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Wittelsbach

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Tutti i contenuti di Wittelsbach

  1. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Orma i corsivi di Snorlax sono una piacevole certezza! Ma i dischi fan parte del famoso cofanetto Masur Eurodisc Reckrdings vero?
  2. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Altre topiche di Giudici, stavolta nel libro sull’Ottocento I. Sul Freischütz video diretto da Leopold Ludwig (facente parte di quella serie che annovera un Fidelio raccontato da @Majaniello), risalente al 1968, l’autore parla del Kaspar di Gottlob Frick “anteriore all’incisione solo audio di Lovro von Matacic, che arriverà un filo tardi”. Peccato che detta incisione (che io posseggo, e che in effetti vede qualche acuto difficoltoso nel sessantunenne Frick) sia precedente: 1967. Altra notazione: Jon Vickers avrebbe “tecnica non poco più solida” rispetto a quella di Corelli! Asserzione che, se me lo consentite, trovo una boiata pazzesca.
  3. Wittelsbach

    Libri e letture sulla musica e sui musicisti

    Non so quali siano stati selezionati, e in questo momento ho solo lo smartphone!
  4. Ho voluto aprire un topic per scrivere un po' di articoli sui dischi d'opera che ascolto, spero non sia sgradito. Mo' comincio a scrivere qualcosa.
  5. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Grazie dell’apprezzamento. Diciamo che non ho mai capito quanto le letture di Moralt siano di questo genere per convinzione o per mera casualità.
  6. Il Parsifal anni Quaranta di Rudolf Moralt è interessante quanto il suo Ring

  7. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Nel topic degli ascolti, il discettare del Parsifal, sia pure per commentare alcune strane frasi di Elvio Giudici, mi ha fatto venir voglia di dedicarmi nuovamente a quest'opera. Il Ring diretto da Rudolf Moralt ve lo ricordate tutti, spero: ne parlai nel lontano 2014, quasi cinque anni fa! Ora, vi racconto il Parsifal di questo maestro, anche questo coi Wiener Symphoniker e verosimilmente trasmesso alla radio. Mi piacerebbe aver posseduto il cofanetto nell'uscita originaria per la Myto, giacché gli opuscoli di quella casa sono (erano?) particolarmente ricchi di notizie sulle esecuzioni prescelte. Ma in realtà, non posseggo neanche i dischi Walhall: ho fatto tutto da Spotify. E allora: com'è questo Parsifal diretto dal nipote preferito di Richard Strauss? Tutto in chiave lirica. La partitura è pervarsa da un soffio inesausto di puro canto, con un'orchestra che canta sempre, con suono soffice e soffuso. La qualità audio un po' penalizza gli strumenti, specie gli archi, che in certi punti sembrano un po' vetrosi e secchi. Ma fin dall'inizio, Moralt dà una luminosità tutta sua al Preludio, enfatizzando con discrezione le notine dei flauti, che alleggeriscono molto l'atmosfera che un Knappertsbusch voleva sacrale mentre Herbert Kegel quasi da teatro novecentesco. La cosa migliore è forse il Terzo Atto: il tenebroso quadro di Klingsor è pervaso di un'atmosfera più da romanticismo classico, più da Olandese Volante che da film dell'orrore. E la scena delle Fanciulle Fiore ha una grazia e una levità di tocco quasi mozartiana. Con una concezione del genere, la cantabilità di quest'opera è posta in primo piano, e gl'interpreti, almeno in teoria, sono pungolati ad agire in tal senso. Ciò avviene con Amfortas, con Gurnemanz e perfino (addirittura) con Klingsor, mentre Parsifal e Kundry sembrano meno in sintonia. Parsifal, per l'appunto, è Gunther Treptow, tenore forzutissimo, non proprio raffinato ma di voce robusta e spessa. Prima di essere il Siegmund di Furtwangler, Treptow fece la stessa parte per Moralt, aggiungendovi anche i due Siegfried: esiti miseri per questi ultimi, migliori per la bassa tessitura dell'amante di Sieglinde. Appunto: anche in Parsifal, la tessitura è piuttosto bassa, senza acuti scomodi, e per giunta assolutamente bisognosa di un talento interpretativo che la valorizzi. Treptow è decisamente lontano dall'ottenere questo risultato. La voce, di colore non malvagio, è talmente pompata e affondata da apparire pressoché baritonale in più punti: nel Terzo Atto, talora, si confonde addirittura con Gurnemanz, perché Ludwig Weber schiarisce e alleggerisce la voce. Comunque, questo pompaggio rende piuttosto legnose le note alte e il passaggio di registro. Non che la cosa interessi, al cantante: canta quasi tutto forte e scandito. Il risultato è una monotonia pomposa, piuttosto pontificante, che già all'inizio delinea un personaggio decisamente assente e certamente non giovanile. Dell'evoluzione di Parsifal dall'ignoranza alla consapevolezza non c'è traccia: il Treptow del Primo Atto non è marginalmente differente da quello dei successivi. Noioso e grigio. Quanto a Kundry, è più o meno sullo stesso andazzo, con l'aggravante di suoni spesso molto più sgradevoli. Anny Konetzni, sorella maggiore di Hilde, era la Brunnhilde fissa della Staatsoper di Vienna negli anni Trenta, e faceva volentieri anche Elettra. Il che, significa che nel 1948, a 46 anni, era già in difficoltà cospicue, perché evidentemente il repertorio era stato troppo pesante e la tecnica inadeguata a tanto impegno. La voce è di ampie dimensioni e nemmeno brutta di timbro. E' in possesso di un registro grave decisamente robusto, adeguato alla parte. La linea, invece, è alquanto fastidiosa, perché ogni nota è costantemente attaccata dal basso e poi spinta fino a farla oscillare, in un modo che ricorda la futura Gwyneth Jones e che in qualche modo si barcamena, seppure in maniera pochissimo gradevole, nel registro centrale. Gli acuti estremi invece sono di rara bruttezza, rivelandosi più che altro grida fisse e rauche, e non solo nel momento del ricordo dell'irrisione del Crocifisso. L'interprete è grosso modo come Treptow: una Kundry seriosa e grigia, poco immedesimata, in fin dei conti pesante e non proprio bella da sentire, e di dizione spesso impastata e confusa. Così, Moralt prova a fare un Wagner diverso, mentre Treptow e Konetzni fanno il consueto Wagner col cipiglio, molto d'antan e ben poco persuasivo. Peccato, perché gli altri interpreti si muovono da par loro in questa orchestra cangiante. Da applausi l'Amfortas spirituale di Paul Schoffler, che nel 1956, al Metropolitan con Stiedry, a 59 anni, saprà essere commovente, ma qui, otto anni prima, è addirittura toccante: un canto chiaroscurato, morbido, che entra in scena con una dolcezza quasi trasognata, per poi riscaldarsi in un vero crescendo emozionale, con ogni nota, per giunta, bella, ricca e a fuoco in tutti i registri. Parimenti eccezionale il suo riapparire nel Terzo Atto, ove alita frasi di una verità umana difficilmente sostenibile. Un grande personaggio di un grande cantante. Ma sconvolgente, addirittura, è il sommo Ludwig Weber. Con Knappertsbusch, a Bayreuth, il basso viennese ci darà la sua personale ipoteca di un ruolo molto più variegato di quanto normalmente non si creda. Ma qui, mi sembra di livello ancora maggiore. Ogni frase di questo Gurnemanz è modellata, scolpita, plasmata da un artista della parola (la dizione è assolutamente fenomenale) che è anche un sublime attore vocale. Dimenticatevi la durezza di certi bassi anni Cinquanta: la vocalità di Weber, adattandosi alle richieste della sua parte, è una specie di sfumato leonardesco, fatto di gradazioni infinitesimali, ma con grande predilezione per piani e pianissimi, seppur sapendo, all'occorrenza, dilagare con imperiosità. Il fatto è che Weber canta, sfuma e lega da maestro, e recita da grandissimo interprete, scolpendo un Gurnemanz commovente e addirittura simpaticissimo, anziché il solito prete altisonante. Da questa mezza rivoluzione, ne esce mutato anche Klingsor: l'ottimo Adolf Vogel, del resto, era già stato un Alberich fuori dal coro, e nei panni del mago cattivo è ancora più a suo agio, facendolo veramente cattivissimo, ma cattivo nel modo giusto. Nessun versaccio caricaturale: al contrario un canto sorvegliatissimo, di una precisione e compostezza quasi liederistica, ma di accento mobile, vivace, capace di essere tremendamente temibile, con persino un pizzico di malinconica frustrazione. D'alto livello le Fanciulle Fiore, i Cavalieri e gli Scudieri, anche loro dalla dizione che fa invidia a una recita di prosa: molto bravo, in particolare, il Terzo Scudiero di Erich Majkut. Il coro è preso a prestito dalla Staatsoper, e illumina alla grande la scena dell'Agape, che Moralt concerta con molta cura. @giordanoted @Snorlax @Majaniello
  8. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Non mi piacciono gli organi con diapason così alto.
  9. Wittelsbach

    Ravel

    Lo è...
  10. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Anche perché, quantomeno sui cantanti (la valutazione sul film può cambiare col sentire, seppure qui è diametralmente opposta...) la critica si basa in entrambi i pezzi su elementi tecnici presentati come oggettivi.
  11. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Giuro, sono rimasto con gli occhi fuori dalle orbite. Si parla non di aggiornamenti di giudizio motivati da mutamenti del sentire, ma di autentiche antinomie. Sarebbe interessante capire il perché di simile rivolgimento. Tempo fa, Giudici massacrava Edward Downes, parlando di "pappa sonora", "sonnifero" e simili. Poi, oplà: nel libro su Verdi le critiche, anche scritte in precedenti recensioni, si mutarono in elogi. Il motivo? Il compianto direttore scelse il suicidio assistito, ragione ritenuta a quanto pare sufficiente per rinnegare vent'anni di critiche acide e veri e propri insulti. Mi domando se non ci sia di mezzo qualche motivo del genere anche stavolta, perché altrimenti non trovo spiegazioni plausibili.
  12. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Grazie per la dedica. Nel frattempo, derogo al topic, giacché si tratta di una lettura ma non di un ascolto. Però riguarda strettamente la musica, e si tratta di una cosa che mi ha fatto sobbalzare e che voglio assolutamente condividere con voi. Mi è arrivato proprio oggi questo volume, il secondo della ponderosissima opera di Giudici dedicata alla lirica in video. A parte la sezione su Verdi, che è (come supponevo) la spudorata ripubblicazione del triste volumetto dedicato, mi interessava la disamina wagneriana. Ebbene: in mezzo a interessanti digressioni storiche e a una gragnuola di petizioni di principio camuffate da note critiche, spicca un'autentica perla. Sul suo vecchio libro "L'opera in cd e in video", Giudici recensisce fin dalla prima edizione del 1995 il Parsifal Erato del 1981, diretto da Armin Jordan e base musicale per il film di Hans Jurgen Syberberg. Ho avuto un mancamento, In questo nuovo libro, Giudici utilizza non meno di undici pagine (più tre di introduzione all'opera del regista in questione) per magnificare il film in questione, sperticandosi in ogni genere di aggettivo sbrodolante. Al che, mi si è accesa una lampadina. Sono andato a controllare la rece del 1995, in preda a un ricordo. Ebbene, lì il film è liquidato in mezza riga: "Pretenzioso, confuso e insomma brutto". Mica male, un'inversione a U davvero rimarchevole. Sarà mica che, dopo questa rivoluzione copernicana, vorrà salvare anche la parte musicale, a suo tempo valutata con una stella? Ci avevo visto bene. Facciamo il confronto. Sul direttore d'orchestra Armin Jordan, 1995: "Tempi tendenzialmente lenti, associati a una sorta di flou che dalla ricerca di colori, timbri e liquidità impressioniste ricava solo molle evanescenza, nella cui gentile vacuità espressiva la tensione drammatica dell'opera si stempera in una sorta di sogno onirico dai colori qua e là gradevoli, ma alla lunga molto noiosi". Sul direttore d'orchestra Armin Jordan, 2019: "Ammorbidisce e liricizza quanto più gli riesce. Anni luce lontano dalla sacrale tradizione bayreuthiana, la sua lettura luminosa, trasparente, dalla chiarezza rilevantissima con cui s'articolano i diversi piani sonori e dalla totale simbiosi che i suoni stabiliscono con le immagini, per più d'un verso sembra affine a quella di Boulez". Reiner Goldberg, 1995: "Goldberg è un protagonista ruvido nel canto e monotono nell'accento". Reiner Goldberg, 2019: "Voce di schietto stampo lirico, di bel timbro luminoso, piuttosto ben appoggiata alla colonna d'un fiato controllato con ragguardevoli risultati". Wolfgang Schone, 1995: "Schone è il più pallido ed evanescente Amfortas che sia mai approdato al disco". Wolfgang Schone, 2019: "Wolfgang Schone forma un amalgama perfetto nel plasmare una figura la cui caratteristica più evidente è proprio la tragica debolezza d'una personalità chiamata a cose molto più grandi della sua piccola statura: l'impotenza consapevole che ne deriva si rivela così tarlo ben più corrosivo della piaga che ne mangia le carni". Robert Lloyd, 1995: "Lloyd è molto corretto e anonimo" Robert Lloyd, 2019: "Magnifico il Gurnemanz di Robert Lloyd. Lontano anni luce dal vecchio barbogio pontificante cui tanto spesso viene ridotta tale figura, questa è piacevolmente giovanile, spontanea, commossa. [...] Non ampio o potente ma morbido, pastoso, piegato a piani e pianissimi ben timbrati lungo la luminosa, calda uniformità d'una linea vocale [...]". Beh, che dire? Complimenti vivissimi. Avrà seguito il noto adagio che assicura: "Solo i cretini non cambiano idea". Ai miei occhi, la credibilità del Giudici critico era compromessa da tempo, ma così è veramente troppo. @Pinkerton @giordanoted @Majaniello @Ives
  13. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Per l'esattezza, sta ricuperando il vecchio ciclo captato dalla Asv, credo ormai in preda al bronzing cronico che caratterizza i dischi di quell'etichetta.
  14. Wittelsbach

    Il vostro prossimo acquisto musicale

    A me interessa il primo! E anche un po' il secondo, seppure sappia poco di quest'altro parente d'arte. Sarà meglio o peggio dello Shostakovich fatto in Tatarstan? E soprattutto: che fine ha fatto l'integrale di Inbal coi Wiener Symphoniker? Desaparecido come tutto il catalogo Denon?
  15. Orphee aux Enfers è, a parer mio, un gioiello operistico che andrebbe conosciuto meglio. Ne ho recensita una bellissima edizione.

  16. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Ricordo ancora (si fa per dire, non ero ancora nato) quando fu protestato alla Staatsoper di Vienna, dove cantava regolarmente, in alcune recite del Trovatore, credo con Karajan.
  17. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    L'Orphee di Offenbach è senza dubbio da iscriversi tra i capolavori teatrali dell'Ottocento, ricoprendo di musica deliziosa una graffiante satira sulla società francese dell'epoca. E' un'operetta terribilmente "seria" nella confezione e nella composizione, e assolutamente meritevole di essere conosciuta. Vi butto lì la trama, da Wiki Una precisazione: questa trama è quella dell'edizione originale, andata in scena nel 1858. Offenbach approntò una revisione del 1874, che in pratica raddoppiò la durata dell'operetta, trasformandola di fatto in un'opéra comique di impegno musicale paragonabile a quello dei famosi Contes d'Hoffmann. La trama, in ogni caso, resta pressoché sovrapponibile: semplicemente, sono aggiunti un po' di personaggi minori, un po' di arie a quelli maggiori, un po' di cori, numeri danzati e momenti di divagazione varia. In questa pagina della Wikipedia inglese trovate un po' la situazione tabellare dei numeri musicali di entrambe le versioni. La presente registrazione della Emi risale al 1978, e segue appunto la ricca e succosa versione 1874, dandone una resa gustosissima. Si tratta di una delle prime incisioni affidate a Michel Plasson e a quella gioiosa macchina da guerra che, col tempo, si rivelò l'orchestra del Capitole di Tolosa, che il direttore francese stava modellando a sua immagine e somiglianza e che rapidamente scalò le classifiche non sempre esaltanti dei complessi transalpini. Plasson mantenne la sua classe per decenni, e solo in vecchiaia iniziò a lasciarsi prendere da una sonnacchiosa routine. Qui è agli inizi della celebrità, e ci regala un Orphee assolutamente strepitoso per la vitalità, la vera e propria gioia del ritmo e per uno charme tutto francese che dona alla buffa vicenda tutta la teatralità che le compete, premurandosi oltretutto di accompagnare il cast come meglio non potrebbe. Il celeberrimo can can, che divampa nell'Ultimo Atto ma era stato anticipato nel coro introduttivo del Primo e anche in altri momenti, è guizzante come non mai, e lo stesso vale per tutte le numerose danze. Pure il coro del Capitole si lascia molto apprezzare in tutti i brani che è chiamato a interpretare, con accento di squisita ironia. Ai cantanti non sono demandate scritture impossibili o virtuosismi da copertina. Con un'eccezione, si possono attribuire a esecutori "leggeri", diversamente dai Contes d'Hoffmann. L'eccezione è rappresentata da Eurydice, che richiede discreti svolazzi e una gamma sopracuta acconcia, almeno in questa versione. Il cast di Plasson è formato da artisti francesi specialisti in opéra comique, e offre un notevole risultato complessivo. Eurydice è la vera protagonista dell'opera, e qui è interpretata da una Mady Mesplé non priva di criticità. La vocetta della Mesplé è quella di un sopranino leggero del genere francese, con un vibratino che il compianto Rodolfo Celletti avrebbe definito "cavallino". La tessitura, quantomeno in questa versione, la spinge a sovracuti impossibili (penso, per esempio, ai "Couplets des regrets" che aprono il Terzo Atto, ma i casi sarebbero numerosi), che come note ci sono tutti: ma non sono sempre note gradevoli, seppur nitide, precise e intonatissime. Fatto salvo questo handicap, la Mesplé si muove in questo repertorio come un pesce nel suo acquario prediletto: lo charme dell'orchestra di Plasson, in lei, è uno charme d'accento e di civetteria assolutamente delizioso, che del resto si replica anche in dialoghi recitati in maniera oltremodo simpatica e ammiccante. Orphée è viceversa parte di carattere, quasi di fianco, dalla scrittura tenorile per nulla appariscente. E' necessario, in tali casi, disporre di un interprete capace di dargli senso. Il leggendario Michel Senechal è quello che ci vuole. Grande commediante, tenore caratterista tra i prediletti di Karajan (che gli fece fare anche cose parecchio sgradevoli, tipo un'improbabile impersonificazione di Benoit e Alcindoro nella sua arcinota Bohéme-capolavoro), grande artista in tutti gli idiomi, Senechal con la sua lingua fa tutto quello che vuole, e rende efficace un personaggio di cui sostanzialmente non resta nulla in memoria. La scena, oltre che per Eurydice, è infatti tutta per l'altro tenore, ossia il doppio Pluton-Aristée. Alla bisogna, è stato precettato Charles Burles, una singolare figura di tenore di grazia che negli anni Settanta ebbe particolare fortuna in Francia, grazie all'eleganza, alla finezza del porgere e alle buone maniere vocali. Peraltro, nemmeno lui deve ricorrere a risorse sovrumane, a parte che nell'aria d'ingresso "Moi, je suis Aristée", in cui si vede affidate alcune battute ad altissima quota, evidentemente da farsi con quei falsettoni tipici della scuola tenorile francese. Burles se la cava, i falsettoni sono forse più falsetti, ma niente di male. Nel resto, c'è lo spirito, la musicalità, la mordacità e la ruffianeria che ci vogliono. L'eunuco John Styx si esprime con chiaro accento inglese, e credo fosse una scelta deliberata del compositore: perché altrimenti chiamarlo John? Per l'occasione, si è chiamato appunto un tenore americano, Bruce Brewer, che di solito col barocco di lingua italiana faceva alquanto soffrire, mentre qui si dimostra disinvolto perfino nei dialoghi parlati, per il resto cantando abbastanza bene e scialando, appunto, l'accento anglicizzato per ogni dove. Gli altri sono tutti francesi. Il baritono Michel Trempont è uno Jupiter estroso e facondo, che dà il meglio di sé con Eurydice nell'irresistibile "Duetto della mosca" al Terz'Atto, con tutti quegli "zzzz, zzzz" da rendere divertenti ed espressivi. Il trio composto da Michéle Command, Jane Berbié e Jean-Philippe Lafont minia alla grande Venus, Cupidon (personaggio più importante dei tre) e Mars. Diane e Junon, nei loro lapidari interventi, sono ben serviti da Michèle Pena e Danièle Castaing. Di livello le parti minime, mentre Jane Rhodes, famoso mezzosoprano drammatico dei decenni precedenti, è a suo agio nella reboante retorica dell'Opinion publique. Un'incisione discretamente imperdibile per chi cerchi un paio d'ore abbondanti di disimpegno.
  18. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Dopo ho un po' di libertà, me la sento!
  19. Wittelsbach

    Il vostro prossimo acquisto musicale

    Segnalo questa recente uscita di Warner, che con la solita disinvoltura ha rimarchiato Erato i suoi dischi di musica francese. Interessante perché offre alcune incisioni famose, tipo la discussa Thais di Maazel, l'eccellente Herodiade di Plasson (già recensita) e il Werther di Pretre (che già posseggo ma è ancora chiuso) e il Don Quichotte. Poi, include la storica Manon di Monteaux, verosimilmente beneficiata da una di quelle ottime rimasterizzazioni a cui la Warner sta sottoponendo i più antichi dischi Emi. E, soprattutto, due autentiche rarità: il Jongleur di Boutry, da tempo sparito dai cataloghi, e l'ancora più introvabile Sapho, con di nuovo Boutry alla guida dell'orchestra della guardia repubblicana.
  20. Wittelsbach

    L'ultimo CD acquistato (musica classica)

    Su jpc proprio oggi notavo quella Platée!
  21. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Mai sentito questo! 😳
  22. Ascolto di oggi: un'opera sconosciuta di Bizet, Djamileh

  23. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Non sapendo che altro aggiungere al gustoso scambio di opinioni tra @Pinkerton e il sempre simpatico compare @alfiocarrettiere, questo pomeriggio domenicale l'ho dedicato all'ascolto di un'opera che non era nei miei radar. Il pomeriggio? In realtà, un'ora e cinque minuti: tanto dura quest'opéra comique di Georges Bizet, composta nel 1872 e dunque facente parte di quel corpus musicale comunemente messo sotto l'ombrello di "un Bizet che doveva capire cosa fare da grande". Ossia, musica minore, come tradizionalmente si ritiene la produzione bizetiana ante Carmen. Wikipedia ci illumina con la trama: Una trama in cui succede poco o nulla, come si può vedere. L'opera è telegrafica nella durata. I brani parlati sono abbastanza pochi, almeno nell'edizione che ho preso in esame (ne esiste un'altra, diretta da Mercier, recentemente riemersa nel box Sony dedicato a questo direttore). La rilassata vicenda è pitturata con una musica sensualeggiante, spesso tentata delle sirene dell'orientalismo e del colore locale arabo. Si sente chiaramente la zampata dell'autore dell'Arlesiana, e l'ascoltatore può apprezzare lo charme molto francese di una musica estremamente raffinata, che riscatta una storia non troppo allettante. L'edizione in questione, risalente ai primissimi anni Ottanta, fa parte del multiforme catalogo della Orfeo, e vede un Lamberto Gardelli dedito alla sperimentazione di musiche desuete, come spesso gli accadeva durante il suo periodo tedesco. La direzione è puntata più sugli impasti coloristici che sui ritmi, il che è molto sensato vista la conformazione della musica. Gli abbandoni sensuali sono sottolineati con gusto, e del resto il canto è accompagnato con delicatezza e, cosa che non guasta, con un'ottima concertazione preventiva assieme agli esecutori. D'alto livello la Munchner Rundfunkorchester, la seconda delle due orchestre della Radio Bavarese, di cui Gardelli era direttore stabile. Ottimo il coro radiofonico, a cui sono affidati due notevoli brani di colore, che ci trasportano direttamente sulle sabbie d'Oriente. Il cast è compattissimo: tre soli interpreti, più un attore che è chiamato alle brevi frasi dello Schiavo Mercante. La protagonista, Djamileh, è appunto una schiava, destinata a far breccia nel cuore del califfo. Lucia Popp è perfettamente adeguata alla scrittura di soprano lirico, ha un buon francese e soprattutto è languida e abbandonata quanto basta, ma sa pure essere intelligente e risoluta. Il grande duetto con Haroun che chiude l'opera riesce molto bene. Ci voleva un'opera sconosciuta, poi, per farmi lodare calorosamente un Franco Bonisolli che troppo spesso dava un decimo di quello che avrebbe potuto far sentire. Non è questo il caso. La parte del Califfo Haroun, che sarebbe il celebre Harun-al-Rashid, non ha particolari prodezze in acuto, quelle per cui Bonisolli andava famoso: è un innamorato blasé, vagamente annoiato, per certi versi posseduto da uno spleen baudelairiano. Eppure, Bonisolli ha un ottimo francese ed è estremamente simpatico nei dialoghi. Il canto è sorvegliatissimo, con l'emissione mantenuta morbida e uguale, senza le ingolature che faceva spesso udire, ma anzi con notevole compattezza, acuti pieni e squillanti, e un'espansione di fraseggio avvolgente e carismatica. Splendiano, l'arguto servo-mezzano di Haroun, riceve una scoppiettante caratterizzazione da Jean Philippe Lafont, baritono francese piuttosto conosciuto a noi appassionati, ma bene o male noto universalmente a causa della sua apparizione nel bellissimo Pranzo di Babette, nel ruolo del cantante Achille Papin. Sempre stato più ottimo interprete che cantante, Lafont non trovo carichi le tinte come sostiene Elvio Giudici. Sento, semmai, un'opacità vocale che fa pensare al tardo Milnes, ma senza i suoi acuti. La parte comunque non comporta chissà quali difficoltà, dunque Lafont si fa pienamente apprezzare. Insomma: un'oretta passata con un certo diletto.
  24. Wittelsbach

    Il vostro prossimo acquisto musicale

    Di costui conosco solo un Mozart operistico piuttosto banale. Cosa lo ha portato a occupare posizioni di assoluto prestigio? Lo chiedo perché ne so pochissimo.
  25. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Offenbach, Orfeo all'Inferno, Michel Plasson Edizione facente parte del boxone offenbachista targato Warner. La particolarità è che in questi dischi di fine anni Settanta Plasson propone la seconda versione dell'Orfeo, quella del 1874, più lunga e ricca di musica: dura praticamente il doppio, e acquisisce una pregnanza degna dei Contes d'Hoffmann. Quando la recensirò vi dirò di più. L'altra edizione che posseggo, quella di Minkowsky con la Dessay, si rifà invece all'originale del 1858, anche se contempla qualcuna delle aggiunte del 1874. Come che sia, trovo Offenbach un geniaccio totale.
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