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Wittelsbach

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    Conservatorio, ossia conserve di frutta e verdura

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  1. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Orma i corsivi di Snorlax sono una piacevole certezza! Ma i dischi fan parte del famoso cofanetto Masur Eurodisc Reckrdings vero?
  2. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Altre topiche di Giudici, stavolta nel libro sull’Ottocento I. Sul Freischütz video diretto da Leopold Ludwig (facente parte di quella serie che annovera un Fidelio raccontato da @Majaniello), risalente al 1968, l’autore parla del Kaspar di Gottlob Frick “anteriore all’incisione solo audio di Lovro von Matacic, che arriverà un filo tardi”. Peccato che detta incisione (che io posseggo, e che in effetti vede qualche acuto difficoltoso nel sessantunenne Frick) sia precedente: 1967. Altra notazione: Jon Vickers avrebbe “tecnica non poco più solida” rispetto a quella di Corelli! Asserzione che, se me lo consentite, trovo una boiata pazzesca.
  3. Wittelsbach

    Libri e letture sulla musica e sui musicisti

    Non so quali siano stati selezionati, e in questo momento ho solo lo smartphone!
  4. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Grazie dell’apprezzamento. Diciamo che non ho mai capito quanto le letture di Moralt siano di questo genere per convinzione o per mera casualità.
  5. Il Parsifal anni Quaranta di Rudolf Moralt è interessante quanto il suo Ring

  6. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Nel topic degli ascolti, il discettare del Parsifal, sia pure per commentare alcune strane frasi di Elvio Giudici, mi ha fatto venir voglia di dedicarmi nuovamente a quest'opera. Il Ring diretto da Rudolf Moralt ve lo ricordate tutti, spero: ne parlai nel lontano 2014, quasi cinque anni fa! Ora, vi racconto il Parsifal di questo maestro, anche questo coi Wiener Symphoniker e verosimilmente trasmesso alla radio. Mi piacerebbe aver posseduto il cofanetto nell'uscita originaria per la Myto, giacché gli opuscoli di quella casa sono (erano?) particolarmente ricchi di notizie sulle esecuzioni prescelte. Ma in realtà, non posseggo neanche i dischi Walhall: ho fatto tutto da Spotify. E allora: com'è questo Parsifal diretto dal nipote preferito di Richard Strauss? Tutto in chiave lirica. La partitura è pervarsa da un soffio inesausto di puro canto, con un'orchestra che canta sempre, con suono soffice e soffuso. La qualità audio un po' penalizza gli strumenti, specie gli archi, che in certi punti sembrano un po' vetrosi e secchi. Ma fin dall'inizio, Moralt dà una luminosità tutta sua al Preludio, enfatizzando con discrezione le notine dei flauti, che alleggeriscono molto l'atmosfera che un Knappertsbusch voleva sacrale mentre Herbert Kegel quasi da teatro novecentesco. La cosa migliore è forse il Terzo Atto: il tenebroso quadro di Klingsor è pervaso di un'atmosfera più da romanticismo classico, più da Olandese Volante che da film dell'orrore. E la scena delle Fanciulle Fiore ha una grazia e una levità di tocco quasi mozartiana. Con una concezione del genere, la cantabilità di quest'opera è posta in primo piano, e gl'interpreti, almeno in teoria, sono pungolati ad agire in tal senso. Ciò avviene con Amfortas, con Gurnemanz e perfino (addirittura) con Klingsor, mentre Parsifal e Kundry sembrano meno in sintonia. Parsifal, per l'appunto, è Gunther Treptow, tenore forzutissimo, non proprio raffinato ma di voce robusta e spessa. Prima di essere il Siegmund di Furtwangler, Treptow fece la stessa parte per Moralt, aggiungendovi anche i due Siegfried: esiti miseri per questi ultimi, migliori per la bassa tessitura dell'amante di Sieglinde. Appunto: anche in Parsifal, la tessitura è piuttosto bassa, senza acuti scomodi, e per giunta assolutamente bisognosa di un talento interpretativo che la valorizzi. Treptow è decisamente lontano dall'ottenere questo risultato. La voce, di colore non malvagio, è talmente pompata e affondata da apparire pressoché baritonale in più punti: nel Terzo Atto, talora, si confonde addirittura con Gurnemanz, perché Ludwig Weber schiarisce e alleggerisce la voce. Comunque, questo pompaggio rende piuttosto legnose le note alte e il passaggio di registro. Non che la cosa interessi, al cantante: canta quasi tutto forte e scandito. Il risultato è una monotonia pomposa, piuttosto pontificante, che già all'inizio delinea un personaggio decisamente assente e certamente non giovanile. Dell'evoluzione di Parsifal dall'ignoranza alla consapevolezza non c'è traccia: il Treptow del Primo Atto non è marginalmente differente da quello dei successivi. Noioso e grigio. Quanto a Kundry, è più o meno sullo stesso andazzo, con l'aggravante di suoni spesso molto più sgradevoli. Anny Konetzni, sorella maggiore di Hilde, era la Brunnhilde fissa della Staatsoper di Vienna negli anni Trenta, e faceva volentieri anche Elettra. Il che, significa che nel 1948, a 46 anni, era già in difficoltà cospicue, perché evidentemente il repertorio era stato troppo pesante e la tecnica inadeguata a tanto impegno. La voce è di ampie dimensioni e nemmeno brutta di timbro. E' in possesso di un registro grave decisamente robusto, adeguato alla parte. La linea, invece, è alquanto fastidiosa, perché ogni nota è costantemente attaccata dal basso e poi spinta fino a farla oscillare, in un modo che ricorda la futura Gwyneth Jones e che in qualche modo si barcamena, seppure in maniera pochissimo gradevole, nel registro centrale. Gli acuti estremi invece sono di rara bruttezza, rivelandosi più che altro grida fisse e rauche, e non solo nel momento del ricordo dell'irrisione del Crocifisso. L'interprete è grosso modo come Treptow: una Kundry seriosa e grigia, poco immedesimata, in fin dei conti pesante e non proprio bella da sentire, e di dizione spesso impastata e confusa. Così, Moralt prova a fare un Wagner diverso, mentre Treptow e Konetzni fanno il consueto Wagner col cipiglio, molto d'antan e ben poco persuasivo. Peccato, perché gli altri interpreti si muovono da par loro in questa orchestra cangiante. Da applausi l'Amfortas spirituale di Paul Schoffler, che nel 1956, al Metropolitan con Stiedry, a 59 anni, saprà essere commovente, ma qui, otto anni prima, è addirittura toccante: un canto chiaroscurato, morbido, che entra in scena con una dolcezza quasi trasognata, per poi riscaldarsi in un vero crescendo emozionale, con ogni nota, per giunta, bella, ricca e a fuoco in tutti i registri. Parimenti eccezionale il suo riapparire nel Terzo Atto, ove alita frasi di una verità umana difficilmente sostenibile. Un grande personaggio di un grande cantante. Ma sconvolgente, addirittura, è il sommo Ludwig Weber. Con Knappertsbusch, a Bayreuth, il basso viennese ci darà la sua personale ipoteca di un ruolo molto più variegato di quanto normalmente non si creda. Ma qui, mi sembra di livello ancora maggiore. Ogni frase di questo Gurnemanz è modellata, scolpita, plasmata da un artista della parola (la dizione è assolutamente fenomenale) che è anche un sublime attore vocale. Dimenticatevi la durezza di certi bassi anni Cinquanta: la vocalità di Weber, adattandosi alle richieste della sua parte, è una specie di sfumato leonardesco, fatto di gradazioni infinitesimali, ma con grande predilezione per piani e pianissimi, seppur sapendo, all'occorrenza, dilagare con imperiosità. Il fatto è che Weber canta, sfuma e lega da maestro, e recita da grandissimo interprete, scolpendo un Gurnemanz commovente e addirittura simpaticissimo, anziché il solito prete altisonante. Da questa mezza rivoluzione, ne esce mutato anche Klingsor: l'ottimo Adolf Vogel, del resto, era già stato un Alberich fuori dal coro, e nei panni del mago cattivo è ancora più a suo agio, facendolo veramente cattivissimo, ma cattivo nel modo giusto. Nessun versaccio caricaturale: al contrario un canto sorvegliatissimo, di una precisione e compostezza quasi liederistica, ma di accento mobile, vivace, capace di essere tremendamente temibile, con persino un pizzico di malinconica frustrazione. D'alto livello le Fanciulle Fiore, i Cavalieri e gli Scudieri, anche loro dalla dizione che fa invidia a una recita di prosa: molto bravo, in particolare, il Terzo Scudiero di Erich Majkut. Il coro è preso a prestito dalla Staatsoper, e illumina alla grande la scena dell'Agape, che Moralt concerta con molta cura. @giordanoted @Snorlax @Majaniello
  7. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Non mi piacciono gli organi con diapason così alto.
  8. Wittelsbach

    Ravel

    Lo è...
  9. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Anche perché, quantomeno sui cantanti (la valutazione sul film può cambiare col sentire, seppure qui è diametralmente opposta...) la critica si basa in entrambi i pezzi su elementi tecnici presentati come oggettivi.
  10. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Giuro, sono rimasto con gli occhi fuori dalle orbite. Si parla non di aggiornamenti di giudizio motivati da mutamenti del sentire, ma di autentiche antinomie. Sarebbe interessante capire il perché di simile rivolgimento. Tempo fa, Giudici massacrava Edward Downes, parlando di "pappa sonora", "sonnifero" e simili. Poi, oplà: nel libro su Verdi le critiche, anche scritte in precedenti recensioni, si mutarono in elogi. Il motivo? Il compianto direttore scelse il suicidio assistito, ragione ritenuta a quanto pare sufficiente per rinnegare vent'anni di critiche acide e veri e propri insulti. Mi domando se non ci sia di mezzo qualche motivo del genere anche stavolta, perché altrimenti non trovo spiegazioni plausibili.
  11. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Grazie per la dedica. Nel frattempo, derogo al topic, giacché si tratta di una lettura ma non di un ascolto. Però riguarda strettamente la musica, e si tratta di una cosa che mi ha fatto sobbalzare e che voglio assolutamente condividere con voi. Mi è arrivato proprio oggi questo volume, il secondo della ponderosissima opera di Giudici dedicata alla lirica in video. A parte la sezione su Verdi, che è (come supponevo) la spudorata ripubblicazione del triste volumetto dedicato, mi interessava la disamina wagneriana. Ebbene: in mezzo a interessanti digressioni storiche e a una gragnuola di petizioni di principio camuffate da note critiche, spicca un'autentica perla. Sul suo vecchio libro "L'opera in cd e in video", Giudici recensisce fin dalla prima edizione del 1995 il Parsifal Erato del 1981, diretto da Armin Jordan e base musicale per il film di Hans Jurgen Syberberg. Ho avuto un mancamento, In questo nuovo libro, Giudici utilizza non meno di undici pagine (più tre di introduzione all'opera del regista in questione) per magnificare il film in questione, sperticandosi in ogni genere di aggettivo sbrodolante. Al che, mi si è accesa una lampadina. Sono andato a controllare la rece del 1995, in preda a un ricordo. Ebbene, lì il film è liquidato in mezza riga: "Pretenzioso, confuso e insomma brutto". Mica male, un'inversione a U davvero rimarchevole. Sarà mica che, dopo questa rivoluzione copernicana, vorrà salvare anche la parte musicale, a suo tempo valutata con una stella? Ci avevo visto bene. Facciamo il confronto. Sul direttore d'orchestra Armin Jordan, 1995: "Tempi tendenzialmente lenti, associati a una sorta di flou che dalla ricerca di colori, timbri e liquidità impressioniste ricava solo molle evanescenza, nella cui gentile vacuità espressiva la tensione drammatica dell'opera si stempera in una sorta di sogno onirico dai colori qua e là gradevoli, ma alla lunga molto noiosi". Sul direttore d'orchestra Armin Jordan, 2019: "Ammorbidisce e liricizza quanto più gli riesce. Anni luce lontano dalla sacrale tradizione bayreuthiana, la sua lettura luminosa, trasparente, dalla chiarezza rilevantissima con cui s'articolano i diversi piani sonori e dalla totale simbiosi che i suoni stabiliscono con le immagini, per più d'un verso sembra affine a quella di Boulez". Reiner Goldberg, 1995: "Goldberg è un protagonista ruvido nel canto e monotono nell'accento". Reiner Goldberg, 2019: "Voce di schietto stampo lirico, di bel timbro luminoso, piuttosto ben appoggiata alla colonna d'un fiato controllato con ragguardevoli risultati". Wolfgang Schone, 1995: "Schone è il più pallido ed evanescente Amfortas che sia mai approdato al disco". Wolfgang Schone, 2019: "Wolfgang Schone forma un amalgama perfetto nel plasmare una figura la cui caratteristica più evidente è proprio la tragica debolezza d'una personalità chiamata a cose molto più grandi della sua piccola statura: l'impotenza consapevole che ne deriva si rivela così tarlo ben più corrosivo della piaga che ne mangia le carni". Robert Lloyd, 1995: "Lloyd è molto corretto e anonimo" Robert Lloyd, 2019: "Magnifico il Gurnemanz di Robert Lloyd. Lontano anni luce dal vecchio barbogio pontificante cui tanto spesso viene ridotta tale figura, questa è piacevolmente giovanile, spontanea, commossa. [...] Non ampio o potente ma morbido, pastoso, piegato a piani e pianissimi ben timbrati lungo la luminosa, calda uniformità d'una linea vocale [...]". Beh, che dire? Complimenti vivissimi. Avrà seguito il noto adagio che assicura: "Solo i cretini non cambiano idea". Ai miei occhi, la credibilità del Giudici critico era compromessa da tempo, ma così è veramente troppo. @Pinkerton @giordanoted @Majaniello @Ives
  12. Wittelsbach

    Cosa state ascoltando ? Anno 2019

    Per l'esattezza, sta ricuperando il vecchio ciclo captato dalla Asv, credo ormai in preda al bronzing cronico che caratterizza i dischi di quell'etichetta.
  13. Wittelsbach

    Il vostro prossimo acquisto musicale

    A me interessa il primo! E anche un po' il secondo, seppure sappia poco di quest'altro parente d'arte. Sarà meglio o peggio dello Shostakovich fatto in Tatarstan? E soprattutto: che fine ha fatto l'integrale di Inbal coi Wiener Symphoniker? Desaparecido come tutto il catalogo Denon?
  14. Orphee aux Enfers è, a parer mio, un gioiello operistico che andrebbe conosciuto meglio. Ne ho recensita una bellissima edizione.

  15. Wittelsbach

    Le recensioni operistiche discografiche di Wittelsbach

    Ricordo ancora (si fa per dire, non ero ancora nato) quando fu protestato alla Staatsoper di Vienna, dove cantava regolarmente, in alcune recite del Trovatore, credo con Karajan.
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