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Wittelsbach

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  1. Uno dei primi grandi tentativi di una major di fare qualcosa di serio sul Gluck "riformato". E, direi, con un risultato che posso senza dubbio definire lusinghiero. John Eliot Gardiner, quando incideva opere francesi (e l'Ifigenia in Tauride lo è), manovrava spesso l'orchestra dell'opera di Lione. Strumenti moderni sì, ma fatti suonare senza troppo vibrazionismo pseudoromantico. E per giunta, manovrati con una varietà di colori e dinamiche che rende dilettevole l'ascolto di questa peraltro agile, per nulla paludata opera. Di Gardiner, colpisce il vasto panorama di intensità, di tinte, di adattamenti dell'orchestra a quanto avviene sul palcoscenico: la teatralità insomma, che non sempre farà parte del bagaglio spontaneo di questo direttore. Lo sfondo orchestrale di questa Ifigenia, per dire, risulta molto più mosso e interessante rispetto al futuro Idomeneo di Mozart che recensirò. Il Coro Monteverdi, lui creazione dello stesso Gardiner, si inserisce a meraviglia in questa vicenda, cantando con perfezione strumentale e ottimo accento tutti i brani che gli sono affidati. Il buco, purtroppo, è la protagonista. Forse una Von Otter, all'epoca, sarebbe stata alquanto giovane, forse troppo. Ma non è che la più esperta Diana Montague, sul terreno della vividezza accentale, sia proprio un'Ifigenia irresistibile. Tende anzi alla monotonia, esagerando fin troppo con un'espressione da Madonna delle Lacrime che continua dall'inizio alla fine, senza alcuna evoluzione interessante. Da un punto di vista musicale, poi, le cose vanno maluccio: la voce è mal sostenuta, tende a scompaginarsi appena sale, dando luogo a suoni calanti e sfiatati. Diciamo che è un'Ifigenia ai bordi della correttezza. Niente del genere per un Thomas Allen particolarmente in palla. Il suo Orest è anzitutto cantato con voce limpida, pulita e svelta nell'emissione, di un timbro chiaro particolarmente adatto al personaggio e alla scrittura. In secondo luogo, l'accento è il più mosso e vario dell'intero cast. Oreste, si sa, è sempre stato figura particolarmente intrigante in tutta la tradizione drammaturgica scaturita dalla mitologia greca: e il volto datogli da Allen non fa eccezione, per giunta manifestando particolare empatia con la bacchetta di Gardiner. L'altro baritono, René Massis, ha un'emissione gutturale e piuttosto disastrata. All'inizio mi aveva sconcertato, ma poi mi sono reso conto che un personaggio barbarico come Thoas può anche essere tratteggiato da una voce simile. Ma, attenzione, l'ho detto perché dietro c'è anche un retroterra interpretativo: e Massis, forte dell'essere madrelingua, è senz'altro il più bravo a fare uso espressivo della dizione francese. L'americano John Aler, tenore di voce morbida e aggraziata, non ha lo stesso acume recitativo, ma ha sufficiente sensibilità per accarezzare le voluttuose linee musicali di Pylade, con risultati senza dubbio interessanti. Le altre parti sono molto piccole, e se la cavano onorevolmente. @Majaniello @Ives @hurdy-gurdy
  2. L'ho usato spesso anch'io nelle mie recensioni, proprio con questo significato!
  3. Hayden Wayne, Sinfonia n. 3 Heavy Metal dedicata a @Madiel
  4. Suscita emozioni contrastanti un altro di questi poemi, l'Heroide Funebre. Per alcuni, è una delle più incredibili anticipazioni di Mahler mai sentite. Per altri, è grandioso ma irrisolto.
  5. Ecco, mi pare sufficiente.
  6. La sintesi del thread è che @Keikobad è un VIPPONE
  7. Nella piccola raccolta dedicata a Gardiner c'è anche questo Jephta, valorizzato da una bella orchestra e da un coro superlativo. Tra i solisti c'è del buono e del meno buono, se la cava bene anche il controtenore Michael Chance in una scrittura priva di virtuosismi e molto lirica, adatta all'impasto della sua voce. La giovane Von Otter è ancora in formazione ma già brava. Varcoe, poveretto, purtroppo è inadeguato, mentre il corretto Nigel Robson sconta la consueta frigidità timbrica di tanti inglesi di repertorio oratoriale. @Ives
  8. Confermo, infatti di Ansermet ho altro di De Falla, non quelle... Ma almeno ha linkato il mio caro vecchio canale...
  9. Potresti farlo, visto che non la conosco, anche se probabilmente ce l'ho in un cofano-Ansermet.
  10. Una Siberia l'ho ascoltata e recensita. Il pezzo più iconico forse è il coro "Malori, dolori", che non è altro che una trasposizione del famosissimo coro russo dei battellieri del Volga.
  11. Nel senso che non ti ricordavo appassionato dell'autore, ma anche da non convinto ascoltatore tiri fuori sempre qualche spunto. E invece lo sentivi! Ottimo. Copertina dell'anno.
  12. The Fairy Queen è un tipico esempio di semi-opera derivata dal Masque, una forma di spettacolo musicale con intermezzi, danze, canti in cui Purcell fu maestro. Davvero gradevole questa edizione di Gardiner, che tratta il tutto con una leggerezza colorita e frizzante, come di vetro soffiato di Murano. Tra gli esecutori vocali, ce ne sono di bravi e meno bravi: tra questi ultimi, il baritono Varcoe, piatto e disarticolato, mentre tra i primi il basso David Thomas, bella voce nonché il migliore come interprete. @Ives, mettiamo anche @Majaniello, che anche quando non frequenta il repertorio ne parla volentieri.
  13. Erano due mezze parole suscitatemi dall'ascolto di un'edizione anni Cinquanta su Spotify, in verità eseguita da cantanti famosi dell'epoca. Mi sono persuaso che probabilmente è una di quelle opere da sentire in edizioni con un suono decente.
  14. Oltretutto pare ce ne siano almeno due. Ambedue carneadissimi...
  15. Parsifal, anche il Philips che si sente bene, in ogni caso è dal vivo!
  16. Esagerati! Comunque entro estate arriva questo: https://www.jpc.de/jpcng/classic/detail/-/art/ingrid-haebler-the-philps-legacy/hnum/10870315 Mi sento di dire che da un punto di vista storico si tratta di una raccolta di tutto rispetto.
  17. Ma no, non preoccuparti. Mi impossesso della rassegna stampa coi miei molteplici canali! Quelle si sentono su Spotify e sono un bell'ascolto, almeno stando a quelle che avevo sentito (non ricordo quali...)...
  18. Giulini era notoriamente un cattolico praticante. Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti, ha approfondito l'argomento con un articolo che purtroppo non ho mai letto. Si può leggere un'intervista oltremodo illuminante uscita su Jesus, che credo sia ampiamente esaustiva. Da uno stralcio di quest'ultima, le parole del maestro, che mi colpiscono in quanto profondamente vicine alla mia stessa sensibilità:
  19. Intanto, qualcosa di completamente diverso: i Quadri di Kegel. Non so dove volesse realmente andare a parare Kegel, ma il risultato è bellissimo, ancorché all'incirca opposto a Giulini. Laddove Giulini guarda alla vista d'insieme, come fosse l'atteggiamento tranquillo e pensoso del visitatore della mostra del pittore, Kegel si occupa dei singoli quadri, stagliando poi le Promenade che divergono anche per l'animo dello spettatore. Cito il novecentismo radicale dello Gnomo, dai tempi rapidi, lo strumentale tagliente, l'atteggiamento analitico; il passo marziale e risoluto delle Promenade I e III; la relativa calma delle Tuileries, impreziosita da una ricercata liquidità timbrica e da gustosissimi rubatini; l'articolazione implacabile del Bydlo; la cattiveria terrena di Goldenberg e la petulanza di Schmuyle; la vividezza da Petrushka del Mercato di Limoges; l'atmosfera delle Catacombe, non buie e ovattate come in Giulini, ma pervase di lampi luminosi raggelanti; per finire, una Porta di Kiev spogliata di retorica. @giobar @Majaniello @Snorlax
  20. L'ho ascoltata proprio stasera, spinto da voi. Gesti estremamente ampi e lenti nelle Promenade, ma non in brani già non proprio leggeri tipo Bydlo. Ci ho visto molta serena contemplazione, in quei Quadri.
  21. Questo non lo so, ma avevo letto che il papà si trovava a Barletta per conto dell'azienda di legnami per cui lavorava.
  22. Oltretutto Giulini nacque in Puglia per puro caso, ma era Trentino doc! 😁
  23. L'avevo visto, è appena uscito vero?
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