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Wittelsbach

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  1. Niente male, impostazione grintosa, moderna, della nuova scuola rossiniana. Sarebbe interessante sentire come se l'è cavata con la cavatina (bello, "cavarsela con la cavatina"...). Ma perché dici che è "più a suo agio con la tessitura"?
  2. Davvero curioso vederlo alle prese con Schubert, di solito non troppo prediletto dagli italiani. Un'autentica scoperta! Qui la Serenata del Barbiere E qui il "Pace gioia sia con voi", del tutto privo della stortura nasale (ma sentire Corena, che parte con un parlato e un affondo cavernoso, a fini grotteschi)
  3. Questo Barbiere registrato nel 1958 qualche pregio ce l'ha ancora oggi. Da un punto di vista tecnico, si tratta di un'incisione perfetta: la serie Living Stereo della Rca poteva competere con la migliore brillantezza fonica Decca, e in modo particolare si nota in questa registrazione effettuata in America. L'altro grande pregio è di natura editoriale: si tratta difatti dell'unico Barbiere davvero completo risalente agli anni Cinquanta, anzi probabilmente si tratta del primo Barbiere del tutto integrale della storia del disco. Non solo i recitativi ci sono tutti, ma sono assenti gli usuali (e orrendi) tagli all'interno dei numeri musicali, come quelli che si usavano nella Cavatina del Conte, nel duetto di costui con Figaro, nell'aria di Bartolo e (particolarmente incomprensibili) nel Finaletto ultimo. Inoltre, è inclusa l'aria aggiuntiva di Almaviva, "Cessa di più resistere", nonché il recitativo accompagnato in cui il medesimo Almaviva maramaldeggia su Bartolo. Un'ultima precisazione: anche la veste strumentale è insolitamente corretta, non ci sono i tromboni e le percussioni aggiuntive nella Sinfonia per esempio. Per trovare simile accuratezza, occorrerà aspettare la futura registrazione di Gui (Emi) con Bruscantini. Venendo all'esecuzione, ci sono cose onorevoli. Tra queste, tutto sommato, c'è l'orchestra. Gli sciagurati complessi del Met, difatti, anche prima dell'arrivo di Levine si comportavano molto meglio nelle (rare) occasioni di una registrazione di studio, piuttosto che dal vivo. Dunque, abbiamo una resa quantomeno discreta perfino nei solitamente problematicissimi corni, che rappresentavano un grande cruccio per gli spettatori della Grande Mela. La direzione di Erich Leinsdorf, dal canto suo, è garbata e non priva di ritmi, non troppo eccitante ma nemmeno piatta. Unica perla nera: il Temporale dell'Ultimo Atto, davvero troppo smorto e slentato. Il cast? Primeggia Cesare Valletti: un Conte italianissimo e vocalmente assai corretto. Esegue con orgoglio la cavatina, enfatizzando l'enfasi sentimentale della prima parte e dandoci dentro con le agilità. Stupenda la raffinata dolcezza della Serenata di Lindoro poi. Ma ancora più notevoli sono le parentesi maggiormente comiche: il fraseggio arguto di Valletti, è tutto da sentire, ed è illustrativo di una tradizione di commedianti italiani che si sarebbe persa. Il tutto, con gusto impeccabile: nessuna nasalità, per dire, nel solitamente atroce duettino di Don Alonso. Unico punto un po' meno impeccabile, è il "Cessa di più resistere": lì qualche problema nelle agilità si avverte, anche se abilmente dissimulato. Ma quant'è bravo nel resto! Non sarei troppo duro con Roberta Peters, 26 anni. Tra le Rosine formato soprano, probabilmente è una delle più abili: fa ogni tipo di agilità con un virtuosismo ammirevole, e nei numerosi acuti si prende anche il lusso di non diventare stridula. L'interprete è alquanto stereotipata, ma riesce a volte a tirar fuori gustose trovate. Un compromesso accettabile col personaggio, che oltretutto appaga le orecchie. Qualche scadimento cominciamo ad avvertirlo con Robert Merrill, elemento mai stato particolarmente raffinato nel fraseggio e nella voce. Qui, il baritono statunitense, star del Met assieme all'amico di una vita Richard Tucker, si sforza di levigare certe asperità e di curare meglio il legato e la morbidezza, pur non riuscendo a evitare numerose sdruciture e trucidezze. Gli acuti, però, sono ancora nitidi e spontanei, e complessivamente l'immagine vocale del suo Figaro surclassa quella data dall'impari Gobbi (Emi, con la Callas, già recensita) e dal vociferante Bastianini (Decca con Erede). Tuttavia, Gobbi da un punto di vista teatrale centra il personaggio molto meglio di lui. In Merrill spicca sempre una certa qual estraneità alla dizione italica, nonché un gusto che non si mostra sempre sorvegliato, dando vita a qualche esagerazione. Merrill comunque, al pari di Gobbi, è uno dei pochi ad azzardare l'esecuzione delle fioriture difficili. In teoria, Giorgio Tozzi, solidissimo americano di origini italiane, avrebbe avuto tutto per essere un ottimo Basilio. Difatti, la voce c'è anche qui, imponente e bella, così come di valore è il metodo di canto. Tuttavia, se il suo personaggio ha buoni recitativi e ottimi interventi nei concertati, porta la macchia dell'aria della Calunnia: che è ben cantata, anzi molto ben cantata, ma vede l'inserzione di cialtronate che in lui credevo impossibili. Sono due novità nella discografia: il "Va ronzan-zan-zan-zando" (abominevole) e gli staccati di "Sotto il pubblico flagello per gran sorte ha a crepar" trasformati in altrettanti ghigni. Che peccato. Il professionista inveterato in mezzucci e comicità di bassa lega però è prevedibilmente Fernando Corena. In certi punti mi sembra meno triviale che in altre registrazioni (ad esempio, quella con Varviso), ma resta sempre un Bartolo di pessimo gusto, che non si limita a cantare con pesantezza, ma elargisce versacci e bofonchiamenti come se non ci fosse un domani. In aggiunta, l'edizione completa dei recitativi ci consente di udire smargiassate che altrove erano tagliate. Al suo attivo? Il sillabato di "Signorina, un'altra volta", la cui esecuzione è senz'altro la meglio riuscita tra le numerose di Corena tramandateci dal disco. Per finire, devo dire che la Berta di Margaret Roggero è decisamente brava, ed è accettabile il Fiorello di Calvin Marsh. @Pinkerton @superburp @Majaniello
  4. Credo allora che tu abbia capito cosa abbiamo di fronte... Ah perfetto!
  5. Sarò laconico: non credo che l'ascolto di questi cd, tutto sommato, valga davvero la pena. Il soggetto, teatralemente, era piuttosto ostico. Lo stesso Shostakovich lo abbandonò per disperazione, trovandosi in difficoltà già alla fine del Primo Atto: il resto fu ultimato da Kryzstof Meyer svariati anni dopo. Di fatto, più che un'opera di Shostakovich, è un'opera di Meyer: al primo sono dovuti i primi tre quarti d'ora o poco meno, che poi sono anche i più riusciti. La musica di Meyer, alla brutta, non è adatta a una commedia, meno che mai a un Gogol. E' seriosa, pesante, grigiastra, con sporadici manierismi shostiani che risaltano nel loro intento pateticamente imitativo (ma in brutto), però con la prevalenza di un vacuo pseudo-espressionismo oggettivizzante di ben poco fascino e significato, senza contare l'orchestrazione scolastica. Viceversa, la musica di Shostakovich mostra di essere più a suo agio, di muoversi insomma in acque piuttosto congeniali. La scrittura vocale di Meyer è limitata, più che altro, a declamati monotoni e ben poco caratterizzati, forieri di ben poco pathos teatrale. L'edizione in questione rende palpabili i gravi limiti musicali, aggiungendone di pesantissimi sul versante espressivo. Michail Jurowski è di solito conduttore coscienzioso e stimabile, ma qui è al suo peggio: battuta stanca, svogliata, priva di immedesimazione, del tutto povera di colori, noiosa in modo incredibile. Probabilmente nemmeno a lui la partitura è piaciuta. Il cast è un'accolita di bulgari e di russi che ha poco o nulla da dire. E' dilettevole da ascoltare solo il veterano del Bolshoi Alexei Maslennikov, che nel ruolo defilatissimo di Zamukrishkin distilla, per quanto possibile, la sua finezza caratteristica. Un altro che non disturba, anzi non dispiace, è il buon basso Anatali Babykin, che fa il servo Gavriushka, parte anch'essa limitata, e presente solo all'inizio del Primo Atto: ossia, ruolo la cui musica è completamente dovuta a Shostakovich. Tutte le altre parti sono baritoni e bassi, con sporadici tenori e nessun personaggio femminile. Particolarmente distruttivo è il protagonista Ikariov, il tenore Vladimir Bogachov (o Bogachev), un habitué di Otello (nientemeno) e dell'Hermann della Dama di Picche (come sopra), che canta con ingombrante pesantezza, puntando solo a lanciare macigni con la sua voce grossa, ma legnosa e durissima, e con un fraseggio d'una piattezza tale da far pensare a Henry Silva. Particolarmente urticanti i due monologhi all'Ultimo Atto, in cui compaiono anche un paio di brutte risate che stridono con l'inespressività fino ad allora praticata. Fa del suo peggio anche il baritono Stanislav Suleimanov, voce morbida ma incline a sgolarsi in suoni grotteschi al minimo acuto, senza in alcun modo increspare la recitazione sommaria e banale in cui il suo Uteshitielny è imprigionato. Sugli altri è inutile scendere nei dettagli: sono semplici emettitori di note, che enunciano linee vocali del tutto ininteressanti senza dare alcun sapore tangibile. Uno degli ascolti più inutili e tediosi degli ultimi dieci anni. @Madiel @Majaniello @Snorlax
  6. Alla seconda scena del Rheingold. Un ascolto decisamente interessante... Mi dà l'idea, rispetto al decennio precedente, di un altro mondo. Non perché sia tutto grandemente diverso, ma perché sembra di respirare un clima più rilassato. @Snorlax
  7. Me la devo sentire! Uno dei miei riferimenti è Leibowitz
  8. Non si sa mai! Ho voluto essere sicuro e dirtelo ugualmente...
  9. Maja quando fai la vittima veramente ti frusterei! 🤣 Sei arrivato al punto di SCUSARTI perché introduci un elemento di discussione in un FORUM deputato appunto a discutere. Ti rendi conto? Relax amigo, anzi tirali fuori più spesso questi spunti, senza vestirti con questa specie di complesso d’inferiorità che non ti compete. 🤝
  10. Mai coperta! 😮 Comunque grazie a Snorlax e Maiacoschi, una discussione sapida e ricca, davvero interessante! Mi spiace solo di non sapere cosa dire.
  11. Io già ce l'ho avuto a suo tempo, ma comunque ti capisco... Ah, e grazie per Giulini. Oltretutto in copertina appare spesso con quel magnifico doppiopetto in flanella cardata.
  12. Ottima esperienza. Gatti va d'accordo con musiche di quel genere, ha una larghezza di fraseggio e una pensosità che ci vanno a nozze.
  13. Michelangelo Stregapede? So che la cosa non c'entra niente con la richiesta, ma mio padre aveva un suo cd! E' questo qui: E' un live del 9 maggio 1999. C'è scritto "Per volere dell'interprete questo cd è stato realizzato dal vivo, senza alcuna manipolazione dell'esecuzione". E' corredato di una nota introduttiva scritta da Eugenio Mottica. Ignoro come mai mio padre ne fosse in possesso, ma è una sorpresa vederla qui! Oltretutto il repertorio scelto (Studi di Chopin, Preludi di Rachmaninov e sette Sonate di Scarlatti) non è propriamente di difficoltà elementare. Sarà interessante un ascolto. Benvenuto.
  14. Ce l’avevo in casa più che altro…
  15. Finora sono al primo atto, l'unico completato da Shostakovich. Il resto dell'opera è stato ultimato da tale Kryzstof Meyer. Chissà...
  16. Non trascurerei l'ipotesi di un sentire personale dovuto alle comuni origini nazionali. Anzi, sarebbe interessante intervistarlo e chiederglielo!
  17. Io gradisco, ma le miniature respighiane sono un repertorio che colpevolmente frequento troppo poco.
  18. Filippeschi per scelta personalissima ha sempre voluto mantenere il Duca in repertorio. Cito a braccio dalle sue interviste: "E' un ruolo che permette di mantenere giovane ed elastica la voce". Sui Duchi di riferimento, non saprei dirti. Prima ce n'erano stati tanti, a cominciare da Lauri Volpi e (credo) De Lucia, per non dire di Caruso e di svariati altri che magari erano di seconda fila ma oggi forse sarebbero dei re. Poco dopo ci sono stati Kraus e Pavarotti, tra i miei favoriti, e l'atipico Bergonzi.
  19. Quindi Melarance e Angelo per te? A questo punto vorrei sapere se la Melodya è davvero tagliata o che altro. L'ho sentito dire da te, che questa registrazione è la prima completa!
  20. Guerra e Pace di Prokofiev mi è piaciuta proprio per i motivi per cui tutto sommato non va molto a genio a @Madiel: ossia, ricorda moltissimo l'Alexander Nevsky (altra cosa che al nostro Madiel se non sbaglio non piace del tutto), è in pratica una cantata scenica, la colonna sonora di un film. Il tratto più tipicamente prokofieviano emerge soprattutto nell'ultima parte di questa chilometrica opera, ossia quella che più prettamente concerne la guerra. I quadri iniziali, con i loro balli e le loro feste, suonano piuttosto come un commosso e sofferto omaggio a Chaikovsky, specialmente quello dell'Oneghin. Opera sicuramente disuguale, che non conosce una vera progressione drammatica e che va vista, piuttosto, come se si trattasse di una serie televisiva a puntate ben delimitate. In quest'ottica, offre più di un fremito. L'edizione in questione è quella fortemente voluta da Mstislav Rostropovich, amico e ammiratore del compositore, e ben conscio di come Guerra e Pace ne rappresentasse il testamento spirituale. Stando a quello che ho letto, si tratta della prima grande incisione davvero completa dell'opera. Ne esiste almeno una della Melodya, ma a questo punto credo sia stata almeno un po' tagliata, visto quel che ho letto proprio su questo forum. E' da apprezzare l'amore del violoncellista per la partitura. Tuttavia, non tutto finisce pienamente in gloria. E proprio in senso letterale: il trionfalismo "sovietico" dell'ultima scena, in orchestra è mortificato da un fraseggio troppo sbrigativo e burocratico, privo della larghezza e della cantabilità senza rete che sarebbe necessaria per renderne almeno in parte il senso. Ma in generale, è tutta l'impostazione di Rostropovich a essere così: l'orchestra canta poco, e questo si avverte nelle prime scene, anche quelle affrettate e piuttosto tirate via, fin troppo brusche. Per fortuna, questo approccio salva comunque la baracca, perché mette le ali ai piedi alle scene guerresche: l'incendio di Mosca mette davvero i brividi, e così in generale le scene concitate o di battaglia. Direzione a senso unico dunque, con eguali pregi e lacune: decidete voi se salvarla o penalizzarla. L'Orchestra Nazionale di Francia si disimpegna bene, ma è sempre spinta verso un suono secco e in bianco e nero: in effetti, come lo sono i film di Eizenstein che costituirono il modello dell'autore. Il coro se la cava con un certo decoro nelle varie pagine molto belle che gli sono destinate. Il cast è composto da una settantina di ruoli, in ciò andando a rimorchio del romanzo tolstoiano, che aveva ancora più personaggi. Va ammirata la grandissima coesione del tutto, per un risultato che non è mai davvero lacrimevole, con un'eccezione. La Contessa Natasha di Galina Vishnevskaia arriva troppo tardi. Vent'anni prima, la moglie di Rostropovich ci avrebbe dato un ritratto ideale. Nell'87, ahinoi, non più: era in piena liquidazione. Fin dalle prime frasi abbiamo una linea vocale dura e costantemente spinta, inficiata da un vibrato largo molto intenso. Le note acute sono quasi tutte ancora più dure, soprattutto se prese forte. In qualche aria, l'interprete prova a costruire un gioco di modulazioni che sarebbe stato straordinario con la voce che lei stessa aveva anni prima: oggi, gli assottigliamenti sfiorano l'apnea, e quando la cantante riprende fiato le note emesse piano sono fisse e fioche. L'accento della Vishnevskaia dei tempi d'oro, poi, era senz'altro più fantasioso. Qui tutto profuma un po' troppo del fantozziano "occhio della madre", ossia quasi un verismo russo tutto costruito. All'epoca, al suo posto, chi avrebbero potuto chiamare? La buttò lì: Mirella Freni. La nostra modenese anni dopo ci avrebbe dato stupendi ritratti delle eroine di Ciaikovsky, e come caratura vocale e psicologica sarebbe stata una Natasha interessantissima. Chi oggi? Forse la Netrebko, ma quella di cinque anni fa. Di miglior estrazione il baritono protagonista, ossia il principe Andrei Bolkonsky. Sono meno incline di Elvio Giudici a giudicare male Lajos Miller (che appare, stando al libretto, "per amabile concessione della Hungaroton"). Probabilmente una maggior complessità psicologica e una superiore rifinitura vocale sarebbero andate anche meglio, su questo personaggio. Tuttavia, non riesco a disprezzare l'onesta e generosa interpretazione di Miller e della sua bella voce chiara, quasi tenorile, morbida e piuttosto ben sostenuta, malgrado qualche rozzezza. E non è tutto: in certi momenti, quando gli sono richiesti sa tirar fuori dei chiaroscuri assai convincenti. I tenori importanti, in quest'opera, sono due. Il ruolo più appariscente è quello di Anatole, ma il più lungo e fondamentale è in realtà quello di Piotr, o Pierre. Quest'ultimo è appannaggio del bulino vocale ed espressivo di Wieslaw Ochman: come dire, eleganza e intelligenza assicurate. E difatti siamo in buone mani, con un fraseggio ricco di spessore e di comunicativa, espresso da una linea correttissima. Anatole è invece il veterano Nicolai Gedda: malgrado l'età, si mostra più in voce che non la sua partner femminile, risultando soltanto un po' appesantito. La cosa più importante, comunque, è che Gedda riesce a rendere molto bene la canaglieria subdola del suo personaggio anche con l'accento. Una discreta emozione la offre il ruolo del principe maresciallo Kutuzov, scritto in chiave di basso e dunque rientrante di filato in una tradizione russa gloriosissima. Il suo grande assolo, dieci minuti di musica intensissima, al punto che secondo molti detrattori doveva considerarsi come un omaggio di Prokofiev a Stalin, richiede vocalità e indole espressiva adeguate. Nicola Ghiuselev è stato uno degli ultimi grandi bassi dell'Est: la sua imponenza vocale, un po' arrochita ma sempre capace di tonante morbidezza, si sposa a un accento di tetragona ma commossa autorità, che crea una gran momento, che lo sarebbe stato ancor di più con un Rostropovich più duttile. Viceversa, il romeno Eduard Tumagian è un Napoleone inesistente, che passa e va senza lasciare traccia, con un declamato monotono e impettito che fa pensare a un furiere dell'esercito, più che all'Imperatore dei Francesi. Gli altri sono tutti ruoli piccoli, ma la sorpresa è sempre dietro l'angolo. Per esempio, mi ha colpito trovare una ventiduenne Nathalie Stutzmann cantare, col suo timbro profondissimo da contralto, le poche frasi della Zingara Matriochka. Oppure, Anton Diakov, prediletto a suo tempo da Karajan (era Varlaam nel suo Boris) che si sdoppia nei ruoli di Nicolai Bolkonsky (padre di Andrei) e del Generale Ermolov. Dimiter Petkov, altro basso di gran voce, è un robusto e autoritario Conte Rostov, padre di Natasha, e la sua cameriera è un'altra giovane poi famosa, Catherine Dubosc. Altre caratterizzazioni che lasciano un buon sapore sono quella della Elena (sorella di Piotr) di Stefania Toczyska e della Sonya di Catherine Ciesinski, e il glorioso Michel Senechal imprime il suo timbro alle minimali battute di Monsieur de Boesset. Ma, come dicevo, ce ne sono tanti, tanti, tanti altri. E il bello è che sono tutti bravi. @Snorlax @Majaniello @superburp e chi altri?
  21. Rostropovich direttore. Protagonista sua moglie Galina Vishnevskaya (purtroppo ormai al bicchierino della staffa) contornata da Nicolai Gedda (lui sessantunenne ma non sono ancora arrivato a dove interviene lui), Lajos Miller, Ghiuselev e un'altra sessantina (!) di ruoli.
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