Vai al contenuto

Wittelsbach

Admin
  • Numero contenuti

    9347
  • Iscritto

  • Ultima visita

Tutti i contenuti di Wittelsbach

  1. E vabbè, lo paragoniamo ai massimi, certo che sfigura! Trovo semmai che non avesse eccessivo senso del teatro, volendo obbedire alle concezioni del grand opera che quasi imponevano di allungare i brodi all'inverosimile.
  2. Mi hai ricordato che la devo sentire. AHaha non c'è opera che possa essergli più inadatta. C'è anche questa: Edizione perdibilissima, che però un pregio notevole: il coro della Verdi istruito da Bruno Gandolfi, che ha fatto un mezzo miracolo.
  3. Trovo invero che il libretto dello Chenier sia tra i più sobri di Illica, che ha ben altri crimini librettistici sulla sua fedina...
  4. E' roba ostica... Sinceramente però ho un terrore per l'ultima opera che mi manca, Kata Kabanova. Lo Chenier se vuoi si trova in tante belle edizioni. Pensa che una delle ultime che ho sentito e che ritengo migliori è la radiofonica del giovane Sawallisch degli anni Cinquanta, disponibile su etichette come Walhall. Da un punto di vista orchestrale quest'ultima la trovo eccezionale, e la consiglio a chiunque volesse "mutare parere" su quest'opera. Il problema è che è in tedesco, su traduzione ritmica. Se vuoi qualcosa di più equilibrato, suggerirerei Gavazzeni-Decca, Santini-Emi Warner (più per il cast che per l'orchestra però), Levine-SonyRca. Se vuoi sentire qualcosa di antico, la storica edizione con Gigli. Ma le tre che ho indicato costituiscono il compromesso ideale tra qualità audio e bontà esecutiva e interpretativa secondo me. Più quel Sawallisch outsider di grandissimo fascino.
  5. Tanto a posto quei personaggi non stavano...
  6. Ahahaha! Intanto Finora, questa mi sembra l'opera col ritmo teatrale più indovinato.
  7. Grazie dei vostri contributi! Anche a me interessa la Rivoluzione francese, solo che la guardo con gli occhi del mio maestro De Maistre...
  8. Il carico da 12... Ho abbastanza gradito il bozzettismo del Secondo Atto. Tuttavia la domanda mi ronza potente: perché secondo qualche intellettuale l'Andrea Chenier sarebbe una schifezza, mentre questa sarebbe un capolavoro assoluto? Io non so rispondere. Qualcuno che lo sa?
  9. Ne ho avuti anch’io, di deliri amorosi!
  10. Casa discografica molto enigmatica, quella. Mi ha sempre dato l’impressione che fosse una “spazzina” di licenze di vecchie incisioni (comunque quasi sempre ottime) delle provenienze più svariate.
  11. Alquanto lusinghiero il paragone con Puccini. Il raffronto lo vedrei meglio con filmastri tipo “Il Corvo”.
  12. Per stare in topic, sai che trovo qualche freccia all'arco del nostro Janacek anche in teatro? A piacermi poco o nulla finora è stata Jenufa. La Volpe e la Casa dei Morti sono più di mio gusto (più la Volpe comunque, in cui vedo una discreta originalità).
  13. Prime opinioni su un ascolto più meditato di Janacek. Nella fattispecie, Jenufa e Piccola volpe astuta. Si sente che sotto c'è del cuore, della sostanza, anche un certo messaggio. Ma Jenufa, come l'altra volta, mi è passata invano. Sapete l'ironia? Mackerras, in fondo alla sua edizione, subito dopo la fine, riesegue la scena finale con l'orchestrazione di Karel Kovarovich, che aveva fatto lo stesso lavoro un po' per tutta l'opera. Ecco: mi spiace dirlo, ma l'orchestra ritoccata da Kovarovich (che non fa comunque chissà che ritocchi, ma tutti decisivi) mi è sembrata molto più emotiva ed efficace. Ok, lo stile è quello di Rismki, ma insomma io sono di questo parere. La Volpe mi è piaciuta molto di più, fatta eccezione per un paio di episodi con gli animaletti del bosco che cantano con vocine di bambini. Mi ha lasciato in testa perfino qualche tema, e ci sono momenti notevoli, come il duetto tra la Volpetta e la Volpe (maschio), che è incollato lì un po' ex abrupto, subito dopo una scena diversissima, ma in sé e per sé mi sembra un momento musicalmente e teatralmente notevole. I due cd sono conclusi da una suite orchestrale su musiche dell'opera: è stata messa insieme dal grande Vaclav Talich, che credo ne abbia anche curato la riorchestrazione (intendo, della suite).
  14. @Madiel che si diceva? Mi sembra più interessante l'opera di Brian E questo, se si sapesse chi è...
  15. Ne parlavamo durante un mio vecchio ascolto. Intanto Janacek mi sta riservando strane sensazioni. Probabilmente lo sto ascoltando in una delle migliori interpretazioni possibili (anche se vorrei fare il confronto con qualche edizione cecoslovacca viscerale), in qualche modo funziona. Ma non capisco perché sia così celebrato. Sono a Jenufa. Comunque posso dire che mi sta spiacendo meno di certe opere di Britten, anche se non capisco la sua poetica, la sua orchestrazione così glutinosa e apparentemente trasandata.
  16. Questo cofanetto da 3 cd giaceva ammonticchiato su uno scaffale particolarmente lontano del mio studio. L'avevo comprato anni fa, approfittando da vero sciacallo della svendita conclusiva che suggellò la chiusura del negozio online Discolandmail (parce sepulto). L'ho tirato fuori proprio nei giorni scorsi. Che colpa, l'essermelo scordato! Quest'opera è un curiosum nella prolifica produzione di Jakob Meyerbeer. E' un'opera comique che in origine presentava i dialoghi. Poi il compositore ci tornò sopra, aggiunse qualche aria e sostituì i dialoghi con recitativi musicati. L'edizione prescelta dell'Opera Rara è appunto questa: nel vasto saggio introduttivo, il competente Michael Scott spiega le cose per filo e per segno. L'opera ebbe qualche fuggevole popolarità nell'Ottocento, specie in lingua italiana. E poi, anche dopo, alcuni soprani come Amelita Galli-Curci se ne fecero portabandiera, perché la protagonista Dinorah ha un'aria molto bella, "Ombre legere", che fu eseguita anche da Callas e Sutherland. Qui la trama, dal sempre esauriente sito Magia dell'Opera, che ha dedicato a Meyerbeer un lungo approfondimento: Il fascicoletto di Scott racconta anche dettagli divertenti: per esempio, la difficoltà di trovare una vera capra idonea a restare buona buona sulla scena! Comunque, trattasi di opera oltremodo piacevole. Meyerbeer, una volta tanto, riesce a temperare la sua tendenziale voglia di divagare e di diluire l'azione con elementi scenici "estranei". L'unica occasione in cui lo fa è l'inizio del Terzo Atto, in cui assistiamo a un Cacciatore e a un Mietitore che si incontrano, cantano ciascuno un'aria e poi duettano, in uno di quei quadretti agresti che tanto spesso piacevano in Francia, musicalmente oltretutto niente affatto disprezzabile. Comunque, malgrado qualche lungaggine, l'opera non è affatto noiosa. Per giunta, si respira un certo gusto per la melodia, e soprattutto rifulge la sapienza di Meyerbeer nell'usare l'orchestra: c'è chi dice che tra i musicisti della sua generazione, in Francia, forse solo Berlioz gli stava avanti al riguardo. E' un bene che in questa realizzazione Opera Rara del 1979 l'orchestra sia elemento di spicco: è la Philarmonia, all'epoca guidata dal nostro Riccardo Muti, qui prestata al trentenne James Judd, che dimostra la stessa bravura di cui darà prova, nei decenni successivi, alle prese con un repertorio non banale registrato per Naxos in Nuova Zelanda. Il giovane maestro inglese già mi aveva stupito nella conduzione della donizettiana "Ugo conte di Parigi" (recensirò), e qui si mostra latore di ottimo gusto, grande abbandono e senso del patetico, a cui fanno da contraltare i tempi mossi e serrati dei momenti più vivaci. I popolani sono impersonati dal coro Geoffrey Mitchell, che consegna un'ottima prova. Particolarmente felice la scelta dei personaggi. Il soprano Deborah Cook non è mai stata un elemento famoso. Eppure, ha bella voce, sa cantare, si mostra scaltrita negli acuti e nelle agilità, oltre che nel legato. Soprattutto, però, sa conferire a Dinorah la polpa che le compete, senza scadere nella fanciulla svampita e lobotomizzata. "Ombre legere" riesce dunque ottimamente, non solo per l'esecuzione ma anche per il significato. E lo stesso si può dire delle altre arie, e dei recitativi. L'impulsivo Hoël trae ottimo partito dalle capacità di Christian Du Plessis. Il baritono sudafricano non mi aveva colpito quando, tanti anni prima, fu un Marullo non troppo memorabile nel Rigoletto di Bonynge con Pavarotti. Anche lui, l'ho trovato migliorato, anzi ottimo, nell' "Ugo conte di Parigi", e lo stesso fa qui. Il fraseggio è temperamentoso, caldo e giovanile, ed è capace di rendere con l'accento la complessità problematica di un uomo come Hoël, un innamorato decisamente non troppo canonico. Come voce, poi, abbiamo un timbro morbido e sostenuto con grande finezza, perfettamente idoneo a parti liriche (seppur appassionate) come queste. Chi supera tutti in verve è l'inglese Alexander Oliver. Ma che bello, un inglese che sa pronunciare il francese! Oliver era tenore di carattere dal gusto non sempre impeccabile nelle sue apparizioni. Qui, tiene Corentin perfettamente in equilibrio tra ingenuità e grottesco, senza mai eccedere, e per giunta cantando molto bene, anche se la scrittura non consente chissà quali virtuosismi. Il Guardiano delle Capre è Della Jones en travesti: una cantante inglese da sempre molto fine, e lo dimostra snocciolando la sua bellissima aria, che in pratica esaurisce il personaggio, con dolcezza e sentimento. Le parti minori sono buone, e lo screen time del Cacciatore e del Mietitore è ben valorizzato da Roderick Earle e dal tenore Ian Caley. Registrazione perfettamente riuscita anche sotto il profilo tecnico. @Majaniello e chi altri? A chi interessa?
  17. Ci riprovo, magari è la volta buona...
  18. Ti ho saltato, accidenti! Prosegui questo percorso con Smetana, io ho intenzione di farlo anche con le altre opere.
  19. E' vero: a Terezin non moriva nessuno. Venivano mandati altrove. Sulle qualità di quei dischi, quella Sinfonia d'apertura è un buon antipasto per capire cosa mi aspetta! Mi serve solo il tempo per approfondire un po' la lingua e il repertorio. Caspita, la cosa della Butterfly non l'ho proprio considerata! Me la risento. Ecco, a tutt'e due: Ma Vlast l'ho risentito proprio ieri, spinto dalla vostra discussione. Conosco praticamente a memoria la Moldava, abbastanza bene Vysehrad (dedicato al castello di Praga, e caratterizzato dal tema solenne e pensoso che poi si sentirà verso la fine di Moldava, chiamato a descrivere lo scorrere del fiume che entra finalmente in città), lo stesso per Prati e Boschi, e anche per Sarka, che ha un clima tutto particolare. Conosco curiosamente poco Tabor e Blanik, gli ultimi due poemi, anche se probabilmente Blanik lo preferisco. Il primo lavoro "serio" su quelle musiche l'ho fatto personalmente al liceo, quando Amadeus aveva venduto Ma Vlast inciso da Philips, Concertgebouw direzione Antal Dorati. Il cd era corredato di quelle fenomenali guide all'ascolto col minutaggio che hanno sempre caratterizzato le pubblicazioni dell'encomiabile rivista. Così, mi ero fatto un quadro molto probante.
  20. Che gioia di vivere, che sinuosa allegria si respira nel capolavoro operistico di Smetana! Ne consiglio davvero l'ascolto se siete tristi o sfiduciati: la giornata diventerà meno brutta, senz'altro. E davvero, l'ascolto in questa edizione registrata tra il 1980 e il 1981, disponibile a prezzo molto conveniente su amazon, è ancora più consigliabile. Notevole, per dirne una, la confezione: è di quelle lussuose, o quasi, con il libretto in tre lingue, lunghi approfondimenti, biografie degl'interpreti coinvolti. Il primo antecedente che mi viene in mente ascoltando Zdenek Kosler, è Karel Ancerl. Del grande maestro esiste una Sposa Venduta integrale, registrata negli anni Quaranta, quando lui stesso era appena uscito vivo dal campo di Theresienstadt. Io non la conosco. O meglio: ne conosco solo l'Overture, che è una girandola liberissima di volteggi ritmici. Ecco: l'ascolto di Kosler, che con Ancerl aveva studiato, alle prese con queste musiche, mi fa pensare molto allo spirito vitale del suo maestro. Le danze sono di una finezza che non ne rinnega l'afflato popolare; gli accompagnamenti delle arie più liriche sono straordinariamente ricchi di sentimento; i brani comici sono frizzantissimi. La Filarmonica Ceca ci prende proprio gusto, a suonare Smetana: ed è giusto che sia così, Smetana è "cosa loro". Il cast poi difficilmente può prestare il fianco a critiche. Una soprano come la somma Gabriela Benackova, con la sua sconfinata umanità d'accento, è capace di farmi stare simpatiche perfino talune ostiche protagoniste femminili del teatro di Janacek. E figuriamoci cosa fa con Marenka, resa semplicemente deliziosa, con un canto pieno di infinite carezze ed ammicchi, con un timbro bellissimo. Accanto a lei, la miglior testimonianza di un Peter Dvorsky molto più a suo agio qui che non come Nemorino o Edgardo. La luminosità argentea del timbro, sostenuto da un'emissione sana e priva di trucchetti, mi ha fatto pensare nientemeno che a Wunderlich. E in generale, l'impostazione del suo Jenik è quello dell'amoroso di mezzo carattere del primo Ottocento, pieno di dignità in un accento che sa farsi anche passionale e palpitante. E' un balsamo per le orecchie e per il cervello, il Dvorsky-Jenik che sentiamo qui. Pure molto bravo è Richard Novak, un basso molto versatile che seppe scolpire interpretazioni memorabili. Quella del sensale Kecal è figura problematica: gli è richiesta padronanza del canto di sillabazione, articolazione rapida, dominio del registro acuto. Novak possiede tutte queste qualità in sommo grado, e si apprezzano in tutte le sue difficili arie. Ma per giunta, il suo Kecal ha il gusto innato da Deus ex Machina che in assoluto dovrebbe avere, dimostrandosi un burattinaio cinico ma sempre a dimensione umana. Ho semmai qualche piccolo rilievo da fare a Miroslav Kopp, che però è alle prese col personaggio più enigmatico di tutti: cioè Vasek, in bilico tra l'eccesso grottesco propiziato dalla balbuzie e i momenti francamente da soap opera in cui si butta sul patetico. Kopp forse è vocalmente più opaco e pesante di Dvorsky, ma alla fine canta bene, e il suo accento riesce a mantenere questa difficile figura in bilico tra gli eccessi. Tutti gli altri, come la Esmeralda di Jana Jonasowa (voce squisita), la Ludmila di Marie Vesela, il Krusina di Jindrich Jindrak (ottimo interprete, anche lui, di Janacek) o il Micha del poderoso Jaroslav Horacek, sono eccellentemente distribuiti, a formare una compagnia teatrale del massimo coinvolgimento. @Snorlax @giobar @superburp @Majaniello
  21. Un Warren meno eccezionale di altre volte forse, ma artista e cantante di una classe a parte. A me piace molto anche la versione di Carlo Tagliabue con Rosetta Noli, naturalmente più per merito del baritono over 50 che del nemmeno trentenne soprano ligure. Te la feci sentire anni fa, e fosti d’accordissimo con me, spendendo parole d’elogio. Hai messo in luce un aspetto di cui m’ero scordato: il legato pochissimo curato di Prey. Un’altra cosa su cui, approfondendo il canto italiano, negli anni immediatamente successivi avrebbe perfezionato.
  22. Beh, il Primo è l’atto più problematico, proprio a causa di quei quattro eresiarchi su di giri, che mi hanno fatto pensare a Sgarbi. Col Secondo ci risolleva, culmine la scena finale. Ma il Terzo prorompe con atmosfere corali a parer mio quasi commoventi, e con maggiore compattezza musicale.
×
×
  • Crea Nuovo...

Accettazione Cookie e Privacy Policy

Questo sito o gli strumenti di terzi, usano cookie necessari al funzionamento. Accettando acconsenti al loro utilizzo - Privacy Policy