi pare se ne fosse parlato anche qui, che si sa per certo di alcune composizioni giovanili sparite e/o distrutte, ci sarebbe di mezzo anche una sonata per violino e pianoforte, se consideriamo quanto è bella la nr.1 (e se prendiamo questo trio come possibile indizio sulla sua qualità) c'è di che rammaricarsi parecchio. 😑😑
  7. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Buongiorno, prima di passare al piatto forte di oggi devo rimediare ad alcune dimenticanze delle puntate precedenti. Sempre nell'ottica di trovare dei punti di riferimento, secondo me è utile notare come gli incipit delle sonate op.2 nr.1 e op10.nr.1 (quelle col "razzo") sono facilmente riconducibili alla sonata in do minore k457 di Mozart (personalmente mi confondo abbastanza facilmente l'inzio di queste tre sonate). Invece per quanto riguarda le sonate op.2 nr.2 e op.10. nr.2 è molto significativo sottolineare come l'incipit dell'una sia sostanzialmente lo stesso gesto dell'altra invertito, nella prima a scendere, nella seconda a salire. Siamo così giunti a parlare dell'opera 14. Tuttavia c'è un ingombrante ospite di cui doppiamo occuparci e se la matematica non è un'opinione dovrebbe trattarsi dell'opera 13, nota al grande pubblico come Sonata Patetica. Che cosa si può dire di uno dei dieci brani pianistici più eseguiti e noti della storia della musica? Siccome lo scopo di questa rubrica è quello di creare una sorta di "mappa" dei numerosi brani (alcuni generalmente poco noti) che compongono le produzione pianistica di Beethoven non credo sia il caso di dilungarsi troppo su un pezzo che il pubblico sa a memoria. Quindi non starò qui a parlare del suo "pre-romanticismo", dell'introduzione lenta che riappare in modo abbastanza irrituale, dei temi che tornano rompendo i confini dei singoli movimenti. Interessante è notare un aspetto che la accomuna con altre sonate dello stesso periodo, ovvero l'approccio ambiguo alla forma sonata. Il celeberrimo tema "cantabile" è a tutti gli effetti il secondo tema del primo movimento (e elemento portante dell'intera sonata), ma non è alla dominante il cui arrivo slitta nel tempo fino alla fine dell'esposizione e giunge solo su una frase musicale che, se da una parte è evidentemente una breve coda, dall'altra nella ripresa si ode giudiziosamente alla tonica configurandosi in teoria come "secondo tema" di una forma sonata standard. Venendo finalmente all'opera 14 cominciamo col dire che consta di due numeri, op.14 nr.1 e op.14 nr.2. Sono entrambe sonate in tre movimenti. Nessuna delle due contiene un movimento lento vero e proprio. Le durate sono davvero contenute, non si arriva al quarto d'ora per sonata. Detta così potrebbe sembrare che siano lavori minori. Ed in effetti è così, rispetto alle precedenti op.2, 7 e 10 queste due sonate appaiono a mio avviso un po' più futili. Ora bisogna fare una considerazione che mi pare si faccia molto di rado parlando dei compositori di questo periodo. Costoro scrivevano i loro lavori per consegnarli ad un editore, il quale li pubblicava e poi vendeva. Gli introiti tornavano utili al musicista per campare, visto che, per quanto possa sembrarci alle volte strano, costui era un comune mortale che doveva mangiare un paio di volte al giorno. Tutto ciò per dire che cosa? Che la musica doveva piacere al pubblico ed essere anche eseguibile dal pubblico. Oltre alla considerazione che c'è stato un breve periodo della storia in cui gli appassionati potevano recarsi in un negozio per chiedere se era uscita qualche nuova sonata di Beethoven da portarsi a casa e suonare, bisogna anche affermare con certezza che molti lavori risentono nella loro elaborazione del fatto che il compositore ha tenuto conto dei gusti e delle capacità del pubblico. Inutile e controproducente cercare di rifilare all'editore musica troppo all'avanguardia e/o ineseguibile. Direi che per parlare di lavori come l'op.14 bisogna tener conto di quanto detto sopra, anche se, va detto, in queste composizioni del primo periodo la volontà del nostro di esplorare, sperimentare o anche semplicemente inserire qualche stramberia non viene mai meno del tutto. Anzi, a volte la stramberia la trovo inserita a tutti i costi in modo un po' forzoso. Venendo all'opera 14 nr.1, sul primo movimento dal tono leggero e scherzoso e dalla scrittura pianistica in alcuni passaggi veramente scarna (anche questo concepito un po' troppo a blocchi, quasi ogni area tematica fosse un mini-movimento che necessita di una chiusa definita) si può dire che nello sviluppo, in modo del tutto inaspettato e un po' incoerente, diventa un improvviso di Schubert. E' una di quelle proiezioni/visioni non rare in Beethoven, ma anche il punto di interesse principale di questa pagina. Altra cosa da notare è che la ripresa potrebbe essere scambiata per una ulteriore sezione dello sviluppo per via della scrittura completamente stravolta rispetto all'esposizione. Il secondo movimento Allegretto è un brevissimo brano dalle atmosfere e dalle armonie molto ricercate e insolite. La cosa più interessante della sonata. Il finale presenta un tema poco azzeccato e una gran quantità di arpeggi e scale. L'op.14 nr.2 ha un incipit delizioso abbastanza indimenticabile, anche se arduo da canticchiare. Un pezzo di leggerezza mozartiana, uno dei più mozartiani di Beethoven secondo me. Ha anche il pregio di proporre un discorso musicale più fluido rispetto al solito, non so se causa o effetto della mancanza di grandi contrasti. Il "terzo tema", che è quasi una costante in queste forme sonata rivedute è corrette, è una delizia nella delizia. Il secondo movimento è un tema con variazioni, l'agogica è tale da non poter suonare come un movimento lento nemmeno quando viene esposto il tema la prima volta, il procedimento è simile a quello di altri temi variati di Beethoven, la scrittura si infittisce sempre di più e con essa accelera anche il tempo. Molto carino e perfetto in una sonata la cui essenza è la pura piacevolezza. Il pezzo si conclude con uno scherzo/rondò particolarmente pazzerello, con le fasi pazzerelle (frammenti, scale, salti, dinamiche strane) inframezzate da sezioni più animate coi classici arpeggi frenetici dei movimenti finali delle prime sonate di Beethoven. Riassumendo l'op.14 nr.1 è quella con uno strano scherzo al posto del movimento lento. L'op.14 nr.2 è quella tutta carina e dolce, un po' mozartiana, col tema con variazioni al posto del movimento lento e lo scherzo pazzerello come finale.
  8. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Buongiorno. Eccomi con la seconda parte della mia rubrica sulle sonate di Beethoven. Dell'opera 7 si è già parlato non molti post fa, per cui non mi dilungherò. Non ho voglia di indagare più di tanto sul perchè sia stata pubblicata singolarmente, ma questo stesso fatto la mette, a torto o a ragione, un po' in risalto rispetto alle sorelle. Sicuramente è una delle sonate di Beethoven più lunghe in assoluto, altro indizio di una certa qual ambizione particolare nelle sua stesura. L'inizio mi ha sempre ricordato vagamente la sigla di Casa Vianello, un modo un po' bizzarro per identificare la sonata, ma tant'è. Il secondo movimento è quello che comincia con gli accordi e le pause e sembra un po' Schubert. Sonata in quattro movimenti, in genere non ricordo nulla del quarto, mentre il terzo ha un trio decisamente notevole. Ma veniamo all'opera 10. Tre sonate, le prime due di tre movimenti, la terza di quatto. Bisogna sottolineare che le prime due sonate sono caratterizzate da durate molto contenute dei singoli brani (mediamente 5 minuti). La numero 1 (do minore) inizia con un "razzo" che ricorda molto l'op.2 nr.1 ed è un brano che non si mette in mostra per particolari qualità e caratteristiche. Il secondo movimento ci fa entrare immediatamente in un "Beethoven mood" inconfondibile. Il tema è ridotto veramente all'osso, ma il calore che diffonde è inimitabile. Il bello è che, dopo ogni intermezzo della sezione più "svolazzante", il tema ritorna con un accompagnamento più sostenuto, un po' come se il tempo si stringesse, ma l'effetto è invece quello di essere sempre più cullante e rasserenato. Finale con un nettissimo contrasto tra i due temi, il primo con un pizzico di isterismo, note ribattute, arpeggi rapidi, il secondo rilassato, senza accompagnamento o quasi, un poco mi par intravedere qualcosa dell'opera 53. La nr.2 ha un tono più salottiero e spiritoso, il primo movimento è un po' il classico in forma sonata che vola un po' di palo in frasca. Niente movimento lento e questa è una di quelle soluzioni che mi fanno pensare a queste raccolte come frutto di una certa progettualità, ovvero le scelte stilistiche si chiariscono se consideriamo le tre sonate tutte insieme. Qui abbiamo un allegretto dal tono più doloroso che malinconico. In finale è uno "scherzo" di due minuti che mi fa impazzire, un pezzo geniale, un po' folle, ma stilisticamente coeso. Comincia con un frenetico fugato che, come spesso accade in Beethoven, abbandona la sua natura di fugato abbastanza presto per diventare tutt'altro. Peccato che sia così breve. La nr.3 è il "piatto forte", più lunga, più movimenti, più spettacolare (probabilmente più impegnativa da suonare). Anche qui un sacco di spunti nell'esposizione del primo movimento, con addirittura dei dubbi su quale possa essere il "secondo tema", se le ambiguità siano formali, armoniche o entrambe le cose. Il secondo movimento, decisamente esteso, a me sembra una scena d'opera che descrive un confronto abbastanza teso tra due personaggi che attraversano diversi stati d'animo, tipo "il ricordo dei bei tempi andati" contro "le difficoltà attuali" etc. Questo solo per darne una descrizione testuale, il pezzo è una meraviglia musicale di per sè senza bisogno di attribuire significati particolari a quello che si sta ascoltando. L'arrivo del minuetto è evidentemente concepito "sinfonicamente" per attenuare il senso di desolazione che lascia il finale del movimento precedente. Comunque è chiaro che l'interesse del compositore era indirizzato alla prima parte della sonata, da qui in poi ci si può rilassare. Il rondò finale non passa alla storia della musica per nessuna ragione. C'è un breve passaggio sul finale che, ancora, mi fa presagire l'opera 53 (l'ultimo movimento, questa volta). Ricapitolando l'op.10 nr.1 quella in minore che comincia in un modo simile all'op.2 nr.1 e ha il secondo movimento che ricorda un po' la romanza per violino e orchestra "Vecchia Romagna" (forse mi ero dimenticato di rilevare questa analogia). nr.2 quella senza movimento lento col finale geniale. nr.3 quella col secondo movimento "lirico".
  9. Eduard Hanslick

    Zemlinsky

    Nella mia smaniosa ricerca di sinfonismo mi sono andato a riascoltare le due sinfonie di Zemlinsky contenute nel CD Naxos in mio possesso (non riesco ancora ad emanciparmi dal supporto fisico, ascolto al 99% ciò che ho in disco), due esecuzioni di provenienza diversa, orchestre diverse con direttori diversi, per quanto possano essere le due orchestre cecoslovacche migliori di tutto la Cecoslovacchia e i due direttori più talentuosi in circolazione da quelle parti, ritengo siano incisioni accettabili e nulla più (quando acquistai il CD non c'era molto altro disponibile). La musica è, a mio avviso, di un certo valore. Sono pezzi che hanno un po' il problema di tutti i pezzi di compositori "minori" (che sono minori per ragioni precise), cioè sono un po' generici, non hanno una personalità ben definita, non tanto perchè non sanno osare nulla (non sarebbe di per sè un problema), quanto perchè manca loro quella "chiarezza", quella evidenza di ciò che il compositore aveva in mente che in genere è facile trovare nel lavori dei grandi e in generale nei lavori più riusciti. Sono sinfonie che non hanno nulla di mahleriano, se non un po' di wagnersimo in una quantità che non era praticamente possibile non trovare nel 99% delle composizioni dell'epoca. Sono lavori molto convenzionali. Intanto c'è la ripetizione del ritornello (capita anche in alcune sinfonie di Mahler, ma qui suona proprio come una incapacità di rendersi conto di quanto sia superfluo e assolutamente non come un vezzo). E dico questo nonostante la prima sinfonia manchi del movimento lento. La seconda invece ce l'ha e ha pure un'introduzione lenta. Quindi niente di mahleriano, ma nemmeno niente di bruckneriano. Qua lo voglio dire chiaramente, l'autore che, per mia conoscenza, si avvicina di più è Dvorak, quello un po' più genericamente tardo-romanticheggiante, l'inizio della prima sinfonia a me ricorda un po' la settima di Dvorak. Un altro autore con cui ho trovato una vicinanza è Schumann. Un po' per l'esito complessivo leggermente sfilacciato, un po' per gli scatti improvvisi ed energici dell'orchestra. Difficile parlare in dettaglio dei sette brani che compongono queste due sinfonie (che come ho detto non rimangono particolarmente impresse). Sicuramente il più riuscito è il primo movimento della seconda, a tratti parecchio trascinante. Per il resto nulla da segnalare, l'adagio è un po' troppo rasserenato, suona posticcio, del finale si segnala la conclusione estremamente kitsch. Nel complesso comunque pezzi da riascoltare e autore da approfondire.
  10. Appena finita Salome di Strauss dalla scala. Musicalmente strepitosa e visivamente potente. Quest'opera è un capolavoro immortale, scusate la banalità.
  11. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Il leitmotiv di quest'oggi sono le sonate op.2. Cercherò di non dilungarmi. La sonata nr.1 è in fa minore che promette cose romanticheggianti. Il primo movimento, tuttavia ha una scrittura pianistica un po' scarna e nonostante il "razzo" iniziale e qualche accompagnamento un po' frenetico non è un brano molto significativo o foriero di novità clamorose. Il secondo è un adagio con un lirismo molto beethoveniano, ma anche molto generico e con i due accordi finali tra i più inutili della storia della sonata per pianoforte. Tendo sempre a considerare il minuetto/scherzo di queste sonate un "di più" e sbaglio quasi sempre. Pezzo carino dall'atmosfera malinconica che comunque molto difficilmente Haydn e Mozart avrebbero scritto così. Il finale è un pezzo abbastanza celebre per il suo "sturmerismo", grandi arpeggi e ottavone "piene" fanno già intravedere l'opera 27 nr.2 (Chiaro di Luna, per capirci), il secondo tema è davvero potente e anche un po' inquietante per quanto è drammatico. La sonata nr.2 ha la tendenza ad entrami da un orecchio e ad uscire dall'altro. Ridotta nelle dimensioni come la nr.1, manca di quel carattere drammatico e rischia di essere messa in ombra dalla sorella. Eppure il primo movimento per estro ed effetti suona anche più avanzato. Il secondo movimento col suo accompagnamento staccato ha un successore più celebre, il secondo movimento dell'opera 28 (Pastorale, per capirci). Inoltre il tema a me sembra prefigurare chiaramente il concerto per pianoforte e orchestra nr.5. Carino lo scherzo, ma mannaggia a me se riesco a prender sul serio dei pezzi che raggiungono a stento i tre minuti di durata. Finale molto leggiadro e mozartiano, niente che rimanga impresso in modo indelebile. Con la sonata nr.3 direi che si comincia a ragionare seriamente in termini beethoveniani. Inizio e tono generale scherzoso come la precedente, ma le dimensioni e la sostanza sono di un altro livello. Trovo delle analogie con la successiva sonata op.22 in particolare nel gesto iniziale e nella struttura eccessivamente a blocchi, nel senso che il brano in diversi punti sembra giungere ad una perentoria conclusione, invece no. Un "problema" che in realtà ritrovo in vari altri brani di queste sonate del primo periodo (e dell'ultimo, come dicevo qualche tempo fa). Da notare di tipico anche la proliferazione di temi nell'esposizione, dovrebbero essere due, sono tre. L'adagio parte con la tipica melodia/armonia "warm" del nostro, ma ha la particolarità di diventare da un momento all'altro la musica di un film dell'orrore da tanto è inquietante la parte con gli arpeggi, quando arrivano i bassi profondi in sforzato sembra proprio di entrare nel castello di Dracula. Davvero un gran pezzo. Scherzo un po' burbero e trio tempestoso. Finale con un sacco di note, forse troppe. Quindi ricapitolando, visto che lo scopo è orientarsi in questo labirinto di decine di brani, nr.1 è "quella col finale sturm", la nr.2 "quella col movimento lento che ricorda l'Imperatore", la nr.3 "quella col l'adagio inquietante". A presto per la sonata op.7!
  12. Eduard Hanslick

    Beethoven

    Alla mia veneranda età ho deciso di fare ordine nel caos in cui sono gettate nella mia mente le prime sonate per pianoforte di Beethoven (decisamente utili sono state, sono e saranno le lezioni di musica di Radio 3). In passato non ho nascosto il fatto che nel complesso non sono brani per i quali vado pazzo. E questi ascolti analitici mi stanno anche aiutando a capire perché. Tuttavia bisogna riconoscere che in una singola sonata (che sia di tre, quattro, due, due e mezzo movimenti) c'è sempre almeno un numero che vale il prezzo del biglietto. Altra considerazione preliminare, che potrebbe essere anche errata, attendo pareri, è che nelle opere pubblicate a gruppi trovo una progettualità complessiva da non trascurare, ciascuna sonata acquista più senso se considerata parte di un tutto più ampio, non come se fosse a sua volta un movimento di un'opera più grande, ma qualcosa di simile. La "futilità" di alcune composizioni appare sotto altra luce se accostata alla pregnanza del brano gemello. Per quanto riguarda le mie personali perplessità di fronte ad alcuni di questi pezzi posso dire, sempre in generale, che i problemi maggiori sono nei movimenti iniziali in forma sonata. Può sembrare strano trattando di Beethoven (ancorché giovanile), ma è così. C'è una scarsa coesione tra i vari elementi, che spesso si moltiplicano non a dismisura, ma con grande proliferazione. Ma ovviamente la quantità di idee in musica non è mai un difetto, è sempre un pregio. Semmai il problema è la brusca giustapposizione, un po' illogica, tra queste idee e il discordo troppo frammentato. Mi dicono che sia un tratto che Beethoven riprende nelle ultime sonate, ma a questo punto potrei rispondere che sarà per questo che in tali brani le parti migliori sono i temi con variazione, le fughe e gli scherzi. A più tardi per qualcosa di più dettagliato sulle singole sonate.
  13. Ho riscoperto il quartetto in sol maggiore D887, un pezzo un po' oscurato dai due celebri fratelli "Rosamunde" e "Der Tod un das Madchen" e che anche io personalmente ho trascurato in modo colpevole. E' un pezzo assolutamente straordinario dal punto di vista concettuale, e mi riferisco in particolare al primo movimento (e in parte al secondo). Ad un certo punto non molto dopo l'inizio del brano mi son detto: "sembra una sinfonia di Bruckner". E più ascoltavo più tutto quadrava. Per cominciare c'è un impianto complessivo smisurato. Il pezzo dura circa 17 minuti, 23 con la ripetizione dell'esposizione. I respiri del discorso musicale sono infiniti. Inoltre l'andamento agogico è quasi da adagio (qui molto similmente alle ultime sontate per pianforte). Il tono generale è assolutamente sinfonico, la massa compatta di suono è spesso preferita ad una scrittura contrappuntistica o all'interazione tra in quattro strumenti. Ma anche nei dettagli gli elementi che mi hanno fatto pensare a Bruckner non sono pochi. Ci sono i tremoli degli archi (abbastanza insoliti in quartetto), gli stessi pizzicati, le reticenze, i silenzi, le iterazioni i blocchi contrapposti. Anche la costruzione di certe lunghe frasi misteriose mi ha ricordato molto da vicino le sinfonie di Bruckner. Mancano solo le colossali perorazioni finali, ma nonostante questo direi che è un pezzo molto più sinfonico della maggior parte dei movimenti delle sinfonie dello stesso Schubert. Questo brano mi aveva sempre lasciato un po' perplesso proprio per le ragioni per cui oggi mi stupisce. Il discorso, come dicevo, vale almeno in parte anche per il secondo movimento, a cominciare dal fatto che ha un andamento e un tono tali da sembrare la prosecuzione del primo e fa uso di procedimenti ed elementi simili (tremoli, silenzi improvvisi dopo dei forti, etc).
  14. Ora su Rai 1 un per me sconosciuto Requiem di Donizetti. Niente male davvero.
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