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Wittelsbach

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Tutti i contenuti di Wittelsbach

  1. No, mai parlato. Ci penserò a tempo debito.
  2. Io ho questa versione qua, che non ho ancora mai sentito e che credo non esista più: è un Brilliant che mescola Rooley, Alessandrini, Roberto Gini e Francesco Cera. Brilliant ha intanto fatto uscire questi, che sono molto più completi. Ignoro come siano...
  3. Visto solo ora. Queste mi piacciono moltissimo. Una drammaticità quasi espressionista, non sempre frequente su al Nord.
  4. Vartolo come densità strumentale è quasi agli antipodi di Garrido. Come interpretazione, invece, rifugge anche lui da certi “calvinismi”.
  5. Mettere Sardelli tra i sottovalutati... Va beh, fa già ridere così...
  6. Sono piacevoli da ascoltare e da godere questi Contes, che seguono l'edizione tedesca berlinese di Peters, ossia in pratica la Choudens: edizione dunque arcaica, ma i Contes è impossibile renderli davvero brutti, anche perché il Settimino e l'aria "Scintille, diamant", pur consistenti in rielaborazioni di altre musiche offenbachiane, sono pezzi a dir poco stupendi. All'inizio, all'atto di mettere sul piatto questi dischi, mi aspettavo molto peggio. E devo ricredermi su certi pregiudizi. La direzione di Heinz Wallberg, alla guida dell'eccezionale orchestra radiofonica di Monaco e di un coro di rara bravura e compattezza timbrica, ha il profumo della vecchia scuola. Il maestro tedesco imposta una narrazione di respiro decisamente romantico, con atmosfere contrastate, dinamica varia e increspata, agogica libera e ariosa. La drammaticità, con Wallberg, prevale sulla fatua leggerezza, ma è attuata senza alcun appesantimento di sonorità, mantenute piuttosto brillanti e incisive. E questo non contraddice la resa di certi momenti languidi: la Barcarola e l'ultimo Entracte sono delineati con colori notturni, inebrianti, misteriosi, sommamente suggestivi. Il cast vede la presenza di un giovane Siegfried Jerusalem come protagonista. E occorre dire che, purtroppo, si rivela l'anello debole. Bella e fresca la voce, giovanile, ma di colore spesso un tantino algido e biancastro. La tecnica poi ha magagne cospicue, tanto da potersi dire che la parte di Hoffmann tende un po' troppo a sovrastare le capacità vocali (ma anche espressive) di Jerusalem. Gli acuti, per esempio, sono opachi, tendenzialmente stridenti e striminziti, e questo si sente in tante pagine, fin troppe. Il teatrante ogni tanto elargisce qualche accento genuino (specialmente, quando la tessitura non lo costringe a gridare troppo, nell'Atto di Monaco, sicuramente il momento più alto della partitura e qui, per fortuna, anche della registrazione), ma altrimenti è abbastanza generico, come spaesato e senza troppo carisma. Un antico recensore diceva addirittura che Jerusalem scambia Hoffmann per un ruolo wagneriano: sinceramente, mi domando come si possa anche solo pensare una cosa del genere. Le tre donne sono assai migliori. Jeannette Scovotti azzecca con molta sicurezza acuti, sovracuti e gingilli vari. Canta bene la canzone della bambola, e nel resto vien fuori con solidità vocale e professionismo, anche senza lasciare chissà quale ricordo in Olympia. Giulietta, nell'edizione Choudens, è la meno pregnante delle tre, dal punto di vista musicale. Norma Sharp, malgrado la correttezza, si rivela insipida: qualche acuto fisso, un timbro vocale di generica gradevolezza e poco altro. Piuttosto impalpabile. Il capolavoro è Antonia. Antonia è giovane, adolescente, liliale. Guai a trasformarla in una matrona. Come la Manon di Puccini, questa caratteristica di gioventù deve confrontarsi con una tessitura impossibile, giocoforza terreno di caccia di cantanti mature e scaltrite. Julia Varady è la grande sorpresa. La sua voce, in sé e per sé non particolarmente preziosa, viene schiarita con grandissima intelligenza. La stessa intelligenza suggerisce alla cantante inflessioni di stupefatta semplicità, che ne rendono il carattere come ben poche volte si è ascoltato. Dal canto suo, l'esecutrice è rimarchevole per la strenua difesa che offre a una parte acutissima, dominata con slancio, grinta e suoni notevoli, se si esclude il sovracuto conclusivo, piuttosto fisso e duro (ma è così con quasi tutte le cantanti che vi si sono misurate). Il genio della situazione è Dietrich Fischer-Dieskau. Baritono puro, non si mostra a disagio con la tessitura grave, dimostrando al contempo grande disinvoltura nelle zone più alte del pentagramma. La nota acutezza teatrale fa il resto: i quattro malvagi ricevono altrettante caratterizzazioni di sorniona perfidia, in cui il sorriso sardonico prevale sul ghigno plateale, delineando un'ironica pericolosità e un'eleganza velenosa che sono puro, purissimo ésprit francais, sia pure in tedesco. Unica parziale eccezione, "Scintille, diamant": lì Fischer-Dieskau sceglie la variante acuta, purtroppo risultando in maledetta difficoltà su certe note. Ma poi si riabilita con tutto il resto, specialmente con un'incredibile impersonificazione di Miracle, reso con mezzevoci quasi tenorili. Grande. Gli altri rendono benissimo, dimostrandosi spesso superiori ai colleghi dell'edizione Cambreling. Ciò non vale per Nicklausse, qui Nicklaus, che l'edizione Choudens confina a ruolo oltremodo marginale e dunque non confrontabile al cimento sostenuto dalla Murray alle prese con la partitura Oeser: in ogni caso Ilse Gramatzki canta con piacevolezza, interpreta con spigliatezza e insomma vien fuori. Eccellente Friedrich Lenz, 15 anni prima Monostato nel Flauto di Bohm, che scolpisce i quattro servitori con estroso brio e tenuta vocale invidiabile, come il Minuetto di Franz evidenzia. Klaus Hirte, grande artista come al solito, è uno Spallanzani tarantolato e travolgente, e Gunter Wewel mostra la sua classe nel ruolo di Schlemil, che in questa versione è piccolo piccolo. Crespel ha più peso, e riceve immenso rilievo da un Kurt Moll morbido, sottile, talvolta perfino commovente nella sua immensa profondità vocale, di cui si serve per tratteggiare una figura paterna molto efficace e "recitata". Hanna Schwarz, destinata a fulgidi traguardi, surclassa senza problemi la Taillon nelle battute destinate alla Madre di Antonia. Una curiosità: l'edizione è coi recitativi musicati, ma le poche frasi di Stella sono parlate, e a ricoprirle è chiamata nientemeno che Gisela Schunk, la dialoghista della cui regia la Emi si serviva per le sue registrazioni d'operetta. @Pinkerton @Snorlax @Glenn Gould
  7. Mi sembra invero che quella Tosca al buon Maja piacesse non poco... E anche a me.
  8. Ma è successo qualcosa che mi sono perso? Io rivoglio i pipponi, altroché!
  9. Non priva di godimento questa versione tedesca, meritevole secondo me per la movimentata direzione di Wallberg e per un Fischer-Dieskau molto acuto. Jerusalem è invece un protagonista inadeguato. Ne leggerete...
  10. Aggiungo che la riflessione "politica" del Ballo è tutt'altro che priva d'interesse. Lo spettacolo di Bieito, quello pieno di rimandi al golpe spagnolo di Tejero, pur con l'evidente forzatura di un approccio simile (che non sarà mai nelle mie corde) lo dimostra. Il libretto del Somma comunque è ormai tradizionalmente oggetto di strali più o meno generali da parte degli intellettuali, capaci anche di cadere in topiche clamorose, come quando uno (non so più chi) attribuì le "orme dei passi spietati" al Piave!
  11. È esatto. Si dovrebbero considerare come un’unica opera.
  12. Per la Bohème andava bene invece! Domingo era più adatto a Puccini, ai suoi amorosi di tessitura centrale e di grande sensualità. In Wagner, poco da dire, lo amo quasi sempre. Ha qualcosa che ricorda certi tenori antichi.
  13. Potente mai stato, posto che serva. Legato e morbido sì.
  14. Quel pappagallo costa ordini di grandezza più di tutto quello che sta indossando! 😮
  15. Carissimo, queste tue affermazioni mi lusingano. Le mie prestazioni scrittorie artigianali sono il frutto della mia passione, è una gioia scrivere per voi.
  16. Il Fidelio di Karajan in questione è stato criticato, Vickers in particolare è stato definito in quest'occasione "quasi inascoltabile" per ragioni di forma fisica, e da parte di gente che idolatra Vickers qualunque cosa canti. Del Wozzeck invece ho sempre letto immense lodi, e non stento a crederlo. In quel periodo, l'equazione Berg = Bohm era assolutamente stringente, e il grande maestro ha sperimentato chiavi di lettura diverse per quest'opera (e anche per la Lulù), tanto che la successiva incisione in studio pare essere assai differente da questa recita. Le Nozze, credo, sono le recite che hanno costituito la base per la quasi dimenticata incisione Decca fatta poco tempo dopo. Interessante il Viaggio a Reims, anche se la Caballè dell'epoca non era proprio in gran forma e soprattutto non studiava bene le parti nuove. Seiffert è uno dei non moltissimi tenori di Wagner a saper davvero cantare, e ciò ne spiega la longevità. Beczala come Riccardo mi attira poco...
  17. Su Spotify c'è pubblicata integralmente, questa recita.
  18. La conoscenza di questa edizione dei Racconti di Hoffmann, registrata nel 1988 a Bruxelles, credo sia irrinunciabile per almeno due ragioni. Anzitutto, è la prima e unica a impiegare l'edizione critica di Fritz Oeser nella sua integralità, prima che diventasse obsoleta: dunque, è diversa da tutte le altre, compresa la successiva di Ozawa, che usa solo parzialmente questa versione della partitura. Aggiungo che si tratta di un'incisione più che completa: in fondo al terzo cd sono inclusi i couplet di Nicklausse "Une poupée" in una versione non definitiva (la versione finale sarà integrata da Kaye e Keck), nonché la celebre, bellissima e apocrifa "Scintille, diamant" di Dapertutto, e il Settimino dell'Atto di Venezia (che qui torna al suo posto, giustamente, dopo che Choudens l'aveva invertito con l'Atto di Monaco), altro brano apocrifo. Un'altra ragione è che si tratta di dischi di grandissima riuscita musicale e interpretativa. Una volta tanto, l'incostante Sylvain Cambreling si mostra convincente, con una direzione leggera ma tesissima, lucida, mercuriale, capace di grandi abbandoni come di penetranti sottolineature drammatiche. L'orchestra, va detto, non è tra le più grandi d'Europa, e qualche secchezza timbrica la fa udire: però, è comunque di alto livello professionale, mentre il coro, molto impegnato, è davvero senza difetti. Neil Shicoff trova con Hoffmann il personaggio della vita. Il tenore americano, quarantenne, svolge un timbro che in più di un punto ricorda il calore di quello di un Domingo, pur con meno fascino in certe mezzevoci che il gran collega tirava fuori con Bonynge. In compenso, il registro acuto è notevolmente più squillante e incisivo, specchio di un passaggio di registro ottimamente impostato. L'accento ha quel pizzico di follia da eroe romantico che secondo me Hoffmann deve assolutamente dimostrare, ed è ben evidente nella canzone di Kleinzach e in certi momenti arroventati dell'Atto veneziano soprattutto, ma anche altrove. Pure gli abbandoni melodici sono pieni di verità. Accanto a lui, rende anzitutto benissimo Luciana Serra, scelta dopo ottime prove teatrli nel ruolo della bambola Olympia. I sovracuti, i picchettati e le agilità sono la sua perfetta tazza di tè. In aggiunta, la cantante italiana escogita un accento freddo e beffardo di grande effetto. Quanto ad accento, purtroppo, dice poco l'Antonia di Rosalind Plowright. Non si discute la voce, di timbro bello e morbido, ben svolta e sostenuta, capace di pregevole legato, anche se sovente gli acuti tendono allo stridulo, quantomeno quelli estremi. Però, nel fraseggio mancano i guizzi, manca la liliale incoscienza, manca l'approfondimento. Così, risulta fredda e piuttosto impersonale, anche se capace di bei suoni. Tutto il contrario per Jessye Norman, da sempre grande appassionata di opera francese, e in grado di scolpire una Giulietta le cui sfumature sono sovente eccezionali. L'atto veneziano, di questa registrazione, sinceramente trovo sia il punto più alto: e a questa riuscita ben concorre la Norman, il cui timbro è per giunta di una morbida, seducente ombrosità. Assieme alla Norman, il pezzo più famoso dell'opera, la Barcarola di Venezia, è cantato da Ann Murray nei panni di Nicklausse. Nicklausse con Oeser è un bel casino: si trova tra i piedi ovunque, è una specie di personaggio-tormentone che rompe le scatole di continuo, senza contare che Oeser, all'inizio, ripresenta il monologo della Musa, com'è giusto. Ebbene: la Murray porge ogni frase con un gusto e un brio impagabili, eseguendo poi con correttezza e musicalità, anche se con fuggevoli durezze. La Barcarola vede una magnifica simbiosi timbrica con la vellutata Norman, per inciso. Quanto ai quattro demoni, Josè Van Dam ne offre una raffigurazione paradigmatica. Il belga ne era, ai tempi, l'interprete più accreditato: e a gran ragione. Sentire la morbidezza dell'emissione, continuamente piegata al volere di un teatrante che costruisce quattro ritratti signorili, pericolosi, insinuanti. Di particolare eccellenza il Trio nell'atto di Parigi, ove tra l'altro i difficili acuti di Miracle sono risolti con dinamismo. Curiosamente, lo stesso non avviene con le medesime note della "Scintille, diamant" posta in chiusura, appena appena strozzate. Anche qui, comunque, il cantante sale in cattedra. Gli altri ruoli non sono allo stesso livello. Il quartetto Andrès-Cochenille-Frantz-Pitichinaccio è ricoperto da Robert Tear con discreta capacità vocale (il Minuetto di Frantz, nell'Atto di Monaco, viene bene) ma con una dose di eccessiva petulanza, propiziata da un francese non ideale. Tutt'altro che entusiasmanti il Luther e il Crespel del pesante e ingolato Kurt Rydl, mentre lo Schlemil di Dale Duesing, senza essere chissà cosa, è quantomeno capace di fraseggiare. Vecchia e usurata la Voce del Fantasma della Madre d'Antonia di Jocelyne Taillon, vecchia gloria francofona ormai a fine benzina. Malgrado questo, un'edizione che gli appassionati non possono mancare. Occhio: è lunga, molto lunga. @giobar @Ives @Snorlax @Pinkerton @Majaniello
  19. OT: mai visto regista più sopravvalutato, forse neanche Sokurov.
  20. Te credo, è un mezzosoprano!
  21. Quella Salomè, a parte l'orrenda performance che citi, è davvero un'oscenità vocale, e non solo. Aggiungiamoci che l'accompagnamento orchestrale è anche una delle prove più brutte di Downes, che non è un granché ma qui proprio è ai minimi.
  22. E' che non ne avevo capito niente!
  23. Chi sarebbe questa specie di cantante di musica leggera?
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